Jason Lytle filava veloce sul suo skateboard. Ma avvenne un incidente e -
come la famosa tartaruga - rallentò. Fu allora che riuscì a vedere cose che
correndo troppo non aveva mai notato. Ad esempio, quella periferia
irrimediabile a sole due ore di volo da Los Angeles. Un luogo reale, oppure
no. Il palcoscenico della post-modernità.

Fatevi un giro a Modesto, California, duecentomila anime a ridosso della Central Valley. La città di George Lucas e dei suoi Graffiti Americani, giovinezza eternamente rimpianta, innocenza mai provata davvero, esausta prima che corrotta. A vederla da qui, dallo scorcio surreale di Internet, Modesto sembra una città garbata. Una messa in scena refrattaria ai clamori del Sogno Immanente d'America. Sogno in continua autocelebrazione, appeso ai raggi d'un sole che tramonta solo per promettere l'eterno ritorno. E una sera che può mangiarsi la notte. Strade e giardini ed auto ad alta definizione cromatica. I candidi marmi dei palazzi istituzionali intruppati a ventaglio nelle piazze principali. Bandiere, bandiere, bandiere. Stelle e strisce per tenere assieme l'appartenenza frastagliata di un popolo che non esiste, se non in quel sogno che dicevamo.
E quello sì, che è un mistero. Il sogno di una città-popolo-Paese-mondo. Un mondo, quel mondo, che si muove all'unisono, stiepidito da un'eccitazione senza tregua, dalla fragrante evidenza di un meccanismo inarrestabile. Col conforto incessante del più spettacolare apparato di sogni a smaltare il cielo, l'orizzonte di ogni pensiero. Un orizzonte, però, non privo di pieghe. Se ti avvicini, le periferie possono essere brulle, disperse. Il senso di abbandono è uno schianto sul petto. Un attimo di lucidità e ti accorgi che dietro la scenografia c'è il mondo vero, l’unico che realmente esiste malgrado abbia perso la forza di esistere. Perché non lo pensiamo più. Non ne siamo capaci, non ne abbiamo il tempo, i mezzi. Il collasso della modernità non avverrà nella modernità, ma accanto ad essa. Assieme ad essa. Avviene di continuo, quando la modernità smette di essere vita. E lascia alle spalle situazioni in disarmo, farragini fatiscenti di vita. Il collasso della modernità è la modernità.
Ora pensate a Neil Young. Allo smarrimento furioso, ai tremori sognanti, al malinconico allarme che informava la sua "visione" del progresso a cavallo tra sessanta e settanta. Il seme d'argento sparato verso il cielo della nuova corsa all'oro faceva germogliare incubi dolciastri, una narcosi emotiva come stratagemma di difesa contro l'atroce presentimento della disfatta. La dissipazione del fattore umano come tributo inevitabile all'inevitabile vittoria sulla Natura. Un quarto di secolo dopo, i Grandaddy di Jason Lytle mettono in musica il danno compiuto.
Modesto, primi anni novanta. Jason, classe '69, ha serie chances d'intraprendere la carriera di skateboarder professionista, prospettiva presto stroncata da un brutto infortunio al ginocchio. Piace credere che questo stop obbligatorio, questa visione d'un tratto raggelata delle cose, gli abbia regalato quell'attimo di lucidità di cui sopra. Una lucidità inedita. Come vedere con sguardo nuovo, vergine, un mondo mai visto prima da quel punto d'osservazione statico. Cantante e polistrumentista, decide di mettere assieme un trio col bassista Kevin Garcia e col batterista Aaron Burtch. A loro si aggiungono presto la chitarra di Jim Fairchild e le tastiere di Tim Dryden. E' il 1992. Nascono i Grandaddy.

