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Introduzione
Critica
Webografia

Ikara Colt

di ©2004 Edoardo Bridda
Quattro ragazzi originari dell’East London, studenti della Whitechapel University, che come tanti loro coetanei delle art school anglosassoni avrebbero voluto nascere nella Grande Mela e avere vent'anni al momento giusto.
Foto: Claire Ingram, Paul Resende, Dominic Young e Tracy Bellaries, gli Ikara Colt

Sognando New York

di ©2004 Edoardo Bridda

Animati da notizie provenienti da oltreoceano riguardo un incombente revival punk-wave, gli inglesi Claire Ingram, Paul Resende, Dominic Young e Tracy Bellaries decidono di chiamarsi Ikara Colt (dove colt significa puledro e Ikara è il nome di un cavallo vincente nel circuito degli ippodromi inglesi) alla fine del 1999; di lì a poco, nei primissimi mesi del nuovo millennio, uscirà l’EP The Modern Age a firma di un gruppo newyorkese che diventerà arcinoto, gli Strokes.

Il sound di questi ultimi, strettamente imparentato con Stooges e Television, finisce per dettare legge: uno o due accordi, sovrapposizioni chitarristiche in raddoppio, canto giovanile, melodico e scazzone.

Annunciato dagli apripista White Stripes (senza contare gli svedesi The Hives e i "cugini" americani Von Bondies) ha così inizio il revival delle sonorità garagiste che hanno caratterizzato il periodo a cavallo tra i settanta e gli ottanta. La caccia agli idoli da emulare è aperta: urge prenotarsi in tempo, o si rischia di restare fuori dal carro.
I Nostri prontamente rispondono all’appello e confezionano una demo, biglietto da visita per le etichette; dopo vari e infruttuosi contatti col mondo discografico indipendente, la fatidica svolta arriva in occasione di un concerto al Dublin Castle dove è presente Steve Lamacq, responsabile dell'importante e seguitissima Radio One. Il businessman propone al gruppo di registrare delle session per una sua trasmissione e, con un colpo di fortuna ancora più grande, anche John Peel si interessa a loro.
L'airplay porta velocemente a un contratto con la Fantastic Plastic Records e alla pubblicazione di Sink Venice, singolo del 2001 seguito rapidamente da un secondo (One Note, settembre 2001) e da un terzo (Rudd),che farà da apripista per il debutto Chat and Business. L’album, registrato ai Fortress Studios dell’East London (non molto lontano da dove vive la band), vedrà la luce nel 2002, l'anno in cui il mercato sarà saturato da decine e decine di gruppi emul-rock (tra cui i Kills, nati guardacaso dall’interazione di un inglese e una newyorkese). Nel frattempo i quattro si sono giusto laureati sia alla Whitechapel University che all’accademia (per corrispondenza) dei Sonic Youth

Copertina: Chat and Business (Fantastic Plastic Records, 2002)
01 One Note
02 Rudd
03 Bishop's Son
04 City Of Glass
05 Pop Group
06 Belgravia
07 Sink Venice
08 After This
09 At The Lodge
10 Here We Go Again
11 May B 1 Day
12 Video Clip Show

Chat and Business (Fantastic Plastic Records, 2002)

di ©2004 Edoardo Bridda

Comprendente i tre singoli precedentemente apparsi sul mercato, l’album di debutto degli Ikara Colt non aggiunge una virgola a quanto già detto da migliaia di garage band negli anni ottanta. Il sound è quello più genuino e graffiante della Gioventù Sonica, specie quando a cantare è Kim Gordon, ma gli arrangiamenti non vanno oltre ai due-accordi-due del punk più dozzinale.
Sink Venice, cronologicamente la prima uscita del gruppo (qui traccia numero 7) rappresenta l’emblema di tutto ciò: da una parte un accattivante recupero estetico, dall’altra la disarmante evidenza che nulla è stato aggiunto (o tolto) alla formula originale. One Note (traccia 1), sebbene oscilli maggiormente tra forte e piano, è pressappoco uguale alla precedente – veloce attacco basso/batteria, raddoppio serrato con la chitarra, piccola strofa, ritornello, deflagrazioni minime sul finale –, mentre Rudd (traccia 2), sebbene Paul Resende acquisti una maggiore confidenza vocale, non è altro che un brano qualsiasi di una band qualsiasi di esordienti.
Per fortuna i risultati migliorano (ma non troppo) coi brani confezionati appositamente per il disco: in Bishop's Son le partiture per chitarra sono sicuramente più avvincenti, il tocco bluesy in After This è interessante e, se proprio non vogliamo ancorare l’intera recensione a una spietata musicologia, gli accordi dissonanti di Here We Go Again (la più Pistolsiana del lotto) meritano di essere menzionati.
Quando però si cerca una variante al baccanale newyorchese che impregna fortemente tutto l’album (Pop Group, Belgravia, Here We Go Again stessa), ecco che tra le solite partiture vocali di marca sonica si inserisce un elemento tipicamente anglosassone: cupezze Joy Division/New Order prima maniera, presenti in At The Lodge (che principia con la classica drum-machine anni ’80), e nella wave di May b 1 Day (con i soli rombi di basso e batteria a accompagnare gran parte del brano). Tuttavia, il giochetto vocale tra Paul/Moore e la Claire/Gordon, il primo cool (sui toni bassi), la seconda distorta in response al contro canto (sui toni acuti) non fa che ricordare, se ci fosse ancora bisogno di ripeterlo, quanto Chat and Business non brilli di luce propria …e come fare a meno di sottolinearlo? (5.0/10)

