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Joanna Newsom

di Stefano Solventi e Marina Pierri
Voce di bambola in una bolla di vetro. L’arpa come uno stillicidio di particelle elementari, misteriose, dimenticate. La tradizione che collassa nella modernità, producendo avanguardia pop. È giovane, Joanna Newsom, ma nella sua musica vibrano antichi tremori. Per attualissimi incanti.

La porta magica

di Stefano Solventi

La prima volta che il suo nome bazzicò i bollettini indie-rock fu per l’incarico di tastierista nei The Pleased. Ma Joanna Newsom, classe 1982 da Nevada City (CA), è principalmente arpista e cantante. Ed è in solitudine che le sue ossessioni folk appalachiane e l’irrefrenabile piglio avant-pop trovano motivi di contatto e fusione, punti di equilibrio in bilico su congetture stranianti, cariche di mistero zuccheroso e fascino insano.

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Certi gracili insondabili arcani

Vuoi perché figlia d’arte (il padre chitarrista, la madre - peraltro medico - in grado di suonare piano, dulcimer, conga e autoharp), vuoi perché immersa in un habitat decisamente sonoro (uno dei suoi vicini di casa era nientemeno che Terry Riley!), iniziò presto a studiare musica. A soli otto anni affrontò le 46 corde dell’arpa, prima quella classica (prediligendo gli spartiti di Debussy) e poi - nei successivi quattordici anni - nelle versioni celtica, venezuelana e africana, addentrandosi con l’arguto entusiasmo d’una piccola esploratrice in repertori e tradizioni tanto vasti quanto desueti. A complicare ulteriormente il background della ragazza intervenne la sempre più viva passione per il folk europeo ed americano, da Bert Jansch a Neil Young, da Karen Dalton a Nick Drake.
Furono però il bluegrass e le incisioni appalachiane dei fratelli Lomax a provocarle una vera e propria illuminazione. Accadde mentre frequentava il Mills College di Oakland, dove andava specializzandosi in tecniche di composizione. Nell’arcaica semplicità delle storiche incisioni Lomax, Joanna trovò assonanze profonde con le proprie attitudini, rifugio e consolazione rispetto ad un ambiente scolastico in cui imperava un modernismo cocciuto, che sistematicamente bollava le sue idee come svenevoli e demodé. Idee che prediligevano forme arcaiche, semplici e popolari, lontane da ogni precostituita idea di pop e di avanguardia, e quindi più genuinamente pop e avanguardistiche. Niente a che vedere col cosiddetto new acoustic mouvement, a ben vedere null’altro che un revival (neppure troppo sincero) del folk revival.
Joanna si rivolgeva più indietro, alle particelle elementari che l’avevano incantata da ragazzina - grazie alla discoteca dei genitori -e continuavano ad incantarla. Quel senso di arcano gracile e insondabile che accompagnava le manifestazioni sonore all’alba dell’era tecnologica. Tempi in cui la riproduzione della musica doveva sembrare una specie d’incantesimo. I primi apparecchi come dispensatori di meraviglie finalmente a disposizione della quotidianità. Un fonografo o una radio, lontani dall’odierna compressione spazio-tempo, rappresentavano un abbraccio inedito rivolto ad un mondo ancora misterioso: il blues del Delta tra i pier di San Francisco, il folk appalachiano nei cafè di New York, una ninna nanna della Louisiana a chiudere le palpebre di un bambino a Stoccolma, il bop della 52nd Street a gracchiare infervorato nei salotti di Londra o Parigi.