Fin dai primi passi (due album autoprodotti, una manciata di ep, vedi appendice) si delinea il solco nel quale scorrerà la musica della band, un gioco di visioni scostanti ed eteree cui presupposto irrinunciabile è una sorta di astrazione dei musicisti stessi, graficamente occultati nei collage degli artwork, relegati al rango di recettori periferici, di micro-sensibilità disperse affidate ad un autentico patchwork di linguaggi. Dream pop, post punk, electro wave, proto-prog, psych folk. Di ognuno viene colto il lato amarognolo, la tenera scontrosità dell'outsider che ha imparato a convivere con la sconfitta delle (proprie) utopie. Nevrosi minime come lo specchio opaco della catastrofe sociale. Liquide malinconie spiegazzate con voce d'androide spossato. Turbinante iconologia mainstream e "alternativa", Neil Young via Flaming Lips, un Lennon sognato dai Pavement, Ray Davies digitalizzato Notwist. Sogni dalla veemenza sfasata, implosi nel cofanetto d'argento delle cose preziose. Tra gli elementi di maggiore riconoscibilità, il canto di Lytle, serico e fumigante, angelico e psicotico, visionario e soft come un Alan Parson disilluso, senza più alcuna strategia da contemplare. Una voce tra intimità e delirio, attraversata dall’inquietudine familiare e vulnerabile che trovi quale ultima compagna, alla fine di ogni giornata.
Nella filigrana isterica e palpitante di testi e musica puoi scorgere l'America di De Lillo, soggiogata dal proprio mito pervadente e implacabile, dall'iperreale miraggio quotidiano, in bilico tra struggimento esistenziale e crash emotivo. Sul punto di far saltare le cervella alla Storia. Di sparirci dentro. Per ritrovarsi ai margini di ogni gioco. Come non essere più. Un attimo di lucidità, e sei il burattino con le cuffie, l'uomo-manichino in un brullo landscape di tastiere smesse e paperi-decoupage a certificare l'assurdità del luogo/situazione. Sentirsi vivi e insensati, privati di senso e valore dall'enormità della Struttura, dalla sua immanente fatiscenza. Qualcosa è sfuggito al controllo. Oltre ogni previsione. I margini di manovra si sono ristretti, basta volerlo vedere. Il libero arbitrio è un aspetto trascurabile della vicenda. La libertà, pure. L'era post-umana germina per frattali di piacere e dolore, senza saperli più indagare.

I Grandaddy ci provano comunque. Il debutto ufficiale Under The Western Freeway organizza tutte queste premesse in un impalpabile concept. Chiamandosi fuori dal consueto clamore della contemporaneità, nell'oasi di niente periferico circondato dal deserto ipertecnologico, accendono il loro falò senza illudersi che passi un Tom Joad a spandere propositi di rivalsa, l'orgoglio del mondo antico, la furia degli sconfitti. Domina piuttosto una voglia di affabulazione amara, un disincanto indolenzito capace però di scavarsi nel cuore nicchie di meraviglia.
Come se la sensibilità non fosse stata annichilita ma posta fuori corso, svalutata al rango di modernariato, riciclabile come paccottiglia nostalgica. Ecco, il problema. Ed ecco come lo affrontano Lytle e compagni, con la loro pensosa naiveté, col fiabesco solipsismo capace di folgoranti epifanie pop. Fin dall'iniziale Nonphenomenal Lineage si entra a far parte di un mondo tremolante, fatto di tastierina fuori corso, arpeggi allibiti, malinconie fantasma come un Neil Young sognato dai Notwist. La compresenza, quasi un conflitto giocoso, tra passato e presente, tra nostalgia e post-modernità, sarà il loro tormentone principe. E la schizofrenia geografico stilistica, che fa incocciare Pavement e Abba (il delirio onirico e incendiario di Summer Here Kids), dEUS e Pet Shop Boys (lo pseudo soul teso tra elettroniche croccanti di Everything Beautiful is Faraway), Lennon e Floyd (nell’indolente fantasmagoria di Why Took your Advice).
