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Herself

di Manfredi Lamartina
Herself è l’alter ego musicale del palermitano Gioele Valenti. Herself è un viaggio musicale che è nato dissonante e sperimentale qualche anno fa, è proseguito folk ed intimistico e adesso sta crescendo in emotività e bellezza. Herself è da ascoltare ad occhi chiusi e con il cuore aperto.

Intervista con Gioele Valenti (Herself)

di Manfredi Lamartina

Chi è Herself?

Herself è un progetto composito. È vero che ruota intorno a me, ma negli anni si è sempre avvalso dell’aiuto di musicisti indispensabili come Sergio Serradifalco, contrabbassista che mi segue in tour e che è a tutti gli effetti il secondo Herself. È un progetto aperto, quindi, anche ora se si è consolidato in duo.

Guardando indietro nella storia di Herself, si nota una sorta di girotondo artistico, nel senso che sei partito come rumorista puro, poi ti sei evoluto in direzione di un folk acustico e adesso, nell’ultimo disco, To Become A Trappist/ Aerolith dice che stai tornando al punto di partenza. Come mai?

Ogni album di Herself fotografa un periodo preciso. Che si ritorni ciclicamente sempre allo stesso punto è abbastanza normale, anche perché io mi stanco molto facilmente del mio suono e cerco di rivitalizzare sempre le mie composizioni, anche facendo un passo indietro.

God Is A Major. Ti va di spiegare una volta per tutte quale messaggio vuoi lanciare con questo titolo?

Il titolo ovviamente si presta a più letture. C’è ironia, senza dubbio, ma c’è anche un’amara riflessione sulle sorti dei gruppi odierni legati a vario titolo alla realtà major. In realtà Dio è una major, ma è anche un accordo di la maggiore. A voi la scelta su quale sia l’interpretazione più calzante.

E tu come ti poni? Sei un eretico nei confronti di questa religione?

Assolutamente no, io non sono un estremista. Purtroppo però le sorti di una band ormai sono legate da fattori esterni alla musica. Quindi se qualcuno ha alle spalle una major avrà maggiori possibilità di poter andare avanti rispetto a chi invece non ha nessuno in grado di aiutarlo, non solo economicamente ma anche da un punto di vista di semplice dignità lavorativa e artistica.

Come lavori sui testi?

Il mio è un approccio piuttosto naif. Adoro un certo tipo di cut up letterario, che mi permette di prendere due testi diversi e unirli, adattandoli ad una sola canzone. Non mi piace la linearità. È raro che un mio pezzo parli di un’unica cosa. Il lato autobiografico si limita al momento in cui le parole vengono rielaborate ed usate come materiale simbolico.

E l’italiano? Proprio non ne vuoi sapere?

Per la verità ho iniziato da giovanissimo a fare musica acustica in italiano. Poi ho lasciato la cosa perché non mi piaceva il tipo di parabola creativa che la musica cantata in italiano stava prendendo in quel periodo. D’altronde, io ho sempre preferito i cantanti anglosassoni.

L’album lo hai registrato da solo?

Sì, come il precedente, del resto. I mezzi di produzione sono sempre gli stessi da una vita. Molto poveri.

Ma davvero ti piace registrare in edifici abbandonati?

Questa storia è nata per gioco. C’è un mio amico che ha una casa piuttosto cadente. Si tratta di una vera e propria baracca. Lì ho avuto l’opportunità di registrare diversi brani del cd. Tutto qua. In effetti, c’è ben poco romanticismo in tutto ciò.

Rispetto al precedente lavoro, qui c’è una parte ritmica decisamente più pronunciata. Come mai questa scelta?

A me è sempre piaciuto un suono cacofonico della batteria. Così stavolta, avendo una batteria a disposizione, ho deciso di pestare un po’ sui tamburi, cosa che ha dato ad alcuni brani un sapore più rock rispetto a come erano stati originariamente pensati.

Perché secondo te nel resto d’Italia non si hanno praticamente notizie di una scena indie palermitana? Problemi geografici, pigrizia dei musicisti o vuoto creativo?

La riflessione è complessa, perché le varianti in gioco sono parecchie. Non credo alla retorica del sud depresso che non viene preso in considerazione dalle etichette. Palermo è una città con un fervore musicale eccezionale. Il problema è che la nostra fatalistica sicilianità ci impedisce di osare e di cercare altre alternative. È vero che Palermo in linea di massima non propone roba adeguata agli standard internazionali, però ci sono diversi musicisti – magari meno esposti sui media – che sono molto apprezzati. Da parte mia posso dire che se non ci avessi creduto e non avessi tentato di trovare la mia strada non sarei riuscito ad ottenere quel poco che ho.

Ma a te per ora come vanno le cose?

Bene, anche se provengo da un periodo molto difficile. È scomparso un mese fa Marcello Virzì, il chitarrista che mi ha accompagnato in tutti questi anni. Per me è stato un dramma personale incredibile, lo conoscevo da quindici anni. Eravamo come fratelli. Lui dava ai brani un apporto fondamentale. Purtroppo non ho potuto inserire una dedica sul disco perché era stato già stampato quando lui è morto.

Cambiando discorso, benché la cosa possa suonare straniante e inopportuna, c’è qualcosa che ti piace ascoltare per ora?

Il disco dei Franklin Delano è veramente notevole. Però, a parte qualche piccola eccezione, devo dire che in generale non c’è ricerca sonora. Si punta di più sulla tecnica che non sul suono e sulla produzione. Credo che in Italia ci vorrebbe maggiore attenzione su questo aspetto.

