01. Intro
02. So Fine
03. StarLight
04. Cobwebs in the air
05. Hit me with the water
06. Me,my sister and John
07. June is a whore
08. After all it's summertime
09. Who are you
10. All is falling
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Hamletmachine (Urtovox/Audioglobe,
2004)
di ©2004 Stefano Solventi
L'omonimo debutto solista di Goodmorningboy (anno 2002)
convinceva perché nell'applicazione più o meno devota di modelli Mark
Linkous-Robyn Hitchcock si potevano chiaramente distinguere segni
di naturalezza, lo sforzo di ritagliarsi una dimensione espressiva in via di
assestamento, una calligrafia che potesse ben corrispondere alla travagliata
personalità dell'ex-Elle.
Con il secondo lavoro lungo Hamletmachine il processo
può ben dirsi compiuto: i riferimenti "eccellenti" ci
sono ancora e lo vedremo, ma si agitano sotto la superficie,
sommersi da un malanimo stagnante, da una frenesia senza sbocco,
dal fosco nitore di questi impietosi ritratti esistenziali. Tu
chiamala, se vuoi, maturità (ma è un azzardo).
Quasi a preparare il terreno, ci pensa l'artwork - curato dalle
stesso Iacampo - ad anticipare la svolta "atmosferica":
dall'espressionismo fanciullesco e sgargiante dell'esordio si
passa all'attuale parata di figure livide e struggenti, dove
il nero del buio sembra mangiarsi il rosso dell'inquietudine.
Il programma dipana infatti una collezione di ballate tra luci
fioche e desolazione, tra romanticismo febbrile e aria viziata,
pensieri che sbattono sul muro e uno scanzonato senso di non
appartenenza, intanto il mondo fuori una trappola splendente.
Il folk è acido e balzano (l'ebbrezza esotica Lennon di Cobwebs
in the air), pervaso di psichedelia trasognata (quella Me,
my sister and John in cui un'acidula mollezza Ivan Graziani sembra
far capolino tra le distorsioni), sospeso tra remissione asprigna
e folle serenità (il pigolio elettronico su caligine
di vibrafono di Starlight).
Il pianoforte è una matrice che avanza in mezzo a territori
allibiti (le omeomerie cyber nella nebbia di moog e vibrafono
di After all it's summertime, come dei Flaming Lips costernati),
a piedi nudi sulle tracce del senno disperso (lo swing consunto
e infebbrato di Hit me with the water), nel vuoto pneumatico
che separa i fantasmi di Alex Chilton e Neil Young (generando
il miraggio cinematico Mercury Rev di Who are you?).
Una sorta d'incanto affranto che si confessa l'impossibilità d'uscirne
(come in June is a whore, amarezza pastosa d'illusioni
incartapecorite, il tempo sparpagliato nella densità vuota
in cui si muovono piano, chitarra e voce), che raramente soffia
sul fuoco (in So fine, dove saltella tra mellotron e wurlitzer,
oppure in All is falling, dove recupera una verve quasi
loureediana spalleggiato dalla pedal steel luccicante di Alessandro
Stefana), che mormora sullo sfondo mangiucchiando i bordi
delle canzoni (corde sfregacciate, segnali di disturbo, i margini
slabbrati della tela).
Interni che si schiudono di sogni avariati, di abbandono e dissipazione,
prima dei quali (o malgrado, o comunque) si cela il duplice antefatto
di Hamlet Machine e That's why i'm in trouble with
the black light, tracce "fantasma" ad uso e consumo
di chi ancora ascolta via impianto stereo (essendo un pizzico
più difficoltoso riprodurle via PC). Sono questi due pezzi
la turbina elettrica che presuppone le tenebre, le fiammelle
che covano nel fumo, qualcosa tra i Velvet Underground più "allegri" (questo
sì che è un azzardo) e gli amatissimi Sparklehorse,
i Beatles (ma certo!) più aciduli e gli Elf
Power fuzzy, i Soft Boys madidi di agra follia e il
festival jingle-jangle dei Rem in fregola Byrds.
Luci spinose e frastagliate che spingono fino sull'orlo di una
notte che appunto inizia ripudiando il sole, nella breve Intro che
precede (forse) tutto quanto si è detto finora.
Disco di una bellezza fragile e lancinante.
(7.8/10) |