Se il principale scopo del disco sembra definire un raggio d’azione specifico, un’enclave poetica prima che formale, e su ciò edificre la cifra espressiva della band, a sbalordire è pure la qualità della scrittura, capace di sfornare gioielli pop a pronta presa come A.M.180, con quell’irresistibile riffettino di tastiera (di cui in futuro si confermeranno specialisti), con quell’aria tra il dimesso e il sublime, con le distorsioni del lo-fi recuperate ad un’innocenza sfavillante. Tastiere cremose, fruscii sintetici, senso di perdita, delirio d’esistenza al capolinea, polaroid sovraesposte e consumate dal tempo immobile, angolosità sciroppate e implosioni prospettiche, vene psych scavate nel cuore stesso del miraggio, dove i sessanta si consumano in un loop splendido ma senza scampo (Lawn And So On, Go Progress Chrome). (7.6/10)

Sbalordito, il pubblico “indie” apprezza e spende gli elogi del caso. Tra i più convinti c’è Howe Gelb, che a quanto pare già conosce il lavoro di Lytle e compagni per una cassetta finitagli chissà come per le mani. E’ anche grazie alla sua intercessione che la ben più importante V2 si muove per scritturare la band di Modesto. Il primo frutto della nuova contrattualizzazione arriva in coincidenza del cambio di millennio, con quello che può ben dirsi il disco giusto al momento giusto: The Sophtware Slump vede tutte le istanze abbozzate dai Grandaddy portate a definitiva maturazione. I nove minuti dell’iniziale He's Simple, He's Dumb, He's The Pilot cuociono una suite eterea ed androide, diafana e allarmante. Il falsetto sbeccheggiato in un’eco friabile, quel soffice incubo di tastiere cristalline, un valzer di solenne mestizia e scollamento esistenziale, folate di videogames agonizzanti e marchingegni analogici, brume angosciose Crimson e la psichedelia proto-prog dei Floyd.
Allarme e arrendevolezza, un languore esistenziale estremamente consapevole, perciò capace di giocarsi la carta d’un fatalismo plastico, irreversibile. Che è la più drastica sentenza ipotizzabile circa l’andazzo delle cose. L’immagine delle tastiere sepolte nella polvere, icone di rivoluzione tecnologica appena ieri e oggi già rifiuto difficile da smaltire, sono il punto di combustione stesso della poetica-Grandaddy: non a caso vengono scelte le keys – interfaccia in via d’obsolescenza tra l’uomo e la macchina – quale simbolo della deperibilità repentina, dell’impersistenza perniciosa. La programmazione, il mito del controllo totale, divengono espressione del loro stesso rovescio: Broken Household Appliance National Forest alterna la folktronica sognante delle strofe ad un chorus post-glam devoluto (nel senso di Devo + T Rex), adombrando nella dissociazione stilistica la compenetrazione/dualismo tra natura e tecnologia, un po’ come in Miner At The Dial-A-View fa il frigido break a base di voce registrata tra le volute di wave vaporosa. Come dire, non esiste più una via estetica coerente. Non esiste più un vivere armonico. Siamo al capolinea asettico e confortevole del mondo.
L’abilità di Lytle e compagni è riuscire a metter in scena tutto questo carico d’angoscia senza rinunciare alla leggerezza, senza che questa leggerezza sia priva a sua volta di senso, perché sintomo di un’apocalisse già avvenuta, per quanto somigliasse al gioco più divertente d’ogni tempo. Ecco quindi Hewlett's Daughter e The Crystal Lake, scintillanti congerie power-pop, elettricità impellente ed elettronica vivida, il riffettino adesivo come marchio di fabbrica, melodie che sembrano colte dal generoso catalogo Abba, quel senso di alta definizione formale opposta allo stato d'animo oppiaceo. Non che evitino d’affrontarla di petto, la malinconia, però sempre attraverso una lente che ti sbalza dal reale, precipitando in un collasso fumettistico-cinematografico-televisivo, giù dove hanno saputo infiltrarsi i germi del pop: la vicenda di Jed The Humanoid sta tra le inquietudini bidimensionali dei Marvel Comics, le premonizioni Asimov-Philip K. Dick e l’humour grottesco di John Landis, intanto che va delineandosi un specie di valzer Kurt Weill riprocessato Brian Eno, pianoforte e sclerosi digitali, organetti e synth radioattivi.
