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Così come George Harrison ha fortemente contribuito alla svolta filo-indiana dei Beatles, Graham Coxon è stato in gran parte l’artefice della virata lo-fi-post-punk-indie-rock di marca Fall, Pixies e Pavement del suo gruppo di provenienza, i Blur. Suoi i riff e le soluzioni armoniche di hit indiscusse come Song 2 e Coffee & TV, suo quel modo squillante e pulito d'accompagnare le melodie e sua in gran parte quella scrittura asciutta e pungente figlia tanto dei sarcastici Kinks quanto del punk più furibondo; forte di uno stile personale e riconoscibilissimo, debitore sia degli intarsi di Johnny Marr che delle dissonanze della coppia Moore/Ranaldo, l’occhialuto (ormai ex) Blur è senz’altro uno dei chitarristi più originali e interessanti che la scorsa decade ci ha lasciato in eredità.
Happiness In Magazines, sua quinta prova solista (la prima dopo il divorzio definitivo dai compagni), si presenta così come un'importante banco di prova: non solo Coxon deve dimostrare a se stesso che può cavarsela da solo, ma deve altresì far fronte alle aspettative di quei fan che, delusi da Think Tank dei Blur (disco che soffre davvero tanto della sua mancanza), si aspettano grandi cose da lui . Pur mantenendo la consueta patina americanofila che domina un po' tutto il disco, il chitarrista risponde all'appello perpetrando la consueta testarda ricerca di gioventù che fu bandiera dell'ex gruppo: laddove Albarn and soci sembrano ormai ingurgitati da un vortice di statement no global, infatuazioni club ed elettronica fatta in casa, Graham preferisce sollazzarsi tra bordate blues-rock, melodie anni sessanta, punk selvaggi, ballate per voce e violini e persino ambientazioni desertiche, rinunciando tra l'altro all'approccio in bassa fedeltà che aveva fortemente caratterizzato i suoi lavori precedenti. Insomma, questo disco odora di rivalsa dalla prima all'ultima traccia.
Buono pertanto Bitterwseet Bundle Of Misery, primo singolo tratto dall'album, abile esercizio di stile tra un ritornello melodico e stralunato, voglie sixties à la Lemonheads e un accompagnamento alla chitarra che viene dritto da Girls & Boys (Parklife, 1994 ); degna dei Blur più rumorosi l’apertura di Spectacular e così la filastrocca di Bottom Bunk (forse la gemma dell'intero album), frizzante la pistolsiana Frakin' Out, catchy la beatlesiana Hopeless Friends e infine discreto il pop sbilenco di Don't Be A Stranger. Dal lato opposto, lasciano perplessi la soporifera ballata per violini Ribbons and Leaves, il mesto country-blues morriconiano di Are You Ready e in generale un po’ tutto lo spirito che ha animato le tracce: quando il chitarrista non colpisce nel segno, ovvero quando s'allontana dai cliché che furono dei Blur, le canzoni non vanno molto lontano dalla cover (si ascolti Hopeless Friend che scimmiotta gli Who di A Quick One While He's Away e No Good Time che potrebbe essere una out-take dei Pavement; stesso discorso per People Of the Earth con i Fall). Per queste ragioni, Happiness In Magazines ha il sapore di un sufficiente divertissement che, alla luce della miglior produzione blurriana, ha il difetto di arrivare fuori tempo massimo. (6.3/10)

Cinque album alle spalle sono già tanti, figurarsi se a questi se ne aggiungono altrettanti realizzati nelle fila di una delle band più acclamate del decennio scorso, con tutti i pro e i contro che ne derivano in termini di indipendenza (artistica e non solo). Incurante di tutto e di tutti (Gorillaz compresi), l’ex Blur Graham Coxon ormai veleggia sicuro sulla propria rotta, ben saldo nel ruolo, ritagliatosi già dal 1998 con The Sky is Too High, di cantautore indie. Se un paio di anni fa si era presentato in una veste più hi-fi e prodotta dopo le rilassatezze in bassa fedeltà delle prime prove, oggi l’ex guitar hero torna con quello che aveva annunciato come un concept sull’amore, e che in realtà è una raccolta di brani power pop in cui, a trentasette anni suonati (!), si crogiola nella posa di eterno nerd incazzato.
Love Travels At Illegal Speeds èil più immediato e meno cantautorale dei dischi di Coxon, in cui spopolano chitarre distorte e rabbia adolescenziale, con un’inedita attitudine punk (vedi il trittico iniziale Standing On My Own Again / I Can’t Look at Your Skin / Don’t Let Your Man Know, tutto un imperversare di Sex Pistols, Ramones, Jam e Who), ai limiti dell’emo (le liriche o titoli come Gimme Some Love e You Always Let Me Down); per il resto vale un po’ quanto già detto riguardo a Happiness in Magazines: se volete sapere cosa manca ai Blur dai tempi di 13 fatevi un giro dalle parti di Just A State Of Mind, What’s He Got e See A Better Day e avrete la risposta.
Poi per carità, quando vuole Graham fa vedere che stoffa pop e - giusto per ricordarlo - abilità alle sei corde non gli sono venuti certo a mancare: You and I, Tell Like It Is, Don’t Believe Anything I Say e Flight To The Sea non sfigurerebbero affatto nel canzoniere dei Blur (o in quello di ogni songwriter pop-folk che si rispetti); il punto semmai è che oggi Coxon, anziché cedere alle incessanti avances di Albarn, preferisce associarsi a gente come Kaiser Chiefs (per cui apre i concerti) e Bloc Party (dei quali I Don’t Want To Go Out potrebbe essere un’outtake!), mostrandosi inesorabilmente rivolto a un passato anche anagrafico anziché al futuro. Love Travels… suona come una presa di posizione netta, che la dice lunga sul carattere cocciutamente indipendente e assolutamente uncompromising (ai limiti dell’autismo) del personaggio. Solo per affezionati. (6.4/10)