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Un impudente apprendistato

No, quello di Joanna non era cocciuto passatismo: incastrata tra magie antiche e sogni giovanissimi, intuì che l’arpa nelle sue mani poteva diventare la porta d’accesso oltre lo specchio, da attraversare con acuta impudenza, con lucido abbandono. L’arpa come emblema estetico e sonoro di un intero sistema emotivo condannato sbrigativamente all’obsolescenza da chi deve comunque, ineluttabilmente “progredire”. Germogliata in un brodo di coltura capace di contemplare l’antico e il moderno, il moderno nell’antico, l’avanguardia e la tradizione, Joanna capì che la più naturale convergenza di questi (apparenti) opposti risiedeva nell’atto magico della rivelazione, che doveva somigliare quanto più ad un dono angelico, ad uno stralcio di magia. Alla fine, le sue canzoni - spiccate da arcaiche forme popular - si riveleranno inedite e propulsive, paradossalmente “avant”.
Canzoni che inizialmente, però, rimangono chiuse nello scrigno. Il primo segnale fonografico di Joanna coincise con Let My Burden Bee (Doppler, 2002), album di debutto dei Golden Shoulders, combo allestito dal concittadino Adam Kline, per il quale la Newsom cantò e suonò il piano. Nel progetto fu coinvolto tra gli altri il chitarrista e cantante inglese Rich Good dei The Pleased, band di San Francisco fondata da Good assieme a Noah Georgeson. Quest’ultimo, compagno di college di Joanna, volle proprio la nostra ragazza alle tastiere. Dal vivo i The Pleased funzionavano benissimo. Ai consensi del pubblico seguirono presto quelli della stampa, che accolse piuttosto bene anche l’esordio autoprodotto One Piece From The Middle (2002). Ma la Joanna tastierista nei The Pleased aveva ben poco a che fare con quella che stava covando i pezzi di Walnut Whales, l’autarchico esordio del 2002.

Infatti, se questo ed il successivo Yarn And Glue (2003) costituiranno il serbatoio e la decantazione per l’album di debutto, la band di Georgeson e Good perseguiva un indie pop piuttosto sgargiante e nervosetto, la cui frequentazione fu comunque importante per la Newsom perché, a lei totalmente digiuna di palcoscenici, fornì l’occasione di prendere confidenza con la performance, di calibrare l’energia necessaria per affrontare tour impegnativi (attraversò pure l'oceano per un pugno di date in terra inglese). Ad un certo punto, in qualche modo, trovò il coraggio di esibirsi in solitario, di presentare i propri pezzi, per lo sconcerto (e forse un po’ d’incanto) di un pubblico in attesa di tutt’altro.   

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Misteriosi spiritelli nel grammofono

Tra gli ep e questi temerari outing sonori, Joanna guadagnò le attenzioni di Will Oldham nientemeno, che la volle come opening act in alcune date del tour 2003. La fama “alternativa” del principe Billy bastò a far nascere attorno alla ragazza un hype di tutto riguardo. Le proposte iniziarono a fioccare da più etichette, ma il buon Oldham la indirizzò con decisione verso casa Drag City, per i cui tipi uscirà il debutto su lunga idstanza The Milk Eyed Mender (Drag City / Wide, 2004). Bellissimo e rannicchiato, bizzarro quel briciolo di troppo per aspirare ad un pubblico più vasto, il disco snocciola un programma che è un trapassare da incanto a incanto, da languore a mestizia, da uggia a dolcezza. Dodici tracce sostenute da una scrittura agra e lieve, interpretate con piglio capriccioso ed etereo. Ninne nanne per anime disposte al buio. L’arpa a tessere le trame con urgente naturalezza, smarcandosi in un fiato dall’aura accademica che il senso comune è solito attribuirle.
La voce di Joanna è quella di una bambola in una bolla di vetro, spiritello misterioso nel grammofono in bianco e nero. Eppure la contemporaneità non smette un attimo di attraversarla: vedi le memorie Björk nello struggimento diafano di En Gallop o nell’onirico sdilinquimento di Cassiopea, o i capricci da geisha nel palpitante saltarello di Peach, Plum, Pear (harpsichord in resta, un chorus che deve qualcosa alla Kate Bush di Cloudbusting), o ancora la scostante flessuosità Cat Power in The Book Of Right-On. S’innescano insomma imprevedibili cortocircuiti temporali, tenuti sotto controllo con invisibile saldezza, con una forza figlia di stupore e abbandono.
Certi country-folk si snodano gotici come se avessero appena finito di scrollarsi il gospel di dosso (il vibrante traditional Three Little Babies), altri sembrano aggrappati alle prime avvisaglie di notte (la trepida This Side Of The Blue, organo, voce e slide impalpabile), altri ancora fiutano le nebbioline pomeridiane del Nick Drake buonanima (la friabile Swansea, con un ritornello che sguinzaglia voce ed arpa sulle tracce della diva Björk). Ma anche quando più si avvicinano al cliché folk femminino (da qualche parte tra Linda Ronstadt e Karen Dalton) sanno librarsi un paio di spanne sopra al livello dell’ovvietà (vedi come s’avvita scarna sulla propria mestizia la conclusiva Clam, Crab, Cockle, Cowrie - un’arpa asciuttissima, la voce che non ci pensa due volte ad arrischiare iodel sabbiosi).
Una magia annidata in profondità, che non si tira indietro quando c’è da affondare il dito nella piaga, come in quella Sadie dalle fitte striature soul-errebì, la voce arrochita e slittante per una progettualità composita che non teme i paragoni più impegnativi. L’esordio sorprendente di un’intelligenza profonda al servizio di talento e passione. (7.3/10)