Si è già scritto molto, ma occorre dilungarsi ancora un attimo, quanto occorre per rendere merito ai due vertici del programma: la conclusiva So You'll Aim Towards The Sky, found voices e archi (finti?), elettronica suadente ma ostile, è psych cosmica come degli Air alle prese con una sconfinata mestizia Neil Young, quella stessa che in Under The Weeping Willow si fa diafana e spietata, il friabile primo piano del canto nel tremolio vetroso dei synth, il pianoforte preda di un abbandono che ricorda il solipsismo struggente dei migliori Eels. Se questi sono gli (opinabili) pezzi migliori, è comunque vero che ogni canzone coglie nel segno, imbastendo assieme a quell’angoscia che dicevamo il suo antidoto sognante. In virtù di uno sguardo microscopico e periferico, condizioni necessarie all’ultima lucidità possibile. Che scorge la nudità del re. Ed altro non può. (7.9/10)

Occorrono oltre due anni per dare un seguito a Sopthware Slump. Se era difficile ipotizzare un lavoro all’altezza del predecessore, Lytle e compagni danno l’impressione di non essersi neppure posti il problema. O meglio, scelgono di aggirarlo a bella posta. Sono infatti quasi del tutto svaniti, o comunque parecchio diluiti, i landscapes di madreperla decadente, le obsolescenze polverose. E quei decolli orizzontali col groppo alla gola. E le visioni in apnea come Pink Floyd apatici. E il cigolio scomposto, e la destrutturazione palpitante delle forme in obbedienza ad improbabili, emblematiche storie di robotiche allucinazioni. E lo sguardo allibito rivolto al tempo che sempre più implacabile e rapido macina l’attualità – scenari, abiti, pensieri, automobili, way of life, passioni, hardware & software – rendendola paccottiglia da modernariato.
Tutto perlopiù evaporato alla luce nitida e intrigante di questi dodici pezzi pop, pasturati da un’ironia malinconica che se da un lato rimanda ai sogni opalescenti di Brian Wilson, dall’altra prefigura un senso di minaccia fragile ascrivibile tanto ai Flaming Lips quanto ai Pavement e – of course – al padre di tutti i disadatt(at)i Neil Young. Una discendenza mai tanto chiara, scientificamente perseguita, che si arricchisce di particolari col succedersi degli ascolti, rivelando legami e spolverando le zone d’ombra, sottolineando intuizioni melodiche e soluzioni orchestrali. Come lo stupendo ondeggiare pianistico di Saddest Vacant Lot In All The World, valzer di mestizie masticate sul tramonto di tutte le prospettive, o la gragnola di watt in slow motion che puntella il lisergico abbandono di Yeah Is What We Had, oppure le perturbazioni cosmiche su cui levita l’amarezza in disarmo di O.K. With My Decay.
Maggiormente prevedibili, pur se bagnati da una grazia malsana, gli episodi più “mossi” (alla Crystal Lake per intenderci), in cui assieme alla distorsione frizzantella compaiono le immancabili tastierine giocattolo e/o gli arzigogoli da videogame (Stray Dog And The Chocolate Snake, El Caminos In The West) quando non inserti di archi cibernetici (nella propulsione dell’iniziale Now It’s On). Prevedibilità che raggiunge l’apoteosi nel retrogusto amarognolo di The Group Who Couldn't Say e nella quadratura folk rock di I'm On Standby, comunque riconducibili come tutto il programma ad un ben meditato progetto stilistico-concettuale che avvicina Jason Lytle e compagni al lavoro di Radar Bros e Sparklehorse, anch’essi impegnati nel recupero e aggiornamento di certa tradizione folk psych. A conferma di ciò le due tracce finali – il valzer in apnea di The Final Push To The Sum e soprattutto il trepidante crescendo del ballatone seventies The Warming Sun - aderiscono in pieno ai dettami di psichedelia estatica e angoscia da declino che sottendono i quasi coevi And The Surrounding Mountain e It’s A Wonderful Life.
