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Introduzione
Critica
Webografia

Ginevra Di Marco

di ©2005 Stefano Solventi
Passione che si dà senza risparmio. Timbro che alleggerisce e assolve. Il respiro della tradizione e un desiderio di modernità. La grazia e l'inquietudine. Un ritratto di Ginevra Di Marco.
Foto:  Ginevra di Marco
“Dove il sole non splende / luce appare”

Intro

di ©2005 Stefano Solventi

Ginevra appare nel 1993. E' una voce defilata, quasi impercettibile in un disco a suo modo epocale, quel Ko De Mondo che avvia nel migliore dei modi l'avventura CSI. Quanto la sua presenza sia fin da subito importante in seno all'ensamble emiliano – e non solo dal punto di vista musicale - lo decreta il successivo In Quiete, testimonianza live che vede la Di Marco assurgere prepotentemente al ruolo di comprimaria. A questo punto è già molto più che una voce: il timbro dolce e carnale, la chiarezza dello stile, una passione senza risparmio, tutto in lei sembra accadere come un ideale contrappunto all'angoscioso verbo perpetrato dalla band.
E' la nota mancante, quella che alleggerisce e assolve, il calore e il colore di cui il nuovo corso del sodalizio Ferretti-Zamboni (più Maroccolo, Magnelli e Canali) aveva bisogno per sbocciare definitivo.
Da allora, tanto su disco che sul palco, Ginevra agirà in prima linea, appena un passo indietro rispetto a Giovanni Lindo di cui è ombra luminosa, altro inseparabile, respiro segreto. Le composizioni iniziano a strutturarsi anche attorno a lei, proprio come il materiale pregresso trova attraverso di lei nuovi sbocchi espressivi: una grazia pietosa dalle radici piantate nel profondo, sfrondata d'ogni cascame melò in virtù di una tenerezza atavica, di una memoria sempre viva.
Ginevra accoglie e assume su di sé il gravoso pathos ferrettiano per restituirlo intenerito, caldo, umano. Ne indaga l'aspetto terreno, ne rivela la trepida spiritualità: Linea Gotica (1996), Tabula Rasa Elettrificata (1997) e La terra, la guerra, una questione privata (1998) sono i capitoli di una band all'apice di cui lei sottolinea passaggi intensissimi (lancinante l’intervento in Boloorma, irresistibile il crescendo emotivo di Linea Gotica...). Intanto nasce e si consolida l'intesa tra Ginevra e Francesco Magnelli, mente sonora della band, tastierista estroso in cerca di altre modalità espressive. Il sodalizio frutterà dapprima una curiosa escursione "cinematografica" (la sonorizzazione del film muto Il Fantasma dell'Opera) e quindi, finalmente, Trama Tenue.

Copertina:  Trama Tenue (Luce Appare/Edel, 1999)
01. Canto di accoglienza
02. Lilith
03. 3
04. Trama tenue
05. Neretva
06. Eclissi
07. Tempo di attesa
08. Le grandi scoperte
09. Voci di richiamo
10. La sorgente del futuro

Trama Tenue (Luce Appare/Edel, 1999)

