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Mentre ascoltavo gli Hollowblue ero contemporaneamente impegnato nella lettura delle schede stampa e di alcune recensioni che accompagnavano l'uscita del cd. Parlavano di un amore giovanile del leader Gianluca Maria Sorace per Syd Barrett, del fatto che il musicista abbia iniziato con il "lo-fi" e che le influenze dell'album si possono ravvisare in gruppi quali i Tindersticks, i Divine Comedy, i Gallon Drunk e Nick Cave. Leggevo inoltre della provenienza livornese del gruppo all’esordio discografico e, infine, del fatto che il promo che mi è stato spedito uscirà a dicembre per la Suiteside, l'etichetta che trimestralmente pubblica e promuove artisti esordienti.
Non credendo a nulla di quel che ho scorso velocemente e distrattamente, controllo, incredulo, che l'album sia quello di cui si parla e, a sorpresa, il cd è quello giusto. Prima di interrompere la musica di quelli che sembrano tutt’altro che esordienti, ascoltavo Days Of Wintry Hill e ora Jim Morrison è il primo nome che mi sovviene. La traccia, che ha chiare influenze folk nel riff al violino di Chiara Cavalli e si sviluppa con compostezza proprio come un piccolo ensemble da camera, è caratterizzata dalla suadente e romantica voce di Sorace - vicina a Brian Ferry per l'intonazione ma certamente a quella del Re Lucertola per il mood - e una citazione mirata (la lallazione/tentennamento ritmico che ricorda Love Me Two Times). Ingegnoso l'accostamento, simile a quello già operato dai Tindersticks (ma per nulla staccato/impostato come lo vorrebbe Stewart Staples), piuttosto pare di ascoltare un'anima fragile che si rifà al cantante dei Doors, proprio come accade in What You Left Behind nella quale, dalle prime note, si possono ravvisare echi di You're Lost Little Girl (un brano di Strange Days, Elektra, 1967).
Pur convincendomi della bontà di quei paragoni, e della consapevolezza e gusto con cui questi sono amalgamati nella calligrafia del Nostro, mi rendo conto di quante altre cose ci siano da sviscerare, di quanta cura e raffinatezza goda questo eppì, ma anche di come lo stile di Sorace porti lì dove tutti coloro che sono stati citati (in questa come nelle altre recensioni) sono andati a pescare, ovvero un certo rock progressivo particolarmente incline al neo-classico. Come non pensare ai vocalizzi di un Greg Lake ascoltando Triplex Sin, dove par di ritornare dalle parti della corte del Re Cremisi e del suo mellotron? E in Black Birdsm come non ricondurci alla tristezza noir di Pete Sinfield (che dei Crimson fu per un po' il paroliere)? Ciò che colpisce di Gianluca Maria Sorace è la capacità di citare la tradizione rock più "alta" senza tuttavia risultare emulo o passatista. Che gli Hollowblue siano paragonati a Nick Cave (influenza ravvisabile nella sola Io Bevo con ospite Anthony Raynolds), può certo tornare utile a Sorace, da parte nostra ammiriamo un musicista che ripropone, aggiornandole con tocco personale, alcune belle pagine della storia musicale. (7.0/10)

Un album di debutto covato a lungo (ben tre anni sono passati dal mini omonimo che ce li fece conoscere) e si sente. Tempo speso bene: la calligrafia è sovraccarica, versicolore, potente, all'insegna di una sintesi tra romanticismo ingrugnito Cave, noir sabbioso Calexico, inquietudine mitteleuropea dEUS e languore glam mutuato brit-pop come i primi Suede, i Divine Comedy o certe cose del peraltro amico Anthony Reynolds. Ingrediente fondamentale è il timbro da Brian Ferry infeltrito (ascoltatevelo in He Comes For You) del buon Gianluca Maria Sorace, fautore principale e autore pressoché unico del progetto, un quintetto a base di chitarra, violoncello, basso, batteria più gli ammennicoli del leader polistrumentista (piano, chitarra, synth, vibrafoni, loop...), cui si aggiungono fruttuosamente la tromba di Andrea Inghisciano e il violino di Sarah Crespi, talvolta impegnata anche al pianoforte.
Si diceva di un sovraccarico di segni, conseguenza evidente della vis melodica del Sorace, votata allo struggimento decadente, anima in pena languida e tormentata come talvolta un Paolo Benvegnù (la splendida We Fall, cantata assieme a una turgida Lara Martelli), disposta ad estenuarsi tra architetture visionarie in bilico tra psych e prog vagamente King Crimson (No Wings Inside), a pettinare con strali wave scorci desertici pescati in chissà quali balcani (Stars Are Crashing In Mexico!) per poi digrignare l'anima come un Re Inchiostro deposto dal primo Patrick Wolf di passaggio (Loverstars). Restano da segnalare una First Avenue scritta e interpretata assieme a Dan Fante, figlio del grande John e anch'egli scrittore, una Jodie Foster (già!) dalle turpi incandescenze e una Tiger che macina brit emozionale con foga quasi Afghan Wigs.
Tirate le somme, è il disco di una band che ha il merito di pensarsi grande oltre le frontiere - spesso più mentali che altro - di questa provincia d'impero. Volendo possiamo individuare un difetto nell'eccessiva "forza di attrazione gravitazionale" del leader, che a tratti sembra inghiottire tutta l'energia convogliandola nel proprio manifestarsi, impedendo al resto di respirare quanto dovrebbe. Comunque sia, ad averne... (7.2/10)