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Girls In Hawaii

di AA.VV.

Equilibrismi pop

di Andrea Provinciali

I giovani “nonnetti” del Belgio, così potremmo definire i Girls In Hawaii. Infatti, sono proprio i Grandaddy il riferimento più vicino ai Nostri. Subito dopo potremmo annoverare anche i loro connazionali dEUS e in rapida successione i Belle And Sebastian. Questo solo per fare un breve quadro della situazione. Perché, magicamente, i Girls In Hawaii, nonostante le palesi influenze, sono riusciti a ritagliarsi un proprio spazio di manovra all’interno di certo indie-rock contemporaneo. Non un’impresa titanica, ovviamente, ma per una giovane band proveniente da una piccola e, dal punto di vista musicale, poco accreditata nazione come il Belgio - ad eccezion fatta dei già citati dEUS e poche altre minori realtà come Soulwax e Venus - niente può essere dato per scontato. Il gelido Nord Europa sembra, invece, aver donato loro un’attitudine pop in grado di evocare, paradossalmente, soavi paesaggi colorati e primaverili.

Ma questo è soltanto il punto d’arrivo di una ricerca stilistica che i cinque di Bruxelles hanno attuato sin dal 2002, anno in cui un loro demo capitò tra le mani del manager della 62tv Records, già etichetta - indovinate un po’? - dei dEUS. Alla quale bastò soltanto un anno per lanciarli nell’orbita indie con l’esordio From Here To There, che da subito riuscì a infiammare pubblico e critica inanellando dodici brani dal tocco leggero e intimamente lo-fi, che nascondono, in realtà, una minuziosità armonica stratificata mai troppo invasiva. I Nostri spaziano con semplicità da episodi intrisi di sbarazzina freschezza (l’iniziale arpeggio di 9.00 AM, la successiva Short Song For A Short Mind) ad una riflessiva malinconia (Bees & Butterflies), passando per una genuina urgenza elettrica (Time to forgive the winter e il singolo Found in the ground) fino ad arrivare alle delicate derive acustiche di Casper e Catwalk (come fossero uscite dal più ispirato Tom Barman dei tempi che furono). Tutto molto scarno, ma impreziosito timidamente da ornamenti sonori che regalano alle parti il giusto equilibrio pop. (7.0/10) Poi il silenzio. Cinque anni lunghissimi, che per l’odierno mercato discografico potrebbero rivelarsi fatali, fino a Plan Your Escape. E siamo ancora qui a parlare positivamente di dosata delicatezza pop, di perfetti congegni armonici, di gentili fraseggi vocali, ma, diciamolo, dato il tempo impiegato per mettere insieme una formula solo più curata, ci aspettavamo almeno qualche novità. Il futuro ci dirà.

Copertina: ...
  • This Farm Will End Up In Fire
  • Sun Of The Sons
  • Bored
  • 5.20.22
  • Shades Of Time
  • Fields Of Gold
  • Couples On Tv
  • Grasshopper
  • Colors
  • Birthday Call
  • Road To Luna
  • Coral
  • Summer Storm
  • Plan Your Escape

Plan Your Escape (Naïve Records, 19 febbraio 2008)

