Tra Morrissey, Stephen Merritt e Jonathan Richman, Jens Lekman è uno di quelli che non passano inosservati, un artigiano delle povertà in grado di estrarre dal cappello a cilindro echi di leggerezza patinata, sospesa tra compostezze Tin Pan Alley e classe à la Scott Walker.

Dice che le sue canzoni nascono per far accadere qualcosa e le realizza
nel più estemporaneo dei modi, decorandole con l'uso di campioni.
Per lui un brano è come un albero di natale che va addobbato
in economia, rubando suggestioni d'epoche spensierate che conferiscono
una sconcertante allure naif.
La semplicità gli viene facile, fin troppo e non è per niente
figlia della nostra epoca - a tratti sembra di ascoltare i reperti di un teletrasportato
negli anni '50 proprio come il protagonista di Ritorno al Futuro.
Ma lui si schernisce, dichiara che pagherebbe oro per indossare i panni di
Jonathan Richman, il cui esempio di spensieratezza e ingenuità gli risulta
inimitabile (come dargli torto?).
E chiaramente la falsa modestia di quelli che, per dote e per gusto,
per intuito e per talento, possiedono quelle voci lì, che incantano
a prima vista, che fermano la gente per le strade. E la melodia che ti sembra
di aver sempre sentito. E lispirazione perennemente nel taschino. Di
tutto questo Jens è ben consapevole, sono certezze che si porta dietro
andando per case e vie, bazzicando compleanni e feste adolescenziali alla costante
ricerca di un quotidiano il più possibile distante dalle brutture, di
una benedetta ingenua innocenza capace di spandere un sorriso su ogni amarezza.
Così vicino così lontano, quindi, dalla sua e dalle nostre vite.
Jens Lekman è insomma uno di quelli che non passano inosservati, un
artigiano delle povertà in grado di estrarre dal cappello a cilindro
echi di leggerezza patinata, sospesa tra compostezze Tin Pan Alley e
classe à la Scott Walker. E aggraziato e malinconico come
il Morrissey maturo, capace altresì di sfoggiare quella sorniona
eleganza che è da sempre caratteristica di Stephen Merritt. Lintonazione
e il timbro sono teneri, soavi, scanzonati come il più sognante Kevin
Ayers.
Questi alcuni dei campi magnetici che generano le alchimie delle sue canzoni,
composizioni che germogliano tra i circuiti di vecchi registratori, i soli
che gli garantiscano l'intimità e il gracchio della flagranza. Se c'è un
motivo per cui il giovane svedese impazzirà non sarà certo per
il tarlo dell'arrangiamento perfetto, bensì per quella cocciuta ricerca
di genuino, di certi vecchi nastri e di certi vinili tolti alloblio polveroso
delle soffitte. Limmediatezza come succedaneo della perfezione. Limperfezione
come corollario inevitabile, quasi organico, dellespressione.
Al diavolo la tecnologia e i grossi studi di registrazione, Lekman sa che prima
di tutto le canzoni non gli appartengono ma gli scorrono addosso. Lui le interpreta,
fiuta una traiettoria che è già lì nell'aria. E Jens
stesso il primo a farsi influenzare da quel che canta. Ecco perché non
ama i motivi tristi, quelli che scriveva nel 2000, diciottenne, con in testa
perlopiù gli Smiths e Bill Callahan. Preferiva di gran
lunga i party scanzonati, le estemporanee festicciole di compleanno, quelle
piccole eccezionalità quotidiane cui una canzone poteva regalare scampoli
dallegria, di magia tenera e burlona.
Anche questo è Jens Lekman, e non manca di trasparire fin dalle prime
friabili architetture incise su cdr e bootleg. Lavori in bilico tra raffinatezza
e spontaneità, costantemente in progress, stampati in poche decine di
esemplari (vedi le 20 copie di Wallpaper, celebrante la collaborazione
on stage con i June Panic, Scout Niblett e i fratelli Danielsson).
Andrà avanti così per tre anni, radunando attorno a sé un
consenso sempre più nutrito ed entusiasta, snocciolando titoli su titoli
(a parte un improduttivo 2001, definito da Jens stesso come nefasto,
non ci è dato sapere perché).
Nel 2003 finalmente trova la via della stampa ufficiale per i tipi
della Service Records. Da allora è un fiume in piena.
La leggenda dava Jens Lekman come un ragazzo piuttosto taciturno; noi, nel corso di quest’intervista svolta in occasione della sua data al Covo di Bologna, abbiamo avuto modo di ricrederci. Chiusi nel backstage, con la musica della pista che filtrava rumorosamente dalla porta, abbiamo chiacchierato a lungo: senza lesinare racconti anche piuttosto intimi, l’ultimo fenomeno pop svedese ci racconta con trasparenza e tranquillità dell’intreccio tra la musica e l’amore che tanto contraddistingue la sua produzione, citando canzoni su canzoni e dischi su dischi.
Ah, io adoro i dittafoni.
Lisa è la mia migliore amica ed il giorno che ho scritto quella canzone era il suo ventunesimo compleanno. Io non avevo nemmeno un soldo in tasca ed ero disoccupato. Così le ho scritto questa canzone e gliel’ho cantata dal quarto piano mentre dormiva, di notte. Lei non si è svegliata… allora l’ho registrata. E’ un pezzo pieno di samba, o calypso: avete presente il disco di Van Dyke Parks, Discover America? Io adoro quel disco.
