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Giorgio Canali

di Stefano Solventi
Rocker che spara raffiche ad altezza d'uomo, le movenze nervose e pungenti, il cinismo scostante e saggio. Uno che ne ha viste tante, e si sente.
L'aspetto di chi lo scava un tarlo, il volto scavato che vivaddio non starà mai bene in tivù. Perché è un volto da raccontare, un volto da fotografia con le luci dure, un volto da palco con chitarra velenosa e un microfono su cui scaricare tutta l'urgenza. Il suo è un rock adulto, consapevole e disubbidiente. Breve ritratto di Giorgio Canali, guitar hero atipico classe '58.
Foto: Giorgio Canali

Lo sdegno cinico e sferzante di Giorgio Canali

di Stefano Solventi

Di Giorgio Canali, classe '58, si inizia a sentire parlare nella seconda metà degli ottanta, più che per la sua attività di chitarrista e cantante in oscure band jazz-rock, per il ruolo di tecnico del suono per gente come Litfiba, Timoria e - soprattutto - dei CCCP in occasione dell'ultima, eccellente fatica Epica Etica Etnica Pathos (1990). E' un momento critico e magnifico per il gruppo emiliano, già proiettato verso quel processo di mutazione che innescherà la splendida decade dei CSI.
Canali e gli ex Litfiba Francesco Magnelli e Gianni Maroccolo saranno gli innesti fondamentali per il nuovo corso poetico dell apremiata ditta Ferretti & Zamboni. Un bassista appassionato, un tastierista atmosferico, un chitarrista atipico, angoloso, sferzante: in pratica, ne viene fuori una band nuova, dalle imprevedibili possibilità. Giorgio non è il tipico guitar hero, anzi. Il suo è un gioco decisamente defilato, come a smorzare una calligrafia tutta spigoli e sterzate, feedback e distorsioni, crepitii e minacce brucianti. Il sound della band ne risulta subdolamente pervaso, come una malattia, come la trasposizione sonora di una rabbia senza sbocco, di uno sdegno intimamente verace, annidato nell'anima.
Mentre sbocciano titoli che cambieranno irrimediabilmente il volto del rock adulto italiano (da Ko De mondo a T.R.E.), Canali solidifica il curriculum di produttore artistico e ingegnere del suono scolpendo il sound, tra gli altri, per Yo Yo Mundi, Marlene Kuntz, Santo Niente, Wolfango, Circo Fantasma, PFM e Virginiana Miller. Parallelamente inizia a palesarsi anche una certa attrazione fatale per la Francia, che accoglie entusiasticamente il suo lavoro per Noir Desir e Ulan Bator. Non a caso quindi è proprio in terra francese che viene pubblicato nel '98 il debutto solista di Giorgio 1000 Vietnam (poi ripubblicato in Italia col titolo Che Fine Ha Fatto Lazlotòz), le cui liriche attingono abbondantemente dall'idioma transalpino, meno per convenienze commerciali che non estetiche, visto come la rauca acidità vocale del Nostro ben sposi la strascicata baldanza della pronuncia.
Oggi, Canali vive una carriera di medio profilo ma nel solco di una dignità inscalfibile e di una perfetta coerenza formale. Giunto ormai al terzo lavoro in solitario - più una soundtrack per il film Guardami di Davide Ferrario - si aggira lungo palchi mai troppo illuminati però immancabilmente caldi, incendiati dalla vis urgente e rugginosa della sua giovane band, recentemente battezzata Rossofuoco. Se vi capita a tiro, non perdetevelo: scoprirete un rocker che spara raffiche ad altezza d'uomo, scoprirete un oratore tanto saggio quanto cinico, scoprirete un volto scavato dal rock come raramente capita di incontrare.
Insomma, vi divertirete.

Intervista a Giorgio Canali

Con Tutti contro tutti fanno quattro dischi a tuo nome. Eppure, mi sembra che il Canali solista venga ancora percepito come un'attività accessoria del Canali "chitarrista dei CSI/PGR" o "produttore dei Verdena e Bugo". Giusto così, o qualcosa è andato storto?