Superato quindi lo spaesamento iniziale, questa sorta di normalizzazione stilistica sembra un necessario aggiustamento prospettico, uno stare tra le cose del presente con maggiore immediatezza e intimità, quasi a sussurrare un messaggio impronunciabile – il crollo di un sogno, l’autofagia di un incanto - col tono più amoroso, confidenziale, rassicurante possibile. E’ forse un album fin troppo “normalizzato”, con l’intenzione d’esserlo. In quest’ottica tuttavia, piaccia o meno, è il lavoro più compiuto dei Grandaddy. (6.8/10)

Nell’autunno 2005, l’EP Excerpts From The Diary Of Todd Zilla fa un mezzo passo indietro, rispolverando il caleidoscopio dei primi tempi (vedi appendice). Poi, repentinamente ma nel modo migliore, chiude la premiata ditta Grandaddy. E' un laconico Jason Lytle ad annunciarlo, contestualmente alla presentazione di Just Like The Fambly Cat. Un gioco di micro tragedie - la morte del gatto di Jason, la morte della band - che si specchiano confondendosi, alludendo qualcosa di profondo/sfuggente, una perdita in corso senza proclami, mimetizzata nel continuum emotivo del quotidiano. Cosa è successo alla band? Cosa è successo al gatto? Esistono solo risposte ovvie, ma ognuna sarebbe un piccolo inganno. Per questo la vocina fanciulla di What Happened non riceve risposta, o meglio si stempera in una spensieratezza farraginosa. Angoscia e distacco, abbandono e furori, trovate soniche e sbilanciamenti strutturali: il vocabolario Grandaddy converge tutto intero a plasmare una scaletta che oscilla tra distrazione e dolore, tra angoscia e incanto. Un'antologia programmatica che rende quest'album accessorio rispetto al mosaico estetico della band di Modesto, tuttavia opera per nulla trascurabile anzi più che dignitosa, anche rispetto a cotanta parabola artistica che a dire il vero ha scricchiolato non poco sotto l'urto del nuovo millennio.
Sbriciolati gli antichi timori sotto il peso di un'evidenza terrificante (chi si preoccupa del futuro in un presente tanto feroce?), il margine di manovra "poetico" si è ristretto, l'incubo post-moderno è imploso in una dimensione sempre più intima, tra levità interlocutoria (l'up-tempo di Skateboarding Saves Me Twice sul velluto di tastierina pseudo-Abba) e ballad dolceagra (i Beach Boys sull'orlo del collasso glam di Summer... It's Gone), dove ogni scatto rabbioso sembra fatto di latta e lucine colorate (il power caliginoso di Jeez Louise, il post-punk sbrigativo di 50%) e dove l'electro va a sciacquare i panni nelle scenografie acriliche di un Giorgio Moroder (la fiabesca Campershell Dreams, la pantomima indolenzita di Where I'm Anymore, la solennità allibita di The Animal World).
C'è insomma un senso di gioco giocato alla meno nella residua voglia di paradigma formale annidato nei vari punti di tensione, sia quelli che s'innescano nel cuore dei pezzi (si veda la folle indolenza Neil Young e l'arguto modernariato Air nel crogiolo caramelloso di Rear View Mirror) sia quelli alimentati dai contrasti emotivi del programma (da una parte l'accomodante disimpegno robowave - tra Alberto Camerini e Buggles - di Elevate Myself, dall'altra il languido abbandono Flaming Lips di This Is How It Always Starts). Proprio nello iato tra riffettini adesivi e spaesamento onirico, tra giocattolo e trepidazione, potremmo edificare il monumento in memoria dei Grandaddy, di cui certo Lytle è stato il principale artefice. A meno che per il resto dei giorni il buon Jason non voglia darsi in esclusiva allo skateboard – suo principale interesse, al momento - abbiamo ragione di credere (di sperare) che il nonno tornerà a cullarci. Prima o poi. (6.9/10)
Come ogni indie band che si rispetti, Jason Lytle e soci hanno sempre intrattenuto un rapporto proficuo con quel territorio per soli fans costituito dalle uscite cosiddette “minori”: la loro discografia completa è costellata, oltre che dai canonici singoli ed EP di contorno, da una nutrita serie di autoproduzioni, split e apparizioni su compilation.

