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Isobel Campbell

di AA.VV.
Dopo essere fuoriuscita dai Belle & Sebastian nel 2002, Isobel Campbell ha deciso di archiviare il progetto parallelo denominato The Gentle Waves e di presentarsi al grande pubblico con Amorino (2003), il primo lavoro a portare il suo nome.
Foto: Isobel Cambpell

L’insostenibile leggerezza del pop: intervista a Isobel Campbell

di Luca D’Ambrosio
(intervista via mail dicembre 2003)

Già sul finire degli anni Novanta s’era intuito che a Isobel Campbell l’avventura dei Belle & Sebastian cominciava ad andare stretta. E così nel 1999 la bella e brava violoncellista scozzese decise di dare alla luce The Green Fields Of Foreverland, il suo primo long playing a nome The Gentle Waves, a cui fece seguito, l’anno seguente, Swansong For You.

Dischi senz’altro attraenti per tepore e sensibilità, ma alquanto prescindibili per essere elevati nell’Olimpo della musica che emoziona. Riascoltando quei due album, ci si accorge - per l’ennesima volta - che le melodie elargite, pur oscillando tra le onde delicate di un pop/folk da camera, mancano di profondità e talora si disperdono in passaggi sterili e ispidi. Lavori gradevoli e inconsueti, ma incapaci di sorreggere fino in fondo un suono, un impulso, una precisa convinzione, probabilmente perché il piglio vocale di Isobel, per quanto piacevole, mancava di determinazione o, meglio, di maturità. E così Dirty Snow For The Broken Ground e Let The Good Times Begin si riconfermano, a distanza di alcuni anni, i brani migliori rinvenibili nel passato dell’artista. Ora però non c’è più tempo per rovistare nei trascorsi della cantante e musicista scozzese, perché è arrivato il momento di tendere l’orecchio ad Amorino: un disco pregiato e dalla bellezza universale.

Amorinoè, a mio giudizio, il tuo disco migliore, e questo senza nulla togliere al piacere elargito dai precedenti lavori siglati The Gentle Waves. Mi chiedo: non è che quel nome utilizzato in precedenza sia servito soltanto per scrollarti di dosso il peso dei Belle & Sebastian, per poi consegnarci un album così affascinante e “personale”? Insomma, ci sarà pure un motivo per cui hai deciso di fare uscire l’album sotto il nome Isobel Campbell e non The Gentle Waves?

Far uscire l’album con il mio nome mi è sembrata semplicemente la cosa più giusta. È stato istintivo.

L'album si compone di piacevoli orchestrazioni di natura folk e pop che, rispetto al passato, riescono a valicare i confini dell’incertezza, dando vita a un’opera matura e dall’intimità eterogenea o, meglio, universale. Ci sono brani che si bagnano di tenui effetti cinematici (Amorino, This Land Flows With Milk…), di eleganze jazz e swing (The Breeze Whispered Your Name, October’s Sky, The Cat’s Pyjamas…), di tiepide agitazioni bossa (Johnny Come Home…) e di classiche aperture melodiche come Poor Butterfly, sicuramente una delle mie preferite. E poi mi sembri più consapevole delle tue capacità vocali. Non credo, quindi, che tutto questo sia stato il risultato di una settimana di lavoro. Com’è maturato questo piccolo miracolo di grazia e leggerezza?

Dopo aver completato “Swansong For You” a nome The Gentle Waves, la mia testa era ubriaca di idee. Vedo ogni disco come l’estensione di ciò che c’è stato prima. The Green Field Of Foreverland era un disco bambino, innocente, scarso e pieno di speranza. Swansong For You è stata una relazione più grande, più adulta e sviluppata. Avevo afferrato nel frattempo i suoni che volevo e ciò che intendevo dire. Avevo capito inoltre ciò che suona bene sul nastro. Ero incantata dalle storie della Wrecking Crew, un gruppo di musicisti che hanno suonato i classici degli anni '60. Sai, Pet Sounds, The Mamas and the Papas, Nancy Sinatra, e la lista potrebbe proseguire... Praticamente qualsiasi grande disco di quel periodo è stato interpretato da qualche parte dalla Wrecking Crew. Sapevo che per avere certi suoni avrei dovuto cercare determinate persone. Musicisti di tutti i tipi: classici, jazz... Ho scritto l’album ritagliandomi uno spazio all’interno del mondo degli affari, senza lasciarmi incatenare dalle opinioni. Un mio amico mi ha detto: «Stai scrivendo l’album della tua vita», ma non ero sicura di quello che significasse. Dopo un anno, non posso credere di essere stata così determinata, energica e concentrata. Vivevo in una parte malfamata della città, rifiutandomi di traslocare per poter scrivere l’album. Volevo dare il massimo per avere la perfezione. Credo che la musica sia un momento, e se siamo fortunati può farci provare qualcosa.

