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Introduzione
Critica
Webografia

The Hives

di ©2004 Antonio Puglia e Edoardo Bridda
Antesignani del revival garage che ha inondato il panorama musicale di inizio millennio, gli svedesi Hives sono stati tra i primi fautori di questa “nuova rivoluzione” a colpi di chitarre, giacche alla moda e pantaloni sdruciti. Ritratto di uno dei fenomeni musicali più in vista della nuova ondata degli anni 2000.
Foto: The Hives

Hail to rock and roll

di ©2004 Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Nella seconda metà dei novanta, tra la morte del grunge, la gloria del post rock e il fiorire dell’elettronica al di fuori del dance-floor, un quintetto di teenager provenienti dall’insospettabile Svezia metteva a ferro e fuoco il Paese, stordendo e stregando i coetanei con una miscela primitiva di Rolling Stones, Stooges e MC5 condita da un’inequivocabile attitudine punk. Musica su cui non c’è tanto da ragionare: rock and roll grezzo alla base, obbediente ai canoni stilistici del genere, frullato sapientemente assieme al garage e alla sporcizia indie-hardcore anni ’80.
Passa qualche anno e, sulla scia della cometa trainata da nomi ultra-cool provenienti da oltreoceano come Strokes o White Stripes, anche per gli Hives il successo di inizio millennio è garantito.
In uno dei suoi corsi e ricorsi senza fine, la storia sembra ripetersi: almeno una volta al decennio, ecco una piccola grande rivoluzione che abbatte ogni incertezza e ogni vecchiume a colpi di chitarra e litri di sudore, che spinge teenager di tutto il mondo a incendiare le chitarra e gli amplificatori.
Chiamala rock and roll, punk, disco, grunge, è una piccola realtà destinata a segnare il costume dei suoi tempi.
E in questo inizio millennio, una nuova tendenza al revival r&r sembra aver decisamente preso piede: dai club rock londinesi a quelli italiani si rileva una rinnovata affluenza ai concerti e pure gli stilisti, da sempre abili vampiri di fermenti che lambiscono la superficie, hanno iniziato a vedere nel rock una risorsa per la loro creatività.
Basta farsi un giro nelle città del rock italiane come Milano e Bologna per rendersi conto di quanto è facile rimanere fuori per sold-out ai concerti di Xiu Xiu, Franz Ferdinand o Mark Lanegan giusto per citarne alcuni, e non occorre fare altro che dare un veloce sguardo alle vetrine dei negozi più alla moda delle nostre città per trovarsi inondati di abiti che richiamano alla mente l’abbigliamento punk prima maniera, quello che venne prima della pelle, delle creste (e dell’eroina).
Giacche bianche come quella che portava Syd nel video di My Way, spille a go-go e c’è pure chi ha stampato magliette che, oltre alle scritte, presentano le icone del vecchio rock: Jagger, Richards, Bowie a 100€ cadauna. Il must dell’estate, oltre a travestirsi da spacciatori terzomondisti (anche qui il richiamo della mitica strada reediana ritorna) è l’indossare un mito punk o proto-punk. One for the money, two for the show, three for ...fashion: sei una rockstar per quello che hai addosso, poco importa se di quelle facce conosci manco un vinile.
D’altronde il punk è punk, lo è sempre stato e quello spirito per molto ancora sarà. Che catalizzi un bisogno innato dei giovani nel far casino o rappresenti un istinto di brada sopravvivenza urbana, sia esso un’astratta attitudine o un’estetica ben definita in ogni dettaglio, poco importa; il punk se ne infischia di tutto, dalla storia alle regole, al saperci fare, al dimostrare qualcosa. Dalla sua il patentino di purezza rock, quello duro e puro dei cinquanta, minimo e primigenio, tolto pure degli assoli. Una licenza che libera da ogni impegno di progressione, di moto verso una meta. Non importa il saperci fare ma il farlo e basta.
