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James Yorkston

di Stefano Renzi
Accade, a volte, che il semplice suono delle parole e di una chitarra acustica possa essere più sovversivo e frastornante di mille chitarre elettriche sparate alla velocità della luce. James Yorkston, un passato da punk rocker ed un presente da egregio folk singer, lo ha compreso al compimento del ventiseiesimo anno d’età e da allora ha staccato la spina del suo amplificatore per cercare rifugio in un angolo più intimo e confortevole del suo cuore.

Nell’anno del leopardo

Per molti anni, quello di James Yorkston è stato il cuore di un folk singer imprigionato nel corpo di un marcio punk rocker. Spinto dalla tipica urgenza espressiva post adolescenziale, infatti, il buon James afferra per un braccio la fidanzatina di allora e, appena diciassettenne, abbandona la natia Kingsbams per raggiungere la più eccitante Edimburgo, in cerca di qualche altro scapestrato giovanotto con il quale mettere in piedi una band. Poche settimane e il sogno si avvera: Yorkston, allora poco più che maggiorenne, inizia la sua avventura come bassista in seno agli Huckleberry, formazione con la quale darà alle stampe alcune produzioni indipendenti di scarsa rilevanza. Il germe del folk, però, cova nelle viscere del futuro menestrello in attesa di rivelarsi e dopo qualche approccio solitario, consumato tra l’intimità delle mura domestiche, l’oramai ventiseienne James trova il coraggio per staccare il cordone ombelicale con il passato e gettarsi a capofitto nella nuova avventura acustica.

James Yorkston 2005, foto di Nathan Seabrook

E’ il 1996, e dopo qualche show improvvisato qua e là tra pub e locali, arriva la chiamata del redivivo Bert Jansch che lo convoca come open act del sua data di Edimburgo. Le buone frequentazioni del periodo sembrano l’anticamera ideale per il sospirato successo, a lungo ed invano inseguito, anche se in realtà non sarà proprio così. L’apparizione a fianco dell’ex Pentangle rimane un episodio isolato e dopo qualche giorno di passeggera notorietà fomentata da complimenti e recensioni locali entusiaste, il Nostro se ne torna nello scomodo limbo dell’anonimato costretto a vivere di lavori saltuari pur di alimentare la sua fervida passione per la musica.

Uno stato nel quale Yorkston sarà costretto, suo malgrado, a galleggiare per oltre quattro anni sino a quando un suo demo tape registrato sotto il nome J.Wright Presents finisce nelle mani giuste, le uniche, allora, in grado di poter trasformare qualsiasi cosa in oro come un novello Re Mida. Quelle del compianto John Peel che, ricevuto il cd-r, lo trasmette nel suo programma la sera stessa cambiando di colpo le sorti artistiche dell’oramai trentenne folk singer scozzese. Una copia dello stesso demo arriva sulla scrivania di John Martyn e anche lui rimane folgorato dalla cristallina bellezza delle composizioni, tanto da convincersi a scegliere Yorkston come open act per il suo intero tour britannico. I frutti del lavoro promozionale svolto da Peel attraverso le onde radiofoniche e dai concerti al fianco di Martyn non si fanno attendere: pochi mesi più tardi la conclusione del tour, infatti, arriva una proposta di contratto da parte della Bad Jazz Records che si assicura l’esclusiva per la pubblicazione del primo quarantacinque giri di Yorkston, Moving Up Country, cui farà seguito, esattamente un anno più tardi, uno split single in compagnia di Lone Pigeon. L’avventura discografica solista del Nostro s’incamminerà su percorsi più certi e definitivi nel corso del 2002, in concomitanza con la nascita della collaborazione con quella formazione destinata a diventare, negli anni a seguire, la sua abituale backing band: gli Athletes.

