Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Jens Lekman

di Stefano Solventi, Edoardo Bridda e Marina Pierri
Tra Morrissey, Stephen Merritt e Jonathan Richman, Jens Lekman è uno di quelli che non passano inosservati, un artigiano delle povertà in grado di estrarre dal cappello a cilindro echi di leggerezza patinata, sospesa tra compostezze Tin Pan Alley e classe à la Scott Walker.
Foto:  Jens Lekman fotografato da Emma Svensson

L'ultimo degli artigiani (2005)

di Edoardo Bridda e Stefano Solventi

Dice che le sue canzoni nascono per far accadere qualcosa e le realizza nel più estemporaneo dei modi, decorandole con l'uso di campioni. Per lui un brano è come un albero di natale che va addobbato in economia, rubando suggestioni d'epoche spensierate che conferiscono una sconcertante allure naif.
La semplicità gli viene facile, fin troppo e non è per niente figlia della nostra epoca - a tratti sembra di ascoltare i reperti di un teletrasportato negli anni '50 proprio come il protagonista di Ritorno al Futuro. Ma lui si schernisce, dichiara che pagherebbe oro per indossare i panni di Jonathan Richman, il cui esempio di spensieratezza e ingenuità gli risulta inimitabile (come dargli torto?).
E’ chiaramente la falsa modestia di quelli che, per dote e per gusto, per intuito e per talento, possiedono quelle voci lì, che incantano a prima vista, che fermano la gente per le strade. E la melodia che ti sembra di aver sempre sentito. E l’ispirazione perennemente nel taschino. Di tutto questo Jens è ben consapevole, sono certezze che si porta dietro andando per case e vie, bazzicando compleanni e feste adolescenziali alla costante ricerca di un quotidiano il più possibile distante dalle brutture, di una benedetta ingenua innocenza capace di spandere un sorriso su ogni amarezza. Così vicino così lontano, quindi, dalla sua e dalle nostre vite.
Jens Lekman è insomma uno di quelli che non passano inosservati, un artigiano delle povertà in grado di estrarre dal cappello a cilindro echi di leggerezza patinata, sospesa tra compostezze Tin Pan Alley e classe à la Scott Walker. E’ aggraziato e malinconico come il Morrissey maturo, capace altresì di sfoggiare quella sorniona eleganza che è da sempre caratteristica di Stephen Merritt. L’intonazione e il timbro sono teneri, soavi, scanzonati come il più sognante Kevin Ayers.
Questi alcuni dei campi magnetici che generano le alchimie delle sue canzoni, composizioni che germogliano tra i circuiti di vecchi registratori, i soli che gli garantiscano l'intimità e il gracchio della flagranza. Se c'è un motivo per cui il giovane svedese impazzirà non sarà certo per il tarlo dell'arrangiamento perfetto, bensì per quella cocciuta ricerca di genuino, di certi vecchi nastri e di certi vinili tolti all’oblio polveroso delle soffitte. L’immediatezza come succedaneo della perfezione. L’imperfezione come corollario inevitabile, quasi organico, dell’espressione.
Al diavolo la tecnologia e i grossi studi di registrazione, Lekman sa che prima di tutto le canzoni non gli appartengono ma gli scorrono addosso. Lui le interpreta, fiuta una traiettoria che è già lì nell'aria. E’ Jens stesso il primo a farsi influenzare da quel che canta. Ecco perché non ama i motivi tristi, quelli che scriveva nel 2000, diciottenne, con in testa perlopiù gli Smiths e Bill Callahan. Preferiva di gran lunga i party scanzonati, le estemporanee festicciole di compleanno, quelle piccole eccezionalità quotidiane cui una canzone poteva regalare scampoli d’allegria, di magia tenera e burlona.
Anche questo è Jens Lekman, e non manca di trasparire fin dalle prime friabili architetture incise su cdr e bootleg. Lavori in bilico tra raffinatezza e spontaneità, costantemente in progress, stampati in poche decine di esemplari (vedi le 20 copie di Wallpaper, celebrante la collaborazione on stage con i June Panic, Scout Niblett e i fratelli Danielsson).
Andrà avanti così per tre anni, radunando attorno a sé un consenso sempre più nutrito ed entusiasta, snocciolando titoli su titoli (a parte un improduttivo 2001, definito da Jens stesso come “nefasto”, non ci è dato sapere perché).
Nel 2003 finalmente trova la via della stampa “ufficiale” per i tipi della Service Records. Da allora è un fiume in piena.

Intervista a Jens Lekman

(23 Aprile 2005, Covo, Bologna)
di Edoardo Bridda e Marina Pierri
La leggenda dava Jens Lekman come un ragazzo piuttosto taciturno; noi, nel corso di quest’intervista svolta in occasione della sua data al Covo di Bologna, abbiamo avuto modo di ricrederci. Chiusi nel backstage, con la musica della pista che filtrava rumorosamente dalla porta, abbiamo chiacchierato a lungo: senza lesinare racconti anche piuttosto intimi, l’ultimo fenomeno pop svedese ci racconta con trasparenza e tranquillità dell’intreccio tra la musica e l’amore che tanto contraddistingue la sua produzione, citando canzoni su canzoni e dischi su dischi.

- Puoi tenere questo per favore (il registratore digitale, ndr)?

Ah, io adoro i dittafoni.

- Sai, avevo un grande amico svedese. E lui il giorno del mio compleanno mi ha dedicato la tua Happy Birthday Little Lisa. E’ una canzone che ci incuriosisce molto.

Lisa è la mia migliore amica ed il giorno che ho scritto quella canzone era il suo ventunesimo compleanno. Io non avevo nemmeno un soldo in tasca ed ero disoccupato. Così le ho scritto questa canzone e gliel’ho cantata dal quarto piano mentre dormiva, di notte. Lei non si è svegliata… allora l’ho registrata. E’ un pezzo pieno di samba, o calypso: avete presente il disco di Van Dyke Parks, Discover America? Io adoro quel disco.

- Il 2001 è stato un anno molto negativo per te. Come mai?

