Dagli Ottanta passando per i Cinquanta e i Sessanta, il mondo rétro di Jeremy Jay ci appare sospeso e come fuori dal tempo, in un continuo omaggio ai suoi miti. Fra Europa ed America, perché mai scegliere?
Ragazzo stiloso e dalle idee chiare, Jeremy Jay. Il songwriter e polistrumentista di Los Angeles si presenta con un’immagine romantica da teen sixties, trench corto compreso, da sembrare appena uscito da qualche film in b/n tra Nouvelle Vague e Free Cinema, insieme a un’estetica eighties ripresa proprio da quegli anni.
Un album di debutto su K Records pubblicato a maggio (A Place Where We Could Go, vedi SA#43) e un EP (Airwalker) uscito alla fine dell’anno scorso sono bastati a metterlo in luce e a far sì che ci venisse voglia di spendere qualche parola in più su di lui.
Inconsapevole o costruito, fatto sta che Jay porta nei suoi cromosomi un composito miscuglio stilistico, di cui diremo, che fin qui è andato oltre la mera riproposizione.

Si prenda ad esempio l’EP d’esordio del 2007, sempre sulla K Records di Calvin Johnson: chiaro omaggio alla new wave degli Ottanta, il mini procede tra la leggera e riverberata title track, con il suo synth acuto (e l’irresistibile chorus – What’s in the air when your walking on Air? Where can we go when the lites are low?....) - e cinque pezzi più scuri, tipicamente ipnotici, anche nella voce sospesa e acida al limite dello psych, e dalle tastiere e dai bassi inconfondibilmente appartenenti a quegli anni. Un’ apprezzabile cover della Lunar Camel di Siouxsie And The Banshees chiude il cerchio intorno all’album, che altresì ricorda le coeve sonorità fine ’70 inglesi, dalle parti di Nick Lowe e affini, per intendersi (Airwalker, We Stay Here). Un senso di sospensione ricolmo di fascinazione decadente completa il quadro. C’è già una certa personalità e si avverte. Il mood Ottanta è ripreso anche nell’EP successivo, We Were There dove siamo catapultati in pieno trip Cure fine decade.
Alla sua prima prova sulla lunga distanza, A Place Where We Could Go, il quadro si allarga e completa, mostrando con maggiore ampiezza le influenze di Jeremy e di come sia riuscito ad amalgamarle. Ci sono meno influssi eighties (qua e là appena presenti, se si esclude Escape To Aspen, con il suo chitarrismo accentuato e il basso a fare da contraltare), e invece non pochi richiami ai fifties, periodo di cui Jay è sincero appassionato; per intendersi un mix tra il rock’n’roll di Buddy Holly e Richie Valens passati filtrandoli attraverso le lenti degli anni Ottanta (eccoli che ritornano…) rivisti ad uso e consumo da un certo Elvis Costello in combutta, guarda un po’, con il solito deus ex-machina Nick Lowe, nome sempre più ricorrente a questo punto (si senta, per dire, Till We’ll Meet Again). Va da sé infatti che Elvis e Nick proprio a quelle sonorità dei Cinquanta si rifacevano, ed eccoci arrivati a chiudere il cerchio, con un ritorno al futuro, cioè all’oggi.
Influenze tutte che vengono poi mescolate in quest’album da Jay ad un certo gusto di marca europea, soprattutto francese, procedendo di decadenza in decadenza. Un misto tra rock e songwriting alla Serge Gainsbourg, Leo Ferré e richiami al mood intimo di Francois Hardy. E non ci sorprende più di tanto scoprire, ad un certo punto del nostro viaggio, le forti ascendenze europee nel Nostro, svizzere per la precisione, ed allora sembra che tutto ritorni al suo posto, in questo mescolare e rimescolare Europa ed America. Le sue dichiarazioni che circolano a proposito non lasciano dubbi :”Mia mamma e tutta la sua famiglia vengono dalla Svizzera francese; da lei ho ereditato la passione per Jacques Brel, Edith Piaf, la Hardy e molta altra musica francese, del resto so parlare correntemente la lingua e non è escluso che prima o poi renda omaggio a questo periodo e alla Hardy in particolare”.
Si aggiungano a tutto quanto appena elencato alcuni richiami ai primi ’70 e a un’estetica rock-glam che ricorda il primissimo Bowie fino a The Man Who Sold The World (Beautiful Rebels, Heavenly Creatures) e ai ’70 da crooner di uno come Scott Walker, e il quadro è quasi completo. Manca all’appello una certa attitudine logorroica in comune con un Micah P Hinson, ma Jeremy è meno tormentato e niente affatto folksy, e più rivolto a un lato anche scanzonato, leggero e ironico che lo avvicina piuttosto all’europeo Jens Lekman, volendo fare un paragone più appropriato, e al cantautorato lo-fi di Jonathan Richman. La caratteristica che spicca su tutto in Jay, per concludere, consiste in un gusto accentuato per la melodia, che ricorda un Harry Nilsson o al solito Scott Walker seventies.
La musica di Jay fa il paio con liriche cinematiche e decadenti, proprio come ci si aspetterebbe in un caso del genere, dove ci si crogiola in un proprio mondo segreto (Our Secret World da Airwalker, che diventa A Place Where We Could Go nell’album omonimo), misteriosi personaggi (your forlorn secrets fill my eyes/oh, beautiful rebel/out of the woodwork you came/ hardly human/your wildness so fierce/you're more alive than most anyone da Beautiful Rebel), romantiche fantasticherie per un mondo a sua immagine sospeso tra film e stile, mediamente rétro e fuori dal tempo.