Le mie attività sono tutte accessorie, la mia occupazione principale (è anche il mio peggior difetto) è vivere l’oggi e, collateralmente, guarda un po’, pensare… Una cosa che dovrei riuscire ad impormi è il non limitare i miei pensieri all’oggi ma cercare di farli viaggiare anche verso il domani… Difficile, molto difficile… Per ciò che riguarda il come va il mondo e, di conseguenza il fatto di avere un’esistenza riconosciuta di me e della mia musica (quella di Rossofuoco), diciamo che è meglio non pensarci… Se lo facessi probabilmente mi arrenderei o mi sarei già arreso…
Devo dire, però, che l’essere testardo è una delle mie qualità salienti. Io so di essere nel giusto, quindi persevero, qualcosa va storto? Non sono certo io… Non ho nessuna voglia di invocare una diversità o una marginalità a pretesto… Marginale è il resto, l’anomalia non sono io, sono gli altri!

La tua musica picchia duro senza smettere una pietas lucida, impetuosa e letteraria. In questo senso sembra dire: guardate che si può. E' un effetto voluto o collaterale?

È un tutt’uno, inscindibile, com’è inevitabile che quella pietas di cui parli si trasformi naturalmente in IMPIETAS: in primo luogo non credo, non in dio almeno… Poi devo dire che ho lasciato il concetto di “patria”  nella copia del libro Cuore che ho gettato nel pattume con l’arrivo della prima acne e, infine, che la famiglia, si sa,  è morta da mo’ (anche Cooper che ne aveva narrato il decesso è schiattato da un bel po’)...
Certo che si può. È normale che le idee chiare e radicate si compattino in un’esposizione musicale tranciante  e scorrevole… Sono le idee nebulose che si infangano nei pantani del linguaggio e del ritmo.

Quasi tutti i pezzi sono firmati assieme ai Rossofuoco. Visti dal vivo, si capisce che siete una band vera e propria. Mi piacerebbe sapere qualche particolare sulla nascita delle canzoni, se componete in studio, se vi portate le idee da casa, se sbocciano durante i check...

In generale i pezzi nascono da improvvisazioni, in sala-prove o direttamente in studio, qualche volta ho già un’idea precisa di dove voglio andare a parare con il testo e la espongo a sommi capi agli altri tre, in modo da creare l’atmosfera più adatta alle parole che verranno.  È il caso di Canzone della tolleranza e dell’amore universale o, in passato, di Rime con niente e Savonarola.
Poi le improvvisazioni vengono strutturate risuonandole  o, se già registrate e soddisfacenti “alla prima”, montate con il computer in sede di edit, in strutture plausibili per eventuali future canzoni. Di solito per ultime vengono le parole… non è comodo avere un disco già quasi fatto e gli altri tre che ti alitano sul collo: “allora? Ancora nulla? Quando li finisci ‘sti testi?
Qualche composizione, di tanto in tanto, è il frutto esclusivo della mia mente malata, mi registro da solo a strati e capisco se frulla dalla faccia di chi mi sta attorno. È il caso di Falso bolero, di Precipito o di Pompieri2.

La dedica a Federico Aldrovandi... I media preferiscono sorvolare: non è bello nutrire dubbi sulla polizia, neanche in memoria di un ragazzo appena diciottenne. Tu chiamalo, se vuoi, il Belpaese.

Non penso che il “Belpaese” sia il nocciolo della questione, per esempio il fatto che per definire questo tipo di eccessi della polizia, in francese esista un termine preciso che è  “bavure” (sbavatura), significa che queste cose esistono anche altrove e, ulteriore esempio, se guardi all’America, anche lì è normale che all’inizio le istituzioni cerchino ogni volta di coprire le malefatte dei loro cops… Per ogni aggressione che finisce su CNN, chissà quante altre rimangono nascoste… È normale, gli stronzi violenti e prepotenti esistono in ogni ambiente ed è più facile che, tra una divisa da postino e una da tutore dell’ordine, scelgano quella con pistola e/o manganello in dotazione...
Detto questo, detesto le generalizzazioni e mi dispiace che, per motivi squisitamente musicali, in Falso bolero esca fuori un “quant’è bella giovinezza che fugge tuttavia se a fermarla per sempre non è la polizia” che suona un po’ come un’affermazione piena di pregiudizio e fanatismo ma, allo stesso tempo, fotografa molto bene, in poche parole e una parafrasi da discount, la vicenda di Aldro. Quindi, alla fine, se devo essere dispiaciuto per qualcuno, non è certo per la buona reputazione delle forze dell’ordine.
E non parliamo della figura di merda che ci ha fatto, nei giorni successivi alla vicenda, la stampa (sic) locale.
Comunque sia, per saperne di più : http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/