Beh, ai tempi mi ero lasciato con la mia ragazza e ci dicemmo delle cose piuttosto brutte, successe di tutto. Era un pessimo anno e non riuscivo nemmeno a scrivere una canzone – non facevo realmente nulla, ero disoccupato e non andavo a scuola. Vivevo con i miei genitori. Non succedeva niente di niente; avevo ventun anni. Frequentavo una scuola d’arte, ma ai tempi ero appena passato a lingue.
La prima è stata Maple Leaves. Ne ho registrato una prima versione, che poi ho cancellato altre mille volte per rifare da capo, non ne ero mai soddisfatto e non sono sicuro di esserlo nemmeno adesso. Non ho finito di fare i conti con quella canzone! Ne sono letteralmente ossessionato.
Molto poche. In genere sarei tentato di dirti che si tratta semplicemente del raccontare l’amore attraverso la musica. Sono un ragazzo semplice, sapete? Una che mi viene subito in mente è il cinguettio degli uccelli.
Da bambino dici? Beh, ci sono state diverse fasi. Mi ricordo un colpo di fulmine per Mikis Theodorakis, non so se lo conoscete, è quello che ha scritto Zorba (la canticchia con curiose onomatopee strumentali, NdR). Io quella canzone nello specifico la detesto, l’ho sentita troppe volte ormai, mi sembra naturale. D’altro canto lui ha scritto delle altre canzoni meravigliose. Canzoni pop. Poi non ho più realmente ascoltavo musica almeno fino ai sedici anni. La canzone che ha cambiato completamente la mia vita è stata Since I Left You degli Avalanches e mi è capitata sotto tiro esattamente nel solito 2001: ero in uno stato pietoso ed era perfetta. L’ho ascoltata a settembre e a dicembre, durante tutto l’autunno. Ed ascoltarla mi ha fatto essere sicuro che sarebbe arrivata una primavera. Ecco, quella è probabilmente la canzone a cui sono più legato, assieme a Transmission dei Joy Division.
(ride, Ndr) la cosa curiosa è che pur amando ed essendomi ispirato a talmente tanti musicisti, mi si stringe il cuore ogni volta che si fanno paragoni tra contemporanei ed “passati”: nel senso, mi sembra che il tutto sottintenda un sapore di fine e di discesa. Io la storia della musica la detesto. Ci sono stati talenti tanti grandi talenti ultimamente, anche solo nell’ambito strettamente pop, che continuare a valutare tutto esclusivamente in base al passato mi sembra ridicolo. Ad esempio: avete presente AllMusicGuide, no? Beh, lì non c’è nemmeno una remota possibilità di trovare un disco molto recente a cui vengano date le “cinque stelle”: è controproducente che la perfezione debba essere patrimonio dei vecchi dischi e basta. Non è giusto valutare al massimo soltanto i dischi che hanno già percorso almeno una ventina d’anni. E’ da conservatori. Capisco che la volontà sottostante l’operazione sia in qualche modo che un disco superi la prova del tempo; il punto è che io non credo personalmente in questa prova del tempo. Per quale ragione un album appena uscito non può già essere un capolavoro? Ok, magari non lo sarà domani ma chi se ne frega? Prendi Homework, dei Daft Punk: quando è uscito era incredibile, adesso non mi sembra che sia sentito ancora, come allora, così tremendamente fondamentale. Eppure quando è uscito aveva tre stelle, adesso ne ha cinque. Alcuni lavori non nascono per essere classici: nascono classici e poi muoiono. Che problema c’è in questo?
In Svezia è molto strano. Il fenomeno dell’indie si sente parecchio già da almeno quindici anni. Voglio dire, uno come Morrissey è talmente famoso che (e questo credo proprio di averlo detto durante l’intervista ad un giornale italiano) quando io ero più piccolo i ragazzi più grandi che mi picchiavano ascoltavano Morrissey. E’ tutto sottosopra. Eppure mi fa ridere perché un mio amico americano mi ha detto che in America succede la stessa cosa ma gli Smiths sono sempre roba per outsiders, nel senso che la gente che è picchiata è quella che ascolta gli Smiths.
Assolutamente. Capisco che a quindici anni ascoltare i pezzi degli Smiths fosse perfetto per un certo tipo di adolescenti non integrati, diciamo. Io stesso lo avrei fatto. Per il resto, non sono convinto che crescendo Morrissey abbia ancora avuto (ed abbia) tanto da dire. Crescere negli anni novanta in Svezia voleva dire “io non riesco ad ascoltare questa musica, non ha niente da dirmi”.