1 Bring It To Me.
2 Maybe 1 Day (Version).
3 Don't They Know
4 Panic
5 Maybe 1 Day

Limited Double 7" (FP7031)
1 Bring It To Me.
2 Maybe 1 Day (Version).
3 Don't They Know
4 Panic
5 Maybe 1 Day

Basic Istructions EP (Fantastic Plastic Records, 2002)

di ©2004 Edoardo Bridda

Sull’onda di May b 1 Day, il brano più wave contenuto nel debutto del gruppo londinese, prende il via quest’EP che contiene due versioni della suddetta traccia più tre brani inediti, presumibilmente scartati da Chat and Business. La nuova versione di May b 1 day (Version, appunto), con i suoi ammicchi palesemente disco e dark, fa venire in mente la musica da ballo wave berlinese, mentre la successiva Don't They Know, che ne segue le mosse, strizza l’occhio ai New Order, con un accento volutamente più aggressivo. Il resto è noto, soltanto detto con maggiore enfasi: dalle abrasioni scagliate al muro di Bring It To Me ai fischi di amplificatori e ai cingolati sopra detriti di Panic. (6.0/10)

01. Wanna be that way
02. Wake in the city
03. Jackpot
04. Modern feeling
05. I'm with stupid
06. Rewind
07. Waste ground
08. Hows the world gonna take you now
09. Motorway
10. Repro/roadshow/nightmare
11. Day draws thin
12. Automatic

Modern Apprentice (Fantastic Plastic Records, 2004)

di ©2004 Edoardo Bridda

Dopo essersi esibiti a destra e a manca finendo tra le line up dei maggiori festival estivi inglesi (e facendo la gioia di vecchi e nuovi poghisti), gli stoici Ikara Colt si ripresentano all’appuntamento discografico sulla lunga distanza con Alex Newport (At The Drive-In, Icarus Line) in cabina di regia. Annunciato dai singoli Wake In The City e Wanna be that way, Modern Apprentice si compone di 10 tracce, scritte durante le passate tournée e limate per bene in sede di missaggio, che presentano un sound più compiuto e accorto rispetto agli esordi.
L’iniziale Wanna be that way è il classico brano apripista, energico e fruibile, possente tanto nei riff puliti à la Judas Priest (!) della strofa, quanto in quelli distorti del ritornello e culminante nel climax vocale della ripetizione del titolo. A seguire, una commerciale Wake in the city limita al minimo la distorsione, a favore di un veloce giro di basso su cui si stagliano alcuni puntellati accordi di chitarra; uno sbocco insperato al sound wave che il gruppo cercava fin dall’Ep Basic Istructions.
Il resto dell’album non farà altro che confermare o regredire da queste ipotesi: da una parte il ripetere le intuizioni di quel singolo del 2002 (il fashion dark side di Modern feeling, How's the world gonna take you, Waste round, Day draws him), e dall’altra la proposta del solito menù di efferatezze, tra colate di distorsioni e piccole pause costituite da assoli minimi (Jackpot, I'm with stupid, Rewind, Repro/roadshow/nightmare, Automatic) per rendere più detonante la ricaduta. E su tutto, la palese riproposizione di sonorità Sonic Youth e Pixies (emulati spudoratamente soprattutto dalla voce).
Sebbene quest’album si giovi di una produzione più accurata che ne ha esaltato le dinamiche e messo (all’occorrenza) ordine nel caos, gli Ikara Colt sono una band che desidera ardentemente sparire nel giro di pochi anni. E d’altronde, se non vado errato, questo è proprio quello che hanno dichiarato loro stessi in un’intervista (!). Segno dei tempi: se prima si urlava “voglio morire prima di diventare vecchio” o “è meglio divampare che dissolversi lentamente”, ora più pragmaticamente si preferisce affermare in tono compunto che “è meglio fare una manciata di brani e poi sparire”. Emblematico che i ragazzi abbiano tutti una laurea in mano da spendere in caso di necessità (e come dar loro torto?). (6.0/10)