Il rock - non solo quello nostrano - evita sempre più lo scontro a viso aperto con qualsiasi cosa odori di politica... Questione di sfiducia nei propri mezzi, di politically correct pervadente, di vigliaccheria, di qualunquemenefreghismo, di semplice istinto di sopravvivenza?

Ok, mettiamo i puntini sulle ü!
Menefreghismo è di destra, Chissenefreghismo è di sinistra!
Per il resto, se pensi che la maggior parte delle volte l’impegno politico in musica, almeno in Italia, si riduce ad un populismo patetico, è meglio che nelle canzoni si parli d’altro… Non sai quanto mi secchi essere confuso con le ondate del “tuttinsiemekinonsaltaberluskoniè” e, ti giuro, succede, anche troppo spesso.

Ti incazzi (ulteriormente) se ti dico(no) che fai musica "impegnata"?

No, è la verità, non riesco a praticare una scissione tra me e ciò che mi circonda: il mondo.
Anche quando racconto di me “dentro”, c’è sempre tanto “fuori” che si mescola.

Ti sei beccato in pieno la stagione del punk e della wave. Formidabili quegli anni?

Sono vecchio ma non ho ancora l’arteriosclerosi necessaria per avere nostalgia del passato.

Per i più - me compreso - inizi ad esistere musicalmente con l'ultimo disco dei CCCP. Lo avverti anche tu come uno spartiacque fondamentale della tua carriera (vita)?

In effetti quel periodo è stato importante per definire la mia vita degli anni successivi, non tanto a causa di CCCP/CSI, quanto per il fatto di essere diventato mezzo francese, comunque sia devo molto a Giovanni, Massimo, Gianni e Francesco ma, anche loro, devono qualcosa a me.

Poi c'è stata la straordinaria vicenda CSI. Dischi che ancora oggi suonano come dei prodigi. A pensarci, vince l'orgoglio o il rimpianto? Quanto ai PGR, se il debutto mi sembrava lontanissimo rispetto al tuo stile, oggi trovo meno conciliabili le posizioni - come dire - poetiche. Come ti trovi coi testi di Giovanni?

Faccio molta fatica a vedere una interruzione del filo logico…
Tra l’ultimo album dei CCCP e l’ultimo album di PGR ci sono sì, 15 anni di tempo, ma il motore è lo stesso: il grande carisma di Giovanni  da una parte e, dall’altra la versatilità musicale e mentale di noialtri attorno (tra cinque e due le differenze ci sono, ma sono compensate dalla determinazione individuale, ti ricordo che la “i” di CSI stava per indipendenti)… Orgoglio? Tanto, soprattutto per la capacità che abbiamo avuto di non fare mai un album uguale all’altro. Rimpianti no, perché? Il prossimo album dei PGR sarà un’altra pietra fondamentale per la storia della musica italiana. Sono presuntuoso? Forse sì
Per ciò che riguarda le posizioni mentaleticopolitiche di Giovanni rispetto alle mie, per me non è una novità che noi due siamo fondamentalmente diversi, sono vent’anni che ci infamiamo a vicenda, anche ululando come pazzi, ogni volta che affrontiamo un qualsiasi argomento che non sia d’ordine enogastronomico…
Io non lo trovo così cambiato, siete voi che siete distratti dal buco nero dei suoi occhi…

In Septembre en attendent hai idealmente chiuso un cerchio di amicizie - diciamo così - particolari: i Noir Désir e il Bugo. Musicalmente parecchio diversi, però accomunati da un atteggiamento tra il popolare e l'alieno. Inclinazioni professionali o affinità elettive?

