
Il NAM collassa, rincula, aleggia a vuoto e si dissolve, lasciando dietro di sé una scia vaporosa, punteggiata di barbagli sottili sebbene persistenti. Uno di questi sono i Gravenhurst, ovverosia il moniker dietro cui si nasconde il bristoliano Nick Talbot. Un primo album (Internal Travels, 2002) speso ad inseguire le tracce di Nick Drake, quelle più spoglie, impalpabilmente illuminate da chiarore di luna rosa, tracce sulla sabbia sommerse da una spuma di grazia, dissolte in quella nudità indolenzita senza precedenti né successori davvero credibili. Ovvio che quel tentativo finisse col risultare vano, velleitario, ovviabile.
Con la qui presente opera seconda capita a Talbot quello che è capitato a coloro che dalle macerie della fantomatica scena neoacustica si sono sollevati, spuntando dalla polvere in cerca di se stessi, e trovandosi infine, semplicemente - in se stessi. In questo senso, il quid di Talbot appare appeso ad un filo di tradizione sul baratro della iper-modernità.
A sentire queste dieci tracce sembra infatti davvertire una carenza, quasi mancasse loro il gesto conclusivo, labito sintetico che ben si accorderebbe alla targa Warp. Cè come un gelo che le attraversa, che reclama mormorii raggelati, strutture portanti digitali.
Tanto per dire, a momenti sembrano una plausibile-impossibile versione dei Radiohead più eterei, colti nella linea dombra in cui si smorzano glimpeti avanguardisti, le destrutturazioni impro, linvasamento alienato e alienante. Si prenda The Diver, col suo folk-soul scheletrico, larpeggio puntuto, il canto estenuato in un languido falsetto, una luce obliqua di synth; oppure liniziale Tunnels, bordone dorgani su cui vagola la voce, le spazzole che smerigliano palpiti al sapor di jazz-ballad, lapparizione di sax e chitarra (entrambi trattati elettronicamente) a fendere laria di luce.
Una tensione verso che scolpisce fisionomie non totalmente distinte ma in questo compiute, dal bozzetto atmosferico di East Of The City (incrocio di riverberi che si affacciano su scenari borderline al post-rock) al più classico dei valzer-folk, che sintitoli Fog Round The Figurehead (sorta di riedizione criogenica dello stile Simon & Garfunkel in cui la dolcezza delle forme sembra sgretolarsi di continuo) oppure Hopechapel Hill (i landscapes allibiti dei Red House Painters redenti da una brezza elementare d'armonica).
Non mancano episodi in cui lequilibrio tra carinerie e inquietudine si disunisce risolvendosi per un folk diafano e dolciastro, al cospetto del quale potremmo scomodare - oltre al già citato Drake - i Donovan e gli Stevens (The Ice Tree, Damage), in un modo che non dispiace ma che getta unombra di sussiegoso conformismo allinsieme. Poco male però, il menù sembra fatto apposta per stordire con questo sfuggente contrasto di sapori delicati e cadenti, quasi un velo ne coprisse lallarme, che pure cova.
Niente di clamoroso in definitiva, ma dischi così rendono più dolce lo sprofondare nellautunno che ci tocca ogni appassire destate. (6.8/10)

Nick Talbot, leader del trio Gravenhurst, sarebbe un ragazzo qualunque se non fosse per un certo indiscutibile talento di alt-folker e per un'insana attrazione verso il lato oscuro dei sentimenti umani. Non gli si può negare di avere una poetica molto precisa, un insieme di temi privilegiati e sviluppati sul filo del rasoio di una affettività/sensibilità morbosa e irrisolta.
La sua discografia è minuta, ma di valore: dapprima, meno che ventenne, Talbot fonda una piccola casa discografica (la Silent Age Records) a Bristol, città da cui proviene. Nel 2003 fa uscire il suo primo lavoro, Flashlight Seasons. Un anno dopo, ingaggiato dalla illustre Warp Records nonostante una sostanziale divergenza di genere rispetto al roster dell'etichetta, pubblica uno stupendo Ep noir-folk, che va sotto il nome di Blackholes In The Sand e che gli vale una certa attenzione.
