
Il passato di Jesse fu con gli scarsoni D Generation, gruppo punk “by numbers” che racimolò nei secondi anni Novanta scampoli di gloria grazie al boom del dopo Green Day. Scioltisi, è entrato nel nuovo secolo da solista con un passo cadenzato e col manuale del “bravo songwriter d’oltreoceano” saldo in mano. Tanto mestiere, insomma, ma pochi guizzi e troppe concessioni allo stereotipo.
Nonostante un significativo – e fisico - avvicinarsi al nume tutelare per eccellenza Bruce Springsteen nel duetto della toccante Broken Radio, e un “amarcord” generazionale con oggetto i Replacements – dei quali rilegge in modo sensazionalmente rarefatto Bastards Of Young – anche in questo terzo disco Malin cade nelle trappole di cui sopra, che si rivelano un modus operandi più che incidenti di percorso.
Perché si può anche chiudere un occhio su testi fastidiosamente retorici, ma l’orecchio poco può fare con arrangiamenti gonfi in odore di FM americana (dall’apertura mentale maggiore del solito, ma tant’è), che per la maggior parte degli episodi trovano un referente nei Soul Asylum più bolliti e tronfi - lievemente meglio i ricordi del Cougar giovane e sfacciato del trittico d’apertura - che un cantato pigro tra Petty e Jagger cerca inutilmente di redimere.
Alla fine si resta insoddisfatti e con l’impressione netta di un artista irrisolto, che offre solo una parca manciata di frecce appuntite. Di due s’è già riferito, alle quali aggiungiamo i plettri ispanici di Aftermath e una discreta NY Nights dal robusto ancheggiare alla Willy De Ville. Deve studiare meglio i prestigiosi modelli, Mr. Malin, per valorizzare le idee che finora ha fatto solo intuire.
Il problema, semmai, è se davvero lo vuole. (6.0/10)

Quali sono gli errori più grandi che possa commettere un rocker dotato di cuore e carisma, ma che sconta da sempre il difetto di non avere abbastanza personalità?
Il primo è circondarsi di persone con più talento, sbaglio che Jesse Malin ha già compiuto nel suo recente album di inediti, Glitter In The Gutter, nel quale si faceva accompagnare da Jakob Dylan, dall’amico di sempre Ryan Adams e perfino dal nume tutelare Bruce Springsteen.
Il secondo errore è realizzare un disco di cover, come se le influenze non fossero già palesi in ogni dettaglio del proprio songbook, segnato dall’ossessivo ritorno a miti e schemi già visti e già vissuti.
Per di più On Your Sleeve è composto da canzoni scelte con poca fantasia, registrate da Malin in brevissimo tempo: una settimana per buttar giù da solo l’ossatura dei brani, più lo stretto indispensabile per le sovraincisioni.
Quando si cimenta con i pezzi più scontati abbiamo i risultati peggiori. Possibile che nessuno l’abbia avvisato che se non c’è riuscito Otis Redding a migliorare Wonderful World di Sam Cooke, difficilmente una tale prova può essere alla sua portata? Possibile che non gli sia venuto in mente che privare Walk On The Wild Side e Do You Remember Rock’n’Roll Radio ? del sax non vuol dire esattamente reinventarle?
Mi è capitato di vedere Jesse Malin cimentarsi con Everybody’s Talking in concerto. Dal vivo la ripresa aveva un senso, era un momento di intensa comunione con un pubblico che pronto a riconoscersi nelle stesse radici (non a caso sullo stesso palco c’era anche Willie Nile). Su disco è invece inevitabile pensare subito che di questa canzone esistono già due versioni definitive (quella di Fred Neil e quella di Nilsson). Troppo spesso durante l’ascolto vengono in mente le temibili parole “karaoke” e “falò”.
Qualcosa funziona. Regalare un groove Motown al Neil Young di Looking For A Love è una bella trovata. Il goffo tentativo di rifare Sway degli Stones alla maniera dei Suicide è talmente assurdo da essere affascinante.
È piacevole soprattutto constatare che Malin non è assillato dall’idea di essere cool a tutti i costi. Già ai tempi di Glitter in the Gutter mi aveva dato l’idea di essere portato soprattutto per il pop senza rimorsi, d’esser destinato, malgrado le sua faccia e le sue intenzioni, malgrado il passato punk nei D Generation, a offrire più soddisfazioni ai fan dei Bon Jovi che a quelli di Johnny Thunders. In On Your Sleeve cede dolcemente a questa sua nascosta inclinazione, andando a riprendere Harmony di Elton John e lasciando intravedere, forse per l’unica volta in questo sfocato album-autoritratto, i sorridenti lineamenti del proprio vero volto. (4.8/10)