Nessun cerchio chiuso… Quella canzone è una delle più belle riflessioni sulla guerra nella ex Jugoslavia che abbia mai sentito, era nelle nostre corde, quindi registrarne una versione italiana è stato automatico… D’altronde Noir Désir, come Gun Club o Afghan  Whigs, sono influenze sin troppo evidenti per Rossofuoco.
Per ciò che riguarda le collaborazioni, ho smesso di considerarmi un professionista nel 1989, il che vuol dire che partecipo solo a progetti che in qualche modo “mi parlano”.

Hai cominciato a dividerti tra la Francia e l'Italia molti anni fa, nei primi Novanta se non sbaglio. Non se certo il primo musicista italiano con un piede oltralpe. Cosa significa nel tuo caso?

Ho avuto la fortuna di non essere uno degli italiani della mia età costretti a rifugiarsi in Francia per motivi politici! E' stata una libera scelta, una grande opportunità di confronto e di crescita e un’esperienza che ho messo a frutto negli anni successivi. In ogni modo, a parte qualche amico, la Francia non mi manca così tanto ora.

Un "vecchio di 49 anni", come ti sei definito, deve averne viste abbastanza da permettersi un parere riguardo l'attuale generazione rock nostrana. O, se preferisci, un auspicio, un consiglio...

Anche nei periodi di merda c’è sempre qualcuno che nell’ombra rema nella giusta direzione, probabilmente non arriverà mai da nessuna parte ma la colpa è di un sistema inadeguato all’entusiasmo che trovi come sempre in qualche cantina dove si prova a fare musica e ci si sballa di sostanze innumerevoli e svariate. Posso citarti qualche nome di roba interessante: Quintostato, Dondolaluva; Ministri, Hattorihanzo… Non sono nuove droghe, sono nomi di gruppi…

Cosa stai ascoltando? Ti interessa l'attualità rock/pop?

Sto ascoltando Tutti Contro Tutti in ciclo, finché non mi stanca lo lascio sul lettore…

Le domande ormai rituali: cosa pensi del file sharing? L'ipotesi dell'estinzione del supporto discografico ti spaventa?

Mi terrorizza l’ipotesi dell’estinzione delle Camel senza filtro… Ho già i brividi di sudorino freddo giù per il collo a pensarci, ma non hanno mercato e, prima o poi, mi toglieranno pure quelle…

 

Copertina: Che Fine Ha Fatto Lazlotòz (Sonica-Virgin, 1998)
  • Nanana nanana
  • Coule la vie
  • Probablement
  • Au boit
  • 1000.000
  • Nessun presente
  • 1.2.3.1000 Vietnam
  • Va tutto bene
  • Nuvole & Bleriot
  • Maquis
  • Lazlotòz
  • Ça i est

Che Fine Ha Fatto Lazlotòz (Sonica-Virgin, 1998)