Beh, ai tempi mi ero lasciato con la mia ragazza e ci dicemmo delle cose piuttosto brutte, successe di tutto. Era un pessimo anno e non riuscivo nemmeno a scrivere una canzone – non facevo realmente nulla, ero disoccupato e non andavo a scuola. Vivevo con i miei genitori. Non succedeva niente di niente; avevo ventun anni. Frequentavo una scuola d’arte, ma ai tempi ero appena passato a lingue.

- E qual è stata la prima canzone che hai scritto dopo quel periodo?

La prima è stata Maple Leaves. Ne ho registrato una prima versione, che poi ho cancellato altre mille volte per rifare da capo, non ne ero mai soddisfatto e non sono sicuro di esserlo nemmeno adesso. Non ho finito di fare i conti con quella canzone! Ne sono letteralmente ossessionato.

- Parlando di ossessioni personali, credi di averne qualcuna, in musica?

Molto poche. In genere sarei tentato di dirti che si tratta semplicemente del raccontare l’amore attraverso la musica. Sono un ragazzo semplice, sapete? Una che mi viene subito in mente è il cinguettio degli uccelli.

- Qual è stato il tuo primo grande amore in musica? E’ una domanda aperta.

Da bambino dici? Beh, ci sono state diverse fasi. Mi ricordo un colpo di fulmine per Mikis Theodorakis, non so se lo conoscete, è quello che ha scritto Zorba (la canticchia con curiose onomatopee strumentali, NdR). Io quella canzone nello specifico la detesto, l’ho sentita troppe volte ormai, mi sembra naturale. D’altro canto lui ha scritto delle altre canzoni meravigliose. Canzoni pop. Poi non ho più realmente ascoltavo musica almeno fino ai sedici anni. La canzone che ha cambiato completamente la mia vita è stata Since I Left You degli Avalanches e mi è capitata sotto tiro esattamente nel solito 2001: ero in uno stato pietoso ed era perfetta. L’ho ascoltata a settembre e a dicembre, durante tutto l’autunno. Ed ascoltarla mi ha fatto essere sicuro che sarebbe arrivata una primavera. Ecco, quella è probabilmente la canzone a cui sono più legato, assieme a Transmission dei Joy Division.

- Credo che anche gli anni ’50 abbiano rivestito una particolare importanza per te.
Non sarebbe difficile collocarti in qualche punto del continuum che va da Frank Sinatra e Bing Crosby a Scott Walker ed a Jonathan Richman e Calvin Johnson.

(ride, Ndr) la cosa curiosa è che pur amando ed essendomi ispirato a talmente tanti musicisti, mi si stringe il cuore ogni volta che si fanno paragoni tra contemporanei ed “passati”: nel senso, mi sembra che il tutto sottintenda un sapore di fine e di discesa. Io la storia della musica la detesto. Ci sono stati talenti tanti grandi talenti ultimamente, anche solo nell’ambito strettamente pop, che continuare a valutare tutto esclusivamente in base al passato mi sembra ridicolo. Ad esempio: avete presente AllMusicGuide, no? Beh, lì non c’è nemmeno una remota possibilità di trovare un disco molto recente a cui vengano date le “cinque stelle”: è controproducente che la perfezione debba essere patrimonio dei vecchi dischi e basta. Non è giusto valutare al massimo soltanto i dischi che hanno già percorso almeno una ventina d’anni. E’ da conservatori. Capisco che la volontà sottostante l’operazione sia in qualche modo che un disco superi la prova del tempo; il punto è che io non credo personalmente in questa prova del tempo. Per quale ragione un album appena uscito non può già essere un capolavoro? Ok, magari non lo sarà domani ma chi se ne frega? Prendi Homework, dei Daft Punk: quando è uscito era incredibile, adesso non mi sembra che sia sentito ancora, come allora, così tremendamente fondamentale. Eppure quando è uscito aveva tre stelle, adesso ne ha cinque. Alcuni lavori non nascono per essere classici: nascono classici e poi muoiono. Che problema c’è in questo?

- Come vivi il fenomeno dell’”indie”?

In Svezia è molto strano. Il fenomeno dell’indie si sente parecchio già da almeno quindici anni. Voglio dire, uno come Morrissey è talmente famoso che (e questo credo proprio di averlo detto durante l’intervista ad un giornale italiano) quando io ero più piccolo i ragazzi più grandi che mi picchiavano ascoltavano Morrissey. E’ tutto sottosopra. Eppure mi fa ridere perché un mio amico americano mi ha detto che in America succede la stessa cosa ma gli Smiths sono sempre roba per outsiders, nel senso che la gente che è picchiata è quella che ascolta gli Smiths.

- E’ strano come siano cambiate le cose, in effetti Morrissey negli anni ottanta a Londra era molto mainstream, i veri “indiekids”, se così vogliamo dire, lo detestavano.

Assolutamente. Capisco che a quindici anni ascoltare i pezzi degli Smiths fosse perfetto per un certo tipo di adolescenti non integrati, diciamo. Io stesso lo avrei fatto. Per il resto, non sono convinto che crescendo Morrissey abbia ancora avuto (ed abbia) tanto da dire. Crescere negli anni novanta in Svezia voleva dire “io non riesco ad ascoltare questa musica, non ha niente da dirmi”.

- E cosa ascoltavi?

Euro-techno! (ride, NdR)

- Che pensi della rave music?

Sono stato ad un ottimo numero di party nei boschi, ma non mi sono mai fatto, né niente. In Svezia ci sono un sacco di foreste, ed un po’ di tempo fa era un fenomeno molto diffuso – ma resta un luogo decisamente più “indiepop” che altro…

- Parlaci un po’ del tuo nuovo EP, The Opposite of Hallelujah.