Dal vivo Herself come si comporta?

Il concerto è più minimalista del disco, anche perché la formazione a due è pensata proprio per questo motivo. Sul palco c’è voce, contrabbasso, chitarra e cassa acustica. Qua e là inseriamo anche dei campionamenti, laddove il brano lo richieda.

Fra dieci anni dove sarà Herself?

Fra dieci anni vorrei essere uno scrittore di fama internazionale (ride, nrd). Scherzi a parte, io suono da una vita. È l’unica cosa pura del mio essere. Credo che Herself ci sarà sempre, visto che è il progetto che più mi sta a cuore. D’altronde, al di là di ogni retorica, io mi sono giocato notevoli possibilità di carriera in altri campi pur di fare il musicista.

Chi è lo scrittore Gioele Valenti?

Anche questa è una passione di vecchia data. Un anno e mezzo fa è uscita una raccolta di miei racconti per la Coniglio Editore. Spero di riprendere presto a scrivere qualcosa di nuovo.

  • Wow
  • Beggars And Sand
  • Know You
  • So Nice
  • Break That Door!
  • The Hardest Thing To Say
  • Patrick Swayze
  • Between Two Starz
  • Suite Creep

Please Please Please Leave Now (Subcasotto, 2005)

di Manfredi Lamartina

È un disco per certi versi spiazzante. Perché Gioele Valenti, titolare del progetto Herself, in questo Please Please Please Leave Now si presenta da solo, voce e chitarra, senza l’abituale band che lo sostiene dal vivo. L’avviso, quindi, è d’obbligo per chi conosce l’esaltante esperienza live degli Herself: scordatevi certe emozionanti impennate post-rock di cui si cibano le scalette dei brani.

Alcuni splendidi pezzi che abitualmente fanno capolino ai concerti sono stati – inspiegabilmente – esclusi dal cd, in favore di un approccio folk più intimo e sussurrato. Sia chiaro, la materia trattata è comunque ottima e abbondante. L’arpeggio di Break That Door!, ad esempio, sa sedurre con poco. Patrick Swayze è il prototipo della ballata perfetta. E la chiusura di Suite Creep assume i contorni sfumati di una nebbia che lentamente cala sulla notte. Tutto bello, quindi. Ma l’appuntamento col capolavoro è rimandato alla prossima volta. (6.5/10)

 

  • 5.38/ Down In My Garden
  • Hidden
  • Waterline
  • Day Goes By
  • Report
  • July 2, By The Lake
  • Stoned
  • Stand In A Graveyard
  • Perpetual, Youth
  • To Become A Trappist/ Aerolith

God Is A Major (Jestrai / Venus, ottobre 2006)

di Manfredi Lamartina

Di solito i titoli dei dischi indie italiani sono banali. Un dato che sembra confermare quello che dicono – con notevole onestà intellettuale – i Le Man Avec Les Lunettes: l’inglese viene spesso usato per mascherare una cronica incapacità di scrivere qualcosa di artisticamente valido. Ciò non vuol dire però che non ci siano le eccezioni. È il caso di Gioele Valenti, titolare di un progetto neo folk che, dopo anni di sbattimenti, sta finalmente per trovare la giusta ribalta a livello nazionale con God Is A Major, in uscita per la Jestrai.

Per Herself, allora, Dio è una major. Una sentenza inappellabile, se presa alla lettera. Ma il sospetto che dietro questa frase ci sia una buona dose di sarcasmo è forte. D’altronde, è difficile immaginarsi l’indie rock alzare bandiera bianca nei confronti di un mondo – quello delle case discografiche multinazionali – che tenta di schiacciarlo con politiche ambigue e ricattatorie.

God Is A Major è il miglior esempio possibile di esuberanza creativa della scena indipendente moderna. Un disco che sembra provenire da quell’America oscura e introversa che spesso fa capolino tra le casse dei nostri stereo – un continuo mescolare Iron & Wine, Sparklehorse e Damien Jurado per un continuo e desolato struggimento dell’animo. Un’America che però viene riletta sotto un’ottica europea, le cui coordinate sonore portano in una zona a metà strada tra la Abbey Road dei Beatles e la luna – rosa e un po’ triste – cantata da Nick Drake.

Fa tutto da solo, Gioele Valenti. E riesce con poco a colpire nel segno. July 2, By The Lake è un arpeggio di chitarra acustica che se durasse per l’eternità ci permetterebbe di non sentire sulle nostre spalle il lento scorrere del tempo. Stand In A Graveyard è una ninna nanna pop deviata da venature lo-fi, un affresco melodico che richiama un’altra avventura musicale di Valenti, i Rebekah Spleen (usciti qualche anno fa su Wallace). Perpetual, Youth è un miracoloso crescendo di post rock acustico ed emozioni come se piovesse, mentre la quadratura del cerchio è affidata all’ottimo To Become A Trappist/Aerolith, cinque minuti di brutalità senza speranza che fanno terra bruciata di quanto ascoltato nelle tracce precedenti, lasciando sul campo mucchi ardenti di dissonanze e cacofonie.

Herself è bella musica, quindi. Herself è l’Italia che non ha paura di alzarsi in piedi e guardare dritto negli occhi, da primus inter pares, gli osannati eroi a stelle e strisce. Herself è la testimonianza che se Dio è una major, noi siamo i primi degli eretici. E ne siamo orgogliosi. (7.5/10)