Insondabile genio, scapestrato cialtrone, Howe Gelb festeggia i vent'anni dei Giant Sand. Sentireascoltare ripercorre due decadi di musica delle periferie, una sottile corda di sabbia che dall'Underground Paisley porta al deserti (morriconiani ma non solo) del nuovo millennio

Un pullman, un divano a ferro di cavallo, una chiacchierata sul filo tra musica, vita e la memoria di entrambe. L'uomo parla un codice di semplici, toccanti ossessioni. Ha una fisionomia inconfondibile e l'anima contesa tra chissà quante latitudini. Può vantare qualche grosso rimpianto, molte buone frequentazioni e sentimenti ancor migliori. Mr. Howe Gelb intervistato da Sentireascoltare.
- Come ti senti Howe?
Mi sento bene.
- E qui da noi?
Nel vostro Paese mi trovo sempre bene, solitamente mi sento tra il bene (trad.
da "good") e da Dio (trad da "Great"), questa volta non è male
ma la scorsa mi sono sentito fantasticamente.
- Hai scritto canzoni con titoli in italiano come Napoli e Piango,
ti deve essere rimasta molto impressa la nostra cultura…
È il cibo, anzi, ha a che fare con esso. È quel mettere spezie,
aggiungere sapori alla pietanza. Le sensazioni (trad. da "vibe", può significare
anche "vibrazione", con possibili riferimenti musicali quindi) che
questo comporta.
Wow, puoi dire che questa è evoluzione! E poi c'è il senso della
famiglia, specialmente nel Sud. In posti come Napoli o la Sicilia si respirano
culture diverse che si sono stratificate nei secoli. Se accosti l'orecchio le
puoi ancora distinguere. È un fatto di odori, colori e profumi che si
mescolano e l'amalgama è sempre ottimo.
A me piace il cibo piccante: la vostre penne all'arrabbiata sono eccezionali,
ma la cosa che preferisco in assoluto è la salsa alla "Puttanesca".
Ricordo molto bene i sapori di Napoli: l'olio, le alici, la marinara. Lì il
cibo è fantastico.
- È forse per questo motivo che hai intitolato una canzone a
questa città?
In alcuni posti ci metti un po' a vedere la differenza. A comprenderne l'unicità.
Sei lì unicamente per una manciata di ore e è troppo poco perché ti
coinvolgano. Altri invece ti prendono (trad. da "Grab"); non so cosa
sia, forse una cultura forte alla spalle, magari un particolare assetto socio-climatico,
non ne ho idea; ma ogni cellula del tuo corpo si muove in modo diverso, ti senti
confuso o ubriaco eppure a tuo agio.
In una parola, è travolgente (trad. da "overwhelming"). Per
uno come me che è cresciuto in Pennsylvania e poi approdato a Tucson trovarsi
in luoghi così unici, beh, è stupefacente (trad. "astonishing" parola
usata anche come titolo di una canzone), è come se tutto possa accadere,
in ogni momento. E’ un po' così.
Non chiedermi il perché, soprattutto non voglio saperlo. Semplicemente
mi faccio travolgere da certi sapori (trad. da "certain flavour").
Sembrerebbe che tu sia un tipo da posti caldi e unicamente quelli. Niente di
più sbagliato…
Già, non so se lo sai ma mia moglie è danese e il mio prossimo
disco è stato registrato in Canada.
- Di cosa si tratta? È per caso Year Of The Monkey?
Quello a cui ti riferisci è un tour only cd, questo è un nuovo
progetto che uscirà in ottobre. È un lavoro solista che ha coinvolto
unicamente musicisti canadesi e pure un coro gospel, non ti svelerò di
più. Tornando ai luoghi: lì c'erano 43 gradi sotto zero, eppure è stato
affascinate. Da un polo all'altro polo, mi piace.
Dall'età di 15 anni sono sempre stato in mezzo al deserto, ne ho attraversati
tre negli ultimi trent'anni, eppure al freddo mi trovo molto bene. Mi piace tornare
dalle mie parti, faccio parte di quei posti, ma non ho fretta. Ecco, mi manca
molto il cibo messicano, quello che mangi a Tucson non lo trovi da nessuna parte.
Quindi, se devo fare una piccola scaletta delle cucine che mi piacciono di più,
direi che se la vostra è la migliore al mondo, al secondo posto c'è sicuramente
quella messicana della regione Sonoran (trad da "Sonoran Style Cooking")
e infine quella Giapponese.
- Non pensi che i deserti e le lande artiche abbiano qualcosa in comune?
Ilpo Vaisanen dei Pan Sonic in un'intervista mi ha detto che sente un bisogno
fisiologico di tornare in Finlandia per osservare la sua natura, per rilassarsi…
È tutto nella mente. Certi posti la impostano (trad. da "cut")
in un certo modo. Nel deserto mi affascina il fattore dell'erosione. In queste
superfici hai una tasso di erosione rapido, basta un niente e l'ambiente è diverso,
cambia, non è più lo stesso. Se piove poi… la cosa è istantanea.
Ecco, il sound della mia band ha a che fare con il concetto d'erosione, cambia
tutti i giorni, sembra la stessa ma se guardi bene non lo è affatto.
Se tracci una strada nel deserto, il deserto se la riprende. Mi piacciono gli
ambienti che cambiano, che riflettano gli spostamenti dell'anima.
- In ogni canzone che scrivi e arrangi non si sa mai come andrà a finire,
se la decostruirai completamente o se semplicemente te la lascerai scorrere addosso.
Ma è anche vero che il timbro della tua voce, il modo con cui la usi e
cambiato verso la fine dei novanta. C'è una sorta di barriera, o forse
di membrana…
Forse sì. È vero. Non mi piaceva la mia voce e ora mi ci trovo
meglio. Tuttavia non rinnego nulla, c'era grande energia in album come Ramp,
Swerve e soprattutto nel primo album a nome Giant Sand, lì c'era veramente
del feeling.
- Come pure nei Giant Sandworms…
Sì è vero, c’era molto energia anche lì, nonostante
tutto.
Sai una cosa: quando il mondo esterno è in ordine, c’è bisogno
di musica che rompa gli schemi, mentre quando quel che c’è la fuori è fuori
di testa c’è bisogno di musica più tranquilla. È una
questione di bilanciamento. Tuttavia quando tutto supera un certo limite, allora è necessaria
una grande forza interiore per andare avanti.
- Come ti senti a suonare con la nuova band?
Non sono uno di quelli che esce alla ricerca di una band, ma sento quando si
crea un certo spirito. Ho vissuto per quattro o cinque mesi in Danimarca e lì ho
conosciuto questi ragazzi, abbiamo registrato The Listener e dopodichè siamo
andati in tour. A un certo punto, ho realizzato che l’energia era la stessa
di quando i Giant Sand funzionavano alla perfezione. Quell’affiatamento
che si era perduto già dalla metà degli anni novanta era di nuovo
qui. Ecco perché ho riesumato la sigla.

- Sono contento che tu abbia ritrovato il piacere di suonare con una
band. L’abbandono di Convertino e Burns, pur pacifico e amichevole, è stato
pur sempre un divorzio…
Nei primi dieci anni dei Sand, anche quando la line-up cambiava in continuazione,
gente che andava e veniva, mi sono sempre trovato a mio agio; i mutamenti fanno
parte della mia vita e il sound va di conseguenza. Nella successiva decade -
circa verso il '93 -, anche se avevo intuito di avvisaglie che qualcosa non andava,
ho pensato che dovevo andare contro i miei istinti e provare a tenermi questa
band così com’era e vedere cosa succedeva. Pensandoci ora, avrei
voluto lavorare ancora con John, con lui ci sono ancora delle cose che possiamo
sviluppare assieme (e altre che abbiamo lasciato in sospeso), mentre per quanto
riguarda Joey, sarebbe stato meglio finirla prima. Da quando si è trasferito
a Tucson per formare i Calexico (circa a metà anni novanta ndr.) con lui è andata
sempre peggio, ha iniziato a comportarsi in modo strano e problematico, alla
fine era estenuante.
- Tuttavia, facendo un bilancio, Joey Burns ha dato molto ai Giant
Sand…
Mi piace molto il mio attuale bassista-contrabassista (Thøger T. Lund), è in
grado di abbandonare un groove per buttarsi nella melodia, Joey in questo senso
era più sinfonico (suggerisco la parola accademico ndr.), curava il suo
giardino e rimaneva imprigionato nella sua cosa. Allo stesso modo adoro il drumming
di Peter Dombernowsky - lo puoi sentire in brani come Piango in The Listener
- ha una forza particolare, è più propellente rispetto a Convertino,
e questo senza togliere nulla a John.
- Parlami un po’ di quello che a mio avviso è il tuo miglior
lavoro, mi riferisco a Chore Of Enchantment…
(sentendo come ho pronunciato la parola Chore - “core” – Howe
mi corregge ndr.) Tutti pronunciano "core" e invece è "cior",
e significa il lavoro che deve fare l'incanto, l’energia e la costanza
che ci devi mettere per ottenerlo.
Quando è morto Rainer ho iniziato a scrivere molte canzoni. Non mi è mai
piaciuta l'idea di comporne con un taglio triste, piuttosto avevo in mente una
certa atmosfera e volevo ricrearla, proprio come un pittore che sceglie i colori
da accostare per ottenere un certo effetto. Alla fine delle session, durate circa
un anno e mezzo, avevo 25 brani e tutti quelli che avevano elementi di questo
qualcosa sono finiti in Chore, mentre i rimanenti in Rock Opera Years.
- Cambiando discorso. Facciamo un salto indietro nel passato. Che mi
dici di quel Long Stem Rant che ha anticipato il lo-fi…
Quella roba è fatta di proposito incidentalmente. Ho pensato una cosa
molto semplice "questo è il sound che mi piace ascoltare ora, questi
sono i brani che penso vadano bene anche per te". È la presunzione
di dare – e, spero, far piacere - all'ascoltatore quello che in primo luogo
piace a me quando scelgo la mia musica e le mie melodie.
- Ami pubblicare anche cose molto intime e scarne come la serie Down
Home, per esempio. Non seguono anche queste la stessa filosofia?
Qui il discorso è un po' diverso. Come ti ho detto per Rock Opera, molte
cose che non trovano spazio da altre parti finiscono nei cd “tour only” e
in genere in quelli pubblicati dalla mia etichetta (la Ow Om ndr.). Ci puoi sentire
una canzone al momento del suo concepimento nella stanza di un Hotel, per esempio.
Mi piacciono questi lavori tanto quanto gli altri maggiori, anche qui c'è una
sequenza che è fondamentale per non renderli atroci.
- Come ti rapporti alle calligrafie di Lou Reed o Neil Young? Quanto
il loro linguaggio (e quello dei classici) ti ha influenzato? In che modo lo
ha fatto?
È vero, i tuoi genitori di insegnano a parlare, a esprimerti in un modo
che è quello della loro terra, della loro area geografica. Quando ascolti
la musica per la prima volta ti insegna come parlare e in questi termini Dylan,
Reed e Young sono figure che mi hanno dato un forte imprinting.
Ho iniziato utilizzando il loro linguaggio, almeno fino a quando non ho trovato
la mia strada e la mia voce. Tuttavia ci sono delle melodie, dei mood, che ritrovi
dappertutto, sono ovunque. Prendi per esempio Felonious (un brano di The Listener
ndr.), era un pensiero aperto come dire "quante volte hai sentito questo
brano, quante volte è stato preso, replicato da me come da altri?".
Certe melodie pare siano sempre esistite.
- Ci sono delle vere e proprie ossessioni nella tua ricerca musicale,
questo è risaputo. Una tua dichiarata è The Beat Goes On…
Amavo quel riff cubano al pianoforte e lo stavo suonando mentre John Convertino
provava una base alla batteria. Piano e percussioni sono un grande accostamento
e in Beat Goes On il sound era letteralmente travolgente.
- Sempre rimanendo in tema di covers, ogni concerto Giant Sand che
si rispetti ne contiene alcune d'eccezione. Cosa ci suonerai stasera al Covo?
Mmm, questa sera unirò Johnny Cash e i Beatles, Ring Of Fire (un hit single
scritto dal countrymen assieme a sua moglie, June Carter e Merle Kilgore nell'estate
del 1964 ndr.) e Hey Jude (altro strafamoso singolo di successo targato '68 ndr).
Se ci pensi sono quasi la stessa canzone, e se non ci credi te lo dimostrerò questa
sera.