Ascoltavo attentamente Antonio Carlos Jobim, Serge Gainsbourg (ovviamente), Simon and Garfunkel e Bach. Riguardo ai testi, per quanto io ammiri gli intricati raccontastorie, a volte sento che è meglio tagliare e arrivare subito al punto, o al cuore della situazione. Sono state quelle canzoni di Hank Williams o Johnny Cash a fulminarmi. Penso sia questo il motivo per cui ammiro così tanto Wayne Coyne dei Flaming Lips. Con la loro musica e le loro performances ho capito che Coyne riesce a convincerti che la vita è bella, a fare sempre del bene e amarsi l’un l’altro, senza mai lasciarti buttare giù dal sistema. Comunque, Amorino è un album fatto con tanto amore, la realizzazione di un sogno. Ho passato tre anni pensando a quest'album, anche quando ero in tour con i Belle & Sebastian. Per un paio di anni è stato come avere due lavori molto faticosi. Anche se non ho speso tantissimo tempo nello studio, ho ragionato molto sui mix e sugli arrangiamenti fuori dalla sala di registrazione. Pensavo al disco in continuazione, era diventata quasi un’ossessione! Penso, inoltre, che tu abbia ragione nel dire che ero più consapevole delle mie capacità vocali. Sapevo di cantare melodie e canzoni adatte alla mia voce. Credo che una cosa del genere si raggiunga solo con la pratica e l’esperienza.

Hai riarrangiato There Is No Greater Gold, che era già presente in Swansong For You. Qual è il motivo per cui hai deciso d’inserire nuovamente questa canzone?

Dopo aver suonato un paio di volte dal vivo nel periodo dell’uscita di Swansong For You, avevamo preparato un arrangiamento per farla dal vivo. Mi è piaciuta molto quella versione, così ho pensato: perché no? Non sono un’amante delle regole e delle restrizioni, quindi: perché no?

Al disco hanno collaborato e partecipato numerosi personaggi, tra cui Bill Wells, Adrian Utley dei Portisheaded ugene Kelly, che duetta con te in Time Is Just The Same, una calda ballata d’espressione pop-country. Pensi che simili collaborazioni e partecipazioni possano allargare i tuoi orizzonti musicali?

Assolutamente, la cosa migliore della musica è poterla condividere con altre persone! Rende tutto più interessante. Mi piace molto scrivere per diversi vocalist.

È vero che Mark Lanegan canterà nel brano Why Does My Hurt So? Se sì, com’è nata l’idea?

Mark ha una voce molto bella. Penso che al momento sia una delle voci più speciali al mondo. Non conoscevo i suoi lavori. Inizialmente volevo Tom Waits per questa canzone, ma non sono riuscita a mettermi in contatto con lui. Un amico mi disse: «Senti questo tipo», e mi fece ascoltare un disco di Lanegan. Dopo averlo ascoltato, mandai la mia canzone scritta a metà alla sua compagnia discografica e così il suo manager contattò il mio. Poi Mark mi chiamò dallo studio di Los Angeles. All’inizio eravamo entrambi un po’ timidi, ma mi cantò ugualmente per telefono le bellissime liriche che aveva composto. Erano perfette. È una canzone acusticamente scarsa, ma ugualmente grandiosa, perché la voce di Mark è meravigliosa. Stiamo pensando di lavorare su un album insieme, sarebbe fantastico se solo avessimo il tempo di farlo.

Quali sono le tue influenze letterarie e musicali?

