Rocker che spara raffiche ad altezza d'uomo, le movenze nervose e pungenti, il cinismo scostante e saggio. Uno che ne ha viste tante, e si sente.
L'aspetto di chi lo scava un tarlo, il volto scavato che vivaddio non starà mai bene in tivù. Perché è un volto da raccontare, un volto da fotografia con le luci dure, un volto da palco con chitarra velenosa e un microfono su cui scaricare tutta l'urgenza. Il suo è un rock adulto, consapevole e disubbidiente. Breve ritratto di Giorgio Canali, guitar hero atipico classe '58.

Di Giorgio Canali, classe '58, si inizia a sentire parlare nella seconda
metà degli ottanta, più che per la sua attività di chitarrista
e cantante in oscure band jazz-rock, per il ruolo di tecnico del suono per
gente come Litfiba, Timoria e - soprattutto - dei CCCP in
occasione dell'ultima, eccellente fatica Epica Etica Etnica Pathos (1990).
E' un momento critico e magnifico per il gruppo emiliano, già proiettato
verso quel processo di mutazione che innescherà la splendida decade
dei CSI.
Canali e gli ex Litfiba Francesco Magnelli e Gianni Maroccolo saranno
gli innesti fondamentali per il nuovo corso poetico dell apremiata ditta Ferretti & Zamboni.
Un bassista appassionato, un tastierista atmosferico, un chitarrista atipico,
angoloso, sferzante: in pratica, ne viene fuori una band nuova, dalle imprevedibili
possibilità. Giorgio non è il tipico guitar hero, anzi. Il suo è un
gioco decisamente defilato, come a smorzare una calligrafia tutta spigoli e sterzate,
feedback e distorsioni, crepitii e minacce brucianti. Il sound della band ne
risulta subdolamente pervaso, come una malattia, come la trasposizione sonora
di una rabbia senza sbocco, di uno sdegno intimamente verace, annidato nell'anima.
Mentre sbocciano titoli che cambieranno irrimediabilmente il volto del rock adulto
italiano (da Ko De mondo a T.R.E.), Canali solidifica
il curriculum di produttore artistico e ingegnere del suono scolpendo il sound,
tra gli altri, per Yo Yo Mundi, Marlene Kuntz, Santo Niente, Wolfango, Circo
Fantasma, PFM e Virginiana Miller. Parallelamente inizia a
palesarsi anche una certa attrazione fatale per la Francia, che accoglie entusiasticamente
il suo lavoro per Noir Desir e Ulan Bator. Non a caso quindi è proprio
in terra francese che viene pubblicato nel '98 il debutto solista di Giorgio 1000
Vietnam (poi ripubblicato in Italia col titolo Che Fine Ha Fatto
Lazlotòz), le cui liriche attingono abbondantemente dall'idioma
transalpino, meno per convenienze commerciali che non estetiche, visto come la
rauca acidità vocale del Nostro ben sposi la strascicata baldanza della
pronuncia.
Oggi, Canali vive una carriera di medio profilo ma nel solco di una dignità inscalfibile
e di una perfetta coerenza formale. Giunto ormai al terzo lavoro in solitario
- più una soundtrack per il film Guardami di Davide Ferrario -
si aggira lungo palchi mai troppo illuminati però immancabilmente caldi,
incendiati dalla vis urgente e rugginosa della sua giovane band, recentemente
battezzata Rossofuoco. Se vi capita a tiro, non perdetevelo: scoprirete
un rocker che spara raffiche ad altezza d'uomo, scoprirete un oratore tanto saggio
quanto cinico, scoprirete un volto scavato dal rock come raramente capita di
incontrare.
Insomma, vi divertirete.