- Ritornando al discorso dei linguaggi musicali, in un'intervista recente
i Mercury Rev hanno dichiarato che c'è una differenza fondamentale nel
relazionarsi alle proprie composizioni. Alcuni artisti, come ad esempio gli
Oasis, sembra ne facciano un discorso di proprietà, altri come Jonathan
Donahue ammettono che ciò che un musicista ha composto non gli appartiene
più o addirittura non gli è mai appartenuto…
La musica è come un fiume: puoi starci, fare il bagno, dividerlo
con qualcuno. Gli Oasis è come se avessero comprato un pezzo del corso
d'acqua e si fossero detti "questo è il nostro covo". Ma i
Rev dicono: "un giorno quel torrente potrebbe prosciugarsi, non costituire
più un'attrattiva, oppure… una pioggia torrenziale potrebbe spazzare
via tutto!
(Howe si ferma un attimo a riflettere, poi afferma) Se hai un grosso successo,
se diventi troppo importante (trad da "large") le cose inevitabilmente
cambiano: il tuo avvocato, il tuo manager, i tuoi assistenti, il tuo pubblicitario,
il tuo agente, tutti prendono una percentuale e la musica che fai assomiglia
sempre di più a una linea d'abbigliamento.
Diventa un po' come una proprietà privata: ci sono degli interessi in
ballo, devi essere più accorto e nessuno ha interesse che tu tradisca
le aspettative.
La musica, nella sua forma più naturale, è astratta, è un
fiume a cui puoi attaccarti o farne parte. Quando sei nelle agende di molte persone
che lavorano con te e per te, questo inevitabilmente ti condiziona. Poi c'è un
discorso di diritti: non ha senso che tu faccia un album con più di 10
canzoni, se vieni pagato soltanto per quelle dalla Polishing Royality. Stare
sottocoperta significa non essere vincolato da tutto ciò, ti dà la
possibilità sfornare cinque brani come venti, sfruttare questo margine
di libertà e trasformarlo in creatività. Non ne faccio una questione
politica o ideologica, ci sono pro e contro. Tra i pro c'è sicuramente
il fatto che viene pagata gente per far conoscere la tua musica in giro, per
farla arrivare alla gente.
Naturalmente l'importante è sapere quello che vuoi, fare le cose con cui
ti senti a tuo agio.
- Tornando a parlare di tradizione e linguaggi, penso che tra i giovani
che hai scoperto, M. Ward sia uno di quelli che hanno saputo meglio surfare
attraverso una certa classicità. Un po' come Antony And The Johnsons,
lo conosci?
Non conosco Antony ma vedi per queste cose ho la mia piccola filosofia:
le cose mi devono accadere (trad. da "to find me"), se le cose non
mi capitano di conseguenza non ne ho bisogno. M. Ward è stata una bella
scoperta ma non l'ho cercato, era uno dei tanti ragazzi che mi consegnano i
demo alla fine dei concerti. È stato lui a incontrami o forse il destino
a farci incontrare. Recentemente mia figlia parlava bene di questo gruppo canadese,
gli Arcade Fire, e che avrei dovuto ascoltarli. Poco dopo sono andato in Canada
a registrare il nuovo album e fidandomi del mio istinto, a un certo punto delle
session, ho preso con me un batterista veramente bravo, di quelli che piacciono
a me. Quel ragazzo che mi aveva convinto a incidere una sezione ritmica, mi
chiama ultimamente e entusiasta mi dice che sta facendo parte di una nuova
band chiamata, indovina un po', Arcade Fire!
Come vedi le cose accadono e io non me le vado a cercare tuttavia, allo stesso
modo di Tom Larkins, che tutt'ora suona con Jonathan Richman, Winston Watson,
che è stato per un po' con Dylan, e naturalmente John Covertino, ho sempre
avuto un'estrema fortuna con i batteristi. Dall'altra parte per me è fondamentale
riconoscere in loro un certo tipo di sensibilità, un qualcosa di fisico
che penso abbia a che fare con il battito cardiaco.
Tutti hanno uno schema ritmico naturale - nel respirare, nel parlare o nel muoversi
- e io ho sempre avuto una sorta di premonizione nel trovare quello che si avvicinava
al mio. Quando ti agganci (trad da "lock in" ndr.) al ritmo di qualcun
altro, specie quello del batterista, la tua musica migliora non poco. Quest'asse è fondamentale.
- Hai accennato a Jonathan Richman: esiste veramente un brano a firma
sua con la Blacky Ranchette?
No, non esiste. Quello che hai visto o letto è la pubblicazione su un
sito Internet del sogno di un ragazzo francese. Ma la cosa più divertente è stata
che poco dopo aver letto questa cosa a casa mia, io, Tommy (Larkins ndr.), John
Convertino e lo stesso Jonathan, mentre ci stavamo scherzando su, ci siamo trovati
a un passo dall'incidere assieme. Realizzare i sogni di qualcuno ti fa sentire
strano, elettrizzato.
- I Giant Sandworms suonavano quel p-funk che adesso è tornato
di gran moda. Che effetto ti fa sentire che ora è il turno del revival
della musica che suonavi quando eri un ventenne?
Più che di revival parlerei di survival… (ride ndr.)
I corsi e ricorsi nel rock ci sono sempre stati, da parte mia sono soddisfatto
della mia produzione perché non mi imbarazza nulla di quel che ho fatto.
Comunque, se devo essere sincero, gli album che suonano meglio oggi di allora
sono quelli di Rainer. Non ci posso credere, quell'uomo era incredibile. È come
quando vedi un film da piccolo, poi lo rivedi da adolescente, infine lo guardi
da adulto, ci leggi cose diverse ogni volta, a seconda della fase in cui ti trovi.
I dischi di Rainer, sono come i classici jazz, acquistano forma e smalto col
tempo, nelle mie orecchie ora suonano meglio che mai.
- Hai mai voluto incontrare qualcuno dei tuoi miti come Dylan o Young?
No, no, assolutamente no. O meglio, tanto tempo fa ho avuto l'occasione di conoscere
Young ma ho rifiutato categoricamente, ora lo farei perché penso che quando
lui morirà mi mancherà molto. Diverso il discorso per Dylan, ho
sempre voluto suonare il piano per lui; è sempre stato il mio sogno. Una
volta ho parlato con qualcuno del suo gruppo durante una tournée chiedendogli
quale fosse un buon motivo per non imbarcarmi in questa faccenda. Lui mi rispose
che Dylan in tournée avrebbe utilizzato un piano digitale, un piano di
questo tipo è molto limitante perché non ha gli "overtone".
Però, sai, in Danimarca fanno questi piano in versione mini, chissà… Per
me sarebbe come fare esperienza con un mito, con Elvis, o qualcosa del genere.
Un paio di anni fa ho visto Dylan dal vivo a distanza ravvicinata, era l'anno
del suo sessantesimo compleanno, ma aveva così tanta energia e voglia
di suonare che il solo guardarlo mi ha appagato. C'è da imparare dai grandi
vecchi come lui, anche ora. E questa è l'ultima cosa che voglio dire…
- Tuttavia è sempre bello ricominciare da zero anche quando
non sei più un ragazzo…
Certe volte si, altre volte ti stanchi perché stai invecchiando. E poi
ci sono i figli, la famiglia. È una dualità: quando sei in tour
ci pensi, ma non ci devi far troppo caso altrimenti impazzisci, e quando sei
a casa e come se tutto questo - i concerti, il bus ecc. - non esistesse.