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Il sospetto che si fosse accesa una nuova stella nel firmamento pop-rock serpeggiò nelle redazioni e nei forum della solerte comunità “indie”. A dire il vero inizialmente sembrò poco più che una bizzarria, un giocare col trend da pierrot fricchettone come le già celebri Cocorosie, cui ben presto la stampa l’accomunò. Tuttavia, quella che sulle prime appariva come una forzatura stilistica, suscitando sconcerto nell’ascoltatore (quando non una sbrigativa ilarità e conseguente rifiuto), dopo una breve decantazione si rivelò quale era davvero, gesto mimetico funzionale, la pantomima d’un passato mitico covato in profondità. Più che una vivisezione/riarticolazione di forme, era il frutto della dedizione ad un’epoca fascinosa e oscura, cui Joanna prestava la propria sensibilità senza per questo negarsi al presente.
La polpa era dunque succosa e a gioco lungo trovò moltissimi estimatori, come confermarono le numerose esibizioni live, che videro Joanna attraversare gli States e poi in Europa, Nuova Zelanda e Giappone, dividendo spesso e volentieri il palco con calibri quali Pixies, Kristin Hersh e - soprattutto - Smog. A proposito di Mr. Callahan, il rapporto professionale sfociò presto in una relazione sentimentale che, vista la sempre più autorevole statura artistica del cantautore del Maryland, acquistò agli occhi cinici del cronista rock l’aria di una consacrazione indiretta. Sia come sia, una volta terminato il tour, Joanna si tuffò nella concezione e realizzazione del secondo lavoro, Ys, colpaccio proverbiale architettato con l’aiuto del suddetto guru personale, musicale e di letto e con la direzione sapiente, terribilmente sapiente di Jim O’Rourke al missaggio e dell’Ing. Albini alla registrazione.

  • Emily
  • Monkey & Bear
  • Sawdust & Diamonds
  • Only Skin
  • Cosmia

Ys (Drag City / Wide 12 novembre 2006)

di Marina Pierri

Come capita spesso (più di quanto non si sia portati a pensare) è l’identità a vincere. Non la diversità. O almeno non esattamente, proprio l’identità, che in tempi di generation ipod è, del resto, merce sempre più rara. Per intenderci: Joanna è diversa dalle “altre”, è ovvio. L’unico vero paragone che viene in mente a questo punto è Cat Power e non parliamo di musica, o di genere (almeno, non solo) ma di completezza di personaggio, rotondità di immagine, finitezza del dettaglio personale ed unico - quello che fa dire, ecco, il resto è emulazione, imitazione, declinazione trascurabile e persino volgare.

Pensate ad una colata di rame: informe, liquida, bollente, un amalgama di quelle particelle elementari che aspetta di essere versata e plasmata una volta per tutte. Mentre il rame precipita nella forma si aggiusta, si raffredda, diventa qualcosa di distinto, unico, a partire dalle piccole imperfezioni agli intarsi fatti a mano sulla superficie. Ecco, potremmo dire che la cantautrice in potenza di The Milk Eyed Mender si è (o è stata) versata in Ys come la colata di rame era stata preparata per diventare un magnifico bracciale, uno di quelli a spirale, di cui segui il disegno con gli occhi mille volte comprendendone la geometria superficiale, ma non afferrandone mai quella intima, come succede con le forme pure.