Niente di strano dunque se gli Hives somiglino a mille altri punkster, che li ricordino smaccatamente. E niente di scandaloso se questi ragazzi hanno deciso di darsi un look, di vestirsi di bianco e nero, tutti uguali proprio come i damerini neri di doo-wop dei cinquanta. Puro sberleffo punk. Anche all’epoca del punk era successo lo stesso: tanti gruppi, rapidi, veloci, freschi e vecchie star che cercano di rincorrere le nuove tendenze (perfino Cher si reinventò punkette a un certo punto!). Tanti gruppi, e pochi che rimarranno nella storia… come accadrà adesso, probabilmente, al dissolversi di questo polverone.
Tutto identico, o quasi… gli Hives, ricordiamolo, a differenza dei pur modaioli Pistols, non scandalizzano nessuno, non bruciano alberghi e tanto meno saranno additati come i fautori del declino dell’economia svedese. Certo, il punk “storico” fu contraddittorio come pochi: si legò sì al rumore e alla violenza, ma anche alla moda, come all’urlo per il disgusto di una società andata a puttane e contemporaneamente a un edonismo estremo e autodistruttivo. Emblematici i Clash, che dichiararono in un’intervista che ora che avevano fatto i soldi era imbarazzante ritornare a parlare di Remote Control o di Complete Control; ancor più scomodo per loro ammettere di desiderare una bella macchina più di ogni altra cosa!
E, comunque, venduti o meno, la differenza col famoso ’77 risiede nel fatto che in quel periodo una scena, un’interazione dal basso creava la moda. La strada, la sua miseria ma anche il suo imprescindibile collante, era lì. Tutt’altra cosa il mondo di oggi, dove le realtà sono planetarie e virtuali, unite soltanto da stampa, (M)tv e Internet, dove ciò che le contraddistingue è soltanto l’urgenza espressiva di singoli commando che si distinguono per velocità e scientificità.
Già, quanto sono abili gli Hives nel mescolare e rimescolare quei pochi accordi, nel cesellare punk, ska, Mick Jagger, New York Dolls, Ac/Dc e pure i Devo. Chirurgie post-moderne nel tessuto di un rock morto e risorto troppe volte alla luce di capriole e tuffi carpiati. Ascoltandolo ora, il vecchio rock pare rigido, lento e sì, imperfetto.
Eppure quanta pulsante imperfezione dietro ai brani dei proto-punkster Stones, quanta gioia di suonare assieme nei Clash…i Feelies non sapevano suonare quando pubblicarono il primo album, il loro minimimalismo era perciò condizione imprescindibile; i Gun Club volevano che il loro Fire Of Love fosse più lento e blues ma appena più veloce suonava che era una meraviglia… Dinamiche di gruppo, di vitalità che si scontrano. Imperfezioni. Si ascoltino invece gli Ikara Colt o i nostri Hives: precisi, metronomici, perfetti nella loro sistematica emulazione di modelli vincenti. Dallo spirito rock and roll al teen spirit ridicolizzato e profetizzato da Cobain, il passo è breve.
Tuttavia, tirando le somme di tutta questa tediosissima dietrologia, gli svedesi di Veni vidi vicious (tutta la loro essenza, in quel titolo!) sanno il fatto loro: non vantano natali illustri né sembrano aver frequentato i posti che contano; ciononostante la loro proposta si è subito caratterizzata come una delle più incisive del genere, tenendo conto, ovviamente, di tutti i pro e i contro del caso.
Rock and roll is here to stay, diceva il Saggio Neil nel 1978, all’indomani dell’ondata punk e della morte di Elvis… beh, in fondo aveva ragione: dopo ventisei anni, in barba a tutto, possiamo sempre fruire di quest’anomala ondata di riffettini, urla e boogie da farci ballare e zompare fino a fracassarci le anche e i talloni.
Ancora una volta, Hail to rock and roll… anche se una vocina ci dice che dobbiamo accontentarci del suo sfavillante rivestimento e fidarci poco della sua robotica fattura, della sua forma funambolica e proteiforme.