Si tratta di un sentimento; ed è un tipo di sentimento che potrebbe farti fare molte cose, ma non gridare “hallelujah!”. E’ ovviamente una parola religiosa, ma io la uso in senso completamente laico, come si potrebbe dire “magnifico!” o “eccezionale!” quando vinci un milione di dollari. Il pezzo racconta di qualche tempo fa: io portai mia sorella su una spiaggia, in Svezia, perché la nostra famiglia stava passando un periodaccio ed io volevo parlarne con lei in pace, faccia a faccia. Alla fine non abbiamo parlato quanto avrei voluto ed io ne sono rimasto piuttosto male; io volevo parlarle di emozioni e tutto ma, è stato buffo, quando sono arrivato lì mi sentivo un po’ stupido, mi sembrava il gesto stesso di averla portata lì con quel fine fosse piuttosto volgare (cheesy, dice Jens, più o meno intraducibile, ndr). Una volta davanti al mare mi sembrava di dire solo sciocchezze. Inoltre è un tributo a mia sorella, la amo moltissimo. Avete presente l’ice hockey? Credo che in Italia sia di gran lunga più famoso il calcio, ma in Svezia l’hockey sul ghiaccio è molto radicato. Insomma lì, alle partite, si vedono sempre questi genitori con gli occhi pieni di speranza, che i loro figli, che hanno accanto, diventino le star che loro non sono mai diventati: io ho la stessa sensazione con mia sorella, ho gli stessi desideri di quei genitori. Se tutto nella mia vita dovesse fallire, io avrei sempre lei e credo che finirei per proiettarle addosso i miei sogni.

- Se innamorato, in questo momento?

No, non lo sono. Qualche tempo fa ho pensato di esserlo, ma mi sono dovuto ricredere clamorosamente. Le cose non sono andate per il verso giusto.

- Parlando delle canzoni d’amore, che poi costituiscono la maggior parte della tua musica. Hai scritto qualche canzone in particolare con l’intento di conquistare una donna?

Certo, certo; la mia canzone di conquista è Julie. Era una ragazza che non conoscevo a dir la verità, quindi l’ho scritta per convincermi a farlo. Ho scoperto due settimane fa, tra l’altro (ride, ndr) che il suo nome non è Julie! Mi ha raccontato un sacco di bugie e ti dirò che la cosa mi è piaciuta, perché non era fatta con cattiveria, ma, in un certo senso, con civetteria; lei fa l’attrice di professione. Ancora non ho idea di quale sia il suo vero nome.

- C’è un'altra canzone meravigliosa, che purtroppo non hai suonato stasera. Si chiama A Man Walks Into a Bar ed ha un testo piuttosto oscuro, almeno nella conclusione. Racconta di una ragazza che ti raccontato una barzelletta di cui non ti ricordi il finale; passate del tempo assieme, ridete molto, state molto bene. Eppure alla fine sembra che quell’uomo, che entra nel bar, sia tu stesso.

Oh grande! E’ senz’altro una delle mie canzoni che preferisco. Non è una canzone triste, è una canzone malinconica che cerca di mettere in versi la facilità con cui ci si innamora e la semplicità con cui, poi, tutto si affievolisce fino a sparire ma senza la sofferenza, i cuori infranti: l’amore che svanisce in un soffio. Ad ogni modo quello che conta è il tempo passato con quella persona e nello specifico con quella persona che mi faceva tanto ridere. Credo che si tratti di questo alla fine – la vera chiave al mio cuore, come dice del resto il testo, sono le risate. Non riuscirei mai a innamorarmi di qualcuno senza il senso dell’umorismo. L’ultima ragazza di cui mi sia innamorato aveva un meraviglioso senso dell’umorismo, resta forse la persona che mi ha fatto ridere di più nella mia vita. E’ così che ho messo assieme la mia band: ho scelto la gente più divertente, quella cui stare accanto era un piacere perché il tempo passava velocemente, senza noia.

- Infatti, una domanda che viene subito in mente riguarda la grande maggioranza femminile nella tua band, sul palco. E’ come se tu avessi scelto di avere molte donne con te – anche se, ecco, è un impressione e basta.

Questa è la mia nuova band ed io l’ho messa assieme specificamente per questo tour. Un sacco di musicisti, sinceramente, volevano venire a suonare con me così ho dovuto tenere delle audizioni: ho scelto i migliori, i più simpatici e probabilmente è curioso che la maggior parte di loro fosse di sesso femminile. E’ sicuramente vero che comunico molto meglio con le donne che con gli uomini. Quando ero negli Stati Uniti, qualche tempo fa, sempre in tour – ero con sette uomini; non riuscivo ad esprimermi al meglio con loro, non ci comunicavo troppo. Le ragazze sono davvero più divertenti (ride, ndr).

- Sul palco stasera hai anche utilizzato un buon numero di campionamenti. Usavi un laptop, giusto?

Si ho utilizzato dei campionamenti presi qua e là. A Goteborg c’è un posto dove vendono dischi a un dollaro ed io ci spendo tipo cento dollari a botta; ascolto tutte le canzoni di quei dischi per ore, a casa e cerco qualcosa da campionare.
Ad esempio, una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi è Gravedigger Blues dei Beat Happening, quella che uso su Pocketful of Money. Io tra l’altro ho una venerazione personale per Calvin Johnson ed impazzisco per il suo album solista, What Was Me. A giugno suonerò con lui in Svezia. In giro per gli Stati Uniti l’anno scorso mi sono veramente reso conto fino a che punto la sua influenza sia stata fondamentale e determinate per un enorme numero di banducole americane…poi, lo saprai, l’ho scritto sul sito, il pezzo col campionamento non è uscito sulle versioni americane perché non volevo dare fastidio a nessuno; non che lui fosse in disaccordo, non è, credo, il tipo di persona che possa esserlo circa una cosa di questo tipo (visto che si tratta di un omaggio, comunque). Gli ho parlato, non era lui quello a cui non volevo dare fastidio, piuttosto direi i suoi fans.

- Hai registrato molti cd-r e molti EP. Che ci dici di I Killed the Party Again? Ci sarà qualche re-issue?