I miei gusti sono vari e ampi. I miei scrittori preferiti sono Sylvia Plath, D.H. Lawrence, Francis Scott Fitzgerald e Colette. I miei gusti musicali e cinematografici sono un po’ fuori moda. Perché ascoltare qualcosa di nuovo e mediocre quando posso ascoltare qualcosa di veramente sensazionale? Poi adoro Johnny Cash e Brian Wilson, Burt Bacharach e Lee Hazelwood, Antonio Carlos Jobim e Bob Dylan, Tom Waits e Cole Porter , Peggy Lee e Randy Newman.

Prima di congedarmi, sento il bisogno di soddisfare una banale curiosità: perché hai scelto come titolo Amorino?

Ho sentito per la prima volta la parola "amorino" quando mi ha intervistato un giornalista italiano di nome Pierpaolo per una stazione radio chiamata Blow Up! Mi disse che la mia musica gli ricordava questa parola. Non riuscii a darmi una spiegazione sul significato. Gli chiesi di scrivermi la parola come se sapessi che l'avrei utilizzata in futuro. Più tardi, quando scopersi i vari significati, capii che l’album si sarebbe chiamato Amorino.

In un dizionario italiano ho trovato questi significati: 1. Angelo o cupido; 2. Dio romano o greco dell’amore; 3. Bambino bello e innocente. Ne ho sentiti altri: "mignonette”, una pianta del genere reseda, nota per le spine e per il suo dolce profumo; "piccolo amore o piccola cara". E un cameriere italiano mi disse: "Significa piccolo amore. Piccolo, ma grande". Secondo me, la parola "amorino" si addice perfettamente a ogni canzone dell’album. Penso che il tema dell’amore non sia puramente romantico, ma molto ampio. Amore o assenza di amore pervade ogni esperienza umana. Penetra subconsciamente nelle nostre vite e influenza le nostre scelte, anche le nostre personalità! Ho dovuto lottare per questo titolo, ho persino rifiutato un contratto quando ho sentito che volevano cambiarlo!

Copertina: Amorino
  • Amorino
  • The Breeze Whispered Your Name
  • Monologue for an Old True Love
  • October's Sky
  • The Cat's Pyjamas
  • Why Does My Head Hurt So?
  • Johnny Come Home
  • Poor Butterfly
  • Love for Tomorrow
  • There Is No Greater Gold
  • This Land Flows With Milk
  • Song for Baby
  • Time Is Just the Same

Amorino (Instinct / Wide)

di Luca D’Ambrosio

È un’opera decisamente meravigliosa, che abbaglierà qualsiasi estimatore di musica pop. Un connubio prezioso di musiche & parole, che supera le incertezze mostrate nelle realizzazioni precedenti (si ascoltino anche i due Ep Weathershow e Falling From Grace), che rivela il talento di Isobel Campbell e che si è ben presto insinuato tra i miei dischi preferiti. Insomma, un album magnifico, che non conosce momenti di perplessità e che si spolvera di effetti cinematici (Amorino e This Land Flows With Milk), di soavi divagazioni bossa (The Breeze Whispered Your Name, October’s Sky, The Cat’s Pyjamas) e anche di splendide aperture strumentali (Poor Butterfly e Why Does My Hurt So). E poi in Time Is Just The Same, impeccabile ballata pop-country, c’è anche il tempo di godersi un delicato duetto con Eugene Kelly.

Allo straordinario risultato di questo disco, che va oltre le orchestrazioni di natura folk e pop, contribuiscono Bill Wells, Adrian Utley dei Portishead e un folto numero di strumentisti. Ebbene sì: l'Amorino colpisce proprio nel centro del cuore. (7.5/10)

 

 

 

 

  • Time Is Just The Same
  • Why Does My Head Hurt So?
  • Bordello Queen
  • Bang Bang
  • The Breeze Whispered Your Name (Part II)
  • Argomenti
  • Time Is Just The Same (Video)

Time Is Just The Same (Ep Snowstorm/Wide, 2004)

di Luca D'Ambrosio

Non avevamo ancora messo da parte Amorino, che Isobel Campbell torna a farci visita con il suo pop da favola, impalpabile e leggiadro come sempre. Questa volta però non si tratta di un vero e proprio album, bensì di un delizioso Ep contenente sei tracce, per una durata complessiva di venti minuti circa. Due sono le cover presenti nel mini lavoro, l’adorabile Argomenti (Morricone/Evangelista), con giustificabili svarioni linguistici in quanto cantata in italiano, e la meno convincente Bang Bang di Sonny Bono, proposta in versione Nancy Sinatra (frammento riesumato qualche tempo fa da Quentin Tarantino in "Kill Bill").