Copertina: Barely Legal
01. Well, Well, Well
02. A.K.A. I-D-I-O-T
03. Here We Go Again
04. I'm a Wicked One
05. Automatic Schmuck
06. King of Asskissing
07. Hail Hail Spit N' Drool
08. Black Jack
09. What's That Spell?...Go to Hell!
10. Theme From...
11. Uptempo Venomous Poison
12. Oh Lord! When? How?
13. Stomp
14. Closed for the Season

Barely Legal (Gearhead, june '97)

di ©2004 Antonio Puglia

Howlin' Pelle Almqvist, Nicholaus Arson, Chris Dangerous, Dr. Matt Destruction e Vigilante Carlstroem cominciano a suonare appena adolescenti in quel di Fagersta, Svezia, a.d. 1993.

La leggenda vuole che si siano incontrati dopo aver ricevuto ognuno una lettera diversa con ora e luogo dell’appuntamento; loro mentore e misterioso burattinaio, tal Randy Fitzsimmons, che sparirà nell’ombra qualche anno dopo il lancio del gruppo.

Mitologia a parte, nel 1995 il quintetto trova il sostegno del discografico Peter Ahlqvist, fondatore della label indie Burning Heart; sotto questa sigla gli Hives pubblicano nel 1996 il loro primo mini Oh Lord! When? How?, seguito l’anno seguente da questo debutto, Barely Legal. Un dischetto veloce, agile e immediato, non ancora intriso di quella coolness-a-tutti-i-costi tipica dell’era Strokes, ma piuttosto permeato di un’urgenza tipicamente adolescenziale riversata senza filtri in quattordici canzoni, per mezz’ora scarsa di musica. Si tratta prevalentemente di brani di hardcore melodico, sporcati di Pixies (periodo Surfer Rosa) e Stooges (Here we go again), in un party punk and roll revival alla Clash/Ramones, senza risparmiare momenti di pura violenza (King of ass kissing), riff grunge (Hail hail spit droll) e boogie à la Lust for life (The Stomp, coi Jet a prendere nota per Are you gonna be my girl). Un disco da consumare (e digerire) velocemente, così come è stato concepito. (6.0/10)

Copertina: Veni Vidi Vicious
01. Hives-Declare Guerre Nucleaire
02. Die, All Right!
03. A Get Together to Tear It Apart
04. Main Offender
05. Outsmarted
06. Hate to Say I Told You So
07. The Hives-Introduce the Metric System in Time
08. Find Another Girl
09. Statecontrol
10. Inspection Wise 1999
11. Knock Knock
12. Supply and Demand

Veni Vidi Vicious (Burning Heart, aprile '00)

di ©2004 Antonio Puglia

Dopo la pubblicazione dell’ Ep a.k.a. I-D-I-O-T nel 1998, sostanziale conferma di quanto già detto in precedenza, gli Hives tornano al momento giusto (il 2000, poco prima dell’esplosione new garage) col disco giusto.

Veni vidi vicious (titolo geniale, inutile negarlo) è un’endovena di ribellione giovanile a buon mercato, una summa del marasma fatto di chitarroni e hype che di lì a poco invaderà il mercato discografico. La matrice hardcore che marchiava a fuoco gli inizi del gruppo lascia poche tracce di sè, in favore di un boogie-punk sfrenato e senza sosta: una formula che si rivelerà, a posteriori, più che vincente.