Howe Gelb lo capisci più o meno subito e tutto insieme. Dalla faccia. Da come c’è passato attraverso. Da come in un certo senso guardi tutto da fuori. Il “dentro” è (potrebbe essere) la bolgia esistenziale/emotiva che usiamo chiamare vita, cui talvolta il rock sa proporsi quale migliore soundtrack possibile. Il “fuori” è ciò che viene dopo, quando qualcosa finisce irreversibilmente.
Fine anni settanta. Un giovane residente in Pennsylvania decide di abbandonare
per sempre il plumbeo clima di quello Stato per tornare ad abitare nel
luogo natale del padre: ovvero Tucson, Arizona (una vivace città di un
milione e mezzo di abitanti costruita in mezzo al deserto, vicina a Phoenix,
a San Diego e naturalmente al confine con il Messico). All'epoca ha 19 anni
e può contare su una manciata di canzoni scritte di suo pugno, su
una piccola esperienza come tastierista in un gruppo chiamato Stains e su
un'amicizia che si rivelerà importante per gli anni a venire, Rainer
Ptacek.
Ptacek, conosciuto in seguito a estati trascorse assieme alla famiglia
in quella sperduta città nel bel mezzo del deserto, è un chitarrista
slide appassionato di country, particolarmente affezionato a Jimmie
Rodgers,
Hank Williams e Merle Haggard e discretamente appassionato di altre stelle
come David Allan Coe, Hank Snow, George Jones e Lefty Frizell.
I due scoprono di avere molto in comune, in primis l’ossessione per
il folk e l’Old Time Music in generale, anche se Howe, rispetto all’amico,
possiede interessi meno focalizzati: non disdegna gli anni sessanta, il glam
rock dei New York Dolls e nemmeno il funk bianco di Byrne e co. Soprattutto,
adora impostare le liriche nel modo confidenziale di Lou Reed e, proprio come
l’ex-Velvet Underground, ama le storie d’emarginazione, quelle
costellate dai fatti duri del quotidiano a cui aggiunge spesso una personale
punta d’ottimismo.
Stabilitosi a Tucson, grazie all’aiuto di Rainer arrivano per Gelb
nuove conoscenze. Assieme a quelle nasce ben presto l'idea di un gruppo. Tirata
fuori dal cilindro la ragione sociale Giant Sandworms, per via della somiglianza
che l'autore riscontrava tra i vermi del fantasy lynchiano Dune e alcuni abitanti
di Tucson, il futuro gigante si circonda, oltre che dell'amico, di un pigro
giovane bassista/chitarrista amante di metal e pop - Dave Seger - e di un
batterista appassionato di soul, Billy Sed.
La neonata formazione s’impratichisce ruminando cover, perlopiù classici
country e blues (Louie Louie è tra i più gettonati), dopodiché,
coi risultati delle prime jam, incide un EP intitolato Will Wallow And
Roam per la sconosciuta etichetta Boneless.
Roba acerba, certo, ma in tempi di revival ’80, con gruppi quali Franz
Ferdinand intenti a rispolverare il sound delle teste parlanti, i Giant
Sandworms potrebbero rappresentare una felice riscoperta. Il loro sound è fortemente
legato alle mode musicali del dopo-punk, con Seger e Gelb, che si alternano
nella firma dei brani, a conferire un'impronta smaccatamente Byrne-iana a
un impasto funkeggiante e alienato alla maniera degli Heads (si ascolti Electro
Gospel).
Su tutto domina il mito e l’amore per l’epicentro da cui queste
sonorità provengono: è infatti a New York che ben presto il
gruppo si trasferisce, stabilendosi prima a New Jersey e poi a Brooklyn.
Orfani di Rainer, che mal sopportava l'anarchia del gruppo, spinti dalla
voglia di mordere anche pochi bocconi di quell’enorme mela delle opportunità,
Gelb, Sed e Seger giungono tra varie peripezie in un losco quartiere portoricano
(droghe d’ogni ordine e grado, va da sé, diffuse come il pane).
È
un periodo creativo e spensierato, che non gioverà tanto alla composizione
quanto alla libera improvvisazione: i Giant Sandworms saggiano effetti eco
e ritmi latini, suonando molto sia in privato sia in pubblico e tra le tappe
live non manca il CBGB’s, lo storico locale live newyorchese il cui
palcoscenico ha visto dimenarsi tutti ma proprio tutti i miti pre e post punk.
Tuttavia è proprio da queste esibizioni che i primi dubbi s'insinuano
in testa alla band. "Avremmo dovuto partire alla volta di L.A. come
fecero i Serfers (futuri Green On Red, ndr), invece di approdare
nella terra del
synth pop!", dichiarava Gelb in un'intervista rilasciata
nel '86. E lo spilungone di Tucson non aveva tutti i torti: quando uscì Tainted
Love e esplose la moda del "Crack Crack", come lui stesso vezzeggia
il fenomeno, un gracchiante suono sintetico forgiava i gusti di un pubblico
più frivolo, non più propenso alle sonorità tipicamente
chitarristiche di gruppi come i Modern Lovers e gli stessi Heads, i quali
finivano perciò per risultare antichi, imperdonabilmente fuori moda
(si pensi che persino i Suicide proposero nell'80 un album
di pop addomesticato che aveva più a che fare con Marc Almond che
coi deliri degli esordi).
Insomma anche negli USA, allo stesso modo del Regno Unito, la carica disperata e anarchica del punk si stava disinnescando, almeno nei grandi centri; in provincia, lentamente e al riparo delle grandi mode del periodo, il rock chitarristico stava segretamente rinascendo attraverso alcune figure chiave provenienti tra l'altro da uno stesso background di studi (precisamente l'Università UC Davis, a metà strada fra San Francisco e Sacramento). Da quell'humus nascono in questi anni le formazioni di Steve Wynn, Kendra Smith e Karl Precoda (Dream Syndicate), quelle di Russ Tolman (True West), Scott Miller (Game Theory) e Guy Kyser (Thin White Rope), tutte dedite al recupero dello psych rock – sotto la cappa degli umori post-punk - che prenderà il nome di Paisley Underground.

Mentre i Syndicate, senz’altro i più noti del lotto, facevano breccia nelle orecchie del pubblico californiano con The Days Of Wine And Roses (Ruby, 1982), sapiente miscela di rock adulto che prendeva sobriamente le fila da Velvet, Stooges e Dylan, gli altri parteciperanno al revival riscoprendo il garage, il pop, il folk e persino il raga-rock, aprendo la strada sia al grunge sia a quel rock propriamente desertico che i Giant Sand svilupperanno a partire dalla fine degli anni ottanta.
Tornando a noi, la New York che entra nella decade più controversa
della storia americana vede Gelb e compagni alle prese con alti (pochi) e
bassi (sempre di più) creativi, tanto che trascorso appena un anno
in queste strade, e col batterista Billy Sed affondato in problemi di droga,
il gruppo può dirsi allo sbando. Esasperato dalla situazione, Gelb
confida a Dave Seger di voler sparire per un po’. Infatti di lì a
poco se ne va nelle Black Hills del sud del Dakota a suonare del country,
dando appuntamento ai ragazzi, una volta sbolognata la sbornia cittadina,
nella cittadina dove tutto è iniziato: Tucson. E così accade.
La band si riforma con una new entry - Scott Gaber, un appassionato di
funk e soul - al basso e poco dopo (1983) la riformata band incide il singolo An
Evening At The Wildcat.
Figlio di circostanze fortunate e registrato dal vivo al Wildcat, famoso
pub di Tucson, il 7’’ è pubblicato grazie all’aiuto
di un improvvisato imprenditore venuto da fuori città che si occuperà di
coprire tutte le spese. Sul lato A troviamo Cross Of Wood, una canzone di
Seger con Billy al canto (n.b la batteria è una drum-machine acquistata
da Gaber), mentre in quello opposto Coal Worker, una open song per la chitarra
nervosa di Gelb su una struttura sostenuta di funk.
I segni della crisi sono ben evidenti, non tanto musicalmente quanto per
la linea da portare avanti: il gruppo non solo sembra inabile a decidere circa
lo stile da prediligere sugli altri, peggio ancora nella band non vi è un
cantante vero. Se infine aggiungiamo i dissidi interni (la droga per Sted,
un altro progetto per Seger, l'interesse per l'elettronica di Gaber opposto
a quello più “chitarroso” di Gelb) e la frustrazione per
non riuscire ad emergere, il fosco quadretto risulta completo.
Le ultime tappe della saga vedranno un nuovo demo (il Jeffrey Wood
Produced Demo con Mad City/Don’t Turn Away/Longsleeves/Not
Romantic) inciso a Denver, Colorado, grazie alla fortuita collaborazione
di un produttore - Bob Lambert - e un potenziale contratto la cui mancata
firma porterà la band allo scioglimento a quattro anni dalla nascita.
Così, mentre il 7’’ Don’t Turn Away /Longsleeves,
contenente due delle canzoni di quelle session, vedrà la luce un paio
di anni più tardi (1985) per volontà dello stesso Lambert, Gelb,
stanco di abitare una situazione per niente focalizzata, decide di ripartire
da zero.
Con il solo Scott Gaber dalla precedente formazione, l’egida ridotta a Giant Sand, il gruppo riparte dall'essenza del rock con una formazione a quattro elementi - basso, chitarra, voce e batteria - cui s'aggiunge sporadicamente il contributo di Cacavas (dei Green On Red) alle tastiere. La distanza con la precedente esperienza è enorme, ben documentata in due album che vengono sfornati a distanza ravvicinata tra il 1985 e '86 (lo stesso periodo in cui i Thin White Rope esordiscono con Exploring The Axis, Frontier, 1985).

Aspri più di ogni altro gruppo Paisley, i Giant Sand dell'esordio (Valley Of Rain, Enigma, 1985) sono un quartetto rock dalle tinte atroci e beffarde. A farla da padrone è una miscela molotov di post-punk e country acido lontano anni luce dalle bizzarrie della maturità. Per quanto non manchino segnali di eclettismo formale (l'incandescenza stonata delle chitarre fino alla parodia, l'esasperazione quasi beffarda del canto) e una certa propensione alla ballatina malferma (la chitarra a strappetti e il pianoforte sbieco di Artists), le canzoni sono canzoni vere e proprie, visionarie, tese e febbrili (quella specie di jam tra Clash, Jim Morrison e Jerry Lee Lewis che risponde al nome di Man Of Want), contagiate wave per il taglio robotico (la sordida October Anywhere) ma anche per l'epica romantica (la trascinante Valley Of Rain, con i sixties nel cuore e un grande Chris Cacavas al piano).

L’anno seguente è la volta di Ballad Of A Thin Line Man (Zippo, 1986), registrato perlopiù live, allo stesso tempo più tirato (la tagliente nevrastenia blues di A hard man to get to know e l'incendio post-punk della conclusiva Desperate Man, in ossequio ai demoni di Gun Club e Lou Reed) e riflessivo (il folk ad altezza di crotalo di Who Am I e gli inneschi gospel che sparano la bucolica Graveyard su un palco di Broadway). Un passo nel cuore nero di Dylan (la tesa cover di All Along The Watchtower) prendendo di petto l'onda Paisley al modo dei sodali Dream Syndicate (si senta l'irruenza accorata di You Can’t Put Your Arms Around A Memory o dell'iniziale Thin Line Man, con un sorprendente violoncello a connotarne le digressioni atmosferiche).
Più o meno contemporaneamente Gelb dà vita, sempre in combutta con Rainer, al progetto country Band Of Blacky Ranchette che frutterà due album (Heartland del 86 e Sage Advise del 90), per venir poi convogliato nel progetto principale del musicista (salvo poi riapparire nel ’03 con Still Lookin’ Good To Me).
Howe quindi in
prima linea – assieme ai tosti contemporanei succitati
- nella riscoperta di quel rock genuino e disincantato che si spoglia dei
fronzoli hippy e delle scheccate glam per reincarnarsi adulto, fermo e pure
un po’ “reazionario”. Rock’n’roll in primis,
tanti Velvet Underground, l’elettricità hendrixiana, il blues
rock di LA Woman, ma anche il ritorno al country, magari con la romantica
irriverenza insegnata dagli all’epoca strafamosi Gun Club, ma anche
sospeso nel pedissequo incanto di Gram Parsons o dell’uno e bino Neil
Young (quello acustico delle corse all’oro e quello elettrico dei cavalli
pazzi).
Tutti questi e altri ancora, acidi compresi, i combustibili della rivincita
delle province targata ottanta. Rivincita non “contro” qualcosa
ma in continuità con la tradizione che oramai vuole anche dire Rock,
un genere ma anche un modo di respirare l’aria che è arrivato
nei deserti e nelle contee.