di Stefano Solventi

E così Giorgio Canali prova a compiere il salto, si butta nel cono di luce, s'espone in prima linea armi e bagagli. Tra i bagagli, appunto, infila l'esperienza ormai lunga e il disincanto calloso. Tra le armi, invece, un'amarezza senza requie, il lucido disprezzo per ogni manifestazione d'ipocrisia e crasso sopruso.
E' appunto alla luce di questo insopprimibile sdegno (o dignità battagliera) che potremmo interpretare i due titoli del disco, tanto quel 1000 Vietnam dell'edizione francese che il Che Fine Ha Fatto Lazlotòz di quella italiana (Laszlo Toth, lo ricordiamo, era il martellatore iconoclasta della Pietà di Michelangelo nel lontano '72).
Ci imbattiamo così in sonorità solide, stratificate, crude: le dinamiche sono agili e aspre all'occorrenza, le chitarre acustiche mulinano infebbrate e le elettriche rosseggiano incandescenti, in più scimitarrate di sax, scorribande di violini “isterici” (la definizione – appropriata – è dello stesso Canali) e una voce allo sbaraglio con tutta la propria spigolosa nudità.
La Francia, dicevamo: Paese che occupa una posizione importante nel panorama professionale e mentale di Giorgio, tanto che metà dei pezzi sono scritti (e ben interpretati) nell'idioma transalpino, guadagnandoci in alterità, in antagonismo “culturale”, in teatralità (la conclusiva, disarmante, amarissima Ça Y Est) e fragore (la fenomenale 1.2.3.1000 Vietnam, funky rock memore di scelleratezze Negresses Vertes squarciato dal sax di Akosh Szelevenyi e dalle urla di Bertrand Cantat - due Noir Desir - nel concitato finale).
Una ruvida sensibilità, la voce striata d’alcool e fumo, il cinico dominio delle forme ed il vasto disincanto ci raccontano una vita spesa a macinare corde, a progettare e ghignare rock’n’roll. Ma c’è come un tremito dietro a tutto l’apparato che tradisce la vertigine, l'emozione di chi si abbandona al vuoto, consegnando se stesso ad una possibilità – solo una possibilità – di volo. Qui, se vogliamo, la forza e la debolezza del disco: Canali è tutt’altro che un debuttante, eppure mette sul piatto un’avventatezza da ragazzino a cui sia stata offerta la prima ed ultima possibilità.
Meditazione e veemenza si passano continuamente il testimone, quasi inevitabile che talvolta scappi di mano, che il passo s'imbrogli, che l'urgenza di tradurre l'urlo in suono sormonti la scrittura (in Va Tutto Bene e Nessun Presente, ad esempio), che la foga di aggrapparsi ai rivoli del post-grunge dimentichi di scolpire ombre e nitori (come negli esagitati ancheggiamenti Afghan Whigs di Coule La Vie, basso a cura di Gianni Maroccolo).
E' tuttavia ragguardevole il modo in cui Canali riesce ad innestare il languido caracollare della "chanson" in corpo rock (come nella marziale 100.000, svolgimento narrativo Marlene Kunz tra coordinate Tabula Rasa Elettrificata), cogliendo il punto di congiunzione tra irruenza genuina e smaniosa teatralità (lo sbocco rabbioso di Au Bout, attraversata da nevrastenie bislacche come anima frustata, e gli Hüsker Dü più incandescenti aleggianti in Lazlotòz).
Tra lo spaesamento allucinato fatto brillare nell’iniziale Nanana Nanana, la narrazione antiepica di Nuvole & Blériot (con Marco Parente alla batteria) e gli shrapnel atonali di sax e chitarra della corrosiva Maquis, si delinea uno spettro poetico/stilistico già di tutto rispetto e che tuttavia suggerisce sviluppi più nitidi e affilati. (6.8/10)

Copertina: Rossofuoco (Gamma Pop)
  • Questa E' La Fine
  • Corretto E Poche Storie
  • Pesci Nell'Acqua
  • La Démarche Des Crabes
  • Se Viene Il Lupo
  • Maman Va Rentrer
  • Testa Di Fuoco
  • Fuoco Corri Con Me
  • Rossocome
  • Adagio Baroque
  • Pompieri 2

Rossofuoco (Gamma Pop, 2002)

di Stefano Solventi

Romantico e urticante, cupo e iroso, cinico e viscerale, il secondo lavoro solista di Giorgio Canali (già chitarrista "rumoroso" degli ultimi CCCP, dei CSI e quindi dei PGR, tecnico del suono per i Noir Désir, produttore tra gli altri di Santo Niente e Timoria…) va annoverato senz'altro tra le migliori uscite nostrane dell'anno.

Rispetto all'album di debutto, la calligrafia di Canali s'ispessisce, delinea i contorni, compie un balzo nettissimo verso la propria auto-definizione. Forti di un'autorevolezza scostante, le undici tracce masticano infatti sarcasmo e amarezza con deciso piglio elettroacustico (le corde vibrano intense e nervose, il drumming rispolvera l'asciuttezza palpitante dei primi settanta), alternando torride decadenze in guisa di ballata (la narcosi psych à la Afterhours di Pesci Nell'Acqua, lo stringente climax dell'apocalittica Questa E' La Fine) a spurghi post-wave più o meno frenetici (vedi la funkeggiante Corretto E Poche Storie, oppure la giga di Se Viene Il Lupo pervasa dallo spirito - più o meno "santo" - di Mark Lanegan).