All'alba della terza ed ultima uscita dei Gravehurst, Fires In Distant Buildings, la scrittura di Nick non appare sostanzialmente modificata rispetto agli album precedenti. È solida, intensa, grandguignolesca e dolente come e più di sempre. Al centro del mondo della band e del suo giovane leader ci sono ancora una volta le circostanze scomode dello stupro, dell'assassinio, del suicidio: argomenti tabù che avvolgono nel buio tutti e tre i dischi, facendo di canzoni d'eccezione come la cover di Diane degli Hüsker Dü oppure le autografe Emily o Blackholes In The Sand (tutte presenti nell'omonimo eppì) delle autentiche "murder ballads" tra Nick Cave e Nick Drake, artisti con cui Talbot condivide, evidentemente, più del nome di battesimo. Le nuove Nicole e Cities Beneath The Sea, l'autolesionista Animals o la eccellente The Velvet Cell - quest'ultima appena meno folk del solito - non suonano meno minacciose.
Nick Talbot è un artista eclettico del calibro di Arrington de Dionyso, che pure per molti versi ricorda, e dando tempo al tempo si farà certamente notare per personalità e doti compositive. Per il momento, contratto per Warp nonostante, l'occhialuto fondatore dei Gravenhurst rimanda allo stereotipo del ragazzo seduto nella propria classe, dietro il proprio banco; quell'adolescente cupo che disegna teste mozzate mentre l'insegnante è voltata verso la lavagna, quello ingaggiato senza esitazioni nella triplice lotta contro i suoi ormoni, i suoi fantasmi ed il mondo torbido e sbagliato. Non è sicuro che ci piacerà vederlo risolversi, venire a patti con la sua paura, diventare adulto. Perciò, per ora, non resta che godere delle sue prolifiche storture. (7.2/10)

Nick Talbolt, ovvero l’inglese che si nasconde dietro la sigla Gravenhurst, giunge con The Western Lands al suo quarto album. Se i primi due erano intrisi di un folk cupo e intimista sulla scia di un Nick Drake depresso oltremodo, Fires In Distant Buildings (Warp, 2005) rappresentò una piccola ma positiva e coraggiosa svolta stilistica nella sua proposta musicale. L’atmosfera di fondo restava sempre molto incline a stati d’animo noir: cupa e sommessa. Ciò che venne rivoluzionato, invece, fu proprio l’approccio musicale: i volumi vennero improvvisamente alzati divenendo saturi di elettricità e rumore. Ovviamente non tutte le canzoni si mossero su questa linea, ma la maggior parte di esse sì: il punto di riferimento più evidente risultavano essere gli Slint.
The Western Lands da una parte sembra seguire la strada intrapresa dal suo predecessore, dall’altra, invece, pare occhieggiare a un ritorno verso sonorità remissivamente acustiche. Dà l’impressione di restare a metà: incerto sulla strada da intraprendere. Se a ciò si aggiunge anche una certa vena pop che emerge qua e là nelle canzoni, l’indecisione si fa ancora più concreta. Si passa da generi più disparati senza una logica di continuità: dalle atmosfere pop agrodolci di Saints al post-rock slintiano di She Dances, dallo shoegaze di Hollow Men (sfiora il plagio con i My Bloody Valentine) ai virtuosismi surf della title-track, ammiccando per il resto a un contesto fondamentalmente folk incline ora a reminescenze slow, ora a un cantautorato tradizionale.
È una mancanza di intenti che disturba perché Nick Talbolt ci aveva abituato a prove di grande profondità artistica: coerenti e coraggiose in sé, qualunque fosse il contesto in cui si inserivano. E disturba ancor di più perché queste dieci canzoni, nonostante siano di un’eterogeneità fastidiosa, sono tutte ben scritte e ben sviluppate confermando la sua capacità compositiva. Speriamo solo sia stato un disco di passaggio, di assestamento, altrimenti avremmo perso uno dei talenti più originali e autentici degli ultimi anni. (5.5/10)