Le mie attività sono tutte accessorie, la mia occupazione principale (è anche il mio peggior difetto) è vivere l’oggi e, collateralmente, guarda un po’, pensare… Una cosa che dovrei riuscire ad impormi è il non limitare i miei pensieri all’oggi ma cercare di farli viaggiare anche verso il domani… Difficile, molto difficile… Per ciò che riguarda il come va il mondo e, di conseguenza il fatto di avere un’esistenza riconosciuta di me e della mia musica (quella di Rossofuoco), diciamo che è meglio non pensarci… Se lo facessi probabilmente mi arrenderei o mi sarei già arreso…
Devo dire, però, che l’essere testardo è una delle mie qualità salienti. Io so di essere nel giusto, quindi persevero, qualcosa va storto? Non sono certo io… Non ho nessuna voglia di invocare una diversità o una marginalità a pretesto… Marginale è il resto, l’anomalia non sono io, sono gli altri!
È un tutt’uno, inscindibile, com’è inevitabile che quella pietas di cui parli si trasformi naturalmente in IMPIETAS: in primo luogo non credo, non in dio almeno… Poi devo dire che ho lasciato il concetto di “patria” nella copia del libro Cuore che ho gettato nel pattume con l’arrivo della prima acne e, infine, che la famiglia, si sa, è morta da mo’ (anche Cooper che ne aveva narrato il decesso è schiattato da un bel po’)...
Certo che si può. È normale che le idee chiare e radicate si compattino in un’esposizione musicale tranciante e scorrevole… Sono le idee nebulose che si infangano nei pantani del linguaggio e del ritmo.
In generale i pezzi nascono da improvvisazioni, in sala-prove o direttamente in studio, qualche volta ho già un’idea precisa di dove voglio andare a parare con il testo e la espongo a sommi capi agli altri tre, in modo da creare l’atmosfera più adatta alle parole che verranno. È il caso di Canzone della tolleranza e dell’amore universale o, in passato, di Rime con niente e Savonarola.
Poi le improvvisazioni vengono strutturate risuonandole o, se già registrate e soddisfacenti “alla prima”, montate con il computer in sede di edit, in strutture plausibili per eventuali future canzoni. Di solito per ultime vengono le parole… non è comodo avere un disco già quasi fatto e gli altri tre che ti alitano sul collo: “allora? Ancora nulla? Quando li finisci ‘sti testi?”
Qualche composizione, di tanto in tanto, è il frutto esclusivo della mia mente malata, mi registro da solo a strati e capisco se frulla dalla faccia di chi mi sta attorno. È il caso di Falso bolero, di Precipito o di Pompieri2.
Non penso che il “Belpaese” sia il nocciolo della questione, per esempio il fatto che per definire questo tipo di eccessi della polizia, in francese esista un termine preciso che è “bavure” (sbavatura), significa che queste cose esistono anche altrove e, ulteriore esempio, se guardi all’America, anche lì è normale che all’inizio le istituzioni cerchino ogni volta di coprire le malefatte dei loro cops… Per ogni aggressione che finisce su CNN, chissà quante altre rimangono nascoste… È normale, gli stronzi violenti e prepotenti esistono in ogni ambiente ed è più facile che, tra una divisa da postino e una da tutore dell’ordine, scelgano quella con pistola e/o manganello in dotazione...
Detto questo, detesto le generalizzazioni e mi dispiace che, per motivi squisitamente musicali, in Falso bolero esca fuori un “quant’è bella giovinezza che fugge tuttavia se a fermarla per sempre non è la polizia” che suona un po’ come un’affermazione piena di pregiudizio e fanatismo ma, allo stesso tempo, fotografa molto bene, in poche parole e una parafrasi da discount, la vicenda di Aldro. Quindi, alla fine, se devo essere dispiaciuto per qualcuno, non è certo per la buona reputazione delle forze dell’ordine.
E non parliamo della figura di merda che ci ha fatto, nei giorni successivi alla vicenda, la stampa (sic) locale.
Comunque sia, per saperne di più : http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/
Ok, mettiamo i puntini sulle ü!
Menefreghismo è di destra, Chissenefreghismo è di sinistra!
Per il resto, se pensi che la maggior parte delle volte l’impegno politico in musica, almeno in Italia, si riduce ad un populismo patetico, è meglio che nelle canzoni si parli d’altro… Non sai quanto mi secchi essere confuso con le ondate del “tuttinsiemekinonsaltaberluskoniè” e, ti giuro, succede, anche troppo spesso.