di ©2005 Stefano Solventi

L’esordio di Ginevra Di Marco lascia poco spazio alle incertezze, ostentando una direzione sonora sfaccettata, pulsante, fin troppo elaborata forse per il timbro della sua voce. In effetti, il difetto principale di questo disco sembra proprio l’aver voluto smarcarsi quanto prima e meglio dall'austerità rude e meditabonda dei CSI, per seguire invece atmosfere cariche di suggestioni e iridescenze imbastite da un Magnelli finalmente libero di sfogare appieno la sua “visione”.
Se i magnellophoni (marchingegni sintetici – ora sembrano un wurlitzer ora un piano elettrico, ora un mellotron ora un moog - ideati da Francesco) sono il marchio sonico distintivo (si sentano il grugnito fuzzy Lilith e gli angoli inquietanti di Neretva), è però nella spessa strategia del basso e nei brumosi clangori di chitarra che si definisce quella tensione tra istanze wave e trip-hop in cui sembra risiedere il nocciolo della questione.
É infatti un disco che stempera una speranza piuttosto flebile in un diffuso senso di allarme, come sembrano infatti suggerire i testi, composti da Ginevra con l’aiuto del fratello Jacopo: emblematica in tal senso Le grandi scoperte, dove nei versi una desolante disanima procede claudicando tra spigolose ombre Marlene Kuntz (non a caso c’è Cristiano Godano a spandere il suo mormorio vetroso su cigolio di chitarra), ed anche l’incitamento arioso del chorus sembra in disarmo, riservandosi il colpo di grazia con un declama ascetico a cura di Max Gazzè su affascinante sfondo di chitarra psych.
É brava Ginevra a percorrere strade più brusche, a sfoderare quando occorre una grinta tirata (come in Voci di richiamo, spurgo wave da un lato, tremolii di corde e sussulti di viola dall'altro) o una disinvolta adesività pop (tra riff iridescenti e cinguettii sintetici di 3, memore nei versi di modalità Depeche Mode che si liberano melodiose nel chorus), ma è ben più convincente quando conferma ciò di cui la sapevamo capace. Ovvero, una pietosa, tenera, passionale solennità.
Come nell’iniziale Canto di accoglienza, ad esempio, dove procede setosa e strascicata, antica come una vecchia cassapanca e sottilmente jazzy, non potente ma potentemente umana e – soprattutto – femminile. O nella ninna nanna per pianoforte di Tempo di attesa, dove la voce s’assottiglia e ispessisce in un’invocazione senza tempo né quartiere. O anche quando s’arriccia à la Bjork nel ritornello di Eclissi, per adagiarsi un istante dopo in seno al proprio stesso tepore.
Oppure – e soprattutto - nella title track: ballata piuttosto CSI (non a caso al basso c’è Gianni Maroccolo) sospinta da chitarre acustiche e da tremanti vapori di tastiere, forse un po’ scontata la progressione armonica e non brillantissima la melodia ma la voce anzi le voci (quella di Ginevra in overdubbing) confezionano un viluppo ammaliante, un planare spirito e precipitare carne come fosse il più naturale dei gesti.
Chiude il programma – nel migliore dei modi - La sorgente del futuro, ballata indolente che potrebbe essere un apocrifo Fossati con Wyatt a spandere sottili barlumi di sconcerto, uno schema che prevede prima il chorus a voce spiegata e poi s’accartoccia nella riflessività ombrosa dei versi, recando echi e fruscii elettronici, tramestii e un senso di piccole cose indagate.
Buono quindi, a tratti buonissimo, irrisolto forse per essersi voluto troppo quando sarebbe bastato dare corda, accadere. Tuttavia, un ottimo biglietto da visita per una voce fino ad allora colpevolmente sottostimata dai più. (6.9/10)

Copertina:  Smodato Temperante - Concerto n. 1 (Luce appare/il Manifesto, 2002)
01. Neretva
02. Le grandi scoperte
03. Luce appare
04. Tante Susanne dagli occhi neri
05. Lilith
06. Khorakhanè
07. Terraluna
08. Trama tenue
09. Eclissi
10. Ederlezi
11. Canto di accoglienza

Smodato Temperante - Concerto n. 1 (Luce appare/il Manifesto, 2002)