Già nel 1992, a gruppo appena costituito, tra gli amici e addetti ai lavori comincia a circolare una cassetta autoprodotta di sei brani, Prepare To Bawl, oggi di difficile - se non impossibile - reperibilità anche per il più accanito maniaco del p2p. Sarebbe interessante sentire i Grandaddy in nuce, lo stesso anno in cui imperversava Slanted & Enchanted dei Pavement e l’estetica lo-fi viveva la sua stagione più florida; tuttavia, un’idea piuttosto esaustiva di come la band suonava nella fase anteriore al debutto ufficiale la rende The Complex Party Come Along Theories (1994), album autoprodotto e distribuito in sole 200 copie in cassetta, ma attualmente rintracciabile in rete con discreta facilità (basta una connessione internet, un programma di file sharing e un po’ di pazienza). Come prevedibile, allora Lytle e compagni inzuppavano letteralmente il pane nell’opera dei numi tutelari in bassa fedeltà di allora (Pavement in Could This Be Love, Sebadoh in Taster e Worship P), con un sound ancora incentrato prevalentemente sulle chitarre (gli inconfondibili echi Dinosaur Jr in Nebraska e Black Bats), mostrando anche una spiccata e interessante attitudine psych (Michael Barry, un Untitled per soli piano e theremin), senza tralasciare significative aperture folk tra Neil Young (Flairless) e Daniel Johnston (You Drove Your Car Into A Moving Train).
Quattro di queste tracce troveranno posto un paio d’anni dopo nella prima uscita ufficiale per un'etichetta, l’EP A Pretty Mess By This One Band (Will Records, 23 aprile 1996); titolo di per sé esplicativo, anche se va detto che il mess dei Grandaddy presenta una band dal potenziale espressivo notevole, che all’hard wave di Kim You Bore Me To Death e le distorsioni di Pre-Merced alterna la vena psichedelica di Away Birdies w/ Special Sounds (un semi-strumentale folk-prog) e del quasi free form Flaming Lips Egg Hit and Jack Too, per poi snocciolare un quadretto acustico, malinconico e sgangherato come Gentle Spike Resort.

Un antipasto niente male in vista del full-lenght Under The Western Freeway, a cui seguirà di poco Machines Are Not She (Big Cat, marzo 1998), altro EP contenente sei episodi tenuti fuori dalla tracklist probabilmente per non intaccarne l’omogeneità; infatti anche qui la varietà è di casa, tra stranezze assortite (il cazzeggio Fall Sikh in a Baja VW Bug), morbide ballate (la younghiana Lava Kiss, la sognante For the Dishwasher) e miraggi di un futuro da lì a venire (Levitz, già in odore di Sopthware Slump). Punta di diamante la schizofrenica Wretched Songs, sintesi delle due anime in bilico di Lytle, tra l’urgenza della prima fase del gruppo e la psichedelia sintetica della seconda, con passaggi e alternanze - dal punk-noise in stile Sonic Youth a spazialità Pink Floyd - davvero mirabili. Negli anni successivi, A Pretty Mess… e Machines… verranno pubblicati in due compilation quasi gemelle, The Broken Down Comforter Collection (Big Cat, 28 giugno 1999) e Concrete Dunes (Lakeshore, 21 ottobre 2002), entrambe ampiamente disponibili; occhio alla differenza: la seconda edizione contiene in più tre b sides tratte da singoli del primo album (una menzione particolare per 12-Pak-599, sorta di The Band-meets-Neil Young).
A cavallo del secondo disco vengono dati alle stampe altri due EP: Signal To Snow Ratio (V2, 28 settembre 1999) e Through A Frosty Plate Glass (V2, aprile 2001), sorta di prologo e postilla all’opera principale. Il primo - che verrà anche incluso come bonus cd in un’edizione speciale di Sopthware Slump – anticipa efficacemente la nuova dimensione sonora della band sia nella forma (Hand Crank Transmitter) sia nei contenuti (Jeddy 3's Poem, prima parte della saga di Jed the Humanoid), col solo diversivo di MGM Grand (in odore delle scorribande Dinosaur Jr. degli esordi); il secondo si limita a racchiudere alcune b sides dell’epoca (dalla classica ballad Grandaddy Our Dying Brains alla punky Street Bunny), tra cui spicca l’electro country “harvestiano” Wives Of Farmers.