No, è la verità, non riesco a praticare una scissione tra me e ciò che mi circonda: il mondo.
Anche quando racconto di me “dentro”, c’è sempre tanto “fuori” che si mescola.
Sono vecchio ma non ho ancora l’arteriosclerosi necessaria per avere nostalgia del passato.
In effetti quel periodo è stato importante per definire la mia vita degli anni successivi, non tanto a causa di CCCP/CSI, quanto per il fatto di essere diventato mezzo francese, comunque sia devo molto a Giovanni, Massimo, Gianni e Francesco ma, anche loro, devono qualcosa a me.
Faccio molta fatica a vedere una interruzione del filo logico…
Tra l’ultimo album dei CCCP e l’ultimo album di PGR ci sono sì, 15 anni di tempo, ma il motore è lo stesso: il grande carisma di Giovanni da una parte e, dall’altra la versatilità musicale e mentale di noialtri attorno (tra cinque e due le differenze ci sono, ma sono compensate dalla determinazione individuale, ti ricordo che la “i” di CSI stava per indipendenti)… Orgoglio? Tanto, soprattutto per la capacità che abbiamo avuto di non fare mai un album uguale all’altro. Rimpianti no, perché? Il prossimo album dei PGR sarà un’altra pietra fondamentale per la storia della musica italiana. Sono presuntuoso? Forse sì
Per ciò che riguarda le posizioni mentaleticopolitiche di Giovanni rispetto alle mie, per me non è una novità che noi due siamo fondamentalmente diversi, sono vent’anni che ci infamiamo a vicenda, anche ululando come pazzi, ogni volta che affrontiamo un qualsiasi argomento che non sia d’ordine enogastronomico…
Io non lo trovo così cambiato, siete voi che siete distratti dal buco nero dei suoi occhi…
Nessun cerchio chiuso… Quella canzone è una delle più belle riflessioni sulla guerra nella ex Jugoslavia che abbia mai sentito, era nelle nostre corde, quindi registrarne una versione italiana è stato automatico… D’altronde Noir Désir, come Gun Club o Afghan Whigs, sono influenze sin troppo evidenti per Rossofuoco.
Per ciò che riguarda le collaborazioni, ho smesso di considerarmi un professionista nel 1989, il che vuol dire che partecipo solo a progetti che in qualche modo “mi parlano”.
Ho avuto la fortuna di non essere uno degli italiani della mia età costretti a rifugiarsi in Francia per motivi politici! E' stata una libera scelta, una grande opportunità di confronto e di crescita e un’esperienza che ho messo a frutto negli anni successivi. In ogni modo, a parte qualche amico, la Francia non mi manca così tanto ora.
Anche nei periodi di merda c’è sempre qualcuno che nell’ombra rema nella giusta direzione, probabilmente non arriverà mai da nessuna parte ma la colpa è di un sistema inadeguato all’entusiasmo che trovi come sempre in qualche cantina dove si prova a fare musica e ci si sballa di sostanze innumerevoli e svariate. Posso citarti qualche nome di roba interessante: Quintostato, Dondolaluva; Ministri, Hattorihanzo… Non sono nuove droghe, sono nomi di gruppi…
Sto ascoltando Tutti Contro Tutti in ciclo, finché non mi stanca lo lascio sul lettore…
Mi terrorizza l’ipotesi dell’estinzione delle Camel senza filtro… Ho già i brividi di sudorino freddo giù per il collo a pensarci, ma non hanno mercato e, prima o poi, mi toglieranno pure quelle…

E così Giorgio Canali prova a compiere il salto, si butta nel cono
di luce, s'espone in prima linea armi e bagagli. Tra i bagagli, appunto,
infila l'esperienza ormai lunga e il disincanto calloso. Tra le armi, invece,
un'amarezza senza requie, il lucido disprezzo per ogni manifestazione d'ipocrisia
e crasso sopruso.
