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Giuseppe Ielasi

di Massimo Padalino e Vincenzo Santarcangelo
Giuseppe Ielasi

Sperimentatore instancabile e rigoroso, Giuseppe Ielasi (1974) inizia a farsi notare dalla critica a fine anni ‘80, per un approccio alla chitarra eterodosso ma al contempo saldamente ancorato alla tradizione. Collabora con artisti di punta della scena improv internazionale - Taku Sugimoto, Dean Roberts, Nmperign, per fare dei nomi, e la stabile liaison con Domenico Sciajno, mentre ha di recente offerto la propria perizia con la sei corde a Phill Niblock -, della quale offre alla nostra Penisola un’istantanea di continuo aggiornata organizzando concerti e performance. Sempre più a suo agio con il mezzo elettronico, l’artista lombardo pare essere giunto nell’ultimo periodo ad una fase cruciale del proprio fare artistico, concretizzatosi in un sound elettroacustico rivestito all’interno di una fodera squisitamente umanistica.
Gestisce l’etichetta e mailorder Fringes Recordings, punto di approdo inaggirabile per chi, in Italia, rivolge il proprio sentire a queste frequenze.

Plans (Sedimental, 2003))

di Massimo Padalino

Probabile sia questo il vero capolavoro, se non altro l’uscita meno omogenea, dell’improvvisatore lombardo Giuseppe Ielasi. La chitarra, una volta suonava solamente una "hawaiana" manipolata, sembra averla imparata a strimpellare. Sarà forse per questo motivo che il suo terzo cd, titolato Plans, a tratti riecheggia il lavoro di supporto svolto dal nostro per la recente reentre, su Kranky, dello sperimentatore Dean Roberts.

Qui come lì aleggiano soffusi spettri acustici alla sei corde, nenie proto ambient virate verso la stasi cantautorale slo-core (in tal senso, e ciò lo differenzia dal cd dell’amico Roberts, in Plans manca proprio la parola) e, merito dei disturbi elettronici di Renato Rinaldi (aka Orele Di Gneur…in friulano "orecchia di lepre" …simpatico, no?), una visione d’assieme organica, strutturata (seppure nell’improvvisazione) e persino "sinfonica" (un tempo è lento, l’altro è un allegro e via di conseguenza).

Un che di solare, un pallido sole in una giornata invernale dal cielo terso sì ma quanto freddo, pare avare filtrato l’opalescenza insita nei suoni di Giuseppe, sempre più consci di poter meglio "comunicare" se stessi se sistemati al meglio in un dedalo di raggi elctro-acustici ordinati (i medesimi su cui scorre questa magnifica ruota di suono sintetico). (7.5/10)

  • Untitled
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Giuseppe Ielasi (Häpna / Risonanza Magnetica, maggio 2006)

di Vincenzo Santarcangelo

Il nuovo disco di Giuseppe Ielasi si apre sotto le insegne di una sinfonia apocalittica e dolente che non è esagerato accostare alle ultime produzioni di casa Constellation: corde di violino e chitarra tormentate e costrette a svelarsi nella loro essenza di semplici presenze lasciano il posto ad un motivo che incede lento e maestoso e si arricchisce per gradi di fiati e di una ritmica sotterranea quasi jazzata. Il tutto sorretto da un’architettura quasi immateriale di gocce di suono digitale che paiono presagire un temporale che per i nove minuti di durata non arriverà mai.

Anche nel secondo brano Ielasi è quasi irriconoscibile: le chitarre trattate lasciano il posto a micropulsazioni dub che prendono forma da una caotica selva di ritmiche spezzate e glitches frantumati – quasi degli Scorn addottrinati alla scuola dei microsuoni di inizio millennio.

Il terzo è un pezzo di elettronica capace di elevare l’artista lombardo alla statura dei Rechenzentrum di Director’s Cut, e trascinare l’ascoltatore in una nube metafisica apparentemente inconciliabile con i residui di umanità scorti con piacevole sorpresa nella prima traccia. Apparentemente, perchè sono la chitarra processata e il battito di mani del quarto quadretto sonoro a ricollocarlo di forza tra le cose di questa terra. Il suono dell’erhu sospende l’episodio conclusivo nella dimensione altra di culture lontane e sconosciute, il tempo che manca perché il tema della sinfonia iniziale ritorni ad occupare la scena per confluire drammaticamente in un crescendo disturbato e sofferente – infine rumore, che smaschera definitivamente la matrice umana, troppo umana della musica di Ielasi.