Quando nel confezionare Storm (Demon,
1987) i Giant Sand smorzeranno i toni, addomesticando la chitarra, con
Gelb addirittura seduto al pianoforte per cantare come un Roger
Waters su un testo di Dylan (Was Is A Big Word), molti rimarranno
delusi da quello che somigliava più ad un rock radiofonico che ad una
manciata di brani dall’underground pulsante di quegli anni. Pur mantenendo
ferma una vena narrativa sempre al servizio di piccoli quadretti agrodolci,
canzoni
tipo Town With Little Or No Pity mescolano ritornelli country-pop
dalle strofe che menano il Roy Orbison per l’aia, senza
nessun riguardo per il ricordo ancora fresco – però già lontano
- delle rasoiate psych in Thin Line Man.
Tuttavia, nonostante alcuni episodi deboli come Uneven e Light
Of Day (che
citano mediocremente Young e Reed stemperandoli in una vaga aura fifties),
quello di Storm è sì il Gelb meno sensazionale ma senz’altro
ugualmente astuto nel somministrare istanze rock più stereotipate senza
rinunciare alla mescolanza bizzarra, pratica cui il ragazzone si presterà sempre
più, fino ad identificarsi nella pratica stessa.

Nel 1988 la traiettoria dei Giant Sand prende una piega ancor più inaspettata.
The Love Songs (Homestead, 1988), l’album inciso a Los Angeles che vede
l’entrata nella band del batterista John Convertino, è un ennesimo
ritorno, ma non ai sessanta adulti dei Velvet come qualcuno poteva attendersi
bensì all’apoteosi rock cialtronesca di Exile On Main Street a firma Stones.
Sfrondate di ogni sapore perverso o aggressivo, le pietre rotolanti più scellerate
che si ricordino vengono così ripescate e rimesse in moto. Alla loro
etilica veemenza s’aggrappano brani chic con tanto di organetti funky-soul
e coretti pop femminili nello stile delle Go Go’s (non a caso collabora
al progetto Paula Jean Brown, una delle componenti del citato gruppo teen-pop,
nonché all’epoca moglie di Gelb e tutt’ora al suo fianco
come session woman).
Con le canzoni d’amore, che poi non hanno nulla a che fare con questo
tema, si fa strada un Gelb sbilenco e pazzoide, giocherellone e naif. Lo fa
pasticciando sornione, balzando da uno stile all’altro, manipolando
il linguaggio musicale senza fretta, con frequenti cambi di tempo e col piccolo
aiuto d’un Cacavas onnipresente alle tastiere/organetti.
Le spezie impiegate sono le più varie: tanto soul, il blues, la ballad
reediana e younghiana, la chanson française (Is that all there
is?),
il rag time, il Dylan strascicato (Love Like A Train), il valzerino
in punta di piedi à la Waits (sempre Is that all
there is?) e persino
il racconto in rock mutuato dal glam sempre a firma Reed ma periodo Bowie (Mountain
of love).
È
un album che dispiacerà ai rocker ma che tutto sommato rappresenta
una piacevole riscoperta per chi ama del Gelb maturo proprio l’istrionica
abilità nel far cozzare i generi.

Come se non bastasse, l'anno successivo, arriva l'ancor più interlocutorio
Long Stem Rant (Homestead,1989).
Inciso in solitudine assieme a John Convertino in uno sperduto Motel a
Rimrock (una località non ben precisata dell'Arizona) e distrattamente
post-prodotto a Los Angeles, il lavoro rappresenta l'ennesimo banco di prova
per i fan e la critica, sempre più spiazzati dalla squinternata e imperfetta
vena del cantautore.
Partorito in soli tre giorni, l'album è uno zibaldone di appunti, schegge
impazzite e piccole gemme. Non mancano le canzoni canonicamente intese, ma
sono pur sempre isolette perse in un marasma generale che prende di volta
in volta la forme del jazz (Smash Jazz), dell’hair metal (Bloodstone),
del cocktail lounge (It's Long 'bout Now) e persino del rap (Sandman).
È
un lavoro più che mai grezzo, che segue la vena a bassa fedeltà riscontrata
in The Love Song portandosela via, lontano dall’atmosfera pressurizzata
della sala d’incisione, via dal clima asettico delle session in studio.
Da quella cameretta d’albergo in mezzo al deserto esce buona musica,
fresca e vivace, come quella Paved Road To Berlin - l’unico brano di
una certa durata (la media è circa due minuti!) - che affoga Springsteen e Violent
Femmes sotto pesanti distorsioni, oppure la nervosa Anthem che sfiora
il noise-rock, o il rocambolesco folk‘n’roll della finale Get
To Leave.
Ci sono poi momenti più folk, come In Sucker In A Cage (una sonnacchiosa
ballata dylaniana a ritmo di cow-punk), che rivelano quella che diventerà una
tipica atmosfera del Gelb maturo: la cosiddetta home music, come ama definirla
lo stesso autore, ovvero, musica per piccoli spazi domestici, musica da abitare,
che racconta senza troppo intrattenere, che infonde un mood più che
comunicare qualcosa di preciso (si ascolti la ballata Loving Cup, un delizioso
motivetto come tanti, colla chitarra suonata a mo' di mandolino, che scorre
come l’impronta di un ricordo, scivolando via leggera com’è venuta).
Seppur ricco di momenti energici, d’esperimenti più o meno riusciti
e di curiose chicche, Long Stem Rant viene perlopiù bistrattato dalla
stampa, probabilmente dagli stessi critici che di lì a poco saluteranno
(in positivo) l’ondata lo-fi.

Arriviamo al cambio di decade e nei negozi esce Swerve (Restless, 1990),
la prima uscita degli anni novanta nonché il battesimo di una specie
di santa trinità dedicata al deserto (il luogo, l’idea, la categoria
dell’anima). Praticamente, è la scusa per mettere in piedi un
progetto corale che vede ospiti illustri quali Steve Wynn (che ha appena abbandonato
i Dream Syndicate e sta per pubblicare il suo primo solista Kerosene
Man,
Prima Records, 1990), il solito Cacavas, l'anziano country men Pappy
Allen,
la country woman Victoria Williams, il futuro caso discografico Juliana
Hatfield (che da lì a poco esordirà con Hey Babe, Mammoth, 1992), la
testa di limone Evan Dando e tanti altri; praticamente una congrega di amici
pronta a dar vita – e non potrebbe fare altrimenti - a un album diretto,
con le chitarre sempre in primo piano e le bacchette a pestare schiocchi sulle
pelli, con il caldo organo di Cacavas a fare da contraltare nello stile del
menestrello più famoso del rock.
Dylan, dunque, a far capolino aleggiando nella traccia d’apertura, e
poi più esplicitamente con la cover di Every Grain Of Sand (dall’album
Shots Of Love, 1981), ma non mancano situazioni più tese (il funky
rock stoniano di Can't Find Love e il blues nevrastenico di Final
Swerve),
ballate indolenti dai diari più raschiati di Lou Reed (personaggio
che continua a illuminare la stella di Gelb più di ogni altro) e funambolici
fuori programma (la schizoide Former Version Of Ourselves, pasticcio di generi
che cozzano l’uno sull’altro tra jazz, blues-rock, algori Talking
Heads, squarci rag Buster Poindexter e gag spettrali à la Residents,
per non tacere gli intremezzi avant - quasi zappiani- Swerver, Swervette
e Swerving ).
Appena un anno dopo, con l’ingresso al basso di Joey Burns (fortemente raccomandato da Convertino, col quale di lì a poco farà comunella formando i Calexico), la band sembra assorbire le istanze della Band Of Blacky Ranchette e sforna il secondo capitolo della suddetta “trilogia”.

Ramp (Rough Trade, 1991) è un lavoro per metà country (il romanticismo
zuccheroso di Welcome To My World con Pappy Allen al canto, l'acustica Seldom
Matters con Victoria Williams al canto e all'armonica) e per l’altra
reed-iano ai limiti del plagio (lo sberleffo ipercinetico di Warm Storm -
con qualche concessione al divertissement pseudo-Dire Straits e un disincanto
sgangherato quasi Pavement - e Neon Filler, dalla palpabile inclinazione dylaniana).
Non mancano i graffianti riff a cui Gelb appone sempre più una firma
personale (vedi la sordidezza blues di Anti-Shadow in mutazione hard-rock
via electro folk, oppure il folk-rock torrido di Z. Z. Quicker Foot battuto
da una tormenta tribal-funk, o ancor più l'incandescenza sontuosa e
scomposta un po' Crazy Horse un po' Rock'n'Roll Animal di Always
Horses Coming),
così come i suoi classici siparietti che sanno tanto di anni ’20
e di gag à la Woody Allen (l'annaspare stridulo e puntuto di Jazzer
Snipe, i cambi di marcia tra sberleffo e messinscena di Resolver).
Varietà e citazionismo ad oltranza che se da un lato sbalordiscono
(incantando o infastidendo, secondo i punti di vista), dall’altro diradano
ogni dubbio circa la condizione di inguaribile ossessionato in cui versa Gelb,
punto di raccolta e precipizio delle tante vie e modalità che portano
al - e partono dal - rock. Come se per lui fare dischi significasse radiografarsi
l'anima, stendere sul tappeto la mappa della propria meraviglia, affidare
ad una scaletta di canzoni (spesso frammenti) il compito di intagliarne la
fisionomia, non importa quante sfaccettature occorrano.
Il risultato è una sfida alla coerenza, un elogio della schizofrenia
prima emotiva che stilistica, la cui integrità "sentimentale" è garantita
dall'intervento sempre un po' sopra le righe, sempre carico di un surplus
di "fattore umano" - quasi ci informasse di continuo del processo
in atto, a svelare il gioco della rappresentazione come per scusarsene
- di Mr. Howe Gelb. Che non è ancora, certo, quell’uomo brizzolato
con lo sguardo sempre qualche centimetro più lontano, coi pensieri
ingoiati da un'ombra che credi di poter toccare, autore di brani come Astonished o Shiver.
Eppure quella voce rauca, così piatta e con poche inflessioni, è mille
miglia dalle sfumature che acquisterà con la sofferenza e la maturità dell’uomo
che l’abita. Ma la strada è la stessa, e l'incontro sarà inevitabile.
Purtroppo (?).