Voce acida, quasi psichedelica, note evanescenti, fluttuanti fino a farsi perdere. Jeremy Jay si presenta così: il suo EP di debutto, pubblicato nel novembre scorso dalla K Records, è un apprezzabile omaggio al suono inglese degli anni ’80. Sintetizzatori, atmosfere dark ipnotiche ed echeggianti, il giovane polistrumentista californiano alterna alla perfezione chitarre languide a bassi con corde davvero “spesse” (marchio di fabbrica di un certo suono datato due decenni fa), sino a tastiere elementari cadenzate, quasi meccaniche. Airwalker, singolo eletto, è anche l’unica traccia a godere d’individualità staccandosi dallo “scuro” marchio di fabbrica che caratterizza l’opera. “What's in the air when you're walking on air? Where can we go when the lights are low?” è il fresco leitmotiv che, accompagnato da un leggero impasto di chitarra minimale, basso appena pizzicato, piatti e cassa accarezzati e sintetizzatore squillante, s’impadronirà di voi molto facilmente. Le successive 4 tracce contengono tutt’altri ingredienti. Tastiere acute e gravi che s’incupiscono affiancate alle linee di basso. Un tributo ai Siouxsie and the Banshees: una degna cover di Lunar Camel, ed un sentore di “mondo nascosto”, costruito su misura, nel quale Jeremy c’introduce da We Stay Out Here in poi. A “casa “ sua, alla K Records, dicono di suoni come “Twin Peaks che incontra Julie Cruise che s’imbatte nel Soul-R&b”… Non scomodando Badalamenti ne’ mostri sacri della musica che fu, Airwalker è più semplicemente una mosca al naso, così come Jeremy Jayun “buon proposito”. (6.5/10)

Al debutto dopo un discreto EP (Airwalker) uscito lo scorso autunno, il songwriter californiano Jeremy Jay lo diresti appena uscito da un film in b/n periodo Novelle Vague francese, con quella stilosità teen sixties e l’estetica eighties ripresa proprio da quegli anni. Poi si vengono a scoprire ascendenze europee, svizzere per la precisione, e tutto comincia a tornare.
Ad ascoltarlo, viene fuori un curioso mix di sensibilità fifties (un Buddy Holly mixato Riche Valens a sua volta passato attraverso gli Ottanta costelliani che a quel suono si rifacevano, si ascolti Till We’ll Meet Again per dire), di cantautorato Gainsbourg meets Francois Hardy – anche nell’attitudine piuttosto romantica ebbene sì - , di sound che più new wave di così non si può (quelle tastiere e quei bassi inconfondibili, si veda Escape To Aspen, bassi già abbondantemente presenti nell’EP d’esordio), di chitarrismo molto Ottanta, il tutto tenuto insieme da un’attitudine che ci ha fatto pensare a una sorta di Micah P Hinson meno tormentato (e folk) ma egualmente dotato. O a un Jonathan Richman nello stesso modo scanzonato.
I toni si scuriscono nell’album, grazie anche alla voce acida di Jeremy, in quella che definiremmo una rielaborazione di quarant’anni e più di cantautorato da questa parte e dall’altra dell’Oceano. Parla di “beautiful rebels” ed “heavenly creatures” il Nostro, con aria sorniona. L’attitudine è sincera e lui ci crede, immerso nel suo immaginario di fascinazioni decadenti. Gli crediamo anche noi. Una conferma. (7.2/10)