Con Bordello Queen invece l’ex Belle & Sebastian sembra optare per nuovi territori musicali, quelli della sperimentazione electro-psycho-jazz. Tutto sommato piacevole, ma è soltanto un gioco o qualcosa di più? A fugare le incertezze ci pensa The Breeze Whispered Your Name (part II), il brano più suggestivo e ineccepibile del cd, dove il cantato dalla scozzese s’incastona perfettamente in ogni singola nota di pianoforte. A rinfrancare lo spirito (quello country-rock) sopraggiungono infine due interessanti duetti dal taglio classico, Why Does My Head Hurt So?, con molto Lanegan e meno Campbell, e Time Is Just The Same, eseguito con l’ex Vaselines Eugene Kelly. (6.5/10)

  • Deus Ibi Est
  • Black Mountain
  • The False Husband
  • Ballad Of The Broken Seas
  • Revolver
  • Ramblin' Man
  • (Do You Wanna) Come Walk With Me?
  • Saturday's Gone
  • It's Hard To Kill A Bad Thing
  • .Honey Child What Can I Do?
  • Dusty Wreath
  • The Circus Is Leaving Town

Isobel Campbell & Mark Lanegan - Ballad of the Broken Seas (V2, gennaio 2006)

di Stefano Solventi

Mark e Isobel. L’ombroso e la fighetta. Il burbero e la snob. Il gigante e la bambina. Giocano a camminare sul bordo scivoloso della loro improbabile unione/combinazione, confondendo le acque e le atmosfere, spiazzando e disinnescando attese, confidando in un’ovvia presunzione figlia di cotali pedigree. Si prendono per mano invitandosi l’un l’altro a fare quattro passi nell’altrui ossessione: ora è Mark ad apparecchiare una ballad cavernosa cui Isobel regala vocalizzi flautati e fantasmatici (la title track, l’iniziale Deus Ibi Est), ora è la signorina a piegare la barra e la rotta verso un’obliqua allure Bacharach (Dusty Wreath) e Hazlewood/Sinatra (The False Husband), cui il vocione dell’ex-Screaming Trees si presta ben volentieri.

Ma a sorprendere davvero sono i momenti nei quali da tanto diverso background sboccia una sintesi strana, non perfettamente a fuoco, anzi malferma, carica tuttavia di fascino scuro, come quando Honey Child What Can I Do? cuce le ascendenze buckleyane di Mark e lo struggimento british di Isobel finendo col somigliare ad un Nick Drake apocrifo. O come quando Black Mountain disegna reminiscenze Fairport Convention tra vapori Simon & Garfunkel, o come l’Hank Williams di Ramblin’ Man resuscitato tra sulfurei sussurri (lei) e convulsioni waitsiane (lui). E’ il tipico programma che svela piccoli tesori con gli ascolti, come le vibrazioni Johnny Cash di Revolver o la citazione filmica – non togliamo la sorpresa ai cinefili - nel finale di Saturday’s Gone. Un disco che si rannicchia nel proprio raggio d’azione, senza ambizioni troppo vistose anzi con la sordina dei progetti nati e cresciuti all’ombra di certe cocciute intuizioni, di certe insospettabili empatie. In questo senso, e solo in questo, potremmo indicare tra i suoi parenti lavori come Out of Season di Beth Gibbons o Slush degli Op8, anche se a onor del vero quelli vanno posti su un gradino più alto nella scala dell’ispirazione. A buon intenditor… (7.2/10)

  • O Love Is Teasin'
  • Willows Song
  • Yearning
  • James
  • Hori Horo
  • Reynardine
  • Milkwhite Sheets
  • Cachel Wood
  • Beggar Wiseman Or Thief
  • Loving Hannah
  • Are You Going To Leave Me
  • Over The Wheat And The Barley
  • Thursday's Child