Gli Hives si destreggiano abilmente su queste coordinate, lasciando ben poco all’immaginazione: il garage chiassosissimo alla Stooges di Declare Guerre Nucleaire (replicato in Hate to say I told you so) non lascia dubbi in tal senso, e allo stesso modo Die, all right traccia una sorta di continuità tra vecchia e nuova generazione di punkster (“Heavy morals seem so light but when it comes to cash I'm gonna die all right!”); il resto dell’album scorre liscio come l’olio senza grandi variazioni sul tema, nemmeno si trattasse di un disco dei Ramones; tra i brani particolarmente degni di nota, il singolone Main offender, caratterizzato da un riff alla Kinks, e il divertissement Find another girl, ironico e divertente cha cha cha in puro stile sixties, infarcito di esotismi e di un moog vagamente pavementiano.
Insomma, ce n’è per tutti. Veni vidi vicious è un episodio felicissimo per gli Hives: le porte dello stardom sono destinate a spalancarsi di fronte a questa sapiente (ed efficace, ammettiamolo) mistura di ingredienti approntata per satollare i teenager di ieri e di oggi. Domani, chissà. (6.3/10)

Copertina: Tyrannosaurus Hives
01. Abra Cadaver
02. Two-Timing Touch and Broken Bones
03. Walk Idiot Walk
04. No Pun Intended
05. A Little More For Little You
06. B is for Brutus
07. See Through Head
08. Diabolic Scheme
09. Missing Link
10. Love In Plaster
11. Dead Quote Olympics
12. Antidote

Tyrannosaurus Hives (Interscope, luglio '04)

di ©2004 Antonio Puglia

Forti di una fama consolidata da una compilation (Your favorite new band, 2002, per la Poptones di Alan McGee) e da concerti in lungo e in largo tra Europa e States (a fianco di International Noise Conspiracy ed Hellacopters e sui palchi prestigiosi di Reading e Leeds), gli Hives si ripresentano con questo Tyrannosaurus Hives; una prova difficile, specie se si considera l’indigestione di rock and roll seguita a Veni vidi vicious.

Dopo che gli Strokes hanno fallito miseramente la seconda prova, i White Stripes sono diventati un vero e proprio cult (grazie soprattutto alla forte personalità del leader Jack White) e nel frattempo una pletora di band-cloni tartassa il mercato discografico con infinite variazioni sul tema (Von Bondies, Ikara Colt, Jet, Warlocks e tanti tanti altri), come possono gli Hives, a sette anni dagli esordi, uscire da questo vicolo cieco?
La risposta è più che semplice: continuando a fare del “sano” rock and roll, giocando ironicamente sul loro status di “dinosauri” (cfr. il titolo), cercando tuttavia di allargare i propri orizzonti pur non uscendo dal seminato. Il minuto e mezzo iniziale di Abra Cadaver è una dichiarazione di intenti: se lo stampino resta il caro vecchio garage, la materia viene plasmata più accuratamente, con un occhio di riguardo alla new wave nell’introdurre cadenze robotiche, effetti per chitarra e synth spaziali; nelle intenzioni, non siamo troppo lontani dalle reinvenzioni di Black Francis in Trompe le monde.

Così, Two timing touch and broken presenta un arrangiamento e una struttura più varia; B for brutus ha l’incedere buffonesco dei Fall; Love in plaster è una maniacalità Devo con un riff morriconiano nel chorus; A little more for little you alterna il boogie degli Stones al punk corale.

Non mancano i classici pezzi da pogo, come See through head (quasi ska-core), Missing link (obliqua e saltellante), Dead quote olympics, No pun intended e Antidote (infarcite dei soliti riferimenti Clash); meritano menzione a parte il singolo Walk idiot walk, segnato da un riff incisivo alla Keith Richards e tutto giocato sulla sezione ritmica e la voce, con le chitarre a fare da contorno, e la ballad in stile 50’s Diabolic scheme, con Pelle che fa il verso al Jagger/Steven Tyler più indemoniato, con azzeccati interventi orchestrali e uno spastico e parodistico assolo di chitarra a completare il quadretto.
A conti fatti, nonostante i nuovi abiti e alcune zampate di classe, gli Hives non riescono a fare a meno di essere gli Hives. Un altro disco per pogare ed ancheggiare senza troppi pensieri, che però rischia di accontentare anche i palati più fini. Comunque sia, avanti il prossimo. (6.5/10)