Euro-techno! (ride, NdR)
Sono stato ad un ottimo numero di party nei boschi, ma non mi sono mai fatto, né niente. In Svezia ci sono un sacco di foreste, ed un po’ di tempo fa era un fenomeno molto diffuso – ma resta un luogo decisamente più “indiepop” che altro…
Si tratta di un sentimento; ed è un tipo di sentimento che potrebbe farti fare molte cose, ma non gridare “hallelujah!”. E’ ovviamente una parola religiosa, ma io la uso in senso completamente laico, come si potrebbe dire “magnifico!” o “eccezionale!” quando vinci un milione di dollari. Il pezzo racconta di qualche tempo fa: io portai mia sorella su una spiaggia, in Svezia, perché la nostra famiglia stava passando un periodaccio ed io volevo parlarne con lei in pace, faccia a faccia. Alla fine non abbiamo parlato quanto avrei voluto ed io ne sono rimasto piuttosto male; io volevo parlarle di emozioni e tutto ma, è stato buffo, quando sono arrivato lì mi sentivo un po’ stupido, mi sembrava il gesto stesso di averla portata lì con quel fine fosse piuttosto volgare (cheesy, dice Jens, più o meno intraducibile, ndr). Una volta davanti al mare mi sembrava di dire solo sciocchezze. Inoltre è un tributo a mia sorella, la amo moltissimo. Avete presente l’ice hockey? Credo che in Italia sia di gran lunga più famoso il calcio, ma in Svezia l’hockey sul ghiaccio è molto radicato. Insomma lì, alle partite, si vedono sempre questi genitori con gli occhi pieni di speranza, che i loro figli, che hanno accanto, diventino le star che loro non sono mai diventati: io ho la stessa sensazione con mia sorella, ho gli stessi desideri di quei genitori. Se tutto nella mia vita dovesse fallire, io avrei sempre lei e credo che finirei per proiettarle addosso i miei sogni.
No, non lo sono. Qualche tempo fa ho pensato di esserlo, ma mi sono dovuto ricredere clamorosamente. Le cose non sono andate per il verso giusto.
Certo, certo; la mia canzone di conquista è Julie. Era una ragazza che non conoscevo a dir la verità, quindi l’ho scritta per convincermi a farlo. Ho scoperto due settimane fa, tra l’altro (ride, ndr) che il suo nome non è Julie! Mi ha raccontato un sacco di bugie e ti dirò che la cosa mi è piaciuta, perché non era fatta con cattiveria, ma, in un certo senso, con civetteria; lei fa l’attrice di professione. Ancora non ho idea di quale sia il suo vero nome.
Oh grande! E’ senz’altro una delle mie canzoni che preferisco. Non è una canzone triste, è una canzone malinconica che cerca di mettere in versi la facilità con cui ci si innamora e la semplicità con cui, poi, tutto si affievolisce fino a sparire ma senza la sofferenza, i cuori infranti: l’amore che svanisce in un soffio. Ad ogni modo quello che conta è il tempo passato con quella persona e nello specifico con quella persona che mi faceva tanto ridere. Credo che si tratti di questo alla fine – la vera chiave al mio cuore, come dice del resto il testo, sono le risate. Non riuscirei mai a innamorarmi di qualcuno senza il senso dell’umorismo. L’ultima ragazza di cui mi sia innamorato aveva un meraviglioso senso dell’umorismo, resta forse la persona che mi ha fatto ridere di più nella mia vita. E’ così che ho messo assieme la mia band: ho scelto la gente più divertente, quella cui stare accanto era un piacere perché il tempo passava velocemente, senza noia.
Questa è la mia nuova band ed io l’ho messa assieme specificamente per questo tour. Un sacco di musicisti, sinceramente, volevano venire a suonare con me così ho dovuto tenere delle audizioni: ho scelto i migliori, i più simpatici e probabilmente è curioso che la maggior parte di loro fosse di sesso femminile. E’ sicuramente vero che comunico molto meglio con le donne che con gli uomini. Quando ero negli Stati Uniti, qualche tempo fa, sempre in tour – ero con sette uomini; non riuscivo ad esprimermi al meglio con loro, non ci comunicavo troppo. Le ragazze sono davvero più divertenti (ride, ndr).
Si ho utilizzato dei campionamenti presi qua e là.
A Goteborg c’è un posto dove vendono dischi a un
dollaro ed io ci spendo tipo cento dollari a botta; ascolto tutte
le canzoni di quei dischi per ore, a casa e cerco qualcosa da campionare.
Ad esempio, una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi è Gravedigger
Blues dei Beat Happening, quella che uso su Pocketful
of Money. Io tra l’altro ho una venerazione personale per Calvin
Johnson ed impazzisco per il suo album solista, What Was
Me. A giugno suonerò con lui in Svezia. In giro per gli
Stati Uniti l’anno scorso mi sono veramente reso conto fino a che punto
la sua influenza sia stata fondamentale e determinate per un enorme numero
di banducole americane…poi, lo saprai, l’ho scritto sul sito,
il pezzo col campionamento non è uscito sulle versioni americane perché non
volevo dare fastidio a nessuno; non che lui fosse in disaccordo, non è,
credo, il tipo di persona che possa esserlo circa una cosa di questo tipo (visto
che si tratta di un omaggio, comunque). Gli ho parlato, non era lui quello
a cui non volevo dare fastidio, piuttosto direi i suoi fans.
Potrebbe esserci, si. Ne ho fatti almeno dieci di cd-r…quello era un piccolissimo disco. E comunque ho deciso che non registrerò più LP, soltanto EP, singoli e minialbum; gli album non mi piacciono. Ne parlavo con la Secretely Canadian ed ovviamente non hanno fatto i salti di gioia, anzi direi che si sono proprio messo le mani nei capelli…così siamo arrivati ad un compromesso: io gli ho detto “farò dei dischi con sette canzoni” e loro “no, no almeno otto canzoni” ed io “no! Otto canzoni non è più un minialbum! E’ un album! Pink Moon ha otto canzoni ed è uno dei dischi interi più celebri di tutti i tempi!” Non so mi sembra un po’ stupida questa fissazione su di una canzone in più.
