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Introduzione
Critica
Webografia

Goodmorningboy

di ©2004 Stefano Solventi
Solitudine è uno stato dell'anima, si nasce soli prima di diventarlo. S'inganna la solitudine rifiutata, ma non può durare. Solitudine t'attende al varco. E ti dice buongiorno. Due parole su Marco Iacampo.
Foto: Marco Iacampo

I colori della fragilità

di ©2004 Stefano Solventi

Per cinque anni Marco Iacampo è stato frontman degli Elle, risposta nostrana (non l'unica) alle modalità indie tracciate da tipacci come Pavement e Sebadoh. I ragazzi non se la cavavano affatto male, due album (Caffé e Cadillacs del '98 e Bruciamo ciò che resta del 2001) pervasi da una verve giocosa e iconoclasta, sfrigolante e ipercromatica. Ma non poteva durare.

Nel 2002 gli Elle si trovano costretti a proseguire senza di lui. Perché Marco era un'altra cosa. Perché Marco forse è sempre un'altra cosa: bisognerebbe chiederglielo, se solo esistesse l'eventualità di una risposta.

Più facile ricavare qualcosa da quel suo disegnare irrequieto (cura egli stesso l'artwork dei propri album), con i colori strappati alle emozioni (e viceversa). Quasi un arrendersi alla piena del cuore che travolge le forme, forza le strutture, piega gli angoli dello stile. L'impressione è di un tipo irrequieto, uno che non si dichiarerà mai soddisfatto del proprio lavoro perché troppo è l'amore, il desiderio di farlo al meglio. Ma anche (e quindi) uno in cerca di consolazione da ogni piccolo impagabile granello di bellezza possa nascondersi nel quotidiano.

C'è dunque un doppio fardello di fragilità e inadeguatezza di cui Marco sembra perfettamente consapevole, ragion per cui deve saperlo - è inevitabile, è giusto - anche chi ascolta: ecco spiegato questa specie di teatrino da busker, ecco perché le trame fragili e preziose delle sue canzoni appaiono sistematicamente rivestite da strati d'imperfezione, da sfilacciate casualità soniche (chitarre che sferruzzano atonali, cincischii di piano e batteria, pulviscoli elettronici), ad immagine della sua anima mangiucchiata da un insopprimibile spleen.

Il (post) college rock dalle propulsioni vivide e convulse - col suo lanciare il groppo in gola oltre l'ostacolo di una società cinica e bara - sembra incagliarsi nelle secche di una sensibilità lacerata, febbrile, nevrastenica. Tra panico e lucidità, e senza molte speranze di assestamento, lo sguardo di Marco soffre la luce ma l'ambisce, agorafobico e claustrofobico assieme, fanciullesco e pessimista, rintanato ad elaborare strategie di compatibilità esistenziale.

Tutto ciò sfocia in un costante dilemma stilistico che Marco - lontano dal sapere e forse volere risolvere - è bravo a cavalcare, seppure in precario equilibrio, sbilanciato su una definizione sempre più accurata e accorata di sé. In obliquo tra i margini ed il centro della questione, tra i riflettori e l'oblio, frequenta calligrafie sghembe (il taglio claudicante di Robyn Hitchcock, l'insopprimibile marchio del lo-fi, il folk-rock post-moderno di Mark Linkous...) e visioni imponderabili (barlumi Robert Wyatt, il dark side di Alex Chilton, le ballate diafane di Neil Young) per dar vita anzi darsi vita, come se il contrario gli fosse insostenibile.

E' questa sensazione, più che la sostanza di ciò che fa, la sua forza.

Copertina: S.t. (Urtovox/Audioglobe, 2002)
01 - Good Morning Blues
02 - For The Morning Scope
03 - 1,2,3,4,5?
04 - Lili (She's Got A Really Nice B-Walking)
05 - This Is For Me
06 - I'm The Killer
07 - She's The Protector/Suite For Her/No Tears To Cry
08 - A Day On The Bay
09 - Bargain
10 - Love Song11 - Snowfall12 - Migratory Boy

S.t. (Urtovox/Audioglobe, 2002)

di ©2004 Stefano Solventi

Benedetta la forza centrifuga, quando i risultati sono pungenti teatrini dell'anima come questo omonimo esordio di Goodmorningboy. Conosciuto finora in quanto membro (e addirittura leader) di una band (i bravi Elle) con il ben più secolare nome di Marco Iacampo, si mette in proprio e ci offre la fragranza di un manufatto dalla cifra sonora chiaramente riconducibile - fin dall'iniziale Good Morning Blues - a nobili stilemi preesistenti (Sparklehorse in primis, soprattutto per quel vezzo di giustapporre due o più tracce vocali a portata di ottava, e quindi Robyn Hitchcock, Pavement, dEUS, un pizzico di Eels ed il Lennon più acido).