E' appunto alla luce di questo insopprimibile sdegno (o dignità battagliera)
che potremmo interpretare i due titoli del disco, tanto quel 1000 Vietnam dell'edizione
francese che il Che Fine Ha Fatto Lazlotòz di quella italiana
(Laszlo Toth, lo ricordiamo, era il martellatore iconoclasta della Pietà di
Michelangelo nel lontano '72).
Ci imbattiamo così in sonorità solide, stratificate, crude: le
dinamiche sono agili e aspre all'occorrenza, le chitarre acustiche mulinano infebbrate
e le elettriche rosseggiano incandescenti, in più scimitarrate di sax,
scorribande di violini isterici (la definizione appropriata è dello
stesso Canali) e una voce allo sbaraglio con tutta la propria spigolosa nudità.
La Francia, dicevamo: Paese che occupa una posizione importante nel panorama
professionale e mentale di Giorgio, tanto che metà dei pezzi sono scritti
(e ben interpretati) nell'idioma transalpino, guadagnandoci in alterità,
in antagonismo culturale, in teatralità (la conclusiva, disarmante,
amarissima Ça Y Est) e fragore (la fenomenale 1.2.3.1000 Vietnam,
funky rock memore di scelleratezze Negresses Vertes squarciato dal sax
di Akosh Szelevenyi e dalle urla di Bertrand Cantat - due Noir
Desir - nel concitato finale).
Una ruvida sensibilità, la voce striata dalcool e fumo, il cinico
dominio delle forme ed il vasto disincanto ci raccontano una vita spesa a macinare
corde, a progettare e ghignare rocknroll. Ma cè come
un tremito dietro a tutto lapparato che tradisce la vertigine, l'emozione
di chi si abbandona al vuoto, consegnando se stesso ad una possibilità solo
una possibilità di volo. Qui, se vogliamo, la forza e la debolezza
del disco: Canali è tuttaltro che un debuttante, eppure mette sul
piatto unavventatezza da ragazzino a cui sia stata offerta la prima ed
ultima possibilità.
Meditazione e veemenza si passano continuamente il testimone, quasi inevitabile
che talvolta scappi di mano, che il passo s'imbrogli, che l'urgenza di tradurre
l'urlo in suono sormonti la scrittura (in Va Tutto Bene e Nessun Presente,
ad esempio), che la foga di aggrapparsi ai rivoli del post-grunge dimentichi
di scolpire ombre e nitori (come negli esagitati ancheggiamenti Afghan Whigs di Coule
La Vie, basso a cura di Gianni Maroccolo).
E' tuttavia ragguardevole il modo in cui Canali riesce ad innestare il languido
caracollare della "chanson" in corpo rock (come nella marziale 100.000,
svolgimento narrativo Marlene Kunz tra coordinate Tabula Rasa Elettrificata),
cogliendo il punto di congiunzione tra irruenza genuina e smaniosa teatralità (lo
sbocco rabbioso di Au Bout, attraversata da nevrastenie bislacche come
anima frustata, e gli Hüsker Dü più incandescenti aleggianti
in Lazlotòz).
Tra lo spaesamento allucinato fatto brillare nelliniziale Nanana Nanana,
la narrazione antiepica di Nuvole & Blériot (con Marco Parente alla
batteria) e gli shrapnel atonali di sax e chitarra della corrosiva Maquis,
si delinea uno spettro poetico/stilistico già di tutto rispetto e che
tuttavia suggerisce sviluppi più nitidi e affilati. (6.8/10)

Romantico e urticante, cupo e iroso, cinico e viscerale, il secondo lavoro solista di Giorgio Canali (già chitarrista "rumoroso" degli ultimi CCCP, dei CSI e quindi dei PGR, tecnico del suono per i Noir Désir, produttore tra gli altri di Santo Niente e Timoria…) va annoverato senz'altro tra le migliori uscite nostrane dell'anno.