Con il prezioso supporto del gruppo inglese, Yorkston da alle stampe quasi in simultanea l’EP St.Patrick ed il tanto sospirato debutto Moving Up Country, che arriva sugli scaffali dei negozi inglesi all’immediata vigilia dell’estate 2002. Un esordio, quello del cantautore scozzese, che non tradisce le tante belle parole spese nei suoi confronti durante i lunghi anni di gavetta: tutta la semplicità delle ballate di chiara matrice folk britannica rivivono all’interno di un album tanto semplice quanto immediato, improntato ora sul suono del banjo (Cheating The Game), ora su quello del vibrafono (The Patience Song) se non addirittura su quello del sitar come testimonia la conclusiva I Know My Love. A colpire è però la scrittura, allo stesso tempo moderna ed antica, del Nostro capace di guardare con devozione ai classici maestri del genere senza però diventarne una mera trascrizione contemporanea. (6.5/10)

Il successo di pubblico e critica riscosso da Moving Up Country spalanca a Yorkston le porte del giro “che conta” catapultandolo tra le braccia di alcuni tra i più importanti e quotati artisti del momento (Divine Comedy, Lambchop, Turin Brakes) tutti a fare la fila per portarselo in tour. Anche i responsabili della sua nuova etichetta discografica, la Domino, capiscono che è il caso di puntare senza esitazioni sul menestrello di Kingsbams e per la realizzazione del secondo capitolo discografico, Just Beyond The River, decidono di affiancargli in sede di produzione uno dei pezzi pregiati della scuderia, quel Kieran Hebden meglio noto al pubblico elettronico sotto lo pseudonimo di Four Tet. In realtà, la mano di Hebdan inciderà ben poco sulla lavorazione complessiva di Just Beyond The River per la quale si limiterà a dare alcune direttive sulle metodiche di registrazione senza intervenire, se non in maniera estremamente velata, sul processo compositivo dei singoli brani, concedendosi soltanto qualche occasionale comparsa in qualità di strumentista (la slide guitar di Edward). Il tanto sospirato (dalla Domino) matrimonio tra il folk di Yorkston e l’elettronica di Four Tet non si celebra e Just Beyond The River esce dal proprio guscio ricalcaldo le orme che furono del suo predecessore.

A cambiare sono casomai gli umori del cantautore, certamente più introverso ed intimista in questa seconda prova sulla lunga distanza che poco spazio concede agli arrangiamenti “eccentrici” di Moving Up Country (Edward, Banjo #2) in favore di un suono scarno e spesso ridotto all’osso. Una formula che esalta ancora di più la scrittura dello scozzese. che con l’iniziale Hotel e la classica Hermitage consegna alla storia non soltanto due memorabili canzoni, ma due tra i punti più alti della recente parabola folk britannica. L’eccessiva lunghezza del lavoro, due i cd nella versione estesa che comprende anche il bonus cd Fearsome Fairytale Lovers, penalizza lievemente l’esito complessivo della prova, buona in ogni caso a consolidare tra critica e pubblico il talento del Nostro. (6.8/10)

Se da un lato, dunque, Moving Up Country rappresenta la visione più classicamente folk del Yorkston pensiero e Just Beyond The River la sua controparte intimista, il recente The Year Of The Leopard, nato sotto la supervisione dell’ex Talk Talk Rustin Man, può considerarsi a tutti gli effetti come la perfetta sintesi di questi due differenti approcci alla materia cantautorale. Un album nel quale ironia e rigore, solarità ed oscurità, viaggiano affiancate sulle tortuose strade che portano verso quell’illuminazione definitiva che Yorkston ha oggi tutte le carte in regola per raggiungere.

 

Intervista

di Stefano Renzi

Dopo tre album realizzati come songwriter, possiamo affermare che l'esperienza punk rock che ha contraddistinto i tuoi primi passi è oramai definitivamente alle spalle, oppure sei ancora in sintonia con questo tipo di sonorità?

Amo ancora le buone e potenti rock band, come ad esempio gli Archie Bronson Outfit, anche se in generale trovo che le guitar rock band odierne siano estremamente noiose.

Cosa ti ha spinto a diventare un cantautore?

Ero annoiato di suonare musica elettrica, lo facevo ininterrottamente da quando avevo quindici anni, ero stanco. Inoltre, stavo pure diventando sordo! Quando ho iniziato a suonare musica acustica, tutti i miei colleghi s’interessavano di indie, punk e funk, generi che non mi incuriosivano più. Non è stato facile cambiare radicalmente le mie prospettive: si è trattato di un salto non indifferente sul quale ho riflettuto per molto tempo prima di trovare il coraggio per intraprendere questa nuova strada.