Potrebbe esserci, si. Ne ho fatti almeno dieci di cd-r…quello era un piccolissimo disco. E comunque ho deciso che non registrerò più LP, soltanto EP, singoli e minialbum; gli album non mi piacciono. Ne parlavo con la Secretely Canadian ed ovviamente non hanno fatto i salti di gioia, anzi direi che si sono proprio messo le mani nei capelli…così siamo arrivati ad un compromesso: io gli ho detto “farò dei dischi con sette canzoni” e loro “no, no almeno otto canzoni” ed io “no! Otto canzoni non è più un minialbum! E’ un album! Pink Moon ha otto canzoni ed è uno dei dischi interi più celebri di tutti i tempi!” Non so mi sembra un po’ stupida questa fissazione su di una canzone in più.

- Ti è mai capitato di trovarti davanti ad una persona che hai sempre adorato, un tuo mito personale?

No, non mi pare, nessuno di così importante…ma no, che dico. Ho incontrato Dan Tracey dei Television Personalities. E’ stato magnifico – ancora adesso continua a spedirmi cartoline. Suonerò presto anche con lui. Quando ho suonato a Londra lui era in mezzo al pubblico e ballava come un ragazzino, era bellissimo da vedere. Mi fa ridere che pare che lui e Calvin Johnson siano nemici, anche se magari non dovrei aprire bocca sull’argomento..

- C’è qualcosa che odi?

Visto che me lo chiedi, una cosa che ho odiato è il fatto di essere stato criticato per non aver messo alcuna sfaccettatura politica in Do You Remember the Riots? Mi è risultato odioso perché quella non è una canzone politica ed è molto chiaro fino a che punto non lo sia. E’ una canzone d’amore. E poi il bello è che quando George Bush è venuto in visita in Svezia era circondato da questo assurdo timore reverenziale – il clamore era “oddio, il presidente degli Stati Uniti è qui” e non “oh, questo stronzo è qui andiamo a tirargli i pomodori in faccia”. Mi è sembrato ipocrita criticare me per questa sciocchezza e non prendersela o non assumere lo stesso atteggiamento verso quest’altra. Del resto, noi svedesi siamo famosi per questa nostra triste neutralità.

Però, in genere, devo dire, preferisco senz’altro parlare delle cose che amo e non di quelle che odio. Ad esempio, dal punto di vista musicale, amo il presente: i 2000 di cui sia parla così poco (si parla molto di più degli 80s) ed in Svezia c’è molto da ascoltare, da scoprire. Sto mettendo insieme una compilation delle mie band svedesi preferite, che peraltro per lo più cantano in svedese. La vedrete in giro tra non troppo.

Copertina: Maple Leaves EP (Service Records, 2003)
  • Maple Leaves
  • Sky Phenomenon
  • Pocketful Of Money
  • Black Cab
  • Someone To Share My Life With

Maple Leaves EP (Service Records, 2003)

di Stefano Solventi

Cinque tracce, cinque gioielli. A partire dalla title-track, con quei festoni iridescenti d’archi e campanellini (samples entrambi), la saltellante ritmica funky-soul e la voce come un Morrissey in estasi chiesastica. Eppoi gli influssi new romantic nell’evanescenza dei coretti e nella frase di tastiera, quel senso di stare insieme come un gioco, come una scommessa con per posta un pezzo di vita.
Un attimo prima che ci convinca d’essere l’ennesimo ragazzo prodigio nell’arte di combinare e giustapporre piccoli graziosi frankenstein sonori, ecco arrivare la trepida minuzia di Sky Phenomenon, ballata per piano, voce e malinconia, un volo basso proiettato nello schermo magico del cielo svedese, le stesse frequenze sintonizzate dalla conclusiva Someone to share my life with, lo stesso vuoto pneumatico di prospettive in cui s’agita un languore gracile e asciutto, accompagnato stavolta da un vibrafonino e da una chitarra con voglia di soul.
Se Pocketful Of Money è il RnB segaligno con derive reggae che non ti aspetti (quel coro sardonico su civetteria di trombe è un’inezia indimenticabile), con Black Cab il caro Jens cala la carta della pop song perfetta, doppio fraseggio di clavicembalo e chitarra, voce impegnata a sciogliere versi laconici, l’enfasi contenuta del chorus con svolazzante innesco d’archi e lo struggimento obliquo del bridge. Applausi. A scena aperta.
Inevitabile che il nome di Lekman inizi a girare. Intanto, le classifiche svedesi lo premiamo con un lusinghiero undicesimo posto. Per quel che vale. (7.5/10)

Copertina: Rocky Dennis in heaven CD-EP (Service Records 2004)
  • Rocky Dennis farewell song to the blind girl
  • Rocky Dennis in heaven
  • Jens Lekman farewell song to Rocky Dennis
  • If you ever need a stranger

Rocky Dennis in heaven CD-EP (Service Records 2004 / Wide)

di Stefano Solventi

Con questo ep Jens intende “congedarsi” dallo pseudonimo che lo ha accompagnato per anni. Pseudonimo mai voluto in realtà, frutto di un equivoco per cui Lekman venne identificato con il protagonista della sua canzone Rocky Dennis farewell song to the blind girl, dedicata al protagonista del film The Mask, una triste storia vera da cui era rimasto molto colpito.
Probabile che poi Jens ci abbia marciato, fatto sta che a un certo punto ha sentito il bisogno di darci un taglio. E nel migliore dei modi, a giudicare dalla sbrigliata tenerezza soul di cui è pervaso il pezzo chiave Jens Lekman farewell song to Rocky Dennis. Incantesimi colti in un giardino di seducenti delizie orientali (il vibrafono, gli archi, i legni, l’arpa della già citata Rocky Dennis farewell song to the blind girl, col suo substrato di brume moderniste), scolpito nel vapore di una mestizia defilata (la struggente If you never need a stranger, contrabbasso e piano, una melodia cartilaginosa che rimanda a certi prodigi Belle And Sebastian, quello splendido finale con evanescenza d’archi e coro femminile).
Più un breve strumentale, Rocky Dennis in heaven, archi e chitarra, dove puoi sentire che in qualche modo anche il folk più tradizionale c’entra qualcosa. (7.2/10)