Il mini album Excerpts From The Diary Of Todd Zilla (V2 / Edel, 27 settembre 2005) è infine storia recente: un divertissement registrato durante le session di Just Like The Fambly Cat, che si rivela una sorta di bignami in cui confluisce un po’ tutto il repertorio dei Grandaddy, facendosi altresì notare per un leggero allontanamento dal pop fortemente melodico di Sumday. Un’opera di transizione, che comunque evidenzia ancora una volta le doti compositive di livello superiore della band, seppur tra alti e bassi - dal pop-rock easy (e per la verità un poco deludente) di Pull The Curtains, alle classiche ballate folk più (At My Post) o meno (la conclusiva Goodbye) intrise della distintiva elettronica cartoonesca. Emblematica in tal senso la tripletta mozzafiato capeggiata dallo space-pop di Cinderland - una ballata in cui la voce di Lytle fluttua, carica di pathos, nell’aria densa di un’instabile elettricità, venendone avvolta e anestetizzata – cui fa da contraltare il timido piano dell’intima Fuck The Valley Fudge, prima di liberare il campo per il brano migliore del lotto, Florida (candida pop-song, che collassa sotto cascate di chitarre distorte accompagnate da spaventose urla belluine).

Chi non si accontenta dei canali della discografia ufficiale, troverà ancora più interessanti alcune operazioni “collaterali”, svolte all’insegna di un’autogestione fieramente indipendente e, come nel caso di The Windfall Varietal, talvolta osteggiate dalle stesse case discografiche. Si tratta di una compilation di rarità ed inediti, stampata e venduta direttamente dalla band durante il tour del 2000 con Elliott Smith; dopo le proteste - e minacce di denuncia - della label per questioni di autorizzazioni e di diritti, Lytle e soci hanno dovuto interromperne bruscamente la diffusione. Sebbene il dischetto sia rintracciabile in rete, un’edizione ufficiale è altamente auspicabile: anche solo come raccolta di stranezze assortite, si rivela un ascolto divertente e interessante. Tra le chicche: una alt. version “robotica” della sezione centrale di He’s Simple, He’s Dumb, He’s The Pilot; incarnazioni primigenie di Fare Thee Not Well Mutineer (poi rara b side di Sumday) e Sarah 5646766 (reintitolata in seguito First Movement / Message Fade); una versione più soft di Levitz e una più hard di Lawn And So On; le sgangheratissime cover di I'm Not In Love (10 cc) e Fun, Fun, Fun (Beach Boys).
Dello stesso tenore segnaliamo le rarissime cassette Recorded Live Amongst Friends And Fidget (1994) e Live At The Art Factory (1997), nonché – dulcis in fundo - la oddity di tutte le oddities, ovvero il mitologico disco di Arm Of Roger, The Ham And It's Lily (1999, pubblicato da Sweat of the Alps nel 2002); in pratica, i Grandaddy sotto falso nome che giocano un tiro mancino alla casa discografica, spacciando brani con titoli come The Pussy Song per demo di Sopthware Slump…
I completisti e cacciatori di rarità possono infine mettersi alla ricerca di tutte le altre piccole gemme disseminate tra compilation, split e b-sides; ci limitiamo a segnalare una Revolution dei Beatles sghemba e quasi irriconoscibile (da I Am Sam O.S.T., 2001), l’irresistibile semi-parodia della classica strenna natalizia Winter Wonderland (che diventa Alan Parsons In A Winter Wonderland per la raccolta It’s A Cool, Cool Christmas, Jeepster 2000) o la devota - e distorta - cover di Here dei Pavement, catturata dal vivo come b side di A.M. 180 (1998). Buona caccia. (per approfondire nel dettaglio: http://grandaddylandscape.com/discography/)
(contributi di Gianluca Talia per “Excerpts From The Diary Of Todd Zilla”)