Tornando alla discografia, sempre nel 1991 Gelb pubblica in sordina il suo primo album solista, Dreaded Brown Recluse (Restless, 1991) (un cocktail instabile di tradizione e disarticolazione, Dylan e Robyn Hitchcock, Johnny Cash e i Venom, Neil Young ubriaco a sventagliare un collo rotto di bottiglia, spine che si staccano d'improvviso a far precipitare il country-punk in un jazz club waitsiano...) mentre a Seattle il Grunge straripa oltre i confini cittadini iniziando a dare precisi segnali al mercato e alle mode.
Poco più tardi, il poliedrico (allora) capellone darà alle stampe
il finale della trilogia Center Of The Universe (Restless, 1992), gettando
sul piatto una quantità di “difetti” che fanno pensare
ad un vero e proprio impasse creativo.
Seguendo il trend cingolato e rumoroso del momento, Gelb calca il pedale
della distorsione, ingrossa la voce e - per non smentirsi in quanto a bastian
contrario - aumenta il dosaggio dei controcanti sbarazzini di Paula Brown.
Mentre il chitarrista di Tucson dichiara che è l’album migliore
della sua carriera, almeno fino al 2000 (si legga l’intervista su Blow
Up n. 28 pag. 92), a nostro avviso è il più debole e nemmeno
ballate generose come Solomon's Ride riescono a rattoppare il buco (nell’acqua).

Ma Howe è uno con la risorsa sempre pronta nel taschino: esaurita la spinta naif-caciarona, e ottenuto un favorevole contratto con la Imago, etichetta distribuita dalla major BMG, prima di entrare nell'ordine di idee d'incidere un album "importante" - dove l'importante è la coesione più che la torrenziale vena creativa - pensa bene di reinterpretare parte del proprio repertorio in chiave sbrigliata, al limite della jam psichedelica.
Ecco quindi Purge & Slouch (Restless, 1993), un monumento di più di un’ora e mezza di frammenti, visioni & dilatazioni, follie indefinibili (i siparietti straniti delle tre Overture - soundtrack d’incubo, ninna nanna aliene e jazz sventrati), marionette Waits (la birbona Swamp Thing, il blues elefantiaco di Owed Ode), il Johnny Cash più strascicato (quella Bender illuminata dal dobro di Rainer), imprendibili retaggi psych-wave (l’acida Rice Road Rumba, la sordida Dock Of The Bay - Otis Redding in un breve trip amfetaminico), senza scordare i referenti obbligati Lou Reed (sotto valium in Corridor), Neil Young (collassato in Blue Lit Rope, enfatico in Elevator Music) e Bob Dylan (acerbo in Tripping Moon). L’insieme suona cromatico e svisante, svampito e atroce. Come a dire, quasi l’aspetto definitivo dei Giant Sand, o meglio del loro mentore Gelb, la cui voce assume a tratti l’oscurità polverosa degli anni a venire. Tirando le somme, un album folle ma buono, per quanto partorito quasi in souplesse.

Come si è detto, Gelb adesso deve fare sul serio e
presentare i suoi Giant Sand a un mercato più vasto perciò,
spurgate le foghe per cocktail improbabili, con Glum (Imago,
1994) l’obiettivo
diventa far emergere pura quella trama desertica che ha accompagnato la
crescita stilistica del
musicista fin dagli esordi.
L’album, assemblato con calma e concentrazione, gode di una produzione
seria che esalta il lavoro di tutti i musicisti e può a buon diritto
considerarsi come un ponte tra il passato e il futuro. Senza fatica si possono
ravvisare le micce dell'esordio (Thin Line Man) e gli stilemi rock più classici
assimilati grazie alla trilogia del deserto, tuttavia l'amalgama appare come
rallentato e – finalmente, diciamo noi - più propriamente desert(ico).
Gelb preferisce ancora strozzare il registro più che impostarlo sinuosamente
e emotivamente come gli sarà più congeniale dopo il 1996, ma
la sua chitarra, decelerata (ma più potente) e opportunamente distorta, è già un
marchio di fabbrica dei Sand a venire, proprio come il timbro della batteria
di John Convertino è prossimo a quello inconfondibile del futuro progetto
Calexico.

Con un Joey Burns e una (oramai ex-moglie) Paula Jean Brown più defilati,
Gelb e Convertino, uniti da un sodalizio oramai inossidabile, rappresentano
dunque l’asse portante delle 11 tracce dell'album, impreziosite, tra
l’altro, dalla presenza gustosa ma sporadica dei soliti Chris Cacavas,
Victoria Williams, Lisa Germano, Rainer, e Pappy Allen.
Brani che vanno dagli stop and go formidabili dell'omonima Glum, souplesse
sognante e squarci nel cielo, alle ballad country (un po' rock un po' no)
di Happenstance e Left, schiuma di nuvole e tossici whisky. Non mancano
momenti di tormenta psych (Frontage Road), inevitabili siparietti jazz (1
Helvakowboy
Song, con all'organo un Cacavas sbarazzino in stile Ray Manzarek), abrasioni
da cavallo pazzo (Painted Bird) e brani al pianoforte dove è sempre
piacevole riscoprire Howe… e chiaramente Reed (Spun). Per tutto questo
Glum è il perfetto album Giant Sand, intesi come gruppo e progetto
di squadra, una via che sarà interrotta e prenderà un corso
differente a causa di avvenimenti personali nella vita di Gelb.
Tra il 1994 e la fine dell’anno successivo, mentre il gigante di sabbia rigurgita un titolo dopo l’altro, tra compilation (Goods & Service), live (Backyard Barbecue Broadcast) e bootleg ufficiali (Volume 1: Official Bootleg Series), in una smania che diventerà prassi nel nuovo millennio, eventi decisivi si consumano nel paesino dell’Arizona. Per una volta non è Gelb il protagonista indiscusso di quest’avventura bensì i suoi due comprimari. Parliamo di Burns e Convertino che, entrati in contatto con i conterranei Friends Of Dean Martinez, un gruppo neoformato da Bill Elm e Tom Larkins (ex batterista dei Giant Sand), decidono di comprare degli strumenti musicali decisamente estranei al rock (al Chicago Store di Tucson) e intraprendere assieme a loro un viaggio caratterizzato da spezie folk particolarmente latine e non di meno esotiche e cinematiche.

A chitarre, bassi e batterie s’aggiungono strumenti quali marimba,
violoncello, fisarmonica, vibrafono e per la prima volta si inizia a parlare
di film-music e soprattutto di Morricone. Non è dato sapere chi
abbia introdotto il Maestro ai ragazzi, o chi abbia avuto la fantomatica
idea di introdurre un po’ di spaghetti western nelle partiture del
già desertico sound dei tucsoniani, sta di fatto che The Shadow
Of Your Smile (Sub Pop, 1995) presenta sin dalla prima traccia – il
traditional All The Pretty Horses – un piglio inedito.
L’idea folgorante c’è già, ed è tutta
lì, riaffermala (Chunder) farà altro che calcare un corso
che si preannuncia differente: proprio come se Lee Harzlewood cavalcasse
con Clint Eastwood oltre il confine americano verso il Messico, il mix
proposto dal gruppo è un creativo frullato di stili sotto a un torrido
sole dove il collante non è il testosterone del rock bensì il
sapore esotico delle orchestrine da ballo degli anni cinquanta, dei mariachi …e
qualche peiota davanti a un film di Sergio Leone. Joey, John e i Friends
Of Dean Martinez per la prima volta coniano una sintesi originale all’interno
del Desert Rock, tratto caratteristico che diventerà (con il successo
della band dei ragazzi di Gelb), un vero e proprio sinonimo della categoria.
Nel frattempo, in quello stesso anno, una cassetta dei due Giant Sand intitolata
Superstition Highway (ora introvabile) inizia a circolare negli ambienti
alt. country e l’anno successivo il duo è già richiestissimo
oltre i confini dell’Arizona. Barbara Manning, Richard Buckner, Victoria
Williams, Michael Hurley, Bill Janovitz, Vic Chesnutt e Lisa
Germano sono
alcuni dei nomi in vista che richiedono i ragazzi a gran voce, dando loro
la giusta carica per incidere una raccolta di canzoni originali.

Peel, uscito per una misconosciuta etichetta tedesca - la Haus Musik Records – e poi ristampato dalla Quarterstick nel 1997, è il primo disco con il quale Convertino e Burns escono allo scoperto e l’album, tolta ogni frivolezza propria (all’epoca) degli amici Friends Of Dean Martinez, è in netta continuità con alcune jam di quest’ultimi. Filo rosso che vuol dire Morricone (Scout), cui il gruppo aggiunge tuttavia umori scazzoni vicini al cosiddetto fenomeno lo-fi dalle parti di Lou Barlow e co. (Low Expectations), un certo country-rock non distante da Harlzewood (Sancez) e alcuni profumi francesi pienamente figli del folk mediterraneo (Mazzurra). Le influenze di Gelb non mancano e s’intravedono chiare nei lenti tra cui Spoke, traccia che darà anche nome alla nuova edizione dell’album accreditato questa volta ai Calexico (n.b.: il moniker precedente era proprio Spoke). The Shadow Of Your Smile (Sub Pop, 1995)

L’anno successivo sarà decisivo: Black Light, il primo lavoro licenziato attraverso la nuova ragione sociale (ovvero California-Messico) è uno dei lavori che hanno segnato il mercato indie degli anni novanta. Molto più che una raccolta di suggestive aperture poetiche, l'album è un felice connubio tra folk popolare, patrimonio di comunità rurali e paesaggi agresti, figli dell'amore per Van Gogh. Se Spoke si limitava al patchwork e allo scherzo, Black Light si pone obbiettivi tecnici e contenutistici molto più profondi ed evocativi. In primo luogo, un’assimilazione matura della lezione morriconiana comporta un cambiamento nel modo di concepire il suono, che trasla così da arrangiamenti finalizzati alla riproduzione delle dinamiche folk a quelli che ne esaltano dinamiche temporali e spaziali. I Calexico suonano dando l’impressione che il sole sia veramente a picco sulle teste degli ascoltatori, che il tempo si dilati al volgere del tramonto, ma non solo: su questi panorami si stagliano, solitarie e introspettive, alcune splendide e accorate ballate inserite astutamente tra uno strumentale e l’altro, come tappe di un viaggio, riflessioni, poesie, alito della vita. L'emancipazione dai modelli gelb-iani è dunque completa, parto di abili artigiani che sotto un’apparenza di spontaneità e disinvoltura nascondono metodicità e accuratezza invidiabili.

