Algida essenza e cuore pulsante, tecnica sublime e voce suadente. Dalla Svezia José Gonzáles prova a ridefinire il ruolo di songwriter, senza risposte o verità in tasca e con qualche curiosità rimasta ancora inesplorata.
Una chitarra e una voce calda, avvolgente, solitaria. Un sentire personale e intimo che si affaccia sul mondo. Tempo ne è passato da quando un semplice folksinger poteva scuotere coscienze e cuori semplicemente con la forza di pochi, genuini accordi. Ora che il muro di indifferenza e impossibilità è diventato sempre più alto, che fine ha fatto il menestrello, quella figura tra lo schivo e il leader che parlava a nome di tutti? È ancora plausibile fantasticare sulla sua esistenza? Una risposta non c’è, ma un dato è certo: il singolare ha rimpiazzato il plurale. Chiunque abbia l’esigenza di dire la propria lo fa guardando esclusivamente se stesso allo specchio. Nessuna comunità alle spalle, nessun sentimento comune, ma tanti, distanti interrogativi, ognuno nato e costruito nella propria mente. Nonostante la strada percorsa oggi sia questa, c’è ancora chi, di quella esperienza, ha fatto tesoro e prova a declinarla nel presente. Meno facile pensare che un simile esempio possa provenire dalla Svezia, terra di malinconie tutte private dall’algida essenza (l’universo pop della Labrador).

Eppure José Gonzáles nonostante mantenga qualcosa di quella glaciale vena, evidenziata in quella ossessiva circolarità degli accordi, in quella semplicità nella costruzione delle canzoni, in quel suono così scarno, disadorno, accende il tutto con le sue origini paterne argentine, con il fuoco della vita che una voce dalle tonalità passionali e latine tradisce. Credere che abbia mosso i primi passi in una band ispirata ai Black Flag e che abbia poi proseguito con l’hardcore nei Gothenburg’s Renascence riesce alquanto improbabile, ma questi passaggi obbligati, seppur contorti, gli hanno dimostrato quanto giocare di sottrazione non sia poi tanto male. Tutt’altro. Come chi scopra per la prima volta la propria discendenza, José si avvicina a quanto di più tipico e radicato nella sua cultura latina: la chitarra classica. Da questo momento in poi la strada del Nostro sarà tutta in discesa: intraviste le potenzialità di un’artista con una chiara e ben delineata cifra stilistica, la britannica Peacefrog lo mette sotto contratto, pubblicando l’ep Crosses (Peacefrog, 14 marzo 2005), che traccia con tre brani su quattro le linee spartane di quello che sarà il debutto ufficiale.

Tempo un mese e Veneer (Peacefrog, 25 aprile 2005) viene lanciato sul mercato. Un esordio messo in piedi con una scarna strumentazione (chitarra acustica, percussioni appena accennate, una luminescente tromba in Broken Arrows), che punta tutto su un fingerpicking di estrema delicatezza e precisione (il desolato profumo di Slow Moves), che sa animarsi di influenze brasiliane (la bossa di Remain) e fare di un semplice hand clapping il suo miglior contraltare (Lovestain), mostrando tutta la sua originalità nella preziosa Crosses, che allontana Gonzáles dagli altisonanti nomi a cui è stato facilmente associato (Drake in primis, ma anche Elliott Smith, qualcuno ha scomodato addirittura Tim Buckley…) grazie ad un suono carnoso, che si riempie di tensione e ritmo ad ogni accordo (Deadweight On Velveteen e All You Deliver). Una voce grave ma sinuosa a decantare liriche sfumate e immaginifiche, come sfumata è la società di oggi, poche parole reiterate in perfetta simbiosi con le note che le accompagnano. (7.0/10)
Un disco che richiede attenzione e affinità d’animo per essere compreso e sublimato, che però è riuscito a valicare i confini del circuito indie, conquistando il primo posto nelle charts inglesi, con la deliziosa cover di Heartbeats dei conterranei The Knife inserita in uno spot televisivo. Un colpo di marketing ben assestato (non così deprecabile in questo caso…) che gli ha permesso di girare in lungo e in largo il globo, confermando un talento che ha fatto della Hand On Your Heart di Kylie Minogue (dall’ep Stay In The Shade, Peacefrog, 15 agosto 2005) un piccolo gioiello per i non avvezzi alla disco della starlette. Un anno intenso, il 2005, che vede il Nostro prestare voce e chitarra nell’ep Black Refuge (Teme Shet, 2005) dei Junip (vero e proprio progetto collaterale), trio nel quale il suono del Nostro si complica di moog e batteria all’insegna di un pop dall’imprinting sempre folky, ma senza troppo mordente. Meglio riesce la collaborazione, l’anno successivo, con gli Zero 7, anzi, proprio la presenza di Gonzáles salva in extremis un album altrimenti trascurabile come The Garden, che invece sembra donargli o comunque suggerire aperture intriganti per il futuro (i delicati innesti elettronici di Future e i tropicalismi sintetici di Today).
Non è, dunque, del tutto fuori luogo aspettarsi qualcosa di più da In Our Nature (Imperial / Family Affair, 24 settembre 2007), un guizzo innovativo che possa colmare un suono già denso che rischia però di rimanere un po’ in superficie con il passare del tempo, ma che ad un più attento ascolto sa rilasciare sensazioni tanto ambigue e confuse quanto reali, e quale modo migliore per raccontare il presente se non immergendosi completamente nei sui dilanianti dubbi? Non soluzioni o canti di rivalsa e incitamenti, come succedeva a fine Sessanta, ma interrogativi pesanti, sofferti a cui risposta non c’è, questo il compito del moderno troubadour e tanto basta per portargli rispetto e ascolto.