No, non mi pare, nessuno di così importante…ma no, che dico. Ho incontrato Dan Tracey dei Television Personalities. E’ stato magnifico – ancora adesso continua a spedirmi cartoline. Suonerò presto anche con lui. Quando ho suonato a Londra lui era in mezzo al pubblico e ballava come un ragazzino, era bellissimo da vedere. Mi fa ridere che pare che lui e Calvin Johnson siano nemici, anche se magari non dovrei aprire bocca sull’argomento..
Visto che me lo chiedi, una cosa che ho odiato è il fatto di essere stato criticato per non aver messo alcuna sfaccettatura politica in Do You Remember the Riots? Mi è risultato odioso perché quella non è una canzone politica ed è molto chiaro fino a che punto non lo sia. E’ una canzone d’amore. E poi il bello è che quando George Bush è venuto in visita in Svezia era circondato da questo assurdo timore reverenziale – il clamore era “oddio, il presidente degli Stati Uniti è qui” e non “oh, questo stronzo è qui andiamo a tirargli i pomodori in faccia”. Mi è sembrato ipocrita criticare me per questa sciocchezza e non prendersela o non assumere lo stesso atteggiamento verso quest’altra. Del resto, noi svedesi siamo famosi per questa nostra triste neutralità.
Però, in genere, devo dire, preferisco senz’altro parlare delle cose che amo e non di quelle che odio. Ad esempio, dal punto di vista musicale, amo il presente: i 2000 di cui sia parla così poco (si parla molto di più degli 80s) ed in Svezia c’è molto da ascoltare, da scoprire. Sto mettendo insieme una compilation delle mie band svedesi preferite, che peraltro per lo più cantano in svedese. La vedrete in giro tra non troppo.

Cinque tracce, cinque gioielli. A partire dalla title-track, con
quei festoni iridescenti darchi e campanellini (samples entrambi),
la saltellante ritmica funky-soul e la voce come un Morrissey in
estasi chiesastica. Eppoi gli influssi new romantic nellevanescenza
dei coretti e nella frase di tastiera, quel senso di stare insieme
come un gioco, come una scommessa con per posta un pezzo di vita.
Un attimo prima che ci convinca dessere lennesimo ragazzo prodigio
nellarte di combinare e giustapporre piccoli graziosi frankenstein sonori,
ecco arrivare la trepida minuzia di Sky Phenomenon, ballata per piano,
voce e malinconia, un volo basso proiettato nello schermo magico del cielo
svedese, le stesse frequenze sintonizzate dalla conclusiva Someone to share
my life with, lo stesso vuoto pneumatico di prospettive in cui sagita
un languore gracile e asciutto, accompagnato stavolta da un vibrafonino e da
una chitarra con voglia di soul.
Se Pocketful Of Money è il RnB segaligno con derive reggae che
non ti aspetti (quel coro sardonico su civetteria di trombe è uninezia
indimenticabile), con Black Cab il caro Jens cala la carta della pop
song perfetta, doppio fraseggio di clavicembalo e chitarra, voce impegnata
a sciogliere versi laconici, lenfasi contenuta del chorus con svolazzante
innesco darchi e lo struggimento obliquo del bridge. Applausi. A scena
aperta.
Inevitabile che il nome di Lekman inizi a girare. Intanto, le classifiche svedesi
lo premiamo con un lusinghiero undicesimo posto. Per quel che vale. (7.5/10)

Con questo ep Jens intende congedarsi dallo pseudonimo
che lo ha accompagnato per anni. Pseudonimo mai voluto in realtà,
frutto di un equivoco per cui Lekman venne identificato con il
protagonista della sua canzone Rocky Dennis farewell song to
the blind girl, dedicata al protagonista del film The
Mask, una triste storia vera da cui era rimasto molto colpito.
Probabile che poi Jens ci abbia marciato, fatto sta che a un certo punto ha
sentito il bisogno di darci un taglio. E nel migliore dei modi, a giudicare
dalla sbrigliata tenerezza soul di cui è pervaso il pezzo chiave Jens
Lekman farewell song to Rocky Dennis. Incantesimi colti in un giardino
di seducenti delizie orientali (il vibrafono, gli archi, i legni, larpa
della già citata Rocky Dennis farewell song to the blind girl, col suo
substrato di brume moderniste), scolpito nel vapore di una mestizia defilata
(la struggente If you never need a stranger, contrabbasso e piano, una
melodia cartilaginosa che rimanda a certi prodigi Belle And Sebastian,
quello splendido finale con evanescenza darchi e coro femminile).
Più un breve strumentale, Rocky Dennis in heaven, archi e chitarra,
dove puoi sentire che in qualche modo anche il folk più tradizionale
centra qualcosa. (7.2/10)

E quindi un Lekman ben più rodato di quanto non
dica la discografia ufficiale, quello che nellaprile del
2004 debutta su lunga distanza con When I said I
wanted to be your dog. Dieci le tracce, nessuna
inedita ma molte reincise per loccasione, in cerca di quella
forma perfetta a cui la volontà di Jens tende pur sapendola
irraggiungibile. Per costituzione. Per indole.
Prendete Maple Leaves, ossessione dichiarata di Lekman, perennemente
innamorato e insoddisfatto di questo pezzo: qui è presente in versione
meno natalizia ma ugualmente efficace, tra il fiabesco Mercury Rev e
le calde melodie daltri tempi di Bing Crosby, roba da cuffie di
pelo alle orecchie e pattini su ghiaccio, con più di un aggancio alla
classica Mr Sandman dei Four Aces.