Rispetto all'album di debutto, la calligrafia di Canali s'ispessisce, delinea i contorni, compie un balzo nettissimo verso la propria auto-definizione. Forti di un'autorevolezza scostante, le undici tracce masticano infatti sarcasmo e amarezza con deciso piglio elettroacustico (le corde vibrano intense e nervose, il drumming rispolvera l'asciuttezza palpitante dei primi settanta), alternando torride decadenze in guisa di ballata (la narcosi psych à la Afterhours di Pesci Nell'Acqua, lo stringente climax dell'apocalittica Questa E' La Fine) a spurghi post-wave più o meno frenetici (vedi la funkeggiante Corretto E Poche Storie, oppure la giga di Se Viene Il Lupo pervasa dallo spirito - più o meno "santo" - di Mark Lanegan).
C'è poi la propensione per l'idioma transalpino, vecchio "vizio" del Canali che produce forse i tre momenti migliori del disco: se La Démarche Des Crabes risveglia vividi spettri PJ Harvey (ma l'urlo del chorus ha la potenza sferragliante di Sacrifice To The Moon degli Ultimate Spinach) e Adagio Baroque sembra una jam tra Nick Cave e gli Slint, Maman Va Rentrer scomoda trepide suggestioni cinematografiche (difatti era presente nella soundtrack del film Guardami, diretto dall'amico Davide Ferrario …) grazie ad un gioco sottile di corde pizzicate e distorsioni evanescenti, lasciando poi alla malinconica pietas di un piano il compito di farci attraversare questa visione densa e sospesa, questo senso di perdita sterminato e irredimibile.
Nella seconda parte la scaletta mette in evidenza una prosa più scopertamente
narrativa, schizzando quadretti folgoranti in equilibrio tra cantautorato
e pulsione rock, tra deliri emblematici (Fuoco Corri Con Me) e paradigmatiche
ribellioni (Testa Di Fuoco - quasi un De André in
salsa roots rock - e Rossofuoco, strutturalmente un po' banale ma
dal testo tutt'altro che prescindibile). Chiude la nevrastenia elettroacustica
di Pompieri 2, che da sola basta a spiegare ciò che manca a un Ligabue per
meritarsi la tesserina del club: l'intransigenza espressiva, quella determinazione
che tradotta in suono si arpiona all'anima, come un virus incazzato, o molecole
di tenerezza, o una visione d'abisso.
Rock adulto, consapevole, disubbidiente. Disincantato quanto fiducioso, orgogliosamente
poetico e impuro, teso come uno sguardo da galera: in fondo di dischi così -
di quelli che non smaniano per inventare, di quelli che ogni pezzo è uno schiaffo
e qualche verso un tatuaggio nella memoria - c'è sempre un gran bisogno. (7.2/10)

Il terzo lavoro di Giorgio Canali, che promuove la propria
backing band a comprimaria (meritatamente), dovrebbe essere un
disco omonimo oppure senza
titolo, così almeno sembra di capire. In realtà il titolo dovrebbe
coincidere con il simbolo della freccia rivolta verso il basso che fa capolino
nel front della copertina e sul dorso, segno di una massa/forza che precipita.
Vale a dire la sensazione provocata dall'ascolto di queste dieci canzoni,
un precipitare attraverso scenari non propriamente idilliaci, occhi che sbirciano
il marcio sotto il tappeto, bluff sociopolitici smagati a bacchettate sulle
dita e crampi al cuore.
C'è da dire innanzitutto che Canali utilizza lidioma italico lantico
vezzo/vizio del francese è stato per stavolta messo in disparte con
efficace sbrigliatezza, procedendo per immagini tese, per accumulazioni rapide,
per aspri rivolgimenti di senso. Testi che si aggirano letterari, scovando angoli
noir nel ventre flaccido del mondo, esercizi di sarcasmo e amarezza attraversati
da un'indignazione che al confronto quella "istituzionale" ha lo spessore
di manichini Upim.
Talora sconfinano nel grottesco, prendono a ceffoni la retorica, sputano rabbia
a grumi, testimoni di una lugubre saggezza. Spiegano la visione lucida, quel
disincanto senza possibilità di ricadute o remissione. In ciò ben
supportati da un impianto sonoro che prevede punk-blues ingrugniti, fosche folate
latin-reggae e fumosi teatrini di remota accezione folk.