Copertina: When I said I wanted to be your dog (Service Records/Secretly Canadian, 2004)
  • Tram # 7 to Heaven
  • Do You Remember the Riots?
  • You Are the Light (By Which I Travel into This and That)
  • If You Ever Need a Stranger (To Sing at Your Wedding)
  • Maple Leaves
  • Silvia
  • Cold Swedish Winter
  • Julie
  • Happy Birthday, Dear Friend Lisa
  • Psychogirl
  • When I Said I Want To Be Your Dog
  • A Higher Power

When I Said I Wanted To Be Your Dog (Service Records / Secretly Canadian / Wide, 2004)

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda

E’ quindi un Lekman ben più rodato di quanto non dica la discografia ufficiale, quello che nell’aprile del 2004 debutta su lunga distanza con When I said I wanted to be your dog. Dieci le tracce, nessuna inedita ma molte reincise per l’occasione, in cerca di quella forma perfetta a cui la volontà di Jens tende pur sapendola irraggiungibile. Per costituzione. Per indole.
Prendete Maple Leaves, ossessione dichiarata di Lekman, perennemente innamorato e insoddisfatto di questo pezzo: qui è presente in versione meno natalizia ma ugualmente efficace, tra il fiabesco Mercury Rev e le calde melodie d’altri tempi di Bing Crosby, roba da cuffie di pelo alle orecchie e pattini su ghiaccio, con più di un aggancio alla classica Mr Sandman dei Four Aces.
Immutata invece la stupenda If you ever need a stranger rispetto al Rocky Dennis ep, però penalizzata dalla posizione in scaletta, venendo subito dopo la spumeggiante You are the light, splendido marchingegno pop-soul che frulla Bacharach, Brian Wilson e Scott Walker con disarmante disinvoltura, grandi effetti fiatistici, archi vellutati e stop and go intanto che il clap hand rimarca con beato scazzo e i coretti femminili solleticano fantasie spectoriane, come capita di sentire nei migliori Belle & Sebastian.
É una parata di quadretti senza filo conduttore, legati però da quel senso di fragile intimità, d’impressione profonda abbozzata in acquarello struggente, comprendendo in un solo gesto il grave e l’irrisorio, il valore e la fuggevolezza. Come nel campo magnetico di Psychogirl, ballata a cuore aperto con accoratissimi violini su banjo zampettante (è il brano più nostalgico e toccante del lotto). O come quando in Cold Swedish Winter utilizza i modi del folk più delicato per sciorinare una beffarda invettiva (nel mirino, tra gli altri, Lou Reed) che è assieme dichiarazione d’amore per l’amata Svezia.
Se non tutte, Jens sembra voler mostrare molte delle frecce in faretra: l’epica periferica dell’iniziale Tram #7 to heaven (quelle apparizioni sconcertanti di arpe, campanellini, organi e fruscii, il gracchio della puntina in sottofondo, i violini che nel momento di maggior pathos stridono sulle casse, il canto di Lekman semplice e emozionante come Bono Vox non sarà mai più), i minimi termini armonico-strutturali di Silvia (praticamente il più romantico e rilassato dei Jonathan Richman, anche qui attenzione alle liriche!), l’errebì a cappella di Do you remember riots? (duetto lui/lei con il solo sottofondo di scocchi e battiti di mani, semplicità assoluta e raffinatezza da oscar, il ricordo di uno scontro di piazza raccontato nel più trasversale dei modi camminando sul filo tra amarezza e ironia). E poi ancora il patchwork Kinks/Simon & Garfunkel tenuto insieme col nastro adesivo di Julie, per arrivare a quell’apoteosi lekmaniana che porta il titolo di Happy birthday, dear friend Lisa, che è proprio ciò che il titolo suggerisce opportunamente asperso di genio gracile (l’elementare efficacia di quei campioni, l’irresistibile prevedibilità della svolta bossanova) ed eleganza stralunata (il contrappunto malinconico della tromba, la flemma increspata della voce).
Neppure quaranta minuti, però bastevoli a dimostrare il flagrante talento e l’inconfondibile calligrafia, ribaditi dalle due tracce aggiunte nell’edizione “internazionale” per i tipi della Secretly Canadian, licenziata in settembre: una A higher power che gioca a sventagliare e disinnescare l’enfasi della melodia (melodia rinascimentale con un bel quartetto d’archi arioso e energico, l’impeto stratificato degli archi, le scie brumose dei legni e degli ottoni, l’indolenza soul del canto), e quella title track Reed-iana (ma con tanto amore) che dipana malinconie languide e sonnacchiose, un romanticismo smaliziato, sempre sul punto di farsi caricatura come anche di rapirti nel suo abbraccio incantato.
Lekman non fa mancare nulla ai propri ascoltatori: tenerezza, ironia, romanticismo, nostalgia, speranza, rilassatezza, amore, gioia, tristezza e malinconia. Cosa vogliamo da una melodia se non che sia in grado di cambiarci lo stato d’animo? Lui ci riesce. Fate voi. (7.8/10)

Copertina: Julie (Service Records, 2004)
  • Julie
  • I saw her in the anti war demonstration
  • A sweet summer night on Hammer Hill
  • A man walks into a bar
  • Another sweet summer night on Hammer Hill

Julie (Service Records, 2004)

di Stefano Solventi

Licenziato in maggio il cdr I killed a party again (100 copie per cinque grinzosi pezzi – tra l’incantevole e lo sbracato - incisi in assoluta povertà di mezzi, tanto per non lasciare nulla d’intentato), a luglio vede la luce questo Julie ep, di fronte al quale viene da credere alle parole di Lekman quando asserisce di avere nel cassetto un centinaio di buone canzoni che aspettano solo d’essere eternate su disco.
Il leit-motiv è lo stesso: levità e malizia, una sgraziata tenerezza, la sbilenca vis affabulatoria. Sfila l’errebì scoppiettante di A sweet summer night on Hammer Hill (la smaltata svenevolezza di Morrissey nell’orgia etilica di un pub ridanciano), il soul-pop con chitarrina jingle-jangle e carezzevoli volute d’archi di I saw her in the anti war demonstration, le luci basse da folk-blues disincantato in A man walks into a bar (uno Scott Walker in disarmo, un Fred Neil senza centro di gravità, un’armonica che spunta dal taschino come il saluto d’un amico caro).
Tre operette senza clamore, tre occasioni di subbuglio intimo e invisibile, incastonate tra il folk acidulo e sgranato di Julie (banjo e fisarmonica, tamburelli e fiddle, canto e controcanto, suggestioni nordiche s’intrufolano tra preziosismi soul) e la placida mestizia di Another sweet summer night on Hammer Hill, coi suoi field recordings, gli sbuffi di cello e trombone, gli spruzzi di chitarra, la voce che sembra rimbombarsi nell'intimo e su verso il cielo stellato, la magica evanescenza del coro femminile. In coda, la repentina apparizione di You are the light sembra cospargere il tutto di una luminosa, fiabesca , coinvolgente speranza. (7.1/10)