C'è poi la propensione per l'idioma transalpino, vecchio "vizio" del Canali che produce forse i tre momenti migliori del disco: se La Démarche Des Crabes risveglia vividi spettri PJ Harvey (ma l'urlo del chorus ha la potenza sferragliante di Sacrifice To The Moon degli Ultimate Spinach) e Adagio Baroque sembra una jam tra Nick Cave e gli Slint, Maman Va Rentrer scomoda trepide suggestioni cinematografiche (difatti era presente nella soundtrack del film Guardami, diretto dall'amico Davide Ferrario …) grazie ad un gioco sottile di corde pizzicate e distorsioni evanescenti, lasciando poi alla malinconica pietas di un piano il compito di farci attraversare questa visione densa e sospesa, questo senso di perdita sterminato e irredimibile.

Nella seconda parte la scaletta mette in evidenza una prosa più scopertamente narrativa, schizzando quadretti folgoranti in equilibrio tra cantautorato e pulsione rock, tra deliri emblematici (Fuoco Corri Con Me) e paradigmatiche ribellioni (Testa Di Fuoco - quasi un De André in salsa roots rock - e Rossofuoco, strutturalmente un po' banale ma dal testo tutt'altro che prescindibile). Chiude la nevrastenia elettroacustica di Pompieri 2, che da sola basta a spiegare ciò che manca a un Ligabue per meritarsi la tesserina del club: l'intransigenza espressiva, quella determinazione che tradotta in suono si arpiona all'anima, come un virus incazzato, o molecole di tenerezza, o una visione d'abisso.
Rock adulto, consapevole, disubbidiente. Disincantato quanto fiducioso, orgogliosamente poetico e impuro, teso come uno sguardo da galera: in fondo di dischi così - di quelli che non smaniano per inventare, di quelli che ogni pezzo è uno schiaffo e qualche verso un tatuaggio nella memoria - c'è sempre un gran bisogno. (7.2/10)

Copertina: Giorgio Canali e Rossofuoco - s/t (Venus/La Tempesta - 2004)
  • precipito
  • guantanamo
  • fumo di londra
  • no pasaran
  • mostri sotto il letto
  • fuoco amico
  • savonarola (la fine del mondo a ferrara)
  • rime con niente
  • questa è una canzone d'amore
  • questa no

Giorgio Canali e Rossofuoco - s/t (Venus/La Tempesta - 2004)

di Stefano Solventi

Il terzo lavoro di Giorgio Canali, che promuove la propria backing band a comprimaria (meritatamente), dovrebbe essere un disco omonimo oppure senza titolo, così almeno sembra di capire. In realtà il titolo dovrebbe coincidere con il simbolo della freccia rivolta verso il basso che fa capolino nel front della copertina e sul dorso, segno di una massa/forza che precipita. Vale a dire la sensazione provocata dall'ascolto di queste dieci canzoni, un precipitare attraverso scenari non propriamente idilliaci, occhi che sbirciano il marcio sotto il tappeto, bluff sociopolitici smagati a bacchettate sulle dita e crampi al cuore.
C'è da dire innanzitutto che Canali utilizza l’idioma italico – l’antico vezzo/vizio del francese è stato per stavolta messo in disparte – con efficace sbrigliatezza, procedendo per immagini tese, per accumulazioni rapide, per aspri rivolgimenti di senso. Testi che si aggirano letterari, scovando angoli noir nel ventre flaccido del mondo, esercizi di sarcasmo e amarezza attraversati da un'indignazione che al confronto quella "istituzionale" ha lo spessore di manichini Upim.
Talora sconfinano nel grottesco, prendono a ceffoni la retorica, sputano rabbia a grumi, testimoni di una lugubre saggezza. Spiegano la visione lucida, quel disincanto senza possibilità di ricadute o remissione. In ciò ben supportati da un impianto sonoro che prevede punk-blues ingrugniti, fosche folate latin-reggae e fumosi teatrini di remota accezione folk.
Chitarre che stridono e intagliano, il basso che morde le caviglie ad un drumming irascibile, la voce che s’incarica di raschiarsi la rogna dall’anima. Oltre ad un paio di gradite intrusioni: le trombe di Marc Simon a sottolineare il truce esotismo di Guantanamo (memorabile e desolante panoramica sullo Stato-Delle-Cose), quindi il delirante farfisa del Reverendo Sam (cantante e tastierista di Hormonas e Johnwoo) in Rime Con Niente, parata di febbrili perdizioni dedicata all’amico Bertand Cantat.
Materiale rock che non consente né persegue velleitarie circonlocuzioni. Se le gradite, ecco un po’ di coordinate allo sbaraglio (prendetele con beneficio d'inventario): Bad Seeds e Killing Joke, Pixies e De André, Clash e il loro versante "cantautoriale" The Gang. Pantomime crude e romanticamente disperate, uno scetticismo ruvido e intenso, raffiche cecchine d’ogni buonismo d’accatto. Non altro che questo, e al meglio.
Rimangono da indicare i titoli che più mi convincono: l’incipit poetico di Precipito in pressante crescendo che sembra proprio un lanciarsi dal grattacielo col fuoco dietro e la pressione che ti schianta i polmoni (basso a cura di Gianni Maroccolo), il sordido stillicidio d’orrori bellici di Fuoco Amico (dal crudo taglio reggae in CSI stile), l’esagitata No Pasaran come un conato di disperata resistenza umana, e soprattutto l’approdo di ogni malanimo – intimo e collettivo - nell’esplosiva Mostri Sotto Il Letto.
Canali e la sua band offrono il loro punto di vista ad altezza d’uomo, mozzano la testa all’Utopia e ce la servono su un vassoio di viscerale genuinità. Basta e avanza per farne un ascolto nutritivo, e in questo senso piacevole. (7.0/10)

