E’ la prima donna della scena avant folk finnica. Si chiama Merja Kokkonen ma incide dischi con il moniker Islaja. Tanto dolce ed eterea su disco, quanto pratica e determinata in vita. Quattro chiacchiere sul nuovo Ulual Yyy e su quello che gira intorno al forest folk che non vuole più essere né forest, nè folk.
Molto parole sono state spese per descrivere l’atmosfera di bucolico e incontaminato mistero che irradia dalla scena avant-folk finlandese. L’esotismo tipico di noi europei ha colmato gli interstizi tra una parola e l’altra con un diffuso senso di stupore, quando ci si è imbattuti in nomi strani e dalla pronuncia difficilissima come Kemialliset Ystävät, Fricara Pacchu, Paavoharju, Kuupuu, Lau Nau, Avarus e Islaja. Un nome quest’ultimo che invece entra subito in testa e non se ne va più. Lei in realtà si chiama Merja Kokkonen, ma per registrare dischi preferisce usare come moniker Islaja: “Merja è un nome troppo personale per me… E’ difficile aggiungere glamour a qualcuno che conosci così bene. Islaja è più misteriosa e non ha nemmeno niente di artificiale”. Raggiunta per una conversazione sul suo nuovo disco la Nostra mostra di essere assai lontana dall’icona di fatina buona e triste che serpeggia di riflesso dai suo dischi. Non che si stia parlando di una Lydia Lunch, ma in lei sembra esserci una componente pragmatica e realista che probabilmente non trova spazio nella sua musica. “Inizialmente non ho mandato le mie prime registrazioni a nessuno. Un mio amico mi disse però della Fonal e dal momento che io e Sami Sämpäkkilä avevamo studiato nella stessa scuola, un giorno gli chiesi di prenderci un caffè insieme e ne approfittai per fargli sentire il mio nastro. A lui piacque ma non mi promise nulla. Quando Meritie fu finito mi promise di farne un mastertape e allora finalmente realizzò che avrebbe voluto distribuirlo con la sua etichetta. Credo che fossimo entrambi realmente contenti della cosa”.

Questi i suoi primi passi e questo il rapporto con il mecenate della scena, Sami Sämpäkkilä, che oltre a diffondere musica attraverso la sua etichetta Fonal Records, ne fa di sua, in proprio, dietro l’appellativo Es. Islaja, come molti altri artisti della scena, canta nella lingua madre. Questo ovviamente aggiunge quel tocco di misterioso esotismo che provoca interesse ogni volta che ci si imbatte in esempi simili (Sigur Ros per esempio), ma dall’altro rende praticamente inintellegibile i testi e quindi tutto il mondo lirico della scena. Ulual Yyy, così come i suoi precedenti album rimane un misterioso enigma a meno che non ci si metta con un vocabolario a tradurre parola per parola: “Ulual Yyy non è un concept album, così ogni traccia ha la sua particolare storia. I miei testi sono poetici, alcuni anche mono-sillabici. Credo che dovresti conoscere l’intera traduzione della canzone, perché da una singola frase non si può capire nulla…”. Ulual Yyy è un disco di svolta. Sono sempre di più quelli che cercano di fuggire da un certo cliché ormai consolidato. Il forest folk finnico sembra volersi salvare da se stesso e molti nomi illustri della scena si stanno allontanando a lunghe falcate dal loro stesso stile. Quello di Islaja è un esempio perfetto di questo processo che per lei è legato soprattutto all’accresciuta consapevolezza dei musicisti: “Penso che tutta l’attenzione che abbiamo ricevuto in questi anni abbia poco a che fare con gli elementi ‘folkish’ ma soprattutto con quanto buona la musica è. Poi dipende molto anche dalla crescita di ognuno. Io usavo la chitarra acustica perché non avevo abbastanza soldi per comprarne una elettrica! In generale è una buona cosa che la gente si evolva. Adesso quasi tutti stanno nascondendo i loro strumenti acustici e comprano un sacco di effetti e pedali”. Quello che invece lei nega con forza è il fatto che ci sia da qualche anno a questa parte un trend che ha investito la scena di attenzione e riconoscimenti: “Non penso che noi abbiamo molto a che fare con quello che è successo a Mum e Sigur Ros e all’Islanda. Tutti abbiamo dimostrato che continuiamo a fare quello facciamo e contemporaneamente non vedo una diminuzione di interesse intorno a noi. Ogni anno è migliore del precedente, quindi non può essere soltanto una moda”.
L’altro tema, quello della donna musicista, solitaria e folk, che si strugge e che spesso richiama da parte della stampa specializzata le solite comparazioni la vede decisamente contrariata. Provo a dirle che spesso viene ingiustamente comparata a Nico e non lo avessi mai detto: “A volte sembra che ci siano solo tre artiste donne: Nico. Björk e Pj Harvey. E’ facile prendere un nome da questo trio per fare un leggerissimo paragone per dire all’ascoltatore cosa deve aspettarsi di sentire. Ma è soltanto pigrizia da parte di chi scrive e un sottostimare il pubblico che ascolta. Le mie più grandi influenze non vengono dalla musica invece. Vengono da altre cose, da altre direzioni: film e musica da film, e letteratura. I film e le soundtrack nei film di Pasolini, Herzog, Jaeckin, Weir…e anche molto da compositori particolari come Ghedalia Tazartes”.

Questo terzo disco di Islaja completa in qualche modo una sorta di strana trilogia uterina del 2007, iniziata con Mira Calix e continuata con il solo party di Tujiko Noriko. Musiche umorali, diafane, sfuggenti. Musiche che non sanno se farsi allegre o dimesse, introverse o sfacciate, luminose o oscure. Con il tempo e il ritmo per perdersi in pensose malinconie e irrimediabili tormenti e per sorrisi che si allargano senza fermarsi più. Se i precedenti lavori di Islaja, Meritie e Palaa Aurinkoon, ci avevano ammaliato, questo Ulual Yyy ci fa innamorare perdutamente. Dalla Finlandia al resto del mondo. Dal molto piccolo all’immenso.
La musica di della prima donna di casa Fonal ha le qualità primigenie di una lezione impartita con parole semplici. Non un briciolo di supponenza e presunzione, ma solo un torrenziale rovesciare se stessi con tutta l’umiltà di chi sta facendo solo qualcosa che ama, facendola al meglio. La scenografia è bucolica e stravagante come si conviene alla signorina di punta del free folk finnico. Le parti di organo hammond sono strutturali pendii su cui camminare da sola avvicinandosi solo idealmente alle rovine di Nico. Questa è una musica molto più dolce e terrena, anche quando ci si strugge fino a maledirsi (Sydanten Ahmija, Pete P). Suona deliziosamente enigmatica quando si lancia ad occhi chiusi in misteriosi sentieri di narcotica psichedelia jazz. Viaggia lontana anni luce da qualsiasi maniera, come negli onirismi più deliranti (Muusimaa, Muukralais-silma) con la voce a cantare quasi in stato di trance.
Come un bambino che disegna una casa e fa semplicemente un triangolo su un quadrato. Islaja ottiene il massimo dei risultati quasi involontariamente, con mezzi semplici. Il disco finisce nella nenia fantasy di Suru Li, con il cinguettio degli uccelli a protrarsi solitario. Per lei in questo disco c’è lo stesso destino delle liceali di Picnic a Hanging Rock. Perdersi può essere una forma di estrema liberazione o viceversa di dannazione senza appigli. In entrambi i casi non c’è altra scelta. (7.5/10)