Gelb da parte sua non si cura della fama acquisita da Convertino e Burns,
ma non è neanche tipo da stare troppo a lungo a guardare: fermati
i due attivissimi scavezzacollo decide di intraprendere un nuovo progetto
assieme alla talentuosa violinista e cantautrice Lisa Germano.
Con Slush (Thirsty
Ear, 1997), a nome Op8, è come se i Giant Sand
intuissero davanti a loro un bivio (l'ennesimo), avvertendo la necessità di
una mutazione, un processo di re-invenzione e ri-scoperta in cui l’ex
musa di John Cougar si rivela ingrediente decisivo grazie al suono della
sua voce,
alla sua sensibilità e presenza auspicabile.
Sebbene la forma si coaguli soltanto per un attimo, è un intervallo
sufficiente a fruttare undici capitoli di fascino esotico e sogni di sbieco,
dove la tradizione incrocia la visione fin quasi a deragliare (come in Lost
In Space, alt-country formicolante e acidulo a firma Burns: i Grandaddy ancora
ringraziano, i Calexico si sintonizzano), dove la tragedia ricalca le orme
del disincanto (vedi Never See It Coming, valzer di tutte le malinconie a
cuore pieno, non lontano da certo Will Oldham), dove il folk è solo
una porta da aprire sullo spampanarsi dell’anima (come in Cracklin
Water,
il cui motivo diverrà per Gelb un’ossessione).
La produzione è limata fin quasi al cesello, al punto che le consuete “stranezze” appaiono
sempre contenute nei ranghi di un disegno ben definito: così è per
la romanticheria tanghesca della title-track, per la jazz-ballad sospesa in
una fissità immobile e cruda di The Devil Loves L.A., per l’inatteso
sbocco psych-pop di Tom, Dick & Harry (con l’oppiaceo canto della
Germano e il finale che assomiglia a un’agra follia Flaming
Lips).
Questo Slush, da considerarsi poco più che una scappatella (non s’intravede
ad oggi alcuna possibilità di seguito), mette altresì a segno
alcuni dei momenti più intensi e risolti della discografia di ciascun
protagonista: come la magnifica semplicità di Leather e il folk-pop
lieve di If I Think Of Love (con la Germano a metà strada tra una Suzanne
Vega ai minimi termini e una Kim Gordon in vena di giuggiole). Spetta tuttavia
alle due cover che aprono e chiudono il programma gran parte della nostra
attenzione: se sorge come un miracolo di limpidezza da una caligine elettronica
il mariachi-folk di Sand (pezzone a firma Lee Harzlewood, tra sabbie mobili
d’organi, mandolino, violino, fisarmoniche, vibrafono e corde bruciacchiate),
si spegne in un lungo vortice di fumo la dilatazione sospesa di Round
And Round, uggia antica del giovane Young tra volteggi insidiosi di violino e
l’enfasi inquieta di cento riverberi (voci e corde e ammennicoli vari).
Un piccolo capolavoro di passaggio che lascia una vivida scia di rimpianto,
per quello che avrebbe potuto essere e che - opportunamente - non è stato.
O, per meglio dire, che è poi in gran parte tracimato sul versante
Calexico, lasciando i Giant Sand a indagarsi tra le giunture, in cerca di
un’anima sempre più a fior di pelle, sempre meno capace di lusinghe
(per quanto mai a corto di tenerezza e piet à).
Durante la lavorazione di questo progetto, Rainer - cresciuto tra le radiazioni dell’Arizona che uccisero John Wayne – muore, e per Gelb inizia il “dopo”.

Cosa accade dentro l’uomo Howe ce lo dice il musicista, cioè la
sua musica. A caldo, esce il disco solista Hisser (v2,
1998), che rantola tra solitudine e inedia, scava dentro la voce, seduto sullo
sconforto placato
di chi d'ora in avanti guarderà la vita con occhi socchiusi e continuerà a
digerire gli stessi indigeribili motivi-dolori.
Tocca perlopiù alla chitarra condurre attraverso questa mesta strategia
di ballate, una No Name Guitar amichevole e ruvida (Temptation Of Egg), intima
e pietosa (Cracklin Water), in qualche modo consapevole di quanta ineluttabilità si
nasconda in ciò che ti è più familiare, nell'intimo consumarsi
del quotidiano.
Poi c'è il piano, che è forse il vero padrone di casa, anche
quando è assente (come plausibile base di composizione, ad esempio
di pezzi come Explore You) o quando si accomoda in seconda fila (come in This
Purple Child o nell'irrequietezza desertica di 4 Door Maverick); il piano
che regola l'ordine di caduta della polvere, esplora e conosce ogni spigolo,
ogni riflesso opaco sulle vetrine (la malinconia incartapecorita di Creeper,
i palpiti cinematici di Nico's Lil Opera, la soundtrack da film muto di Living
On A Waterfall).
Del suono s'indaga la capacità di sollevare la scorza del ricordo (la
slide trepida e gli archi in Catapult, i mugolii ectoplasmatici di Thereminderer,
i tremolii flangerizzati della struggente Like A Storefront Display) ben prima
e più di quanto possa e voglia la melodia, spesso appena abbozzata,
un trascurabile tremolio del sismografo (come la penombra pizzicata in Soldier
Of Fortune).
Quando la trama si fa più vivida e complessa, è come una finestra
che si spalanca all'improvviso, un vento febbrile d'un tempo irrecuperabile
(il sabba di Halifax In A Hurricane, il cinerama gracchiante di Satellite,
il ghigno arcaico della title-track). Ma sono scintillii brevi in una stanza
buia, in una coltre di malanimo domato, ricondotto alla sua forma più sostenibile
(la malinconia struggente di Lull) però definitivamente metabolizzato,
senza possibilit à di remissione.

Più avanti, a freddo, esce quel capolavoro inaspettato a nome Chore
Of Enchantment (Thrill Jockey, 2000) firmato Giant Sand. Un
album che scende a patti col lutto, lo assolve e risolve, che saluta il
vecchio secolo-millennio
e accoglie il nuovo, distribuendo in entrambe le direzioni malinconia,
timore e una misteriosa eccitazione.
Mai come in queste tracce la qualità della scrittura trova eco in una
misurata stratificazione sonora (co-producono, assieme a Gelb, Jim Dickinson,
Kevin Salem e lo spirito affine John Parish), fatta di continue interferenze
tra forme, strutture e tempi diversi. La nostalgia papabile è quella
di storie marginali ma vere, rosicchiate alla periferia del mondo, come se
lì e lì soltanto si celassero le ultime roccaforti dell'autenticità.
L’album inizia col folk che sorge tra le palpitazioni esistenzial/sentimentali
di Dusted e brilla nello sfarfallio percussivo con fatamorgana di chitarra
a rimorchio di Punishing Sun, per quindi trascolorare soul nelle trepide spire
di X-Tra Wide e poi incenerirsi nel rapido spurgo punk-rock di 1972.
Seguendo la scaletta ci coglie la sordida propensione soul/RnB di Temptation
Of Egg (remake dell'omimo è ben più dimesso brano che apriva
Hisser), quasi fosse un rinvio in disimpegno di Lou Reed al quale viene dichiarata
esplicita venerazione nella successiva Raw – sorta di potenziale
outtake di Berlin diluita in un solipsismo delirante Neil Young/Roger
Waters.
Disco non facile da mettere a fuoco - d'altronde ha avuto tre produttori
differenti ed è stato registrato in quattro città nel corso
di più di un anno - in cui sembra comunque d’intravedere un filo
rosso che ci invita a proseguire lungo il funkettone un po' insipido di Wolfy (che però d'un tratto si sgrana di lancinanti vibrioni country-blues),
attraverso la gentilezza country/RnB della languida Shiver, in quella sorta
di Bob Dylan alticcio e disidratato che risponde al nome di Dirty
From The Rain.
Eppoi il jazz che s'insinua nell'estenuarsi ombroso/esotico di Astonished,
e ancora l'apnea melodica di No Reply, il rigurgito post-glam di Satellite (tra l’immancabile Lou Reed e certe lunatiche alterità Sparklehorse)
e infine le tracce stracciacuore in chiusura (Bottom Line Man e l'ebbrezza
da valzer di Way To End The Day).
Tutto ciò è racchiuso da una breve Ouverture e da una quasi
altrettanto breve Shrine, dove la slide di Rainer Ptacek sembra
colta nel suo infinito suonare sul sottofondo dell'amato Donizetti.
Proprio a Rainer, grande amico di Gelb deceduto nel 1997, è dedicato
questo disco (come del resto Hisser), un'assenza la sua di cui questo lavoro è pervaso,
che a ben vedere potrebbe essere un plausibile tentativo di risolvere, ricostruendone
la memoria viva, la presenza persistente, in un gioco di strumenti-cose che
suonano fino a divenire fisiche e mistiche assieme, testimoni di un passaggio
leggero e insostenibile.