Tutto ciò ben sorretto da una personalità ben definita, capace di prendere per mano ogni traccia e vestirla di abiti ben attagliati, mai banali, raramente eccessivi e spesso eccitanti (considerando che il ragazzo si autoproduce, direi cha ha realizzato un fottuto gran lavoro).

Ci è così consentito scegliere, ascoltando ballate strizzacuore come For The Morning Scope, se appigliarsi alla mesta linea melodica oppure perdersi tra imprendibili evanescenze di corde e i sussulti del piano (viene in mente Weeping Willow dei Grandaddy), per non tacere la malia dei tapes fluttuanti + ghirigori sintetici nell'eterea This Is For Me.

Sentitamente consigliato poi lasciarsi intrigare dalle blandizie CSN & Y di Migratory Boy, o ancora meglio dall'irriverenza lennoniana che innerva Lili e attraversa come una vena blu il patchwork She's The Protector/Suite For Her/No Tears To Cry.

Il vero gioiello del programma lo incontriamo a metà scaletta, una I'm The Killer che s'inghirlanda di un corettino aereo evidentemente "wyattiano" in valzeristico avvitamento tra vibrafoni e ritmiche jazzy, per un congegno avant-pop sofisticato e leggero, insidioso e traslucido.

Non sono male però anche pezzi come A Day On The Bay (piano elettrico e chitarra acustica a sbaciucchiare una melodia che darebbe gioia a Costello) o Lovesong (come certe irruenze Crazy Horse rimasticate dai Wilco), l'occhio strizzato all'ancora vibrante passato lo-fi, mentre Snowfall chiede forse un po' troppo ai nostalgici dell'onirico cabaret di The Band rovistando tra versi un po' piatti alla ricerca della magia che-non-c'è.

Chiude in bellezza I Saw Jupiter, vicina a certe lievi ballate younghiane piano-voce di inizio novanta, Philadelphia in primis: come socchiudere appena la porta, un invito a ripassare quanto prima o a non andarsene affatto. Ne esce così corroborata la sensazione complessiva di delirio lucido, le spalle poggiate ad una parete di malanimo, l'umore cangiante e indomabile, una tavolozza di colori convulsa e festosa che sembra ingoiarsi l'ombra e invece la copre soltanto, in attesa di prevalere.

Una rassegna di bozzetti ipercromatici che ti lasciano il sospetto di una sofferenza dissimulata, per questo forse così toccanti, vividi, preziosi. In attesa magari di più mature e convinte trame melodiche per sbocciare nell'aiola dei "grandi".

Copertina: ong=epitaph:outtakes ep (Urtovox, 2003)
1. Conference
2. Crashing memories
3. The soldier bleeds
4. 4cd1
5. Snowfall (coughing version)
6. Hannover
7. 9cd1
8. Two sinking pianos
9. Migratory boy (live)
10. Hey! Little child (live)

Song=epitaph:outtakes EP (Urtovox/Audioglobe, 2003)

di ©2004 Stefano Solventi

Raccolta di outtakes acustiche, raggi di luce malferma su un altro possibile lato di Iacampo. Dadi gettati sul tavolo delle eventualità, a suggerire sviluppi diversi, più defilati e impalpabili.

Il piano tremolante di 4cd1 e 9cd1, inquiete e uggiose come soundtrack senza pellicola, il folk che sbatte ali di farfalla e pulviscolo di Conference (prossimo a certi palpitanti bozzetti di Elliott Smith), il Dylan ebbro tra umori Pearl Jam di Hannover, la struggente madreperla valzer di The soldiers bleeds e Crashing memories (una linea sottile tra il Lennon più diafano e vaporose visioni Sparklehorse-Eels), quindi una versione di Snowfall come un gracchiante ritaglio di cartazucchero.

Operazione interlocutoria, certo, ma anche un andare un po' più a fondo, avvicinarsi al cuore della questione, scoprirla viva e reale sotto la cortina fumogena dei suoni-colori, capace di bazzicare territori meno illuminati. E scoprirsi all'ascolto ugualmente toccati, seppure da angolazioni diverse.

