

Dev’essere a causa dell’età, ma pare proprio che Justin Broadrick abbia deciso di voltare pagina. Quella ricerca di spiritualità che pure già si scorgeva in Godflesh - nella forma deviata di un audace faccia a faccia con lo spazio vuoto lasciato da una divinità cercata (la carne di Dio) eppure assente - confluisce in Jesu in un suono via via più puro ed immateriale - e in forme compositive che paiono forgiate da un autore come pacificato con sé stesso. La carne di Dio (Godflesh) che nel nominarsi (Jesu) paradossalmente svanisce per lasciar posto all’incorporeo in un processo che sembra essere solo all’inizio. La voce innanzitutto: alla continua ricerca di un senso peculiare di melodia, arrancante talvolta, e non certo degna del virtuoso, ma visibilmente animata da principio di quiete e di propria armonia. E la musica: quasi una rilettura sludgedello shoegaze di My Bloody Valentine e Ride, altrettanto eterea e sognante (Conqueror, Stanlow), sebbene ancora trattenuta in terra dalla zavorra di un passato non certo da bravo ragazzo - dai grossolani detriti metallici del pesante riffage delle chitarre (Weightless & Horizontal). Eppure Conqueror soffre del grosso difetto di fossilizzare in un reperto lungo otto brani e sessanta minuti gli spasmi di un essere vistosamente in stato di trasfigurazione (Transfigure): non più larva, - il detour mancato verso le asfissianti profondità Godflesh in Brighteyes, il tribalismo accennato di Mother Earth - non ancora farfalla, la creatura di Justin Broadrick è una crisalide imbrigliata nel proprio bozzolo. (6.3/10)

Sarebbe un’impresa quasi impossibile spiegare ad un alieno appena sceso sulla terra che Jesu è un progetto che proviene dalla stessa mente che ha dato vita ai Godflesh e agli Head Of David. Eppure, l’animo umano è così volubile da riuscire a produrre manifestazioni espressive così diverse, quasi agli antipodi. Questa forse sarebbe la risposta più appropriata alle richieste meravigliate del nostro amico extraterrestre. Incontri alieni a parte, anche a noi, che Broadrick lo conosciamo bene, stupisce un bel po’ il percorso intrapreso con la sua ultima e prolifica creatura (questo EP è già la quinta uscita in sei mesi a firma Jesu!), alla quale si dedica anima e corpo da un paio d’anni. Quattro brani inediti, figli dell’ultima release sulla lunga distanza Conqueror e che non aggiungono molto, se non in termini di “accessibilità”, allo stile shoegaze ormai ben definito del progetto: tempi dilatati, atmosfere che dondolano tra il doom e l’ambient e una spiccata vena melodica. Se però Conqueror conservava ancora una certa irruenza metal-rumorista dietro una facciata calma e sognante, Lifeline addolcisce ancor di più i toni, dando vita a un sound che, personalmente, almeno nei primi due episodi (la title rack e You Wear Their Masks), mi richiama alla mente addirittura i Cure di Disintegration leggermente più dissonanti. Sorprende di più l’attrito stilistico tra la voce soul della cantante Jarboe e i riff metal di Storm Comin’ On, mentre End Of The Road ricalca più fedelmente lo stile di Conqueror. La versione giapponese contiene due bonus track. Ma non credo valga la pena fare un viaggio così lungo per due versioni alternative. (6.4/10)