Suoni inauditi che abitano intarsi di memoria. Recinzioni attorno al non detto - in-audito - del quotidiano. Un artista che si interroga sul fare arte. Un’indagine antroposcopica condotta sui segni lasciati dal fluire dell’umano in forme culturali, in difformi culture. E da ultimo, l’orma del divino intravisto sin nelle più nascoste pieghe dell’esistenza. Questo, tutto questo, è la musica di Hans Appelqvist (Malmö, 1977).
“There is nothing I love as much as when a young person looks upon the world as it actually is”
(Naima’s theme)


I primi vagiti artistici di Appelqvist si odono in The Xiao Fang EP (Mjäll, 2002), vinile breve uscito per la piccola etichetta Mjäll. Lo svedese è reduce da una lungo soggiorno in Cina che deve averlo segnato e il suo primo lavoro, di quell’esperienza, è fedele diario di viaggio. Tornato in patria con una valigia carica di ricordi - sotto forma di field recordings, rumori ed umori -, l’artista pare fare i conti più con la propria memoria, ancora segnata a fuoco dal vissuto recente, che con le esigenze di un ipotetico ascoltatore. L’EP è composto da quattro tracce in cui brandelli di vita impenetrabili per un pubblico europeo - conversazioni rubate in lingua cinese (Xiao Fang) - subiscono il trattamento di un’elettronica dal volto umano, fino a divenire gli elementi primari della inconsueta proposta sonora (I Will Never Forget, Return To The City). (6.5/10)

Appelqvist non è propriamente un musicista, non esclusivamente un field recorder. Quando sceglie i sampler - le particelle primarie che andranno a costituire il suo primo vero e proprio lavoro, Tonefilm(Komplott, 2002) -, l’attenzione cade su suoni già artisticamente connotati. L’album, che idealmente si apre e chiude con il fruscio di un proiettore, si serve di frammenti di tre vecchi film svedesi (tutti risalenti agli anni 50 e 60 del secolo scorso), ma appare molto più suonato rispetto all’EP d’esordio. Meglio che in The Xiao Fang EP, gli spezzoni di sceneggiatura si fanno suono e confluiscono in un’idea di folktronica che inizia a delinearsi compiutamente: se si riesce ad immaginare un passabile compromesso tra l’austerità dei dialoghi in Bergman (Bakfylleoro) ed il folk decostruito di Gastr Del Sol e The Books (Grammofonnummer), o quello elettroacustico dei Mùm (Frihet), non si andrà poi troppo lontano. (7.0/10)

Idea perfezionata nell’EP The First Three Notes In The Minor Scale (Kompost, 2003) - reperibile gratuitamente sul sito dell’etichetta - e nel tre pollici Att Möta Verkligheten (Häpna, 2003) che, inaugurando il sodalizio con la Häpna, regala all’artista maggiore visibilità internazionale. Entrambi, svelando una scrittura sempre più spartana e affrancata dal mezzo elettronico, vivono di quelle stesse intuizioni che faranno grande un disco come Naima, solo più sussurrate: il primo imbastendo una sorta di delizioso concept sul seguirsi delle note Re, Mi e Fa; l’altro dipingendo bucolici quadretti sonori attorno a diverse figure umane che in un modo o nell’altro hanno incrociato il percorso dello svedese durante il soggiorno cinese (Xiang). (7.0/10) (6.8/10)

Il 2004 è l’anno di Bremort (Kompost, 2004), che viene proclamato miglior disco pop dell’anno dalla Radio svedese e si fa portatore della personale visione pop dell’autore. Accanto ai consueti cortocircuiti sensoriali tra immagini evocate e rumori saturi di vita, l’album è il primo a contenere canzoni: Tre Dagars Regn Over Bremort sembra uscita da un disco di Hanne Hukkelberg, in 5*5/Samiels Eftermiddag una melodia carica di Nord emerge da sprazzi di conversazioni. Bremort è la città immaginaria nella quale si svolgono le consuete attività di una comunità nordica: il conglomerato umano del quale è dato assaporare le pulsioni e gli odori, seguirne il flusso ordinato, immaginare il vissuto. (7.3/10)

Arrivata a questo punto l’indagine di Appelqvist non poteva che accostarsi alle soglie del divino. Naima (Häpna, 2006) è la divinità immaginaria che interagisce con gli abitanti di Bremort, che appare loro sul far della sera sotto forma di melodia ultraterrena: quella Naimamelodin che inizia come fosse un tango danzato sul filo teso dell’esistenza; ricompare sotto forma di suite neoclassica in För Mig Är Det Inte Verkligt; si fa rock in Små Människor Utan Hår. Altrove Hans si fa cantastorie navigato e visionario: En Lektion I Ansvar immagina un incontroa metà strada tra il folk del naufragio di Matt Elliott e quello da boulevard di Yann Tiersen; Underbar Var Jag Ännu e Vi Lämnar Staden Och Går Mot Stranden con la loro grazialasciano riflettere ancora una volta su come spesso alle più alte latitudini della terra corrispondano le più alte dello spirito. (7.7/10)

Il rischio che Hans Appelqvist corre dopo un disco della statura di Naima, per sua natura multistratico,è quello di lasciarsi trasportare dolcemente dai mille rivoli che hanno alimentato sinora il suo discorso musicale. E’ un rischio che attualmente si fa sentire più che altrove in ambito avant-folk, dove accade spesso che la mancanza di idee viene spacciata per naivete, il girare a vuoto di innumerevoli dischi fatto passare per attitudine sperimentale.
Sifantin Och Mörkret, nuova uscita su Häpna a soli sei mesi dall’importante predecessore, è un disco che si fa carico fino in fondo di un simile cimento, pagandone in parte lo scotto ma riuscendo al tempo stesso a confermare la grandezza dell’artista Appelqvist. Espunte anche le ultime scorie digitali che ancora comparivano in Naima, le tracce di Sifantin Och Mörkret suonano per la gran parte come delle campfire songs nel senso dell’Animal Collective: abbozzi di melodia che sbocciano da una chitarra strimpellata attorno a un fuoco ed in seguito sporcati da suoni trovati e field recordings di varia provenienza (soprattutto versi di animali, strumenti giocattolo, stralci di conversazioni di bambini). L’atmosfera generale è quella bucolica di un arcadico stato di natura perennemente agognato: i suoni nostalgici richiami a non abbandonarne la ricerca. In Wanxian e Freckenåges Spa si torna invece a respirare profumo d’Oriente, grazie a miniature di suono che emulano strumenti tradizionali.
Non mi meraviglierei se all’ascolto di un simile disco si recriminasse circa una dispersione di forza creativa che lo pervade tutto intero e che finisce inevitabilmente per disorientare - se non rischia addirittura di alimentare sospetti di pochezza compositiva. Ma quando si torna a fare cose normali - in Talkijangnas Akt lo svedese abbraccia addirittura una chitarra elettrica per buttar giù un refrain rock - ci si accorge di rimpiangere semplicemente quei fulgori di genio che abbiamo visto così spesso affiorare da quella lunga, ininterrotta dichiarazione d’amore. (7.0/10)