In principio fu il laptop e con lui le sante e santificate derive post techno, poi arrivarono le chitarre, le batterie ed i bassi e per Joakim Bouaziz si aprirono le porte di un mondo meraviglioso, quello che aveva sempre sognato di abitare, una zona franca dove la musica riscopre la sua vera essenza e si manifesta per quello che è e che dovrebbe sempre essere ovverosia un intreccio di suoni libero da qualsiasi castrante steccato di genere, il cui obiettivo è quello di generare e liberare emozioni.

La spericolata parabola di Joakim Bouaziz parte, in maniera del tutto inusuale, all’inizi del secolo quando viene convocato dai responsabili della Crippled Dick Hot Wax! per realizzare un remix da inserire nella compilation Iron Curtain Revisited, album retrospettivo interamente dedicato alla scena jazz dell’est Europa sviluppatasi a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. La marchetta consumata con la Crippled Dick è un modo come un altro per farsi conoscere e mettere in tasca qualche soldo, una sorta di riscaldamento, che anticipa di qualche mese il contratto con la Versatile Records etichetta francese a quel tempo (è il 2002) tra le più propositive in ambito dance/elettronico. Il trittico di singoli che Joakim pubblica con la label tra il 2002 ed il 2003 è poco meno che sensazionale: apre il lotto l’Ep Cotton Gun, un pezzo di matrice deep house sincopato ma propulsivo, dopato e trascendente che mette in rotta di collisione Larry Heard ed Aphex Twin lungo un’ autostrada celeste. Brano decisivo, sul quale si sporca le mani persino un Kirk De Giorgio in veste di remixer. Poche settimane di attesa ed il Nostro si supera in corsa con l’incredibile Are You Vegetarian?: basso funk modello ESG, contorni electro e clima da post bombardamento nucleare a sostegno di una voce spastico/robotica impegnata a recitare in loop assortite banalità, fanno di questo brano uno dei pezzi di culto dell’intera estetica post Warp. Come In To My Kitchen è il brano che chiude la trilogia ed anticipa la pubblicazione del primo album di Joakim, Fantomes, siamo ancora dalle parti di una deep house sincopatici ed acquatica, seviziata da correnti electro ed infarcita di voci impossibili, un buon pezzo per le aperture dei set ma infinitamente al di sotto dei singoli precedenti.
Come preannunciato nella primavera del 2003 esce Fantomes, primo lavoro sulla lunga distanza del Nostro. All’interno del disco vengono inseriti tutti e tre i brani già pubblicati da Joakim sotto l’egida della Versatile che finiranno con il rappresentare anche i momenti più accessibili di un lavoro eclettico ed esteticamente vicino alla perfezione, dove l’amalgama tra elettronica ed altre forme musicali genera curiosi quanto sorprendenti bozzetti di post modernità sonora. Dai Suicide in gita premio sul batomouche di John all’improbabili dilatazioni ambientali de La Mouette, Fantomes sceglie di rivisitare musica colta e dinamiche pop attraverso l’ottica della noncuranza, generando un Mostro dall’impossibile collocazione stilistica. (7.5/10)
Pubblicato l’album, per Joakim ha inizio una fase, apparentemente interlocutoria, di bighellonaggio artistico, contraddistinta da numerose apparizioni come remixer e produttore ma anche da lunghe pause di riflessione. In realtà, come lui stesso avrà modo di raccontarci, il Nostro stava affilando le armi per la genesi del capolavoro Monsters And Silly Songs, album nel quale la sua visione trasversale della musica così come della vita prenderà forma in un caleidoscopico rincorrersi di sensazioni e colori. La nostra intervista.
Durante questi quattro anni ho lavorato molto ma mi sono preso anche delle lunghe pause di riflessione durante le quali ho scoperto i piaceri dell’alcool. Prima di ritrovare la serenità mentale e la concentrazione necessaria per realizzare un album ho dovuto rigenerare il mio spirito e questo ha notevolmente dilatato i tempi di produzione dell’album.
Senza dubbio il lavoro di remix mi ha impegnato tantissimo, ma a questo devi aggiungere la produzione di alcune band della Tigersushi, i tour, una compilation mixata e tante altre piccole cose che adesso non sono neanche in grado di ricordare.