I Giant Sand sembrano consolidare i frutti di un’esperienza ormai ultradecennale,
meditarci sopra anziché buttarcisi, e colgono il segno. Così mentre
la critica apprezza e consacra Gelb dedicandogli retrospettive e speciali
(la mitica copertina di BU N. 28 del 2000) arriva, annunciata a gran voce,
l’opera seconda dei Calexico, Hot Rail (Quarterstick, 2000), un disco
alla ricerca di risposte e nuove direzioni che sembravano impossibili dopo
quelle stupende e definitive di Black Light. Il successo arriva repentino
e non solo presso gli ambiti “alternativi” (il video di Ballad
Of Cable Nogue si aggira spesso su Mtv) tuttavia l’album, ricco di umori,
sensazioni, attese e scenari incantevoli, risente della scarsità di
quell’ingrediente raro e prezioso che è la poetica gelb-iana.
Hot Rail è un grande cinema, ricco di storie fagocitate nella più genuina
dimensione della frontiera americana, con i musicisti, a immergersi pienamente
nella musica (Fade), a calarsi dentro le corde degli strumenti (16
Track Scratch)
o nell'intimo della pancia di una fisarmonica (Untitled III), eppure, fatto
salvo per gemme come Service & Repair, l’assenza di uno spirito
pulsante inizia a lasciare vuoti difficilmente rimpiazzabili.
Hot Rail ha rappresentato questa sfida, ma non è ancora tempo di lasciarsi
andare a facili disfattismi.
I Calexico, cavalcando l’onda della mania che si sta
diffondendo un po’ dappertutto, iniziano un lungo tour, portandosi dietro
gli amici mariachi. Il live set è una vera e propria festa e la tournée,
che tocca anche l'Italia (memorabile a tal proposito il concerto al Link di
Bologna), manco a dirlo, è un successo. Galvanizzati da tutto ciò,
Burns e Convertino, proprio come la Gelb-philosophy insegna, fondano una
micro etichetta - Our Soil Our Strength - per pubblicare
quante più possibili
di quelle infuocate jam registrate tra una data e l’altra. Dalle session
di questo periodo escono a distanza ravvicinata ben quattro album: il
trascurabile Travelall (2000), il buon Aerocalexico (2001),
il discreto Even My Sure Things Fall Through (che
conteniene pure alcuni interessanti videoclip - 2001) e lo scarso Scaping (2002)
dove, l'imperfezione e il bozzetto, la cover e la gemma perduta, dominano
incontrastati.
Torniamo a Gelb: i suoi ultimi lavori in solitario e con i Giant Sand sembrano
altrettanti collezioni di ritratti sparsi, tentativi di ricostruire a
memoria squarci di sogno, d’indagarne la persistenza forzandone la struttura,
imbastardendo a bella posta gli arrangiamenti e la melodia.
Capitolo a parte merita invece Rock Opera Years (Ow Om, 2000). Più che
un bootleg ufficiale, come recita il titolo dell’album, e molto di più che
una semplice raccolta di alternative take di Chore Of Enchantment, “Gli
anni delle opere rock” è una sorta di messa in scena in grande
stile della vita artistica del cantautore del deserto.
Gelb racconta e si racconta attraverso il filtro della rappresentazione,
e lo fa apertamente, aumentando lo scarto tra sé e la propria musica,
al punto che sulle note di Music Arcade (cover del brano di Young dall'album
Broken Arrow) pare lui stesso in mezzo al pubblico intento a commemorare l'ultima
cosa che suonò l’amico Rainer in occasione del Wooden
Ball (un
concerto acustico organizzato dalle parti di Tucson circa nel 1995). In quest'album
insomma il sapore è quello della fiction, dello show dalle luci artificiali
nel quale, attraverso gli stereotipi, la gente s'identifica facilmente sognando,
sperando e pregando per i propri eroi. Se Chore rappresenta il bignami degli
umori del "dopo" in presa diretta, Rock Opera, caratterizzato da
una produzione più lineare - diciamo quasi "mainstream" -
e da arrangiamenti più ricchi, è un album importante e forse,
appunto per questi motivi, superfluo.
A dimostrazione di quell'ovvio che ogni intenditore del Nostro conosce
già da tempo, tutto in questa sede può apparire irrimediabilmente
innocuo. Eppure, per una volta, il Gelb convenzionale strofa-ritornello piace
e addirittura sorprende. È una sorta di viaggio nel tempo dentro l’universo
Giant Sand la sensazione che si ha ascoltando gli inediti dell'album: l’iniziale
Rock Opera - un buon country - ricorda quello radiofonico di Storm (seppur
infarcito fino all’assuefazione di luoghi comuni desert), la sorniona
Hard On Things è una ballata nella vena più gigiona, chiassosa
e ubriaca del Nostro (il periodo è Love Songs), mentre il rock tirato
e nervoso di Dilemma ci riporta dritti alla trilogia desertica.
Sul versante delle riedizioni da Chore Of Enchantment invece, l'idea è quella
di un mood meno sonnacchioso e nostalgico e quindi più waken up, più sveglio
(hi-fi!) come nel caso dell'intrigante versione di (Well) Dusted (For
The Millenium) - più fluida grazie all’aggiunta di un riff più incisivo
alla chitarra e di un curioso bridge colla pianola - e degli stravolgimenti
di Astonished - più briosa e sognante con tanto di pianoforte che ricorda
una canzone degli Inxs (Never Tear Us Apart) - e Punishing
Sun - che toglie
di mezzo il folk per darsi alla lounge più effimera.

Con Rock Opera Years, Gelb si/ci regala sia una versione alternativa della
sua rinascita, una piccola parentesi potremmo dire perché, poco dopo,
escono ben due album a nome Howe Gelb: uno è Down Home 2000, registrato
in totale autarchia (17 tracce di cui 14 inedite per 44 minuti di musica);
l’altro, con l'aiuto di alcuni amici, è Confluence (Thrill Jockey,
2001).
Down Home è il secondo tassello di quella che si è configurata
recentemente come una collana di titoli, tutti con lo stesso nome (il primo
era un cd-r distribuito solo ai concerti risalente al 1998). A cambiare è soltanto
l'anno ma non Gelb che da queste parti è più che mai …casalingo
(il nome dell'etichetta OW OM si legge allo stesso modo di “Howe home”). È chiaro
che il privée del Nostro sia dominio dei soli aficionados del musicista
ma, si sa, le sorprese sono dove non te l'aspetti.
Questo cd, di fatto una raccolta di ballate, a sorpresa, presenta alcuni
e interessanti spunti: come la storia western di Horses Still Coming, il
piccolo intermezzo al pianoforte di Dispatch e il fosco country-blues di Timber
Town.
Piace questo Gelb seduto sul divano che intrattiene gli astanti con la
scafata esperienza del folk-singer attempato, anche se - ma certo – può essere
soltanto una maschera pronta ad esser dismessa alla prima occasione.
Tuttavia, in questa strategia defilata c’è tempo e modo di consumare
un intenso omaggio al padre atavico del blues (R. Johnson Tribute), c’è la
nudità del country-blues younghiano in apparente lotta con uno spinotto
difettoso (l’iniziale Rain M/W Parade), c’è una ballata
strappata un po’ ai sogni un po’ al cuore (The Meantime), c’è insomma
Gelb e il suo lo-fi esistenziale, la sua ossessione per il non-rifinito, per
il gesto appena colto al suo manifestarsi. Ancora scalciante di vita.
Significativo il fatto che gli ultimi sei secondi riprendano uno scampolo
dell’introduzione a Blue Marble Girl, la traccia più importante
di Confluence, come a indicare una continuità estetica e sostanziale
tra i due (diversi forse più per la quantità di mezzi a disposizione
che altro).

Confluence, ovvero là dove s'intravede la carne e l'anima oltre la
scorza bruciata dal sole, è il terzo disco in solitario (anche se,
come già detto, la solitudine per Gelb significa anche “assieme
ai soliti amici", in questo caso John Parish e Grandaddy, più Burns e Convertino). Come per Down
Home, non siamo di fronte ad una smentita del
Rock Opera Years quanto al consolidamento di una vena parallela che sgomita
per trasferirsi stabilmente in prima linea: il suo lato più intimo,
quell’incedere tra frammenti d’uomo esausto, schiacciato da un
disincanto cosmico, trascinato a braccia dalla propria ossessione, con la
canzone-castello di carte sempre sul punto di sfaldarsi (vedi la sgangherata
Cold).
Anche il numero dei brani, diciassette, è identico a quello di Down
Home. Troppi forse, anzi no, ognuno funzionale a questo gioco di scultura
e dispersione. Un gioco che traccia coordinate impalpabili della/nella memoria,
s’impone farraginoso con l’indolenza di bozzetti tanto malfermi
quanto struggenti (Can't Help Falling In Love, cover elvisiana registrata
nel bagno di casa Gelb con il contributo dei Grandaddy), con la vaporosa risolutezza
di atmosfere che nascondono una crepa del cuore per ogni lusinga (Available
Space e Shadow Of Where A River Ran).
Ovvero: le mappe di una fisiologica alterità, il disagio esistenziale
risolto spostandosi su un piano diverso di vivere e sentire, definendo una
dimensione parallela in cui scaglie di deserto (3 Sisters) e fremiti black
(scosse funk come lampi nel languore fosco di Pontiac) confinano con sentori
d'Europa e afrori desertici (2 Rivers, le due versioni di Vex), prima che
il rockaccio "animalesco" di Slide Away spazzi via tutto grattando
la pancia del cielo, in una lunga, inquieta, rarefatta, instabile, densa,
lenta, catartica esplosione.
La voce è tiepida, impastata d’amarezza e di buio, anche quando
s'imbizzarrisce (come in Hard On Things, rielaborazione radente e arcaica
del country-blues saltellante contenuto in Rock Opera Years) lo fa con un’ombra
di tragedia e abbandono. È altresì impossibile immaginare una
voce migliore per queste peripezie da hobo alle prese con le proprie allucinazioni
(Hatch, nient'altro che la "vecchia" Cracklin' Water riemersa dai "fasti" Op8),
che abbaia alla luna (Pedal Steel And She'll, slide e dobro in punta di dita),
che non manca di omaggiare quel mistero cui da sempre è devoto (Blue
Marble Girl, vicina al Lou Reed più sognante e impalpabile).
La trepida desolazione dei tempi di Hisser appare come assimilata, trasformata
in qualcos’altro, forse fatalismo o rassegnazione, più probabilmente
la consapevolezza - non priva di un certo compiacimento – d’aver
imboccato un sentiero espressivo congeniale. Howe si guarda di spalle mentre
procede caracollando tra cactus e crotali, tra marciapiedi lucidi di pioggia
e binari che tagliano le periferie, vede ciò che è diventato
e si riconosce, capisce di non poter essere n é meglio né altro.

Più o meno contemporaneamente, esce un altro album solista di Gelb
(l'ennesimo, comincia a vociare qualcuno), ancora più defilato e indefinibile: Lull
Some Piano. Diciannove tracce i cui titoli, letti uno dopo l’altro,
compongono la frase “do you see what happens when none of this tracks
needed to have names but now they all do”. Una parola per canzone. Ogni
parola, un titolo. Per canzoni senza parole tranne una, il mormorio da jazz
club di See, tra croonerismi impolverati e doglianze sonnacchiose.
Il piano, soprattutto. Accompagnato talora da una batteria sfarfallante
nel buio, da un’orchestra, da un contrabbasso che pulsa stopposo. Più spesso,
attorno al piano solo il silenzio. Anzi, sempre. Anche quando annega in un
suono levigato dalle suadenti forme standard, con appena un’ombra di
stravaganza a disarticolare la compostezza immobile dello sfondo.
Sembrano delle quasi-improvvisazioni, spunti di romanticismo crepuscolare,
Chopin impanato di sabbia e tramonto. L’autore che pensa, si ri-pensa,
si aggira con scrupolo e circospezione tra le proprie irrisolte malinconie
ricavandone bozzetti sospesi, soundtrack estemporanee di immaginari film muti.
È
un disco elegante e nudo, in cerca di eleganza nel nudo svolgersi del dolore.
Un disco laterale, di passaggio ma anche pervaso da quella noncuranza lucidissima
che rende indistinguibile – confondendoli - l’accessorio dal necessario,
il profondo dal superficiale.