(6,6/10)

Copertina: Hamletmachine (Urtovox, 2004)
01. Intro
02. So Fine
03. StarLight
04. Cobwebs in the air
05. Hit me with the water
06. Me,my sister and John
07. June is a whore
08. After all it's summertime
09. Who are you
10. All is falling

Hamletmachine (Urtovox/Audioglobe, 2004)

di ©2004 Stefano Solventi

L'omonimo debutto solista di Goodmorningboy (anno 2002) convinceva perché nell'applicazione più o meno devota di modelli Mark Linkous-Robyn Hitchcock si potevano chiaramente distinguere segni di naturalezza, lo sforzo di ritagliarsi una dimensione espressiva in via di assestamento, una calligrafia che potesse ben corrispondere alla travagliata personalità dell'ex-Elle.

Con il secondo lavoro lungo Hamletmachine il processo può ben dirsi compiuto: i riferimenti "eccellenti" ci sono ancora e lo vedremo, ma si agitano sotto la superficie, sommersi da un malanimo stagnante, da una frenesia senza sbocco, dal fosco nitore di questi impietosi ritratti esistenziali. Tu chiamala, se vuoi, maturità (ma è un azzardo).

Quasi a preparare il terreno, ci pensa l'artwork - curato dalle stesso Iacampo - ad anticipare la svolta "atmosferica": dall'espressionismo fanciullesco e sgargiante dell'esordio si passa all'attuale parata di figure livide e struggenti, dove il nero del buio sembra mangiarsi il rosso dell'inquietudine. Il programma dipana infatti una collezione di ballate tra luci fioche e desolazione, tra romanticismo febbrile e aria viziata, pensieri che sbattono sul muro e uno scanzonato senso di non appartenenza, intanto il mondo fuori una trappola splendente.

Il folk è acido e balzano (l'ebbrezza esotica Lennon di Cobwebs in the air), pervaso di psichedelia trasognata (quella Me, my sister and John in cui un'acidula mollezza Ivan Graziani sembra far capolino tra le distorsioni), sospeso tra remissione asprigna e folle serenità (il pigolio elettronico su caligine di vibrafono di Starlight).

Il pianoforte è una matrice che avanza in mezzo a territori allibiti (le omeomerie cyber nella nebbia di moog e vibrafono di After all it's summertime, come dei Flaming Lips costernati), a piedi nudi sulle tracce del senno disperso (lo swing consunto e infebbrato di Hit me with the water), nel vuoto pneumatico che separa i fantasmi di Alex Chilton e Neil Young (generando il miraggio cinematico Mercury Rev di Who are you?).

Una sorta d'incanto affranto che si confessa l'impossibilità d'uscirne (come in June is a whore, amarezza pastosa d'illusioni incartapecorite, il tempo sparpagliato nella densità vuota in cui si muovono piano, chitarra e voce), che raramente soffia sul fuoco (in So fine, dove saltella tra mellotron e wurlitzer, oppure in All is falling, dove recupera una verve quasi loureediana spalleggiato dalla pedal steel luccicante di Alessandro Stefana), che mormora sullo sfondo mangiucchiando i bordi delle canzoni (corde sfregacciate, segnali di disturbo, i margini slabbrati della tela).

Interni che si schiudono di sogni avariati, di abbandono e dissipazione, prima dei quali (o malgrado, o comunque) si cela il duplice antefatto di Hamlet Machine e That's why i'm in trouble with the black light, tracce "fantasma" ad uso e consumo di chi ancora ascolta via impianto stereo (essendo un pizzico più difficoltoso riprodurle via PC). Sono questi due pezzi la turbina elettrica che presuppone le tenebre, le fiammelle che covano nel fumo, qualcosa tra i Velvet Underground più "allegri" (questo sì che è un azzardo) e gli amatissimi Sparklehorse, i Beatles (ma certo!) più aciduli e gli Elf Power fuzzy, i Soft Boys madidi di agra follia e il festival jingle-jangle dei Rem in fregola Byrds. Luci spinose e frastagliate che spingono fino sull'orlo di una notte che appunto inizia ripudiando il sole, nella breve Intro che precede (forse) tutto quanto si è detto finora.

Disco di una bellezza fragile e lancinante.

(7.8/10)