I numeri, José Gonzáles se li è conquistati tutti, diciamolo. Con le 700 mile copie vendute di Veener il quasi trentenne ha sbancato tutti i tavoli più prestigiosi e ambiti, dal South By Southwest di Austin ai vari dischi di platino e oro in diverse parti del mondo, fino a conquistare letteralmente il Nuovo Mondo. E c’è di che essere contenti per un successo più che meritato, quando le doti e le capacità sono così evidenti. Per cui non suona più di tanto eccezionale l’attesa che si è montata all’indomani delle prime indiscrezioni sulla sua ultima fatica.
In Our Nature, un titolo dall’aura tanto universale quanto personale in realtà è l’approccio. Era già affiorato quel modo introverso e quasi maniacale nella costruzione dei brani, quel ripiegamento su se stessi alla ricerca della perfezione formale che senza forzatura alcuna si apre alla facilità d’ascolto, alla limpidezza di certe soluzioni che trovano nello stile classico il volano per la modernità. Segni particolari, che istigano ad una qualche reazione, che sia spegnere il lettore, andare avanti o ricominciare daccapo. Ecco, il più delle volte capita con lo svedese proprio quest’ultima, del tipo: “forse qualcosa mi è sfuggito, riascoltiamo”. Non è certo da meno questo secondo lavoro, dunque, che lascia perplessi e quasi allontana, o cerca di tenere a distanza, nonostante l’intenso richiamo sgusci via da quella porta socchiusa appena dietro le nostre spalle. Ė così con The Nest e Fold che nulla aggiungono alla storia scritta dalla sei corde del Nostro, un po’ Drake un po’ Simon & Garfunkel, episodi minori che dischiudono l’oscura intensità che si nasconde tra gli accordi di How Low o Down The Line (voce profonda e guizzi chitarristici quasi percussivi per un’accusa verso la stupidità umana che stenta ad imparare dai propri errori), nelle aperture quasi Sixties della title track, nel lungo crescendo della conclusiva Cycling Trivialities (risplende una volta di più l’impennata ritmica della chitarra), nel perverso e attraente ipnotismo di Teardrop, densa e sinistra proprio come l’originale dei Massive Attack.
Il resto scorre via senza troppo rimanere impresso, ciò che avevamo assaporato nella collaborazione con gli Zero 7 non si è trasformato in realtà, lasciando in stand by la curiosità di vederlo e sentirlo in altre vesti, deludendo in parte le aspettative riposte e riproponendo uno stile sempre ammaliante e ben congeniato (e il carattere deciso di Down The Line o How Low lo dimostrano ampiamente), ma fin troppo circolare e riconoscibile, soprattutto quando assestato su toni pacati come nelle già citate The Nest o Fold. Resta comunque la certezza di una scrittura matura, in cui ghiaccio e fuoco, natura e artificio, fede e disperazione, vengono condensati in una precisione artistica di appena 33 minuti, ma saremmo stati ben più soddisfatti se José avesse imparato ad osare di più. E chissà che la prossima volta non ci prenda in considerazione. (6.8/10)