Immutata invece la stupenda If you ever need a stranger rispetto al
Rocky Dennis ep, però penalizzata dalla posizione in scaletta, venendo
subito dopo la spumeggiante You are the light, splendido marchingegno
pop-soul che frulla Bacharach, Brian Wilson e Scott Walker con
disarmante disinvoltura, grandi effetti fiatistici, archi vellutati e stop
and go intanto che il clap hand rimarca con beato scazzo e i coretti femminili
solleticano fantasie spectoriane, come capita di sentire nei migliori Belle & Sebastian.
É una parata di quadretti senza filo conduttore, legati però da
quel senso di fragile intimità, dimpressione profonda abbozzata
in acquarello struggente, comprendendo in un solo gesto il grave e lirrisorio,
il valore e la fuggevolezza. Come nel campo magnetico di Psychogirl, ballata
a cuore aperto con accoratissimi violini su banjo zampettante (è il brano
più nostalgico e toccante del lotto). O come quando in Cold Swedish
Winter utilizza i modi del folk più delicato per sciorinare una beffarda
invettiva (nel mirino, tra gli altri, Lou Reed) che è assieme dichiarazione
damore per lamata Svezia.
Se non tutte, Jens sembra voler mostrare molte delle frecce in faretra: lepica
periferica delliniziale Tram #7 to heaven (quelle apparizioni
sconcertanti di arpe, campanellini, organi e fruscii, il gracchio della puntina
in sottofondo, i violini che nel momento di maggior pathos stridono sulle casse,
il canto di Lekman semplice e emozionante come Bono Vox non sarà mai
più), i minimi termini armonico-strutturali di Silvia (praticamente
il più romantico e rilassato dei Jonathan Richman, anche qui
attenzione alle liriche!), lerrebì a cappella di Do you remember
riots? (duetto lui/lei con il solo sottofondo di scocchi e battiti di mani,
semplicità assoluta e raffinatezza da oscar, il ricordo di uno scontro
di piazza raccontato nel più trasversale dei modi camminando sul filo
tra amarezza e ironia). E poi ancora il patchwork Kinks/Simon & Garfunkel tenuto
insieme col nastro adesivo di Julie, per arrivare a quellapoteosi
lekmaniana che porta il titolo di Happy birthday, dear friend Lisa,
che è proprio ciò che il titolo suggerisce opportunamente asperso
di genio gracile (lelementare efficacia di quei campioni, lirresistibile
prevedibilità della svolta bossanova) ed eleganza stralunata (il contrappunto
malinconico della tromba, la flemma increspata della voce).
Neppure quaranta minuti, però bastevoli a dimostrare il flagrante talento
e linconfondibile calligrafia, ribaditi dalle due tracce aggiunte nelledizione internazionale per
i tipi della Secretly Canadian, licenziata in settembre: una A higher power che
gioca a sventagliare e disinnescare lenfasi della melodia (melodia rinascimentale
con un bel quartetto darchi arioso e energico, limpeto stratificato
degli archi, le scie brumose dei legni e degli ottoni, lindolenza soul
del canto), e quella title track Reed-iana (ma con tanto amore) che dipana
malinconie languide e sonnacchiose, un romanticismo smaliziato, sempre sul
punto di farsi caricatura come anche di rapirti nel suo abbraccio incantato.
Lekman non fa mancare nulla ai propri ascoltatori: tenerezza, ironia, romanticismo,
nostalgia, speranza, rilassatezza, amore, gioia, tristezza e malinconia. Cosa
vogliamo da una melodia se non che sia in grado di cambiarci lo stato danimo?
Lui ci riesce. Fate voi. (7.8/10)

Licenziato in maggio il cdr I killed a party again (100
copie per cinque grinzosi pezzi tra lincantevole
e lo sbracato - incisi in assoluta povertà di mezzi,
tanto per non lasciare nulla dintentato), a luglio vede
la luce questo Julie ep, di fronte
al quale viene da credere alle parole di Lekman quando asserisce
di avere nel cassetto un centinaio di buone canzoni che aspettano
solo dessere eternate su disco.
Il leit-motiv è lo stesso: levità e malizia, una sgraziata tenerezza,
la sbilenca vis affabulatoria. Sfila lerrebì scoppiettante di A
sweet summer night on Hammer Hill (la smaltata svenevolezza di Morrissey nellorgia
etilica di un pub ridanciano), il soul-pop con chitarrina jingle-jangle e carezzevoli
volute darchi di I saw her in the anti war demonstration, le luci
basse da folk-blues disincantato in A man walks into a bar (uno Scott
Walker in disarmo, un Fred Neil senza centro di gravità,
unarmonica che spunta dal taschino come il saluto dun amico caro).