E’ difficile rispondere a questa domanda…sono sempre stato affascinato dai mostri, dalla loro enigmatica estetica…
Non esattamente. La mia attenzione è rivolta verso i mostri dell’altro mondo, demoni e cose del genere. Probabilmente, le storie e le favole che mio nonno mi raccontava da bambino per farmi addormentare, hanno contribuito in modo inconscio a sviluppare dentro la mia mente una certa attrazione per questo particolare tipo di figure. Nel caso specifico dell’album i mostri e le stupide canzoni rappresentano i lati, stilisticamente opposti, del disco: da una parte ci sono i pezzi più oscuri e rumorosi dall’altra le vere e proprie canzoni, composte e strutturate in maniera, oserei dire, classica.
Sono sempre stato un appassionato di pop music, è un modo di fare musica che mi affascina. In passato non ho mai avuto la possibilità di poter lavorare in questa direzione, un po’ per incapacità tecnica, un po’ per la paura di non riuscire a mettere assieme un prodotto di buon livello. In tal senso, l’esperienza maturata come produttore in seno alla Tigersushi è stata decisiva, ho avuto l’opportunità di lavorare con delle vere band imparando molte cose relative al processo creativo e produttivo tutte nozioni che ho poi avuto modo di riversare nella realizzazione di Monsters And Silly Songs.
Dico una banalità, ma per quello che mi riguarda la musica non può essere divisa in categorie. Non esiste musica elettronica oppure musica rock, pop o funk, esiste la musica punto e basta. Puoi realizzare musica con un computer oppure con una chitarra l’importante è che tu sia in grado di creare qualcosa che possa emozionare. A volte mi capita di aver voglia di lavorare su del materiale più duro, altre volte, invece, mi piace essere più dolce… non decido a tavolino se utilizzare una distorsione oppure un beat house, mi lascio guidare dal momento, dalle sensazioni, senza preoccuparmi minimamente del fatto che il pezzo possa sembrare troppo elettronico oppure troppo rock.
Grazie per i complimenti. I Current 93 mi piacciono molto anche se non posso certo definirmi un loro fan. Il folk è uno stile musicale che mi affascina tantissimo, come il pop del resto, amo sia le cose più delicate che quelle più oscure come possono essere i pezzi di Tibet e di tutta la scena folk apocalittica. Se devo però citare il nome di una band che ammiro e con la quale credo di condividere anche una certa attitudine, allora dico gli Animal Collective.
La !K7 è una label molto conosciuta e rispettata che è riuscita, dopo anni di lavoro, ha costruirsi un importante network di contatti internazionali. I responsabili dell’etichetta sono persone molto disponibili e motivate, amano la musica ed amano rischiare lo dimostra il fatto che abbiano accettato senza esitazioni di pubblicare il mio lavoro.

Una visione espressa in maniera quanto mai eloquente dal titolo scelto per battezzare l’album: Monsters & Silly Songs, mostri e stupide canzoni, ovverosia le due anime che si annidiano tra i solchi di questa seconda prova in studio di Joakim, impossibile da catalogare perché volutamente trasversale ed inopportuna, capace di sedurre con lampi di meraviglioso electro pop (I Wish You Were Gone) e subito dopo annientare l’ascoltatore con una cavalcata prog/psycho/techno degna dei primi Orb (Three Legged Lantern).
Non esistono attimi di riposo né esitazioni di sorta lungo tutto lo scorrere del disco, Joakim taglia e cuce sensazioni ed emozioni, ombre e fantasmi, supportato da una band di ottimi musicisti che lo accompagnano a spasso tra meandri di folk apocalittico (Everything Bright & Still, Palo Alto) fiabe impossibili (Peter Pan Over The Bronx), reminescenze Depeche Mode (Lonely Hearts), marziali electro psicotiche danze (Sleep In Hollow Tree) ed indie rock song da far sparire in sol colpo tutto il catalogo della Domino e della Rough Trade (Rocket Pearl).
Monsters & Silly Songs è il primo grande lavoro del 2007. (8.0/10)