Copertina:  You are the Light EP (Secretly Canadian, 2004)
  • You are the light
  • I saw her in the anti war demonstration
  • A sweet summer night on Hammer Hill
  • A man walks into a bar
  • You are the light (reprise)

You Are the Light EP (Secretly Canadian, 2004)

di 5 Stefano Solventi e Edoardo Bridda

Apparecchiato in agosto dalla Secretly Canadian in vista dell’imminente distribuzione europea di When I said I wanted to be your dog, questo ep ricicla sostanzialmente il trittico centrale del Julie ep anteponendogli la squillante title-track (circa la quale vedi sopra) e chiudendolo con una reprise che è poi identica a quella che chiude lo stesso Julie ep. Poco da aggiungere quindi rispetto a quanto già scritto, se non che la statura da classico sbarazzino di You are the light merita senz’altro questa specie di consacrazione. (7.0/10)

 

 

 

Copertina: The Opposite of Hallelujah EP (Thievery, gennaio 2005)
  • The Opposite of Hallelujah
  • No Time For Breaking Up
  • I don't wanna die alone
  • Love is still a mystery

The Opposite of Hallelujah EP (Thievery, gennaio 2005)

di Edoardo Bridda

Dal vivo si era capito da quale parte Jens voleva imburrare il suo irresistibile toast: da quella dei Belle & Sebastian. Ed ecco così il nuovo singolo The Opposide Of Hallelujah, contrappunto di pianoforte, melodie sbarazzine per violino e campanellini e, naturalmente, la voce di Jens... Stephen Merritt side a ricordare proprio da vicino la band di Glasgow.
A completare, la natalizia e fifties No Time For Breaking Up, con tanto di gracchio di vinili (Bing Crosby? Sì, certamente), l'altrettanto catastroficamente tua I don't wanna die alone, e infine la soffice ballata finale Love is Still a Mystery, con tanto di gabbiani sullo sfondo. Da avere. (6.5/10)

 

 

Foto: Jens Lekman al Covo, Bologna (23 aprile 2005) di Antonio Puglia
  • ...

Live: Jens Lekman - Il Covo, Bologna (23 aprile 2005)

di Marina Pierri

Jens Lekman ha un profilo disegnato a pastello. Ha la pelle lucida, un sorriso di denti molto piccoli ed una mimica facciale aggraziata. Di persona, assomiglia spaventosamente alla sua musica: si muove leggero ricalcando la qualità immateriale, leggera e pulita della sua voce, parla lentamente e canta con la stessa tensione emotiva che emerge dai bit incastrati digitalmente sul, unico, disco (When I Said I Wanted to be Your Dog) e dai suoi, molti, EP.
Nessuna sorpresa, dunque, piuttosto la conferma puntuale che i batticuori, le aspettative, le delusioni, gli attimi di gioia e la malinconia inscritte nelle parole di canzoni come Maple Leaves vengono da una mano in carne ed ossa che è capace non solo di chiudere in tre minuti cammei affettivi universali quanto individualmente contingenti, ma di riprodurli ad arte anche dal vivo.
Ci si sarebbe potuti aspettare agilmente un concerto interamente acustico (e non che la mancanza degli arrangiamenti quasi orchestrali di molti pezzi avrebbe inficiato particolarmente l’efficacia di canzoni sorrette comunque da uno scheletro molto solido) ed invece, sul palco, questo Jens Lekman compare tutt’altro che solo: al suo fianco suonano quattro donne e due uomini, una vera e propria piccola banda. Basso, batteria senza grancassa, tastiera (tutto sommato poco presente negli arrangiamenti live), cello, violino e banco effetti. E Psychogirl, You Are the Light e la nuova ed ancora non edita The Opposite of Hallelujah suonano quasi perfette. A sorpresa il complesso esegue anche A Pocketful of Money, l’omaggio a Calvin Johnson mai edito in America che campiona Gravedigger Blues dei Beat Happening: il pezzo, campionato anche dal vivo, genera imprevedibilmente un effetto di presenza/assenza che ha del magico. Necessariamente a cappella seguono Do You Remeber The Riots e If You Ever Need A Stranger, introdotta da una richiesta di dedica.
Il concerto non dura a lungo – non abbastanza: un’oretta piuttosto scarsa.
L’encore è un Jens Lekman abbracciato ad un ukulele al cui manico è arrotolato un fiore bianco di plastica reminiscente del gusto floreale delle apparizioni del Morrissey più datato. Senza microfono, al limite esterno del palco deserto, l’autore svedese domanda al pubblico di fare silenzio mentre intona una Julie che, spogliata degli arrangiamenti, si mostra per la filastrocca infantile/dichiarazione di devozione che è. Ci saranno altri bis nel prato del Covo, aggiunge alla fine del pezzo, per chiunque li chieda.

Due ore dopo il locale rigurgita la folla immemore del sabato sera e Jens resta seduto nel backstage, pronto a dispensare ricordi di cuori infranti e canzoni di compleanno a chiunque abbia l’estro di fare le scale verso la sua porta.

Oh You Are So Silent, Jens (Service / Secretly Canadian, 22 novembre 2005)

di Michele Vaccari

E' una raccolta di una buona oretta, che contiene materiale proveniente da vari mini album ed EP usciti precedentemente all'esordio discografico: Maple Leaves, Rocky Dennis In Heaven e Julie.