Tre operette senza clamore, tre occasioni di subbuglio intimo e invisibile,
incastonate tra il folk acidulo e sgranato di Julie (banjo e fisarmonica,
tamburelli e fiddle, canto e controcanto, suggestioni nordiche sintrufolano
tra preziosismi soul) e la placida mestizia di Another sweet summer night
on Hammer Hill, coi suoi field recordings, gli sbuffi di cello e trombone,
gli spruzzi di chitarra, la voce che sembra rimbombarsi nell'intimo e su verso
il cielo stellato, la magica evanescenza del coro femminile. In coda, la repentina
apparizione di You are the light sembra cospargere il tutto di una luminosa,
fiabesca , coinvolgente speranza. (7.1/10)

Apparecchiato in agosto dalla Secretly Canadian in vista dellimminente distribuzione europea di When I said I wanted to be your dog, questo ep ricicla sostanzialmente il trittico centrale del Julie ep anteponendogli la squillante title-track (circa la quale vedi sopra) e chiudendolo con una reprise che è poi identica a quella che chiude lo stesso Julie ep. Poco da aggiungere quindi rispetto a quanto già scritto, se non che la statura da classico sbarazzino di You are the light merita senzaltro questa specie di consacrazione. (7.0/10)

Dal vivo si era capito da quale parte Jens voleva imburrare
il suo irresistibile toast: da quella dei Belle & Sebastian.
Ed ecco così il nuovo singolo The
Opposide Of Hallelujah, contrappunto
di pianoforte, melodie sbarazzine per violino e campanellini
e, naturalmente, la voce di Jens... Stephen
Merritt side a ricordare
proprio da vicino la band di Glasgow.
A completare, la natalizia
e fifties No
Time For Breaking Up, con
tanto di gracchio di vinili (Bing Crosby? Sì, certamente),
l'altrettanto catastroficamente tua I don't wanna die alone,
e infine la soffice ballata finale Love
is Still a Mystery, con tanto di gabbiani sullo sfondo.
Da avere. (6.5/10)
Jens Lekman ha un profilo disegnato a pastello.
Ha la pelle lucida, un sorriso di denti molto piccoli ed una
mimica facciale aggraziata. Di persona, assomiglia spaventosamente
alla sua musica: si muove leggero ricalcando la qualità immateriale,
leggera e pulita della sua voce, parla lentamente e canta con
la stessa tensione emotiva che emerge dai bit incastrati digitalmente
sul, unico, disco (When I Said I Wanted to be Your
Dog) e dai suoi, molti, EP.
Nessuna sorpresa, dunque, piuttosto la conferma puntuale che i batticuori, le
aspettative, le delusioni, gli attimi di gioia e la malinconia inscritte nelle
parole di canzoni come Maple Leaves vengono da una mano in carne ed
ossa che è capace non solo di chiudere in tre minuti cammei affettivi
universali quanto individualmente contingenti, ma di riprodurli ad arte anche
dal vivo.
Ci si sarebbe potuti aspettare agilmente un concerto interamente acustico (e
non che la mancanza degli arrangiamenti quasi orchestrali di molti pezzi avrebbe
inficiato particolarmente l’efficacia di canzoni sorrette comunque da uno
scheletro molto solido) ed invece, sul palco, questo Jens Lekman compare tutt’altro
che solo: al suo fianco suonano quattro donne e due uomini, una vera e propria
piccola banda. Basso, batteria senza grancassa, tastiera (tutto sommato poco
presente negli arrangiamenti live), cello, violino e banco effetti. E Psychogirl, You
Are the Light e la nuova ed ancora non edita The Opposite of Hallelujah suonano
quasi perfette. A sorpresa il complesso esegue anche A Pocketful
of Money, l’omaggio a Calvin Johnson mai edito in America che campiona Gravedigger
Blues dei Beat Happening: il pezzo, campionato anche dal
vivo, genera imprevedibilmente un effetto di presenza/assenza che ha del magico.
Necessariamente a cappella seguono Do You Remeber The Riots e If
You Ever Need A Stranger, introdotta da una richiesta di
dedica.
Il concerto non dura a lungo – non abbastanza: un’oretta piuttosto
scarsa.
L’encore è un Jens Lekman abbracciato ad un ukulele al cui manico è arrotolato
un fiore bianco di plastica reminiscente del gusto floreale delle apparizioni
del Morrissey più datato. Senza microfono, al limite esterno del palco
deserto, l’autore svedese domanda al pubblico di fare silenzio mentre intona
una Julie che, spogliata degli arrangiamenti, si mostra per la filastrocca
infantile/dichiarazione di devozione che è. Ci saranno altri bis nel prato
del Covo, aggiunge alla fine del pezzo, per chiunque li chieda.
Due ore dopo il locale rigurgita la folla immemore del sabato sera e Jens resta seduto nel backstage, pronto a dispensare ricordi di cuori infranti e canzoni di compleanno a chiunque abbia l’estro di fare le scale verso la sua porta.

E' una raccolta di una buona oretta, che contiene materiale proveniente da vari mini album ed EP usciti precedentemente all'esordio discografico: Maple Leaves, Rocky Dennis In Heaven e Julie.
Alle quattordici tracce conosciute sono stai aggiunti tre inediti, canzoni di fattura discreta ripescate dal proprio “Department of Forgotten Songs”, dove colleziona out-takes, unreleased e demo sconosciti ai più. Si tratta della quasi omonima At the Dept. of Forgotten Songs, che funge da intro all’album; F-word, delicata ballata post-rock con sottofondo di grilli e The Wrong Hands, dove il buon Jens si cimenta con un beat quasi caraibico, riuscendo sorprendentemente a far centro anche con questo mood. Oh, You are so Silent Jens è ad oggi il suo album più reperibile e più completo. Sicuramente il migliore per conoscerlo e farselo amico. (6.8/10)
Vedi alla voce ineffabile. Un ragazzo piacevolmente privo di preconcetti e piacevolmente portato verso le melodie più carezzevoli e accattivanti. Una voracità inesorabile sotto l'indolenza blasé. Scintille di genio come tizzoni nella bambagia. Con l'opera seconda Jens Lekman stacca un biglietto sola andata verso l'olimpo del pop.
