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In The Birds In The Bushes riconoscerete il suono di almeno metà dei vostri utensili da cucina. Eva Saelens, già autrice di alcuni CD-R e al lavoro in varie collaborazioni con Axolotl, Yellow Swans, Gang Wizard e Jackie-O-Motherfucker, ha deciso di lasciare inascoltato qualsiasi richiamo del (proprio) buon senso e, dimentica di freni inibitori, scarica su un’ora abbondante di disco - inspiegabilmente pubblicato dalla 5 Rue Christine - tutte le proprie paranoiche velleità artistico-sperimentali.
Chiusasi in un cottage in riva al mare nei pressi di Cape Meares, Oregon, con il polistrumentista Lemon Bear - figura misteriosa ma a quanto pare coinvolta in vari progetti di genere - si lascia andare ad ore e ore di improvvisazione con strumenti a fiato, chitarre, qualunque oggetto scorto nei paraggi, field recordings che parodiano la musique concrete e, soprattutto, con la propria voce.
Su un caotico magma sonoro totalmente amorfo - fieramente ostile a qualsiasi superstite scampolo di struttura -, si posano vocalizzi che nemmeno Cathy Berberian, ululati, urla, mugugni quasi sintomi di ecolalia. Come degli Animal Collective sotto l’effetto di una dose particolarmente andata a male, quasi fossero degli allievi indisciplinati di Meredith Monk, si divertono ad infierire sul cadavere ancora caldo della folk song e alla lunga sulla pazienza del malcapitato ascoltatore, assistiti dai sodali Josue Martinez, Chris Dubois, Meghan Remy e Richard Moore in una efferata gara al massacro. Si salvano giusto il tribalismo tantrico e patafisico di Blue Train e 1950s, la stasi psichedelica indotta da fiati e piano in Cape Meares, gli esperimenti in analogico della conclusiva Forest Feeling. Ma davvero non basta a fugare l’impressione di essere di fronte ad un colossale raggiro, ad uno dei primi parti davvero deformi di quell’eccesso di weirdness ormai imperante in ambito folk. (4.5/10)

L’esordio di qualche tempo fa su 5RC di Eva Saelens, a.k.a. Inca Ore non era passato inosservato. La critica aveva unanimemente considerato quell’album, nato sulla scia delle freakerie post-moderne di Animal Collective, come uno dei dischi più brutti dell’anno appena trascorso. Della serie, va bene il post-modernismo, ma sbattere pentole e pentolini per un’ora non può e non deve essere considerata avanguardia.
Ora la signorina si ripresenta per questo duetto con Tom Carter (metà Charalambides, per chi non lo sapesse ancora) e il risultato è lontano mille anni luce da quel disco. Come a dire che la differenza la fanno le scelte giuste, specialmente se è chi accompagna a fornire la spina dorsale di questi cinque lunghi pezzi. Spina dorsale tanto per dire, dato che le composizioni sembrano più spettrali evanescenze post-folk che organismi ben definiti, frattali sonori piuttosto che strutturate organizzazioni di note. Difatti è inutile parlare di pezzi, tanta è la omogeneità che li contraddistingue; meglio sarebbe parlare di suite in più movimenti in cui si distingue Chiseling The Hidden Diamone, nella quale Tom rifinisce 14 minuti di apatico e fluttuante tappeto sonoro fatto di stratificati drones di chitarra, mentre Inca deraglia con vocalizzi magmatici e piuttosto inquietanti.
Nulla per cui strapparsi i capelli, ma un buon viatico per tenere d’occhio l’avanzare del sottobosco folky americano. (6.5/10)