Alle quattordici tracce conosciute sono stai aggiunti tre inediti, canzoni di fattura discreta ripescate dal proprio “Department of Forgotten Songs”, dove colleziona out-takes, unreleased e demo sconosciti ai più. Si tratta della quasi omonima At the Dept. of Forgotten Songs, che funge da intro all’album; F-word, delicata ballata post-rock con sottofondo di grilli e The Wrong Hands, dove il buon Jens si cimenta con un beat quasi caraibico, riuscendo sorprendentemente a far centro anche con questo mood. Oh, You are so Silent Jens è ad oggi il suo album più reperibile e più completo. Sicuramente il migliore per conoscerlo e farselo amico. (6.8/10)

 

 

Jens Lekman - Eugenetica pop (2007)

di Stefano Renzi
Vedi alla voce ineffabile. Un ragazzo piacevolmente privo di preconcetti e piacevolmente portato verso le melodie più carezzevoli e accattivanti. Una voracità inesorabile sotto l'indolenza blasé. Scintille di genio come tizzoni nella bambagia. Con l'opera seconda Jens Lekman stacca un biglietto sola andata verso l'olimpo del pop.

Quello tra la Svezia e la musica pop pare un connubio destinato a rinnovarsi all’infinito. Dai tempi del pre-pop-disco degli Abba sino alle recenti scorribande di una etichetta geniale e sottovalutata come la Labrador Records, questi ex-barbari dalle folte chiome dorate figli di Bjorn Borg e della Volvo, della dinamite e del mobilio a basso costo, sono sempre riusciti a reinventare il proprio abbecedario musicale finendo con il generare “fenomeni” che alle nostre latitudini manco ci immaginiamo. Probabilmente è una questione di geni o di genetica applicata alla materia musicale, oppure il frutto di una solidità economica con pochi paragoni al mondo, di uno stato efficiente e di servizi puntuali, di nove milioni di persone distribuite su di una superficie grande quasi quanto l’Italia nel suo complesso che si spartiscono risorse naturali inesauribili vivendo cullati nella bambagia anche con il solo sussidio di disoccupazione.

Sarà quello che sarà, in fondo non ce ne frega niente, anzi sì, per dirla tutta siamo un po’ gelosi poiché vorremmo che Genova somigliasse un po’ più a Malmoe, che a Palermo si vivesse come a Stoccolma e che magari, un giorno, da qualche parte in questo disgraziato Paese nascesse uno come Jens Lekman. Un fuoriclasse, uno di quelli che anche se ti stanno sul cazzo non puoi fare a meno di dire che ti piacciono. Uno con i controcoglioni, uno che i colleghi americani ed inglesi li guarda negli occhi senza imbarazzo e che nel camerino gli dà pure qualche dritta su come aggiustare le canzoni. Sogni, forse speranze, per il momento sicuramente illusioni che con ludico piacere ci costringono a guardare altrove e a scrivere l’ennesimo articolo su questo ventiseienne di Goteburgo anziché sul Mario Rossi della porta accanto che un disco “della Madonna” - massì, diciamolo - come Night Falls Over Kortedala non è ancora (forse non lo sarà mai) in grado neanche di pensarlo.

Alchimista dell’arrangiamento, folletto della melodia, artigiano dell’ironia, questo ventiseienne dai tratti aristocratici e dall’aria talvolta assonnata, è quanto di più di distante si possa immaginare dal prototipo di moderno cantautore, e non soltanto per quello che scrive e per come lo scrive ma anche per una visione ed un culto della propria arte totalmente agli antipodi rispetto a quello dei suoi colleghi.

Ho provato a farmi piacere My Space ed ancora oggi cerco di avvicinarmi alla sua logica mettendo on line una sorta di audio diario e altro materiale ma credo che si tratti di un insulto nei confronti di tutto quello che io amo della musica pop. Voglio essere personale, originale, e comunicare con le persone che amano la mia musica ma i contatti che ho su my space si riducono a conversazioni e commenti stupidi ed insignificanti…. Non puoi intavolare una discussione creativa ed intelligente con una persona attraverso una telefonata ad un cellulare oppure con un sms…”.

Fuori dal tempo, direbbero i Bluvertigo se ancora avessero pallottole da sparare. Fuori dal tempo come i suoi ipotetici maestri: Scott Walker, il Jonathan Richman solista, Stephen Merritt e, perché no, Mr. Morrissey, gente, che con il pop ha sempre avuto un rapporto particolarmente stretto anche se contorto e non certo immediato.

Mi piacerebbe essere Jonathan Richman probabilmente quanto a lui piacerebbe essere Lou Reed, ma siccome Jonathan non sarà mai Lou io non diventerò mai Jonathan per il semplice motivo che non potrei mai essere così spensierato. E forse è giusto che sia così. Probabilmente amerei la musica di Sthephen Merritt, ma ho avuto il tempo di sentire soltanto 69 Love Songs molto prima che la gente mi paragonasse a lui ed adesso non riesco più ad ascoltare le sue canzoni.”

Contorsioni e immediatezza: qualità che non mancano certo allo svedese, capace di essere sofisticato ma allo stesso tempo incredibilmente accessibile, intelligente (per quanto può palesarlo uno che scrive canzoni "pop") ma disincantato, quasi come se tutto quello che facesse e scrivesse non fosse altro che un agevole gioco di citazioni ed incastri, come una costruzione con il Lego di cui si possiede già lo schema definitivo. Ascoltare un suo album genera quindi la solita, incredibile, sensazione di déjà vu, come se quelle melodie e quegli arrangiamenti a volte così sfrontati facessero parte del nostro patrimonio musicale da una vita e che per qualche strano gioco del destino fossero state messe da parte, in un angolo della casa in attesa di tempi migliori per poter essere fruite.