di ©2005 Stefano Solventi

Malgrado qualche dettaglio da mettere a fuoco, il debutto in solitario di Ginevra Di Marco fu accolto molto bene. Tanto da guadagnarle prima il Premio Ciampi e poi il Tenco come miglior artista esordiente. Questi consensi, alcune azzeccate collaborazioni (con Franco Battiato in Gommalacca, con Cristina Donà nel tributo a Robert Wyatt, con Max Gazzè che accompagna in un fortunato tour teatrale) e soprattutto il suo ruolo centrale nel progetto Stazioni Lunari assieme a Francesco Magnelli, le consentono di allargare la cerchia, di ritagliarsi una dimensione propria, sfrondata dalle incertezze di rotta, da certi paramenti eccessivi o inadeguati ostentati in Trama Tenue.
In questo senso è comprensibile anzi ragionevole l’uscita di un disco dal vivo, casomai ci fosse bisogno di giustificare una scelta del genere. In ogni caso, Smodato Temperante è un’ottima testimonianza e in assoluto un gran bel lavoro. Le circostanze live lo spingono a scavare dentro le melodie e i suoni, cercandone i riverberi più nudi e segreti, indagando lo spazio e l’energia che cova tra l’avvenire elettrico ed acustico, l’intima coesione tra voce d’uomo (pardon, di donna) e strumento.
Un’immersione “dentro”, nel proprio essere forma più essenziale e meno artefatta, che ne determina le vibranti sembianze. Che pure si svolgono semplici, immediate, come una Le grandi scoperte dove le asciutte palpitazioni percussive sono un sostrato soffice per le magie incrociate dei magnellophoni e dell’ugola di Ginevra, o come quella Trama Tenue che guadagna la brillantezza terrena delle chitarre e un canto che mastica quelle ombre che mancavano all’originale, per non dire del riff della younghiana Heart Of Gold in chiusura come un’ancora o un ponte tra tempo e suolo.
E poi ancora la tensione stemperata di Lilith (meno potente ma più “vicina”, giro nervoso di basso e zampate sfrigolanti di tastiera) e la tenerezza instancabile di Canto di accoglienza (le corde si aprono come valve, melodia che si schiude e s’incendia, si consuma e s’illumina).
Ciò non significa abdicare la complessità e i preziosismi, come dimostrano i riverberi, i liquori elettrici, i singhiozzi e le fiammate digitali di Luce appare (l’andamento da blues costipato, i gropponi soul del basso, le giustapposizioni oblique di canto e controcanto), o l’insidiosa cadenza industriale di Neretva (con quell’evocativo finale sulle ali di una struggente evanescenza di synth), o ancor più la grana malferma di Eclissi (voce echoeizzata per una performance bjorkiana condotta senza sforzo apparente, il finale un travolgente delirio psico/danzereccio magnellophonizzato).
E’ il definirsi di una cifra sonora che sa fermare la rincorsa della suggestione alle soglie del cuore, rispettando cioè il farsi della canzone sulla voce, voce mai preponderante sull’oggetto del cantare. Merito forse del retroterra folk (popolare, tradizionale) di Ginevra, in ragione del quale lei è sempre tramite, veicolo, testimone, mai punto focale della performance.
La canzone, dunque, prima di tutto, di quel tanto che comunque c’è e che vale moltissimo. Questo ci dicono Terraluna (originariamente contenuta in Matrilineare, progetto a più voci in tema di ninna nanna), Khorakhanè (capolavoro dell’ultimo Faber) e Tante Susanne dagli occhi neri: arcaiche e fuori dal tempo, bucoliche e astratte, pervase da un ipnotico impressionismo sonoro, sostenute da un impeto che sa farsi gioioso e giocoso per insopprimibile amore di musica (si senta la citazione di Happiness is a worm gun in coda a Terraluna).
Resta da dire di Ederlezi, il “classico” di Bregovic da sempre nel cuore e nelle corde di Ginevra, qui trasfigurato in una sorta di danza tribale e moderna assieme, l’inciso scolpito da sobbalzi ritmici, le chitarre tremolanti, l’estro fuzzy del magnellophono. E Ginevra che si gioca la carta della voce sul tavolo della canzone, con disarmante semplicità, senza alcun compiacimento.
La canzone vince la posta. Le canzoni. Queste canzoni. (7.8/10)

Copertina:  Disincanto (On The Road Music Factory, 2005)
01. Tribale
02. Andirivieni
03. Fedeli Differenti
04. Hannorè
05. J
06. No Exit
07. La Buona Fortuna
08. La Rete
09. Passero
10. Io / Tu
11. Madre Severa

Disincanto (On The Road Music Factory, 2005)