Milkwhite Sheets (V2, novembre 2006)

di Antonio Puglia

Le ambizioni folk dell’ex musa di Stuart Murdoch ormai non sono più un mistero sin dai tempi di Amorino, fino ai recenti duetti in chiaroscuro con Mark Lanegan di Ballad Of The Broken Seas (bissati dal vivo con Eugene Kelly dei Vaselines). Se il concetto non fosse ulteriormente chiaro, questa nuova raccolta di canzoni - registrata nello stesso periodo del disco precedente - suona come una presa di posizione ancora più netta da parte della scozzesina: Milkwhite Sheets va dritto al cuore della questione, andando ad esplorare il cantautorato intimista più ombroso e tormentato(Nick Drake, Fred Neil, Tim Buckley), cimentandosi altresì nei territori del folk più tradizionale rileggendone alcuni motivi.

Isobel sposa in pieno la causa, quindi, e il risultato è insieme una dichiarazione d’amore per i suoi modelli (Willow’s Song e Thursday’s Child navigano negli abissi di Happy/Sad, James è uno strumentale in pieno stile Bryter Layter, così come la title track e Are You Going To Leave Me) e un tributo, che diventa sfida quando c’è da reinterpretare traditional come Loving Hannah (sfida in questo caso vinta, per inciso); e se le interpretazioni vocali non sempre sono ficcanti e opportune come dovrebbero, a controbilanciare ci sono arrangiamenti tanto impeccabili quanto rispettosi.

Qualche dubbio sulla credibilità può tuttavia ancora restare: a volte impegno e devozione non bastano, folk vuol dire anche vivere sulla propria pelle ciò che si canta; ma la passione di Isobel, allieva diligente, è sincera e va senz’altro rispettata. Ah, e chi fosse ancora a caccia delle tenere tinte pastello dei primi Belle & Sebastian o dei Gentle Waves, rinunci definitivamente all’idea: qui non ne troverà alcuna traccia. (6.8/10)

Live: Isobel Campbell & Mark Lanegan - Estragon, Bologna (31 gennaio 2007)

di Edoardo Bridda

È un modesto mercoledì infrasettimanale, di quelli che in un posto come l’Estragon fanno il deserto dei Tartari, anche con la star di turno. E invece, di Mark se ne sono ricordati tutti. Stasera era la sua sera. E sono tutti lì per lui, ad ammirarlo e - come accadrà durante lo show - pure a toccarlo, manco fosse già una reliquia. Del resto come biasimarli, per chi l’aveva visto l’ultima volta nella vecchia location, è giunto il momento del pellegrinaggio e non dello show. S’aspettano l’occhiale scuro, le sigarette a coprirgli la faccia e quella pitonata profusione di blues eroinomane da mandarti letteralmente al Sant’Orsola. Chi glielo spiega che l’evento è di lei, di Isobel, e che Mark è giusto lì per servirla? All’inizio nessuno se ne accorge, un paio di cartucce in combinata, tra slide guitar e valzer da speroni da Ballad of the Broken Seas, fanno bella mostra di sé – uno spettacolo country per due outsider -, poi giunge il turno dei sussurri della violoncellista, che a quella platea e a quel volume passano inosservati come la birra annacquata.

È professionale la Campbell, è colpa dell’audio se l’ugola non brilla, eppure la location per lei è un’altra, non il grande club che vuole l’uomo, quell’uomo che stanotte è soltanto un corpo (e fortunatamente ancora una voce), un rispettabile cowboy zombizzato dallo sguardo torvo e vitreo, dalla postura autorevole e dimessa, dal total black trasandato ma assente. A quell’assenza non compensa Isobel, gonfia di fianchi ma non di nerbo. Nè valsa la pena? A Mark basta poco per tarpare le penne, giusto una terna di cover classiche: I’ll Take Care Of You, Come Home e Ramblin’ Man, un vocabolario musicale incarnato e rappresentato alla perfezione. Basta questo, anche se lo show oramai puzza di marchetta. E pazienza, ci si deve accontentare del bel blues elettrico che suona la campanella dove la coppia finalmente gira l’elica. Quattro minuti e le luci s’accendono. 18 euro. Goodbye.