Quello tra la Svezia e la musica pop pare un connubio destinato a rinnovarsi all’infinito. Dai tempi del pre-pop-disco degli Abba sino alle recenti scorribande di una etichetta geniale e sottovalutata come la Labrador Records, questi ex-barbari dalle folte chiome dorate figli di Bjorn Borg e della Volvo, della dinamite e del mobilio a basso costo, sono sempre riusciti a reinventare il proprio abbecedario musicale finendo con il generare “fenomeni” che alle nostre latitudini manco ci immaginiamo. Probabilmente è una questione di geni o di genetica applicata alla materia musicale, oppure il frutto di una solidità economica con pochi paragoni al mondo, di uno stato efficiente e di servizi puntuali, di nove milioni di persone distribuite su di una superficie grande quasi quanto l’Italia nel suo complesso che si spartiscono risorse naturali inesauribili vivendo cullati nella bambagia anche con il solo sussidio di disoccupazione.
Sarà quello che sarà, in fondo non ce ne frega niente, anzi sì, per dirla tutta siamo un po’ gelosi poiché vorremmo che Genova somigliasse un po’ più a Malmoe, che a Palermo si vivesse come a Stoccolma e che magari, un giorno, da qualche parte in questo disgraziato Paese nascesse uno come Jens Lekman. Un fuoriclasse, uno di quelli che anche se ti stanno sul cazzo non puoi fare a meno di dire che ti piacciono. Uno con i controcoglioni, uno che i colleghi americani ed inglesi li guarda negli occhi senza imbarazzo e che nel camerino gli dà pure qualche dritta su come aggiustare le canzoni. Sogni, forse speranze, per il momento sicuramente illusioni che con ludico piacere ci costringono a guardare altrove e a scrivere l’ennesimo articolo su questo ventiseienne di Goteburgo anziché sul Mario Rossi della porta accanto che un disco “della Madonna” - massì, diciamolo - come Night Falls Over Kortedala non è ancora (forse non lo sarà mai) in grado neanche di pensarlo.
Alchimista dell’arrangiamento, folletto della melodia, artigiano dell’ironia, questo ventiseienne dai tratti aristocratici e dall’aria talvolta assonnata, è quanto di più di distante si possa immaginare dal prototipo di moderno cantautore, e non soltanto per quello che scrive e per come lo scrive ma anche per una visione ed un culto della propria arte totalmente agli antipodi rispetto a quello dei suoi colleghi.
“Ho provato a farmi piacere My Space ed ancora oggi cerco di avvicinarmi alla sua logica mettendo on line una sorta di audio diario e altro materiale ma credo che si tratti di un insulto nei confronti di tutto quello che io amo della musica pop. Voglio essere personale, originale, e comunicare con le persone che amano la mia musica ma i contatti che ho su my space si riducono a conversazioni e commenti stupidi ed insignificanti…. Non puoi intavolare una discussione creativa ed intelligente con una persona attraverso una telefonata ad un cellulare oppure con un sms…”.
Fuori dal tempo, direbbero i Bluvertigo se ancora avessero pallottole da sparare. Fuori dal tempo come i suoi ipotetici maestri: Scott Walker, il Jonathan Richman solista, Stephen Merritt e, perché no, Mr. Morrissey, gente, che con il pop ha sempre avuto un rapporto particolarmente stretto anche se contorto e non certo immediato.
“Mi piacerebbe essere Jonathan Richman probabilmente quanto a lui piacerebbe essere Lou Reed, ma siccome Jonathan non sarà mai Lou io non diventerò mai Jonathan per il semplice motivo che non potrei mai essere così spensierato. E forse è giusto che sia così. Probabilmente amerei la musica di Sthephen Merritt, ma ho avuto il tempo di sentire soltanto 69 Love Songs molto prima che la gente mi paragonasse a lui ed adesso non riesco più ad ascoltare le sue canzoni.”
Contorsioni e immediatezza: qualità che non mancano certo allo svedese, capace di essere sofisticato ma allo stesso tempo incredibilmente accessibile, intelligente (per quanto può palesarlo uno che scrive canzoni "pop") ma disincantato, quasi come se tutto quello che facesse e scrivesse non fosse altro che un agevole gioco di citazioni ed incastri, come una costruzione con il Lego di cui si possiede già lo schema definitivo. Ascoltare un suo album genera quindi la solita, incredibile, sensazione di déjà vu, come se quelle melodie e quegli arrangiamenti a volte così sfrontati facessero parte del nostro patrimonio musicale da una vita e che per qualche strano gioco del destino fossero state messe da parte, in un angolo della casa in attesa di tempi migliori per poter essere fruite.
“Sono solito campionare dalle fonti più disparate, è per questo che le mie canzoni prendono delle direzioni insolite. Se trovo dei suoni pesanti di batteria che mi piacciono, campiono e metto da parte dicendomi “beh, un giorno li utilizzerò per qualche cosa”, e magari ci costruisco sopra un calypso.”

