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Jaga Jazzist / Lars Horntveth

di ©2005 Gianni Avella
Sono uno dei cavalli da battaglia dell'etichetta norvegese Smalltown Supersound. Mescolano il Jazz che conta con l'elettronica digitale del nuovo millennio. Potrebbero essere una rivisitazione dei vecchi ensemble à la Quincy Jones. Forse non è proprio così...
Foto: Jagga Jazzist

Una big band jazz dell’era moderna

Mathias Eick (Tromba, Basso, Tastiere , Vibrafono), Harald Frøland (Chitarra), Even Ormestad ( Basso, Tastiere), Andreas Mjøs (Vibrafono, Chitarra, Batteria , Elettronica), Line Horntveth (Tuba, Percussioni), Martin Horntveth (Batteria, Drum Machines), Lars Horntveth (Sax Tenore, Basso, Clarinetto, Chitarra, Tastiere), Andreas Schei (Tastiere), Ketil Einarsen (Flauto, Percussioni, Tastiere), Lars Wabø (Trombone, Percussioni)

Così si presentano i Jaga Jazzist. Dieci individui, l’uno complementare all’altro come nei vecchi ensemble di Quincy Jones o del recente Matthew Herbert. Una big band jazz dell’era moderna, che muove i primi passi in quel di Tonsberg (piccola cittadina dalle parti di Oslo). È li che i futuri Jaga’s consumano i loro ascolti: Blue Note, Warp, Thrill Jockey, tutto viene assimilato e messo al servizio delle tendenze centrifughe dei Nostri, che costruiscono il loro modo di pensare musica in un momento (siamo in pieni anni’90) in cui tutto concilia con tutto, senza freni o schemi prefissati. Analogamente a quanto sperimentato dai Tortoise (spesso tirati in ballo come termine di paragone), anche i norvegesi fanno del jazz una delle pietre d’angolo del loro suono, e come i chicagoani si lasciano andare nei territori nu-elettronici cari a Squarepusher e Aphex Twin, un tocco di modernariato alla Stereolab e tanta infarinatura jazz di scuola Davis (pre o post elettrico), Coltrane (pre mistico) e Mingus.
Questa l’apparente semplicità dei due album fin qui pubblicati dal combo sotto l’egida dell’accoppiata Smalltown Supersound/Ninja Tune, inframmezzati da cameo d.o.c. per conto di Motorpsycho (esemplare lo split per la collana In The Fishtank), Turbonegro, Euroboys, Susanna & The Magical Orchestra.

Copertina: Jagga Jazzist - Magazine	(Smalltown Supersound, 1998)

La storia discografica dei Nostri inizia ufficialmente nel 1998 con Magazine (Smalltown Supersound, 1998), EP all’epoca rilasciato per il solo mercato norvegese e supervisionato dall’estro di Helge Sten, aka Deathprod (l’uomo dietro al suono dei Motorpsycho nonché membro dei Supersilent). L’apporto di Sten nasconde, almeno inizialmente, le velleità electro che verranno occultate a favore di un suono più umano: un jazz-rock che tiene bene in mente l’insegnamento di mastro Davis (ascoltate attentamente Swedish Take-Away: non solo capirete la bravura dei nostri, ma vi sembrerà di viaggiare magicamente tra i solchi di Bitches Brew). Jaga Ist Zu Hause, dal poderoso drumming, rivela giustificate scorie canterburiane (via Hatfield And The North); Plym è un crescendo strumentale non tanto dissimile dai Motorpsycho più dilatati mentre Seems To Me è un singolare (almeno per loro) duetto tra chitarra acustica e voce, leggero e pastorale. La ristampa targata 2004 ad opera della Smalltown Supersound aggiunge un esercizio di drum & bass abbastanza sui generis (Serafin I Jungelen) ed un’improvvisazione free (Magazine Part I & II) dal solo valore riempitivo. Il 2001 è l’anno del debutto adulto.

Copertina: Jagga Jazzist -  A Livingroom Hush (Smalltown Supersound, 2001)

A Livingroom Hush (Smalltown Supersound, 2001) irrompe sul mercato ed è subito un successo: 1800 nella sola Norvegia ne fanno il “caso indie” più prorompente dai tempi dei Motorpsycho. Tutti pazzi per la combine tra elettronica e jazz messo in piedi dal combo nordico. Bastano i primi istanti di Animal Chin, distillato Stereolab visto dall’ottica Warp, e già si percepisce che i nostri fanno sul serio. L’amore per l’elettronica cresce e si espande in tutto il disco, anche se essa rimane una delle parti del suono e non “il suono” stesso: le fumose trame da jazz club di terz’ordine prevalgono in Low Battery e nell’esaltante compiutezza tra cool e post-bop di Airborne, mentre il sabor latino di Made For Radio e Lithuania, con tanto di vibrafono alla Gary Burton (o Tortoise, se preferite), richiama i climi suadenti dell’Hermeto Pascolal più ispirato. La tournee che sussegue il disco fa sì che i Jaga Jazzist rientrino nelle grazie della Ninja Tune, che ristampa nel novembre 2002 il disco di esordio proprio quando, due mesi dopo, lo stesso viene eletto dal sito della BBC album jazz dell’anno. Trascorrono pochi mesi e i nostri sono di nuovo in pista: The Stix (Smalltown Supersound/Ninja Tune, 2002), registrato con l’apporto di Jørgen Træen (proprietario dei Duper Studios, abitualmente frequentati da Kings Of Convenience, Røyksopp, Sondre Lerche), si concede in maniera definitiva all’estetica del Pro Tools, suonando come un ipotetico incontro/scontro tra i Tortoise di Tnt (cioè quelli più jazz-fusion) e l’Aphex Twin della seconda parte dei ’90: mentre Day palesa tutta la stima verso Richard D. James, Reminders e Suomi Finland abbracciano in toto modi e toni della banda di John McEntire & Co. Se il mood dei precedenti lavori era più una questione di “elettronica messa al servizio del jazz” ora il processo si inverte notevolmente, creando ibridi spesso affascinanti (Kitty Wú), pervasi da tenui glitches (Aerail Bright Dark Round) o da imprendibili ritmiche rasentanti gli Autechre (Doppelganger). Anche The Stix si guadagna il rispetto della natia Norvegia, arrivando al terzo posto nelle charts locali e alimentando, anche oltre i confini nordici, un seguito sempre più imponente.

