
È un disco tristissimo, questo degli Idaho. Ennesimo capitolo di una storia che va avanti dal 1992. Eppure, ancora una volta, Jeff Martin riesce nell’impresa di far sanguinare il suo cuore in un modo così sentito e quasi masochista da riportare alla mente - più per attitudine che per sonorità - un capolavoro devastante e introspettivo come Katy Song degli indimenticabili Red House Painters.
L’avvertimento è d’obbligo per chi ha fatto indigestione di chitarre arpeggiate, ritmi narcolettici e mal di vivere sublimato in malinconiche note musicali: la ricetta di The Lone Gunman prevede proprio questi ingredienti, dosati e cucinati allo stesso modo di sempre. Quindi mai come in questo caso è una questione di personale predisposizione all’ascolto, prima ancora che di qualità intrinseca del prodotto. Per cui l’eterea Echelon, con il suo incedere zoppicante in 7/8 e i suoi riverberi maestosi e desolati, ha la capacità di suscitare reazioni contrastanti: sbadigli in coloro che “già sanno”, pelle d’oca in chi invece si ritrova a proprio agio in queste atmosfere.
Ma la bravura di Jeff Martin è indiscutibile, e si nota anche negli episodi meno interessanti della raccolta. Live Today Again, ad esempio, soffre della sua stessa malinconia, sin troppo accentuata nelle linee vocali. Eppure l’arrangiamento, grazie a una chiusura poco convenzionale per i canoni slowcore, cuce un buon vestito addosso alla canzone, donandole una dignità compositiva di un certo livello. Segno che, in alcuni casi, il vituperato “mestiere” riesce a salvare brani che in mano ad altri musicisti sarebbero stati mortificati.
Diviso tra tentazioni electro strumentali (Wet Work è una marcetta emozionante che si sorregge tra pianoforte e batteria sintetica) e classico folk-pop (la semplicità di Cherry Wine), The Lone Gunman rappresenta un nuovo centro per gli Idaho. Manca l’elemento sorpresa, ma basta una canzone come Some Dogs Can Fly per ricordare che la classe davvero non è acqua. (7.3/10)

Di quell’allegra compagine che nella prima metà dei ’90 diede vita allo slo-(sad-)core, gli Idaho di Jeff Martin sono uno degli esemplari più longevi, solidi e sostanzialmente fedeli a se stessi; The Lone Gunman (2005), il più recente di un’ormai lunga serie di titoli, è lì a dimostrarlo, in tutta la sua struggente malinconia. Chissà perché però, quando è il momento di parlare del genere, si tirano fuori sempre i “soliti” Low, American Music Club, Red House Painters (per inciso, tutti influenti sulla band in questione). La ripubblicazione di questi due lavori “gemelli”, usciti a fra il ’97 e il ’98, potrebbe fornirci una risposta - per assurdo -: gli Idaho erano (sono) anzitutto una indie rock band, che all’occorrenza sa anche scodellare squisitezze pop.
Questo è The Forbidden EP, ovvero il verbo di Malkmus - quello coevo, già addomesticato, di Brighten The Corners – nella declinazione di Martin: The Thick And The Thin e Golden Seal, gli episodi più ”sconcertanti” da questo punto di vista, lasciano poco spazio a dubbi di ogni sorta; così com’è assolutamente certa la devozione del songwriter per il Neil Young morfinomane (la splendida e desertica Bass Crawl), giusto appena virato alla maniera di J. Mascis (Hold Everything). Un gioiellino di cinque tracce a cui segue sulla lunga distanza Alas, che non fa altro che espandere ed esplorare ulteriormente quei territori; l’anima pop è appena più nascosta, ma quando esce alla luce ti abbaglia (Only The Desert). In prospettiva, l’album segnò una svolta nelle dinamiche del gruppo, che da allora è quasi esclusivamente un progetto del solo Martin; ed è infatti un disco in cui alla cura per le atmosfere si accompagna una scrittura più decisa ed incisiva, al punto che ascoltando Yesterday’s Unwinding, Tensile, Leaves Upon The Water, Run But U Can gli accostamenti frequenti ai due grandi Mark (Eitzel e Kozelek), oltre ai nomi già citati, risultano quanto mai azzeccati. Il bello delle band “minori”: non importa quanti se ne ricordano, basta tenerle nel taschino vicino al cuore. (7.3/10)