  • Verità, la verità
  • Falso bolero
  • Alealè
  • Piccoli mostri crescono
  • Non dormi
  • Swiss Hide
  • Canzone della tolleranza e dell'amore universale
  • Settembre, aspettando
  • Comequandofuoripiove
  • Il ballo della tosse

Giorgio Canali e Rossofuoco - Tutti contro Tutti (La Tempesta / Universal, 4 maggio 2007)

di Stefano Solventi

Non cede di un millimetro lo sdegno militante di Giorgio Canali. Nel quarto album in proprio, il secondo per la tempestosa etichetta dei Tre Allegri Ragazzi Morti, l'invettiva dei testi viaggia ancora a cassetta sulla carrozza infernale, scudisciando a furia di mischie travolgenti - l'hard punk in odor di Bad Seeds di Alealè, riciclato dai tempi di Lazlotòz - abitate da anti-slogan beffardi e impietosi (vedi la parafrasi Gaber: "la libertà è partecipazione... agli utili”). Senza smettere tuttavia di scavare un solco netto e profondo rispetto a tanta musica "impegnata", perché non ci sono rivendicazioni né grandi famiglie alle spalle, c'è solo il Canali e la sua amarezza, la rabbia senza sbocco, l’incazzatura letteraria. Il rocker è solo. O meglio un tutt’uno con la fedele combriccola, Marco, Luca e Claude, i Rossofuoco. Più qualche amico cui spedire caustiche cartoline. Qualcuno ancora vivo (come i Noir Désir, di cui riadatta in italiano la fosca tensione di Septembre en attendent, previa l'armonica di Bugo) e qualcuno un po' meno (come i Gun Club, omaggiati nell'abrasiva Canzone della tolleranza e dell'amore universale).
Robusto e urticante, è un sound che diresti figlio spurio d'un Lou Reed invischiato wave (gli arpeggi unghiosi di Verità, la verità, pezzo dedicato alla memoria di Federico Aldrovandi, come tutto il disco) o di un Cave melmoso (la stradaiola Swiss Hide, che tra le altre cose osa recitare: "auspici del IV Reich, che con un Papa tedesco non si sa mai"), salvo sciorinare uggiose cupezze circa The Cure (Non dormi) o scavarsi nel cuore una psichedelia accorata (Falso bolero). C'è sentore di pilota automatico solo nella peraltro mordace Comequandofuoripiove, mentre la conclusiva Il ballo della tosse azzarda una obliqua rilettura/caricatura di Águas de março in chiave beat che proprio non me l'aspettavo. Nelle note stampa Canali ci promette d'essere più tranquillo e solare in futuro. Certo. Come no. (6.9/10)