Sono solito campionare dalle fonti più disparate, è per questo che le mie canzoni prendono delle direzioni insolite. Se trovo dei suoni pesanti di batteria che mi piacciono, campiono e metto da parte dicendomi “beh, un giorno li utilizzerò per qualche cosa”, e magari ci costruisco sopra un calypso.

foto: Jens Lekman 2007

Arte del campionamento che lo pone al fianco di personaggi maestri e pionieri del genere, come ad esempio l’olandese Solex che, seppur con modalità e finalità differenti, ha ispirato il Nostro in questo riciclaggio onnivoro che assume pop per rigenerarne di nuovo, che ingurgita immondizia per rivomitare diamanti, un varco dimensionale aperto sul luogo fatato dove Mariah Carey comincia ad avere un senso. “Fantasy è una delle mie canzoni preferite. Amo tutte le sue ballate del primo periodo, si tratta di canzoni semplici, storie d’amore incredibili.. Ascoltarle equivale a sognare.”

Che Mariah abbia avuto un peso nella formazione del Nostro pari a quella del Moz non deve scandalizzare, perché Jens è e rimarrà sempre un ragazzo di campagna, talentuoso e bravo fino all’eccesso ma pur sempre un sempliciotto e come tale al di sopra di tutte le forme di snobismo musicale unanimemente riconosciute. Per lui una canzone è soltanto una canzone, e una bella canzone è prima di tutto una bella canzone, non conta se ad interpretarla è una popputa mulatta coi glutei ipertrofici o un essere asessuato con dei fiori che gli pendono dalle tasche. La cosa principale è quello che si vuole trasmettere, il messaggio. Comunicare è il fine e per farlo si segue il cuore, non la mente degli altri. Se poi si finisce per somigliare più a Scott Walker che a Paul Young ben venga, ma non è questo il punto.

Jens-mente illuminata verrebbe da dire, talmente pura e priva di spocchia da finire col piacere a chi la spocchia la mangia persino a colazione, talmente “oltre” da riuscire a vendere come carne fresca cose che fino a ieri avrebbero fatto rabbrividire le orchestre da ballo della Costa Crociere, siano queste ispirate da un Bacharach in versione love boat (Sipping On The Sweet Nectar) oppure da uno Scott Walker in catalessi (And I Remember Every Kiss).

E’ il prezzo da pagare quando si fa (o si torna a fare) i conti con il pop, con quello vero che chiede semplicemente di raccontare storie e nel farlo riuscire a farsi piacere il più possibile. Elementi di secondaria importanza per alcuni, vitali per altri che forse non riusciranno mai a capitolare di fronte all'evidenza di una manciata di canzoni come quelle contenute nell'opera seconda di Jens, Night Falls Over Kortedala: brani dentro ai quali puoi precipitare come riparato da una rete di sicurezza, scoprendo ad ogni rimbalzo possibilità nuove, sfaccettature tanto insospettabili quanto inusuali. Qui sta la forza delle canzoni, qui sta la forza di Lekman, il ragazzo qualunque che chiede solo di scrivere canzoni. Come gli pare. Se vi pare.

  • And I Remember Every Kiss
  • Sipping On the Sweet Nectar
  • The Opposite of Hallelujah
  • A Postcard to Nina
  • Into Eternity
  • I'm Leaving You Because I Don't Love You
  • If I Could Cry (it would feel like this)
  • Your Arms Around Me
  • Shirin
  • It Was a Strange Time in My Life

Night Falls Over Kortedala (Secretly Canadian,  settembre 2007)

di Stefano Solventi

Il caro, vecchio Jens. Strano, eppure nascono proprio sensazioni di questo tipo ascoltando il nuovo lavoro lungo - appena il secondo - del giovane cantautore svedese, così forte la sensazione che procura l'imbattersi nuovamente con questa calligrafia tanto ciondolante quanto marcata, languida e frondosa, cazzona e sofisticata. Una scaletta che nei soli primi due pezzi squaderna afrori da Scott Walker in dormiveglia (And I Remember Every Kiss) e dance soul da Bacharach sul love boat (Sipping On The Sweet Nectar), senza tralasciare quella certa inclinazione post-wave da Morrissey scarabocchiato sul diario (la malinconia dolcissima e strapazzata di Shirin). Palpiti e tremori stemperati tra sogni esotici (A Postcard To Nina) e rigurgiti disparati (i REM di Near Wild Heaven nella struggente Your Arms Around Me, una inopinata La Colegiala nell'ineffabile Into Eternity) fino a una geniale regressione nella ninna nanna belleandsebastiana di It Was A Strange Time In My Life.

Certo, la scrittura paga pegno inevitabilmente ad una certa ripetitività, forse anche un po' di quella freschezza raffazzonata e carbonara si disperde nel cesello sempre più definito degli arrangiamenti (archi e trombe, vibrafonini e percussioni, strani campioni come miraggi al ralenti), quasi che il Nostro avesse messo sul serio il maestro Stephen Merritt nel mirino. Alla fine però tocca capitolare di fronte all'evidenza, perché è un lavoro che ti ci tuffi come nella rete di sicurezza, scoprendo ad ogni rimbalzo possibilità nuove, sfaccettature tanto insospettabili quanto inusuali, come nelle conclusive Kanske Är Jag Kär I Dig - funky soul pervaso di strane allucinazioni TV On The Radio - e Friday Night At The Drive-In Bingo, il sax da orchestrina di periferia per un piccolo inno al disimpegno trafelato.

Ad accompagnarlo in questa straordinaria cavalcata altre due teste pensanti della contemporanea scena pop svedese, le amiche El Perro Del Mar e Frida Hyvonen, che hanno inciso sulla gestazione dell’album molto di più di quanto si possa intendere e pensare. Ovvero, in quel modo particolare che non può non caratterizzare tutto ciò che circonda l'universo scombiccherato e ineffabile del caro Jens. Il quale ha infatti dichiarato: “El Perro e Frida) sono due geni. El Perro doveva produrre l’intero album ma alla fine ha deciso lei stessa che si sarebbe trovata molto più a suo agio in un ruolo più defilato. Ci siamo ritrovati nel suo studio, lei si è seduta dietro di me limitandosi ad annuire con la testa, sorseggiando una tazza di caffè…Era tutto quello di cui avevo realmente bisogno.” Che dite, c'è bisogno di commentare? (7.2/10)