Uno dei personaggi che ti hanno maggiormente supportato all'inizio della tua avventura solista è stato John Martyn. Lo potremo definire come il tuo mentore?

Non so se considerarlo come un mentore, anche se durante il primo tour che ho fatto assieme a lui ho imparato tantissime cose. Tu dici che devo a lui parte del mio successo? Ne dubito, ma se così fosse voglio indietro i miei soldi. Ho incontrato John pochi giorni fa, gli ho detto “ciao John” e lui ha risposto “ciao James”. Credi che questo sia rock and roll? La cosa più importante che ho imparato esibendomi con John è che devi essere pronto per suonare al meglio ogni notte. Il fatto che tu sia stanco non significa che il pubblico deve essere costretto ad assistere ad una pessima performance. Del resto, hanno pagato per vederti.

Pur appartenendo alla categoria dei cantautori d’impronta classica hai spesso collaborato con artisti provenienti dalla scena elettronica: Four Tet ha prodotto il tuo precedente album, i Dolphin Boy hanno realizzato un ottimo remix di Summer Song...Da cosa nasce questo interesse verso i suoni di derivazione digitale?

La mia intenzione è quella di provare a mescolare le carte, testare cose fresche. La musica elettronica non mi appassiona particolarmente, ma trovo che sia divertente sperimentare nuove soluzioni e veder che cosa ne viene fuori.

James Yorkston 2005, foto di Nathan Seabrook

Il titolo che hai scelto per il tuo nuovo lavoro è Year Of The Leopard. Una frase curiosa che lascia spazio a molteplici interpretazioni…

Ahaha. Ho scelto questo titolo ispirandomi al romanzo Il Gattopardo e alla vicenda di un grosso puma che qualche tempo fa era stato avvistato nelle campagne attorno all’abitazione dei miei genitori. Se conosci il romanzo, capirai certamente il curioso umorismo ed il senso di smarrimento che deriva dalla scelta di questo titolo.

Per questo disco ti sei affidato alla produzione dell'ex Talk Talk Rustin Man. Puoi raccontarci com’è nata la vostra collaborazione?

Stavamo cercando un produttore per l'album ed io non avevo nessuna idea su chi coinvolgere nell'operazione. Onestamente, non credevo di averne bisogno, ma la mia etichetta - la Domino - ha insistito molto su questo punto e siccome sono loro a pagare i conti sono stato costretto ad assecondarli. Ad un certo punto è saltato fuori il nome di Rustin Man così sono andato in un negozio ed ho comperato i suoi dischi. Ho apprezzato il suo lavoro da subito, non troppo datato ma, allo steso tempo, non troppo moderno. Un sound di tipo classico. Quando ho incontrato di persona Rustin abbiamo subito legato: oltre che essere un grande professionista è una persona realmente innamorata della musica.

Cosa puoi dirci riguardo alla collaborazione con gli Athletes, la backing band che oramai ti accompagna da qualche anno a questa parte? Hanno un loro ruolo anche durante le registrazioni in studio oppure si limitano ad accompagnarti dal vivo?

Mi accompagnano in diverse situazioni sia per quello che riguarda il lavoro in studio sia per quello che riguarda i live show. Ho realizzato quasi tutti i miei lavori da solo, ma chi può dire che cosa succederà in futuro? Gli Athletes sono singolarmente impegnati in vari progetti, si tratta di piccoli e felici agnellini che si muovono in completa libertà. Sono veramente fortunato ad avere la possibilità di lavorare con dei musicisti di questa levatura.

Woozy With Cider è una delle canzoni più anomale dell’album, inaspettate oserei dire, visto che si tratta di una sorta di spoken word track…

Si tratta di un brano nato grazie alla collaborazione della grande Fence Records. Hanno realizzato un intero album di spoken word tracks e Woozy With Cider è stato il mio contributo. Sono molto contento del risultato finale.

Leggendo qua e là tra note biografiche e recensioni varie, sono sostanzialmente due i nomi che vengono spesso citati come influenze primarie del tuo modo di comporre: Nick Drake e Anne Briggs…

Non credo di aver mai indicato Nick Drake come una delle mie maggiori influenze in quanto non lo considero come tale. Forse ti riferisci a Nic Jones? Nic è un musicista che ammiro. Amo la sua musica. Anne Briggs ha rappresentato una notevole influenza per il mio stile al pari del grande chitarrista malgascio D’Gary, Lal Waterson e Linton Kwesi Johnson.

