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01. Tribale
02. Andirivieni
03. Fedeli Differenti
04. Hannorè
05. J
06. No Exit
07. La Buona Fortuna
08. La Rete
09. Passero
10. Io / Tu
11. Madre Severa
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Disincanto (On The Road Music Factory,
2005)
di ©2005 Stefano Solventi
Succede più o meno di tutto, nei tre anni che seguono Smodato
Temperante. Già esaurita lesperienza CSI,
il 2002 vede nascere lentità PGR, che
dei CSI ripropone lorganico (escluso, naturalmente, Zamboni)
spostando però drasticamente lobiettivo verso
sonorità elettroniche previa larte esotica e
raffinata del produttore francese Hector Zazou.
Ginevra è ormai a tutti gli effetti uno dei motori del gruppo, compone
le melodie cui presta una voce sempre più duttile, ulteriormente arricchita
dalle calde sfumature della gravidanza (il figlio Jacopo nascerà in Maggio,
subito dopo un tour teatrale assieme a Max Gazzè).
La maternità non ne frena affatto lestro: oltre a proseguire la partecipazione
al progetto Stazioni Lunari ideato da Magnelli, si imbarca nell'avventura
dello spettacolo teatrale Iris (ispirato ad un racconto dello spagnolo
Manuel Rivas). Esperienze che le permettono di entrare in contatto con artisti,
generi e forme di diversissima estrazione, realtà a cui sembra adattarsi
con splendida naturalezza.
Nel 2004, assieme a Magnelli, decide di lasciare i PGR per seguire direzioni
sonore ormai estranee alle idee dei pur sempre amici Ferretti-Maroccolo-Canali.
Si arriva così a Disincanto, a questo frutto dolciastro
dal cuore amaro, a questi undici episodi di ordinaria versatilità.
Di primo acchito, sorprendono certe evidenti concessioni a velluti soul-blues,
ma la coerenza del percorso di Ginevra rimane intatta, non si disperde: lontana
anni luce dallo scimmiottare modelli angloamericani come troppe infauste stelline
nostrane, continua a spianare la sua narrativa luminosa e appassionata, impreziosendola
di ombre e sfumature, di scatti e giustapposizioni (come in Andirivieni,
primo singolo estratto, o in Passero, dove azzecca un prodigioso equilibrio
tra carnale e spirituale).
Raccoglie cioè il frutto di tutte quelle esperienze che le hanno insegnato
il mestiere dellessenzialità e della floridezza, limprevedibile
complessità dei margini, il peso specifico delle sfumature (emblematica
in tal senso laccoppiata conclusiva Io/Tu e Madre Severa:
la voce o le voci sovrapposte - a ordire languido abbandono e tensione
radente, tra delicatezze valzer e fatalistico incedere folk).
Non vinganni però la fisiologica dolcezza del canto di Ginevra:
queste canzoni parlano di un profondo disagio spirituale, sono il disincanto appunto
- dello stare al mondo, su questo mondo, in questo tempo. Sono invettive amare
(il dolore è un messaggio attraente, da chi soffre davvero mai
così distante) e cronache di orgogliosa alterità (altri
ancora diranno no, senza animarsi dellassalto, senza volontà di
depredare).
Sono fotogrammi atroci da unera atroce (quel corpo si agitava,
era la primavera o i colpi sotto la pelle?). Sono speranze che savverano
dove è vera la poesia (se il tempo volesse fermarsi e difendere
uno sguardo, io vedrei i tuoi occhi restare così, schiuma di mare, lune
sottili, piogge pure).
Sono anche e soprattutto dichiarazioni d’amore per la musica, la sua capacità di
scompaginare il mosaico e di prenderti in consegna (grande era la mia
musica, quando ero piccola io, nelle mani mi portava le stelle), e
in ragione di ciò amareggiate per la pochezza di tanto standard attuale
(laria non ha più mistero intorno a te, canti di amore
sterile che non so riconoscere).
Testi bagnati da una complessità felice perché risolta, vivida
perché viva. Ben accordati del resto anzi organici al tessuto sonoro intrecciato
dalla band sotto la produzione artistica di Magnelli, allinseguimento
di strutture senzaltro evocative, intense, molto curate eppure sempre funzionali
allintenzione espressiva, mai sopra le righe anche quando ne contrappunta
il senso.
Ciò vale tanto per Tribale (che – tra radiofrequenze fuori
sintonia, percussioni arcaiche e ghirigori sintetici sembra linconfessato
cordone ombelicale con il disco desordio dei PGR) quanto per il funky-jazz
da marionetta di No Exit (dove una cospirazione serial/minimale abbozza
un trip-hop portishediano che trova Ginevra pronta ad indossare sorprendenti
fattezze Beth Gibbons).
Vale per le palpitazioni valzer di Hannoré, vale per lo sconcerto
cupo di J, vale per il funk sonnacchioso di La rete (landazzo
CSI dei versi e la nevrastenia impertinente à la Cristina Donà del
chorus per un finale di frastagliati fraseggi sintetici).
E vale soprattutto per le fantasmagorie allarmate e danzereccie di La buona
fortuna (chitarra ghignante effettata, melodia obliqua ad intossicare il
chorus, turgido basso del guest star Max Gazzè) che nasconde
in coda una breve, amara invettiva voce/chitarra - sorta di "ghost (on the)
tracks" - rivolta al Grande Fratello onnisciente (ad ogni passo
un rapporto, ad ogni passo).
In Ginevra Di Marco quindi il passato sembra specchiarsi nel presente, indovinarsi
nel presente, spandere un giudizio muto di suoni e parole. Un po quello
che fa Fedeli differenti, vero e proprio canto damore alla musica
che tra allarme ed entusiasmo, mescolando gioiosa nostalgia e appunto un
vasto disincanto, si porta dentro la psichedelia e gli stornelli, interseca la
new wave con i cori delle mondine.
Due parole anche sullartwork, realizzato da Luca Matti, che abbraccia
splendidamente i temi e gli umori tra e dentro i pezzi, chiudendo il cerchio
attorno ad un disco che mantiene le promesse e forse qualcosa di più.
É definitivamente apparsa una stella. La seguiremo a lungo. (7.4/10)
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