Queste nuove cinque incursioni nell’universo della sperimentazione riempiono di nuove tempere la tavolozza sonora di un artista visibilmente al massimo delle proprie potenzialità, confermandolo ai vertici di un panorama musicale italiano - quello immortalato magistralmente dalla recente compilation A Gift For… - in meraviglioso fermento creativo. (7.3/10)

  • Detach
  • (Providence-Middletown)
  •  
  • Umweg

EKG / Giuseppe Ielasi – Group (Formed Records, agosto 2006)

di Vincenzo Santarcangelo

Il duo elettroacustico EKG – Ernst Karel: tromba, elettronica e Kyle Bruckmann: oboe, corno inglese ed elettronica – e Giuseppe Ielasi hanno incrociato il proprio cammino nell’aprile del 2005, durante alcune date condivise lungo gli Stati Uniti. Il materiale sonoro di quelle performance – al solito, delle lunghe meditazioni improvvisate di elettronica granulare e diradata – è stato lavorato in studio da Karel e Ielasi e vede la luce su disco più di un anno dopo grazie alla lungimiranza della Formed Records.

Sporadici innesti di umanità provvisti dalle ance di Karel e Bruckmann (Detach, Umweg) o dal piano di Ielasi (il primo dei due brani sprovvisti di titolo) increspano la superficie piatta di un mare di elettronica improvvisata, austera ed abbottonata, sempre in pericolosa pendenza tra suono e silenzio.

Il senso di un disco per certi versi inintelligibile sta tutto nel dovizioso lavorio di cesello che Ielasi e Karel imbastiscono su una materia prima tanto affascinante quanto potenzialmente evanescente. L’intera scena procede su un unico, lungo, quasi immobile piano-sequenza di cui l’ascoltatore paziente ed attento saprà scorgere impercettibili fuori fuoco – le dissonanze dei fiati in Umweg, il corno inglese di Detach - ed inusitati riverberi – il secondo brano senza titolo: forse è inutile precisarlo, ma se ne sconsiglia vivamente la frequentazione agli amanti degli action movies e a chi si aspetti da un disco grossi colpi di scena. (7.0/10)

August (12k, agosto 2007)
Giuseppe Ielasi / Nicola Ratti – Bellows (Kning Disk, settembre 2007)

di Vincenzo Santarcangelo

Quando è solo davanti a macchine e strumenti, Giuseppe Ielasi non è unicamente lo sperimentatore audace e raffinato che continuiamo a riconoscere nelle frequenti collaborazioni che lo vedono coinvolto; è, piuttosto - ce ne siamo accorti già con l’eponimo lavoro del 2006 –, il brillante arrangiatore di disparate fonti sonore, rumori e microsuoni, recrudescenze ambient e guizzi orchestrali, sprazzi di acuto lirismo e sussulti di infinita desolazione che si alternano in strutturate microsuite dagli infiniti dettagli.
August è la naturale prosecuzione del discorso intrapreso nel suo predecessore: cinque nuovi brani senza titolo, lunghi in media sette minuti, curati sin nel minimo particolare; minacciosamente rigorosi, nella loro dinamica, eppure capaci di ferire l’ascoltatore nel contesto di una vera e propria guerra di sfiancamento, psicologica ed emotiva. Generano attesa, per poi disilluderla (il primo brano), rasserenano con stasi di frequenze o meditazioni pianistiche, dopo il levarsi di un crescendo ansiogeno, finiscono per inabissarsi in un mare di mestizia senza fondo (il secondo brano).
La formula è ormai collaudata e Ielasi un maestro nell’accostare stati d’animo, nell’evocare paesaggi e visioni: discrete trame di timidi glitches si alternano - in una dialettica che è ormai quasi prolettica - ad aperture di maestosi drones dall’ampio respiro sinfonico (la seconda e la terza traccia). Più spesso simile all’ultimo Murcof, dunque, che a quegli improvvisatori radicali a cui si è abituati ad accostare il suo nome; ma sempre più simile a se stesso, al Giuseppe Ielasi che, da solo, non è unicamente lo sperimentatore audace e raffinato che abbiamo imparato ad apprezzare. (7.5/10)

In questo senso, le collaborazioni con artisti dalla sensibilità affine paiono assumere il rango di esercitazioni e studi preparatori in vista di quell’opus maius perennemente in costruzione che è il percorso in solitaria del chitarrista lombardo. La più recente, quella con l’allievo e sodale Nicola Ratti (già in Pin Pin Sugar e Ronin, ma anche autore di interessanti dischi a proprio nome), è un lavoro di precisione artigianale pazientemente offerto alle potenzialità dello strumento primattrice – sebbene si ascoltino, oltre alle chitarre, percussioni, turntables, elettronica. 4’27’’ è ipnotico girare a vuoto di chitarra effettata su sfondo sintetico, 7’30’’ loop di arpeggio alla Gastr del Sol e successiva risacca di feedback, 6’19’’ improvvisazione su ritmica dub, 07’01’’ noise digitale e lunga coda percussiva psichedelica, 2’24 tributo esplicito a Derek Bailey. Ristora la quiete raggiunta dalle ampie volute di droni dell’ultimo 10’ 57, brano memore dei fasti di August. Disco affascinante, ma solo per orecchie ben disciplinate. Meravigliosa l’immagine di copertina dal vago sapore pasoliniano. (6.5/10)