Tra i contemporanei, invece, quali sono gli artisti che più senti vicini alla tua sensibilità?

Mi piace molto la musica di Adrian Crowley, Luke Daniels, Elle Osbourne e quella dei The Fence Collective.

  • Summer Song
  • Steady As She Goes
  • Year Of The Leopard
  • 5am
  • Woozy With Cider
  • I Awoke
  • Brussels Rambler
  • Orgiva Song
  • Don't Let Me Down
  • Us Late Travellers

The Year Of The Leopard (Domino / Self, 29 settembre 2006)

di Stefano Renzi

Terzo album in studio per lo scozzese James Yorkston, ex bassista garage/punk, protetto di John Martyn e nome di punta del nuovo movimento folk britannico. The Year Of The Leopard segna la sua definitiva consacrazione come cantautore di razza, ancora più del monumentale, e per certi versi pretenzioso, Just Beyond The River, doppio album pubblicato nel 2004 e realizzato sotto la supervisione del manipolatore Four Tet.

Poco e niente è cambiato nel sound del Nostro in questi due anni di silenzio: pezzo forte di Yorkston rimangono infatti le ballate, tenere, dimesse, romantiche, spesso costruite con il solo ausilio della chitarra e di pochissimi accorgimenti elettronici come nell’iniziale, struggente, Summer Song (di cui circola un ottimo remix downtempo realizzato da Dolphin Boy), brano da cui traspira tutto l’amore, peraltro mai nascosto, del Nostro per il maestro Nick Drake. Steady As She Goes, 5 A.M.e la title track, quest’ultima molto vicina a certe cose dei primi Mojave 3, si muovono sulle stesse coordinate del brano d’apertura condividendone atmosfere, sentimento e grazia, regalandoci una prima parte di album semplicemente strepitosa.

Prevedibile calo di tensione nel secondo segmento del disco, anche se non mancano momenti di grande intensità compositiva come testimoniano lo spoken word electronico di Woozy With Cider, le cupe dilatazioni Arab Strap di The Brussel Rambler e la breve Orgiva Song, quasi un outtake del Mark Hollis solista, sulla cui realizzazione ha certo influito la regia dell’ex Talk Talk Rustin Man, convocato per l’occasione in qualità di produttore. Eccellente. (7.2/10)

  • A Man With My Skills
  • Someplace Simple
  • Blue Madonnas
  • Seven Streams
  • The Hills & The Heath
  • Song To The Siren
  • Moving Up Country, Roaring The Gospel
  • Blue Bleezin' Blind Drunk
  • Sleep Is The Jewel
  • Are You Coming Home tonight?
  • The Lang Toun
  • La Magnifica

Roaring The Gospel (Domino / Self, 18 maggio 2007)

di Stefano Renzi

Sulla scia del buon successo ottenuto pochi mesi fa con l’ottimo The Year Of The Leopard ecco arrivare la prima raccolta retrospettiva dedicata a James Yorkston, scozzese di nascita, londinese d’adozione, tra le migliori espressioni del cantautorato britannico contemporaneo.

Roaring The Gospel è il solito disco di rarità, inediti e bonus tracks che non fa altro che confermare quanto di buono sapevamo sulla scrittura del Nostro, incantevole nella sua semplicità folk (Someplace Simple, Blue Madonnas), avvincente quando cerca di alzare i ritmi (Sleep Is The Jewel, A Man With My Skills), ironico nel concedersi ad un jazz dimenticato nel tempo (Are You Coming Home Tonight?), perfettamente a suo agio nella rilettura dei classici, siano questi brani tradizionali come Blue Bleezin Blind Drunk oppure momenti di assoluta immortalità come la Song To The Siren del maestro Tim Buckley.

Prezioso per i fan, Roaring The Gospel potrebbe servire da ottima introduzione per chi, colpevolmente, avesse sino ad ora tralasciato l’opera di questo menestrello. (7.0/10)