Chitarre che stridono e intagliano, il basso che morde le caviglie ad un drumming
irascibile, la voce che sincarica di raschiarsi la rogna dallanima.
Oltre ad un paio di gradite intrusioni: le trombe di Marc Simon a sottolineare
il truce esotismo di Guantanamo (memorabile e desolante panoramica sullo
Stato-Delle-Cose), quindi il delirante farfisa del Reverendo Sam (cantante
e tastierista di Hormonas e Johnwoo) in Rime Con Niente,
parata di febbrili perdizioni dedicata allamico Bertand Cantat.
Materiale rock che non consente né persegue velleitarie circonlocuzioni.
Se le gradite, ecco un po di coordinate allo sbaraglio (prendetele con
beneficio d'inventario): Bad Seeds e Killing Joke, Pixies e De
André, Clash e il loro versante "cantautoriale" The Gang.
Pantomime crude e romanticamente disperate, uno scetticismo ruvido e intenso,
raffiche cecchine dogni buonismo daccatto. Non altro che questo,
e al meglio.
Rimangono da indicare i titoli che più mi convincono: lincipit poetico
di Precipito in pressante crescendo che sembra proprio un lanciarsi dal
grattacielo col fuoco dietro e la pressione che ti schianta i polmoni (basso
a cura di Gianni Maroccolo), il sordido stillicidio dorrori bellici
di Fuoco Amico (dal crudo taglio reggae in CSI stile), lesagitata No
Pasaran come un conato di disperata resistenza umana, e soprattutto lapprodo
di ogni malanimo intimo e collettivo - nellesplosiva Mostri Sotto
Il Letto.
Canali e la sua band offrono il loro punto di vista ad altezza duomo, mozzano
la testa allUtopia e ce la servono su un vassoio di viscerale genuinità.
Basta e avanza per farne un ascolto nutritivo, e in questo senso piacevole. (7.0/10)
Non cede di un millimetro lo sdegno militante di Giorgio Canali. Nel quarto album in proprio, il secondo per la tempestosa etichetta dei Tre Allegri Ragazzi Morti, l'invettiva dei testi viaggia ancora a cassetta sulla carrozza infernale, scudisciando a furia di mischie travolgenti - l'hard punk in odor di Bad Seeds di Alealè, riciclato dai tempi di Lazlotòz - abitate da anti-slogan beffardi e impietosi (vedi la parafrasi Gaber: "la libertà è partecipazione... agli utili”). Senza smettere tuttavia di scavare un solco netto e profondo rispetto a tanta musica "impegnata", perché non ci sono rivendicazioni né grandi famiglie alle spalle, c'è solo il Canali e la sua amarezza, la rabbia senza sbocco, l’incazzatura letteraria. Il rocker è solo. O meglio un tutt’uno con la fedele combriccola, Marco, Luca e Claude, i Rossofuoco. Più qualche amico cui spedire caustiche cartoline. Qualcuno ancora vivo (come i Noir Désir, di cui riadatta in italiano la fosca tensione di Septembre en attendent, previa l'armonica di Bugo) e qualcuno un po' meno (come i Gun Club, omaggiati nell'abrasiva Canzone della tolleranza e dell'amore universale).
Robusto e urticante, è un sound che diresti figlio spurio d'un Lou Reed invischiato wave (gli arpeggi unghiosi di Verità, la verità, pezzo dedicato alla memoria di Federico Aldrovandi, come tutto il disco) o di un Cave melmoso (la stradaiola Swiss Hide, che tra le altre cose osa recitare: "auspici del IV Reich, che con un Papa tedesco non si sa mai"), salvo sciorinare uggiose cupezze circa The Cure (Non dormi) o scavarsi nel cuore una psichedelia accorata (Falso bolero). C'è sentore di pilota automatico solo nella peraltro mordace Comequandofuoripiove, mentre la conclusiva Il ballo della tosse azzarda una obliqua rilettura/caricatura di Águas de março in chiave beat che proprio non me l'aspettavo. Nelle note stampa Canali ci promette d'essere più tranquillo e solare in futuro. Certo. Come no. (6.9/10)