Così, Ys è un trionfo di matematica. Una matematica speciale, certo, la matematica astrusa delle formule magiche, fatta degli algoritmi dell’immaginazione sfrenata. Il suo primo numero è il 5, visto che è diviso in 5 momenti o movimenti, tutti compresi nella durata anti-forma-canzone che va dai 13 ai 9 minuti. Ma anche il secondo numero è il 5, che conta i componenti già citati dell’equipe che lo ha realizzato: Van Dyke Parks, Steve Albini, Smog, Jim O’Rourke, e, infine, ovviamente, lei, la bestia stregata, l’arpa antropomorfa, Joanna stessa, tenutaria di un harem allo specchio che rigira gli assiomi di una poligamia sonora. Ed il cui figlio è un disco che assomiglia spaventosamente ad una madre che assomiglia finalmente, veramente, a se stessa.

Foto: Lisa Predko

Perché, insomma, è lei l’equazione finale. Joanna ha finalmente trovato la chiave della porta magica, ovvero scrivere una musica che suona come un riflesso profondo di tutto quello che il suo viso, i suoi vestiti, la sua guance, le sue labbra, i suoi capelli richiamano alla mente in maniera collettiva, inconscia ed impulsiva. Scrivere una musica silenziosamente ed ingenuamente erotica, che appartiene ad un luogo nascosto, un giardino segreto e segregato in cui le parole danzano e diventano animali e poi diventano stelle (che danzano) e fiumi che brillano sotto la luna trasformandosi alla fine in sabbia di pietre preziose.

E dunque, per quanto potremmo stare qui a vivisezionare una per una le trame bislacche delle 5 fiabe di Ys e la produzione perfetta che separa e ricompone e separa le perfette scie di arpa, archi, voce, controvoci e scacciapensieri, preferiamo non fare un torto alla struttura unica e solida che le governa. Un po’ perché Cosmia, la bellissima Monkey And Bear, la decisamente meno bella Sawdust And Diamonds, Only Skin ed Emily si riflettono l’una nell’altra senza mai divergere sostanzialmente tra loro ed un po’ perché, dopotutto, il vero valore di Ys è proprio questo, l’abbiamo detto, il principio sacro dell’id-entità. (7.5/10)

  • Colleen
  • Clam, Crab, Cockle, Cowrie
  • Cosmia

Joanna Newsom And The Ys Street Band - EP (Drag City / Wide, 24 aprile 2007)

di Stefano Solventi

Chiamatelo, se volete, appendice, questo EP licenziato dall’imprendibile Joanna. Appendice ad un album uscito ormai da mesi (ma che ancora non ha finito di sorprendere e turbare) e anche ad una personalità capricciosa, intensa, versicolore, forse enigmatica e forse burlona. Tanto che da una parte accogli con un ghigno il calembour springsteeniano della ragione sociale, dall'altra t’insospettisci per questa scaletta all'insegna della lettera C (che vorrà dire? Che ci sarà dietro? Oddìo, mi sfugge l'arcano...).

In ogni caso, trattasi di soli tre pezzi per quasi mezz'ora di acustiche mirabilie & carabattole. C'è l'incanto sospeso di Clam, Crab, Cockle, Cowrie, ripresa dall'album d'esordio, chitarra e voce più controcanto maschile, aria angelicata Paul Simon e toccante fragranza da live in studio. C'è una Cosmia dilatata fino a raddoppiarsi rispetto alla versione di YS, tutta una marea che monta e ondeggia tra sfarfallii di fisarmonica, trilli di banjo e chitarre, ululati (di theremin?), sonagli, guizzi vetrosi, incapricciamenti esotici/balcanici, caracollante dolcezza, mistero terrigno, memorie Led Zep, Fairport e - argh! - primi Queen.

Poi c'è Colleen, il pezzo inedito, marcetta al passo di percussioni sorde, infiorescenze medievali di fisarmonica, chitarre, arpa, quel canto tutto squittii e ombre, vocalizzi distesi e strizzati, una Kate Bush tarantolata coi Pentangle a guardarle le spalle. Insomma, c'è che questo dischetto aggiunge un'altra rotella a quel miracoloso marchingegno d'immediatezza strutturata - specie di folk-prog capace di bruciare piglio indie-wave, groviglio agile, labirinto dipanato - che l'arguta ragazza ha deciso di propinarci. Bontà sua. (7.0/10)