di ©2005 Stefano Solventi

Succede più o meno di tutto, nei tre anni che seguono Smodato Temperante. Già esaurita l’esperienza CSI, il 2002 vede nascere l’entità PGR, che dei CSI ripropone l’organico (escluso, naturalmente, Zamboni) spostando però drasticamente l’obiettivo verso sonorità elettroniche previa l’arte esotica e raffinata del produttore francese Hector Zazou.
Ginevra è ormai a tutti gli effetti uno dei motori del gruppo, compone le melodie cui presta una voce sempre più duttile, ulteriormente arricchita dalle calde sfumature della gravidanza (il figlio Jacopo nascerà in Maggio, subito dopo un tour teatrale assieme a Max Gazzè).
La maternità non ne frena affatto l’estro: oltre a proseguire la partecipazione al progetto Stazioni Lunari ideato da Magnelli, si imbarca nell'avventura dello spettacolo teatrale Iris (ispirato ad un racconto dello spagnolo Manuel Rivas). Esperienze che le permettono di entrare in contatto con artisti, generi e forme di diversissima estrazione, realtà a cui sembra adattarsi con splendida naturalezza.
Nel 2004, assieme a Magnelli, decide di lasciare i PGR per seguire direzioni sonore ormai estranee alle idee dei pur sempre amici Ferretti-Maroccolo-Canali. Si arriva così a Disincanto, a questo frutto dolciastro dal cuore amaro, a questi undici episodi di ordinaria versatilità.
Di primo acchito, sorprendono certe evidenti concessioni a velluti soul-blues, ma la coerenza del percorso di Ginevra rimane intatta, non si disperde: lontana anni luce dallo scimmiottare modelli angloamericani come troppe infauste stelline nostrane, continua a spianare la sua narrativa luminosa e appassionata, impreziosendola di ombre e sfumature, di scatti e giustapposizioni (come in Andirivieni, primo singolo estratto, o in Passero, dove azzecca un prodigioso equilibrio tra carnale e spirituale).
Raccoglie cioè il frutto di tutte quelle esperienze che le hanno insegnato il mestiere dell’essenzialità e della floridezza, l’imprevedibile complessità dei margini, il peso specifico delle sfumature (emblematica in tal senso l’accoppiata conclusiva Io/Tu e Madre Severa: la voce – o le voci sovrapposte - a ordire languido abbandono e tensione radente, tra delicatezze valzer e fatalistico incedere folk).
Non v’inganni però la fisiologica dolcezza del canto di Ginevra: queste canzoni parlano di un profondo disagio spirituale, sono il disincanto – appunto - dello stare al mondo, su questo mondo, in questo tempo. Sono invettive amare (“il dolore è un messaggio attraente, da chi soffre davvero mai così distante”) e cronache di orgogliosa alterità (“altri ancora diranno no, senza animarsi dell’assalto, senza volontà di depredare”).
Sono fotogrammi atroci da un’era atroce (“quel corpo si agitava, era la primavera o i colpi sotto la pelle?”). Sono speranze che s’avverano dove è vera la poesia (“se il tempo volesse fermarsi e difendere uno sguardo, io vedrei i tuoi occhi restare così, schiuma di mare, lune sottili, piogge pure”).
Sono anche e soprattutto dichiarazioni d’amore per la musica, la sua capacità di scompaginare il mosaico e di prenderti in consegna (“grande era la mia musica, quando ero piccola io, nelle mani mi portava le stelle”), e in ragione di ciò amareggiate per la pochezza di tanto standard attuale (“l’aria non ha più mistero intorno a te, canti di amore sterile che non so riconoscere”).
Testi bagnati da una complessità felice perché risolta, vivida perché viva. Ben accordati del resto anzi organici al tessuto sonoro intrecciato dalla band sotto la produzione “artistica” di Magnelli, all’inseguimento di strutture senz’altro evocative, intense, molto curate eppure sempre funzionali all’intenzione espressiva, mai sopra le righe anche quando ne contrappunta il senso.
Ciò vale tanto per Tribale (che – tra radiofrequenze fuori sintonia, percussioni arcaiche e ghirigori sintetici – sembra l’inconfessato cordone ombelicale con il disco d’esordio dei PGR) quanto per il funky-jazz da marionetta di No Exit (dove una cospirazione serial/minimale abbozza un trip-hop portishediano che trova Ginevra pronta ad indossare sorprendenti fattezze Beth Gibbons).
Vale per le palpitazioni valzer di Hannoré, vale per lo sconcerto cupo di J, vale per il funk sonnacchioso di La rete (l’andazzo CSI dei versi e la nevrastenia impertinente à la Cristina Donà del chorus per un finale di frastagliati fraseggi sintetici).
E vale soprattutto per le fantasmagorie allarmate e danzereccie di La buona fortuna (chitarra ghignante effettata, melodia obliqua ad intossicare il chorus, turgido basso del “guest star” Max Gazzè) che nasconde in coda una breve, amara invettiva voce/chitarra - sorta di "ghost (on the) tracks" - rivolta al Grande Fratello onnisciente (“ad ogni passo un rapporto, ad ogni passo”).
In Ginevra Di Marco quindi il passato sembra specchiarsi nel presente, indovinarsi nel presente, spandere un giudizio muto di suoni e parole. Un po’ quello che fa Fedeli differenti, vero e proprio canto d’amore alla musica che tra allarme ed entusiasmo, mescolando gioiosa nostalgia e – appunto – un vasto disincanto, si porta dentro la psichedelia e gli stornelli, interseca la new wave con i cori delle mondine.
Due parole anche sull’artwork, realizzato da Luca Matti, che abbraccia splendidamente i temi e gli umori tra e dentro i pezzi, chiudendo il cerchio attorno ad un disco che mantiene le promesse e forse qualcosa di più.
É definitivamente apparsa una stella. La seguiremo a lungo. (7.4/10)