Arte del campionamento che lo pone al fianco di personaggi maestri e pionieri del genere, come ad esempio l’olandese Solex che, seppur con modalità e finalità differenti, ha ispirato il Nostro in questo riciclaggio onnivoro che assume pop per rigenerarne di nuovo, che ingurgita immondizia per rivomitare diamanti, un varco dimensionale aperto sul luogo fatato dove Mariah Carey comincia ad avere un senso. “Fantasy è una delle mie canzoni preferite. Amo tutte le sue ballate del primo periodo, si tratta di canzoni semplici, storie d’amore incredibili.. Ascoltarle equivale a sognare.”
Che Mariah abbia avuto un peso nella formazione del Nostro pari a quella del Moz non deve scandalizzare, perché Jens è e rimarrà sempre un ragazzo di campagna, talentuoso e bravo fino all’eccesso ma pur sempre un sempliciotto e come tale al di sopra di tutte le forme di snobismo musicale unanimemente riconosciute. Per lui una canzone è soltanto una canzone, e una bella canzone è prima di tutto una bella canzone, non conta se ad interpretarla è una popputa mulatta coi glutei ipertrofici o un essere asessuato con dei fiori che gli pendono dalle tasche. La cosa principale è quello che si vuole trasmettere, il messaggio. Comunicare è il fine e per farlo si segue il cuore, non la mente degli altri. Se poi si finisce per somigliare più a Scott Walker che a Paul Young ben venga, ma non è questo il punto.
Jens-mente illuminata verrebbe da dire, talmente pura e priva di spocchia da finire col piacere a chi la spocchia la mangia persino a colazione, talmente “oltre” da riuscire a vendere come carne fresca cose che fino a ieri avrebbero fatto rabbrividire le orchestre da ballo della Costa Crociere, siano queste ispirate da un Bacharach in versione love boat (Sipping On The Sweet Nectar) oppure da uno Scott Walker in catalessi (And I Remember Every Kiss).
E’ il prezzo da pagare quando si fa (o si torna a fare) i conti con il pop, con quello vero che chiede semplicemente di raccontare storie e nel farlo riuscire a farsi piacere il più possibile. Elementi di secondaria importanza per alcuni, vitali per altri che forse non riusciranno mai a capitolare di fronte all'evidenza di una manciata di canzoni come quelle contenute nell'opera seconda di Jens, Night Falls Over Kortedala: brani dentro ai quali puoi precipitare come riparato da una rete di sicurezza, scoprendo ad ogni rimbalzo possibilità nuove, sfaccettature tanto insospettabili quanto inusuali. Qui sta la forza delle canzoni, qui sta la forza di Lekman, il ragazzo qualunque che chiede solo di scrivere canzoni. Come gli pare. Se vi pare.

Il caro, vecchio Jens. Strano, eppure nascono proprio sensazioni di questo tipo ascoltando il nuovo lavoro lungo - appena il secondo - del giovane cantautore svedese, così forte la sensazione che procura l'imbattersi nuovamente con questa calligrafia tanto ciondolante quanto marcata, languida e frondosa, cazzona e sofisticata. Una scaletta che nei soli primi due pezzi squaderna afrori da Scott Walker in dormiveglia (And I Remember Every Kiss) e dance soul da Bacharach sul love boat (Sipping On The Sweet Nectar), senza tralasciare quella certa inclinazione post-wave da Morrissey scarabocchiato sul diario (la malinconia dolcissima e strapazzata di Shirin). Palpiti e tremori stemperati tra sogni esotici (A Postcard To Nina) e rigurgiti disparati (i REM di Near Wild Heaven nella struggente Your Arms Around Me, una inopinata La Colegiala nell'ineffabile Into Eternity) fino a una geniale regressione nella ninna nanna belleandsebastiana di It Was A Strange Time In My Life.
Certo, la scrittura paga pegno inevitabilmente ad una certa ripetitività, forse anche un po' di quella freschezza raffazzonata e carbonara si disperde nel cesello sempre più definito degli arrangiamenti (archi e trombe, vibrafonini e percussioni, strani campioni come miraggi al ralenti), quasi che il Nostro avesse messo sul serio il maestro Stephen Merritt nel mirino. Alla fine però tocca capitolare di fronte all'evidenza, perché è un lavoro che ti ci tuffi come nella rete di sicurezza, scoprendo ad ogni rimbalzo possibilità nuove, sfaccettature tanto insospettabili quanto inusuali, come nelle conclusive Kanske Är Jag Kär I Dig - funky soul pervaso di strane allucinazioni TV On The Radio - e Friday Night At The Drive-In Bingo, il sax da orchestrina di periferia per un piccolo inno al disimpegno trafelato.
Ad accompagnarlo in questa straordinaria cavalcata altre due teste pensanti della contemporanea scena pop svedese, le amiche El Perro Del Mar e Frida Hyvonen, che hanno inciso sulla gestazione dell’album molto di più di quanto si possa intendere e pensare. Ovvero, in quel modo particolare che non può non caratterizzare tutto ciò che circonda l'universo scombiccherato e ineffabile del caro Jens. Il quale ha infatti dichiarato: “El Perro e Frida) sono due geni. El Perro doveva produrre l’intero album ma alla fine ha deciso lei stessa che si sarebbe trovata molto più a suo agio in un ruolo più defilato. Ci siamo ritrovati nel suo studio, lei si è seduta dietro di me limitandosi ad annuire con la testa, sorseggiando una tazza di caffè…Era tutto quello di cui avevo realmente bisogno.” Che dite, c'è bisogno di commentare? (7.2/10)