Copertina: Motorpsycho / Jagga Jazzist - In The Fishtank (Konkurrent, 2003)

Qualche riga fa abbiamo detto delle molte collaborazioni che hanno visto coinvolti membri dei Jaga Jazzist, qui ci limiteremo a quella più affascinante e dagli esiti alquanto sorprendenti. Vale a dire lo split per la collana In The Fishtank (Konkurrent, 2003) tra i Motorpsycho e la sezione fiati dei J.J. Norvegesi a confronto quindi, differenti nel background eppure, a conti fatti, incredibilmente complementari. Ascoltando il disco la sensazione provata è quella di due gruppi nati per suonare insieme, un po’ come lo split, sempre per la stessa serie, tra Low e Dirty Three. Ma mentre in quell’occasione il risultato non era tanto difficile da immaginare, qui era un tantino più intricato da pronosticare. Quindi non si può che provare estrema ammirazione nell’ascoltare il dilatato space jazz tra il Coltrane “interstellare” e certe colonne sonore alla John Barry di Bombay Brassière. Pills, Powders And Passion Play appartiene al repertorio dei Motorpsycho, qui riproposta leggermente più dilatata e corredata elegantemente dai fiati, mentre Doffen Ah Um è puro groove da spy movie Hollywoodiano. Theme De Yo Yo omaggia i campioni dell’improvvisazione Art Ensemble Of Chicago, mentre la finale Tristano si dilunga per venti accecanti e psichedelici minuti dove lo stregone Sun Ra sembra guidarli dall’alto.

Copertina: Lars Hornveth - Pooka (Smalltown Supersound, 2004)

Rimane il rammarico di un esperimento limitato a soli cinque episodi. Sicuramente un disco da avere, sia per i seguaci dei Psycho che dei Jazzist (ma non solo).
Altrettanto da avere è il pezzo più pregiato dell’intera famiglia Jaga’s, cioè il debutto del deus ex machina e principale compositore del combo. Pooka (Smalltown Supersound, 2004) è infatti lo sfogo personale del ventitreenne Lars Horntveth (che qui suona tutti gli strumenti e dirige la corposissima sezione d’archi) e delle sue manie tanto per il il jazz “aperto” di Mingus e Evans quanto per il senso melodico di Wyatt e Penguin Cafè Orchestra; il tutto messo al servizio di Four Tet e Cornelius. Tanti gli amori e gli umori in Pooka, tanti i sapori che mai come ora sono sinonimo di armonica melodia. Un concentrato ineccepibile di equilibrio e saggezza: come definire, altrimenti, le leggiadre tessiture degli archi della title track se non come la versione terzo millennio della Penguin Cafè Orchestra? E che dire del crescendo d’archi del singolo The Joker, che fa da preludio alle fumose atmosfere da Night di Mars Bar (Call For Gary!)? Il più piccolo degli Horntveth (è fratello minore di Martin, batterista dei Jaga Jazzist) suona e dirige con la classe di un veterano, riuscendo anche nella più credibile delle controfigure di Michael Kamen in glitch (vedi Tics); seguono una sorta di trip hop come lo potrebbe intendere Robert Wyatt (Kahlua Blues) e qualcosa simil Cornelius (1. Lesson In Violin), fino alla rapsodia finale di Pooka Soundtrack.

Copertina: Jaga - What We Must (Ninja Tune)

Per il 2005 era prevista una collaborazione con i French-poppers Tahiti 80 per un 12”, ma la storia è bruscamente cambiata: Lars Horntveth & Co. sono andati contro ogni previsione, licenziando un disco che sbalordirà i molti fan del collettivo norvegese. Prima di tutto la decisione di ridursi la ragione sociale al solo Jaga, scelta più che mai dovuta visto che di jazz in What We Must (Ninja Tune) se ne ascolta poco se non nulla: rimane la sezione fiati, l’imponente collisione pirotecnica tra strumenti, ma il loro compito è assolto dall’incarico jazzistico per dissolversi in trame ultra-epiche come l’iniziale All I Know Is Tonight, uno shock immaginario tra gli Slowdive (si, proprio quelli Creation..) e manfrine prog-rock. Il secondo appunto, non di poco conto, è la totale, o quasi, abiura del mezzo elettronico, scelta coraggiosa ma perfettamente in linea col nuovo corso: canzoni come Oslo Skyline (che nel finale ricorda gli altri norvegesi Doc Motorpsycho), la bifronte Swedenborgske Rom (che parte estatica per poi dileguarsi in una coda, con tanto di cori femminili al seguito, che non dispiacerà ai fan dei Godspeed You! Black Emperor), le melodie spumeggianti di Hotel e Mikado, dopo un comprensivo imbarazzo iniziale, funzionano perfettamente proprio perché a suonare non sono più i Jaga Jazzist bensì i Jaga.

La chiave di volta è tutta lì, nell’accettare What We Must come il nuovo debutto dei nostri. Passato lo scoramento, entrerà subito nelle vostre grazie. (7.0/10)