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The Lights On... Hanne Hukkelberg

di Manfredi Lamartina
Ha un cognome che a pronunciarlo – perdonate l’indelicatezza di uno che poi, va beh, ha un nome che è tutto un programma – sembra un colpo di tosse. Ha una voce che è vellutata come un maglione appena indossato dopo un’estate di letargo nell’armadio. I suoi dischi mescolano jazz, pop ed elettronica. E sono bellissimi. Signore e signori, dalla Norvegia ecco Hanne Hukkelberg.

Il grande Nord del pop

di Manfredi Lamartina

Ci sarà poi un motivo se si fa sempre un gran parlare della Scandinavia quale paradiso moderno dell’indie (?) pop (?) di inizio millennio, no? Dalla Svezia agrodolce e vagamente adolescenziale dell’etichetta Labrador (Radio Dept. e Irene, tanto per citarne due) alla Norvegia psichedelica ed esaltante narrata dai torrenziali dischi dei Motorpsycho, sembra che in quella zona dove – dicono i bene informati – è solito bazzicare un certo Santa Klaus sia tutto un germogliare di canzoni belle, spesso bellissime. Al punto che verrebbe voglia di mollare crisi di governo e patetici sanremismi per trasferirsi lì, dove – tra un fiocco di neve e una chitarra acustica negli auricolari – risiede l’ultima delle musiciste-prodigio di questa terra benedetta, Hanne Hukkelberg, fresca peraltro di grammy norvegese per il suo disco Rykestraße 68.

Hanne Hukkelberg

La cantante di Oslo ha un passato all’insegna dell’eclettismo. Il suo curriculum è come un giro a tutta birra sulle montagne russe, tra bordate metal (!) e croccanti panature rock da alta rotazione radiofonica, senza dimenticare le raffinate improvvisazioni con cui ha animato la scena free-jazz del suo paese. Ed è proprio grazie a quest’ultima metamorfosi che la carriera della Hukkelberg svolta: l’incontro con l’orchestra norvegese electro-jazz Jaga Jazzist, infatti, le apre le porte della sua futura etichetta discografica, la Propeller Recordings, per quello che sarà il primo album ufficiale, Little Things, pubblicato nel 2004 in patria.

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Si tratta di un lavoro incredibilmente maturo e ben scritto. Hanne, autrice dei testi e delle musiche, sceglie come compagno di avventure Kåre Kristoffer Vestrheim, che modella attorno alle melodie jazzate della voce un vestito intessuto di tenue elettronica. Come giustamente sottolineato dal nostro Gianni Avella in sede di recensione, il risultato finale fa pensare ad una Björk che canta i brani di Nina Simone. E francamente viene il mal di testa a cercare quale sia, in una scaletta tanto solida e ben calibrata, la canzone migliore, se il pop vellutato di Cast Anchor o lo scioglilingua – di nuovo – jazzato di Do Not As I Do, se la coda vagamente glitch di Balloon o il ritornello da brividi di Words & A Piece Of Paper. Little Things vince e convince, dunque, al punto che la Leaf acquista i diritti per lanciare nel 2005 l’album nel mercato europeo. La mossa si rivela azzeccata, e la Hukkelberg diventa rapidamente il nome nuovo del mondo indipendente.

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La stessa mossa viene ripetuta col disco successivo, il già citato Rykestraße 68 (Propeller / Sony BMG). Se in patria viene pubblicato alla fine del 2006, l’uscita internazionale è posticipata di qualche mese (il 2 marzo per Germania, Svizzera e Austria e il 2 aprile per il resto d’Europa). Ma stavolta questa strategia suscita diverse perplessità. La Hukkelberg non è più un’artista da lanciare a livello internazionale. La sua bravura è ormai universalmente riconosciuta e il suo nome è sulla bocca di molti. Differenziare le uscite in questo caso rischia davvero di essere un’arma a doppio taglio. Perché la musica al tempo di internet riesce a bypassare con imbarazzante facilità ogni restrizione imposta dalle case discografiche. Con risultati facilmente immaginabili. Album in rete ben prima che riesca a sbarcare fisicamente nei negozi.
Ma sarebbe un peccato accontentarsi delle lusinghe del web per accedere subito alle canzoni – inevitabilmente maltrattate dalla compressione audio – del nuovo lavoro di Hanne Hukkelberg. Perché si tratta di un cd che merita di fare bella mostra di sé all’interno di una collezione privata contraddistinta dall’amore per le cose belle. Berlin, ad esempio, è una planata a pochi metri dall’abisso, con una vocalità in minore che disegna emozioni dalle traiettorie malinconiche. Fourteen è una splendida sonata folktronica in cui la Hukkelberg si divide tra recitazione ed interpretazione melodica. Break My Body è il prototipo di cosa intendiamo quando parliamo di cover. Non una semplice riproposizione di umori e sensazioni già vissute, ma voglia di ravvivare ricordi passati attraverso una prospettiva inedita. Rispetto alla versione dei Pixies il brano perde molto in energia – ovviamente – ma guadagna parecchio in struggimento e melodramma.

Farsi conquistare da Hanne Hukkelberg, quindi, non solo è naturale, ma alla lunga si rivela anche un necessario massaggio cardiaco alla musica moderna e ai suoi pochi ma tenaci difensori. Un futuro senz’altro luminoso, in termini di notorietà e successo, ma ancora scosso da turbamenti, attraversato da incertezze, costellato di errori. Da ingoiare e forse da riparare.