di Andrea Provinciali

Sono passati circa cinque anni da quando un gruppo belga dal nome insolito conquistò meritatamente le luci della ribalta indie alla prima uscita discografica. Successo meritato, abbiamo detto, ma di durata limitata. Purtroppo è così che gira il mercato discografico: come minimo un disco ogni anno, altrimenti l’oblio. E ciò vale ancor più se il gruppo in questione non possiede un forte hype mediatico. Di ciò i Girls In Hawaii sembrano essersene fregati altamente defilandosi per tutti questi anni e prendendosi tutti i rischi del caso. Il tempo gli avrà dato ragione? Senza troppi giri di parole rispondiamo subito: sì, ma c’è un però. Il nuovo album conferma e mantiene quanto di buono era emerso da From Here To There. E ciò non è poco, anzi. Chi non se li è dimenticati sa benissimo di cosa stiamo parlando: freschezza pop intrisa di frizzanti e nostalgiche melodie a metà strada fra Grandaddy, Belle & Sebastian e dEUS, sorretta e impreziosita da una delicatezza strumentale unica. Quest’ultima, vero e proprio tratto distintivo dei Nostri, in alcuni episodi di Plan Your Escape risulta addirittura ancor più curata e ricercata: non c’è una nota fuori posto, i vari strumenti riempitivi si incastrano alla perfezione senza mai appesantire la leggerezza finale. Esempio di ciò è la bellissima Shades Of Time: sorretta da un intimo arpeggio chitarristico si arricchisce gradualmente di suoni più disparati (hammond, fiati, maracas, xilofono, etc) fino a raggiungere una pacata e rilassante orgia strumentale, nella quale il cantato mai perde il suo incedere sommesso. Però cinque anni sono tanti e avrebbero potuto fare qualcosa in più: non si registrano novità rispetto al lavoro precedente. Ma questa è l’unica critica che gli si può muovere. Ché Plan Your Escape è un album di grazioso e fascinoso indie pop difficile da sentire ultimamente.
Fin dalla canzone apripista, nonché primo singolo estratto, This Farm Will End Up In Fire, è evidente come i “nonnetti” indierock siano il punto di riferimento più vicino ai Girls In Hawaii. Ma sono la leggerezza e la semplicità stilistica, che quest’ultimi riescono a mantenere nella loro proposta eterogenea, a differenziarli positivamente. Infatti si passa da atmosfere più solari come in Sun Of The Sons – qui sono addirittura i Thrills ad essere chiamati in causa – e Summer Storm a quelle più bucoliche di Fields Of Gold e della title track, passando per certe derive elettriche di Grasshopper e Road To Luna (molto vicine ai teutonici Slut), fino a episodi riuscitissimi per urgenza pop come Bored e Summer Storm, senza mai perdere quella facilità di ascolto che li contraddistingue. Insomma in quest’album non si registrano cadute di tono alcune. Se avessero osato un poco di più avrebbero pianificato la loro fuga perfetta. Magari sarà la terza prova a sancire la perfezione pop. Basta che non ci facciano aspettare altri cinque anni perché in quel caso la mancanza si farebbe sentire, eccome. (7.2/10)

Live: Bronson, Ravenna (29 febbraio 2008)

di Fabrizio Zampighi

Se su disco li avevamo letteralmente consumati, a partire dall'ottimo esordio From Here To There fino ad arrivare al recentissimo Plan Your Escape, mai ci era capitato di vederli dal vivo. A colmare le nostre lacune pensa il Bronson di Ravenna, come al solito particolarmente attento alla programmazione, che non si lascia sfuggire l'occasione di prenotare una data del tour europeo in cui sono attualmente impegnati i Girls In Hawaii. Una scelta che premia gli organizzatori, anche dal punto di vista delle presenze, ma che soprattutto apre gli occhi – come se ce ne fosse stato bisogno – su una realtà musicale tra le più interessanti del panorama europeo.

On stage, i Nostri non lesinano in energie, offrendo al pubblico un set vibrante in cui il “solito” pop impeccabile tratto distintivo della poetica della formazione belga guadagna in spessore grazie alle ottime armonie vocali e a un apparato strumentale che si fa corposo e strutturato. Merito delle tre chitarre elettriche ma anche di tastiera, basso e batteria, impegnate tutte a tracciare i confini di un'esperienza musicale stratificata ma omogenea, all'occorrenza distorta, soprattutto quando le passioni filo-psichedeliche prendono il sopravvento (The Fog e Flavor). I brani scorrono via in un attimo, si parli delle malinconie in crescendo di Short Song From A Short Mind o dell'elettro-pop minimale di Casper, delle atmosfere sognanti un po' à la Thrills di Sun Of The Sons o dei riff veloci di Grasshopper, lasciando in bocca un gusto dolciastro che altro non è se non la consapevolezza della caratura superiore di questi Girls In Hawaii. Un giudizio, crediamo, largamente condiviso anche dal pubblico accorso, letteralmente rapito durante l'esibizione del gruppo quanto febbricitante davanti al banchetto CD a fine concerto.