

L’infinita passione per i suoni di derivazione techno pop che anima e turba la mente del buon Jimmy Tamborello è cosa risaputa, così come la sua (in)naturale inclinazione a pubblicare album di discreta qualità che, purtroppo, mai riescono a superare l’ostacolo definitivo che divide le produzioni di un artigiano da quelle di un fuoriclasse.
Non fa eccezione il nuovo Mistake Mistake Mistake Mistake, disco che - pur avvalendosi della collaborazione di importanti personaggi del mondo dell’elettronica e del pop più ricercato come Erlend Øye e John Tejada - si accoda ai precedenti lavori del musicista californiano e lascia nuovamente con l’amaro in bocca o per meglio dire con quel senso d’insoddisfazione che sembra diventata la caratteristica principale di tutti i progetti di Tamburello, da Dntel ai Postal Service.
Ed è un peccato perché il buon Jimmy dimostra anche in quest’occasione di saper scrivere delle buone canzoni: semplici, lineari, ammiccanti, smaccatamente pop ed a tratti persino irresistibili (55566688833, Stop, Leftlovers), tutte frutto di quell’estetica cheap & chic oggi tanto di moda non soltanto in ambito musicale, che a conti fatti pare però essere il limite più grande di questo album. Scegliere preventivamente di rinunciare ad arrangiamenti articolati e ad un impiego più considerevole di “uomini e mezzi” può, a volte, rivelarsi investimento fruttuoso, ma nel caso di Mistake Mistake Mistake Mistake finisce con il penalizzare brani come Pretend It’s A Race And I’m On Your Side, You Again e All The Way To China (realizzata con il contributo del precedentemente citato Erlend Øye) che invece avrebbero tratto maggiore beneficio da un “lavorazione” più accurata. Non crediamo che si tratti di scarsità di risorse, casomai di un feroce attaccamento alla logica del DIY che per adesso appare come il più grande nemico del Tamborello musicista. (6.3/10)

Uno che sguazza nell’oceano musicale da tredici anni non è un pischello qualsiasi, soprattutto se porta il nome di Jimmy Tamborello. Che si presenti sottoforma di James Figurine, Postal Service (con il fido Ben Gibbard) o Dntel, il Nostro ci gode parecchio a prendersi il suo tempo. Sei infatti gli anni trascorsi da Life Is Full Of Possibilities (Plug Research, 2001), cinque invece quelli necessari per portare a compimento Dumb Luck, in mezzo collaborazioni e progetti collaterali, utili poi, come sempre, quando arriva il momento di lavorare per sé. E come il precedente, anche quest’ultimo disco pullula di nomi eccellenti: ad esclusione del primo e omonimo brano, in cui è lui in prima persona ad esporsi sotto una cascata di screzi elettronici e chitarre riverberate, fanno capolino Edward Droste dei Grizzly Bear (i bucolici echi vocali di To A Fault, come degli Akron/Family rabboniti), Valerie Trebeljahr e Markus Acher dei sempre attesi Lali Puna (ghigni robotici e voce monocorde su un’asciutta rigorosità deutsche per I'd Like To Know), Jenny Lewis dei Rilo Kiley (la futuristica country ballad di Roll On), quel prezzemolo di Conor Oberst, ma tanto siamo abituati a sentirlo dappertutto (il lamento aggraziato tra implosioni sintetiche di Breakfast In Bed), la fulgida Mia Doi Todd (l’agrodolce miscuglio elettroacustico di Rock My Boat). Su tutti, a vegliare e accudire le stanze sonore scrupolosamente create ad personam, lui, Jimmy, con i suoi glitch gentili e generosi allo stesso tempo, con la sua attenzione per il dettaglio mai invadente, con i suoi synth ad avvolgere pattern ritmici sull’orlo del collasso. Che si prenda pure tutto il tempo del mondo, dunque, se questo serve a far maturare un frutto come Dumb Luck. (7.1/10)