Il 2002 porta un nuovo album e una notizia inattesa. Buono l’album,
pessima la notizia: Cover Magazine (Thrill Jockey, 2002) viene presentato
da Gelb, Burns e Convertino come l’album d’addio dei Giant Sand.
Non c'è ombra di rancori, nessun segno di screzi: l'annuncio viene
dato con pacifica seraficità, come un fatto che attendeva solo di compiersi,
inutile piangere o recriminare. In fondo, non poteva che andare così,
considerato il passionismo nomade di Gelb, quel suo portarsi dietro tutto
senza piantare mai radici, quel suo stringere legami che permangono indissolubili
ma solo in quel west affettivo che gli cova tra i sogni.
Cover Magazine, prodotto dallo stesso Howe e Craig
Schumacher, dice già questo,
presentandosi come il disco delle ossessioni di Gelb suonato dal suo combo
preferito, il più adatto per dar loro corpo, nell'occasione allargato
a Grandaddy, Candie Prune, M. Ward (suona il piano in Plants
And Rags), Pj
Harvey, Neko Case (suoi i fantasmatici cori in Wayfaring
Stranger) ed altri.
E Burns e Convertino? Ormai presenze eccellenti, aficionados di lusso (col
sospetto che sia sempre stato un po' così).
Siamo quindi già oltre i Giant Sand, siamo nel territorio dei miraggi
sfilacciati, delle disperate scelleratezze post punk (le torride sfrangiature
di Johnny Hit and Run Pauline degli idolatrati X, con Polly Jean Harvey ad
improvvisare un ritornello sconosciuto fino a venti minuti prima), delle gracidanti
baldanze country (una più che emblematica I'm Leaving Now a firma Johnny
Cash).
Un luogo sconosciuto alle mappe comuni, dove l'hard può sfarinarsi
rumba (l'altrimenti icastica Iron Man dei famigerati Black Sabbath), dove
il blues più intossicato consuma l'ultimo incendio (il sordido rovello
di Red Right Hand - classico di Cave), dove le malie avant-pop perpetuano
il fascino oltre la straniante destrutturazione (il medley Human/Lovely
Head,
pezzi targati Goldfrapp, altra dichiarata ossessione gelbiana), e dove il
più atroce sussurro si rovescia nel sogno di tutte le prospettive (la
torva El Paso di Marty Robbins fusa all'empito inquieto della Out
On The Weekend younghiana).
Ed è anche la migliore occasione per ripercorrere il se stesso più recente,
quello che ha digerito il "dopo" nel laconico incanto di Blue
Marble Girl (qui surriscaldato fino a sfrigolare come un reperto Crazy
Horse-Dream
Syndicate per poi dilatarsi tra narcosi lo-fi e fantasie popadeliche), così come
per rivangare il passato di quella The Inner Flame di Rainer
Ptacek che sbriglia
una sordida tensione blues trafitta da scariche improvvise e sussulti gospel-soul.
Chiude il programma un'ultima, ennesima ossessione, la The Beat Goes On di Sonny
Bono (tra l'altro presente pure a metà scaletta in versione
ben più lunga e scoppiettante), rumba che corre su un ordito scarno,
con la fierezza di chi sa di poter contare sulla propria sbrigliata autarchia.

Per la fatidica opera terza della creatura di Convertino e Burns occorre attendere il 2003, l’anno di Feast Of Wire (City Slang, 2003) che segna una, dicono alcuni, preannunciata crisi. L'album, una raccolta di brani contenente 16 tracce, di cui ben 9 strumentali, si pone a metà strada da tutti i precedenti (ufficiali): possiede più humour di Spoke ma non può gareggiare in freschezza con esso, possiede pathos e atmosfere calienti ma la magia di Black Light sembra ora un lontano ricordo. I Calexico scelgono la strada della leggerezza e dell'impalpabilità, ma a vacillare è la scrittura, proprio come accade nel singolo dai sapori caraibici Quattro. In assenza di novità stilistiche, Feast Of Wire delude parte della critica ma il pubblico, grazie anche a MTV, conosce il gruppo per la prima volta in quell'anno.

Il 2003 comunque è soprattutto l’anno decisivo per l’Howe
Gelb – consentiteci – cantautore. Esce infatti The
Listener (Thrill
Jockey, 2003), il disco che ne consacra la maturità nonché l'inevitabile
imprendibile vena obliqua.
Circondandosi di nuovi musicisti, tutti danesi e inciso proprio in Danimarca,
patria della sua seconda moglie Sophie Albertsen), l'album sfodera l'oramai
consueto melting pot di casa Gelb: il menù è sempre lo stesso
ma le pietanze anziché sfornate al volo sono servite tiepide (ma pur
sempre saporite). È il piglio dunque a cambiare con una Felonious che
s'infila come sberleffo assieme reed-iano e monk-iano, e una B 4 U dove
lo scherzo continua a mescolarsi e a confondersi con la citazione (…quel
"Do Do Do"). Da altre parti un Gelb sciolto e dinocciolato si fa strada
tra i colori della Costa Azzurra e quelli di Madrid (Torque), in altre
ancora si vede il disimpegno (il cool-jazz di Piango – ovvero quello
che i Calexico stavano provando in Travelall)
e infine un po' di delusione nel
trittico The Nashville Sound, Blood Orange, Moons of Impulse salvo poi
la ripresa con
stile del finale (la bella Now I Lay Me Down, un sogno da svegli, una peregrinazione
country-blues, pregar narrando con profusione di violino, wah wah e theremin).
A conti fatti viene il sospetto che The Listener sia un album superfluo
o tutt'al più inutile alla luce della produzione precedente (come potrebbe
non esserlo!), sta di fatto che Howe come l'ha finito se n'è pure scordato
e senza nemmeno posare gli strumenti riesuma niente di meno che la Blacky
Ranchette, band simbolo del compianto Rainer.
Ad accompagnarlo in Still Lookin’ Good
To Me (Thrill Jockey / Wide, 2003) troviamo una line-up di
super star dell’alt-country, tra gli ospiti: John Convertino (lesto
al solito ai tamburi di The Train Singer’s Song, Square Bored Lil’ Devil),
Neko Case (al canto in Mope A Long Rides Again e
in duetto con Richard
Bruckner in Getting It Made), Kurt Wagner (The
Muss Of Paradise), Jason Lytle (Working
On The Railroad), Chan “Cat Power” Marshall (My
Hoo Ha) e infine
l'ottimo M. Ward (alla slide in Rusty Tracks). Il
risultato è una collezione
di buona fattura dove Gelb riscopre il piacere di suonare dentro gli "steccati" accanto
a alcuni amici. Niente pasticci dunque, ma semplicemente della buona musica.
Il 2004 viene “inaugurato” da una delle tante, consuete uscite “minori”: è Ogle
Some Piano (Ow Om, 2004), sorta di risposta a Lull some
Piano di due anni
prima, di cui ripercorre l’estemporaneità “organizzata” perlopiù attorno
al piano. La differenza più evidente sono i titoli, che per una sorta
di contrappasso – o per la sindrome da bastian contrario (anche e soprattutto
di se stesso) succitata – si stagliano fluviali.
Tanto per fare un esempio, Splendid In A Way And Especially Unseething
In Its Most Popular Format (per la cronaca, rumba per contrabbasso e piano),
oppure Hokum Bigboy Was Probably Not His Given Name, But Just To Make
Certain We Reaffilated (jazz scivoloso squarciato da stasi ritmiche e una trepida
tromba davisiana).
Tanto per ribadire il cerimoniale dei “dischi gemelli”, il numero
di tracce - ben diciannove – è identico a quello di Lull. Nello
specifico, due sono brani lunghi (i dieci minuti della mini-suite iniziale Spangle
Bib Of Radiant Value e i sette della già citata Hokum Bigboy)
e la maggior parte degli altri brevi se non brevissimi, schegge d’inquietudine
(Drink Ticket Trinket), d’improvvisa baldanza (la bossa di Expresso
Spills Specifiically On The Italian Truck Stop Tie, And For A Moment, Aids
In Its Re-Design), d’acredine (Ogle) e svagatezza meditabonda (Re-Envision
Stream Block And Then Fumble). Vale lo stesso discorso già fatto: consideratelo
pure un episodio trascurabile, ma tenete conto che, anche in questo caso
- forse soprattutto in questo caso - trattasi di un’entrata laterale,
e quindi un’entrata, allo struggente spettacolo del circo gelbiano.

Poi, avviene l’inaspettato. Ovvero: torna l’entità Giant
Sand con un disco nuovo di zecca. Un buon disco, dal titolo interrogativo: Is
All Over The Map? (Thrill Jockey, 2004)
Domanda (retorica) per domanda, ma il gigante di sabbia non si era dissolto
nella tormenta? Quel magico desertico cuor di leone non aveva smesso di
pulsare da un paio di anni a suon di strampalate cover?
Era stato lo stesso Gelb a dichiarare, come uno schiaffo all'improvviso,
l’estinzione del gruppo dopo quello stravagante ma non indispensabile
Cover Magazine, dimettendo un progetto non esattamente nel più convenzionale
dei modi, considerati anche i vent’anni di onorata carriera.
Probabilmente l’impossibilità di poter contare su due vecchi/giovani
compagni di avventure quali Convertino e Burns aveva convinto l’uomo
dalle camice di flanella impolverate a dare forfait; e anche se i Giant
Sand erano certamente Howe stesso, il cantautore, oramai legato quel nome
a un progetto allargato, aveva preferito cogliere quell’occasione
per rimettersi in gioco.
Non è il caso di stupirsi troppo: Howe è un tenero pazzoide,
non sai bene se più saggio o sbruffone, geniale o sciroccato, di
quelli senza casa ovunque ma con la casa sempre nel cuore.
Parafrasando Paolo Conte, qui è tutto raffazzonato, ma da professionisti.
La band che accompagna Gelb è la stessa già incontrata in The
Listener: validi strumentisti danesi quali Anders Pedersen, Thoger T. Lund
e Peter Dombernowsky (contrabbasso, lapsteel, batteria, percussioni, mandolino.)
che, assieme alla comparsata di amici quali Vic Chesnutt (perverso cerimoniere
in A Classico Reprise), l'ottima Scout Niblett (già al lavoro con Jason
Molina, qui nel nevrastenico country punk di Remote) e John Parish, rendono
il disco musicalmente piuttosto godibile, per metà sporco e energico
e per l’altra arioso e trasognato, vivo e vivace.
La magia del cantautore, intatta, sta ancora una volta nel sapersi circondare
di approssimazioni efficacissime, d’accostare timbri apparentemente
inadeguati (la storta acidità dell'assolo a squarciare la brumosa tenerezza
folk-blues di Classico ad esempio, oppure i ruggiti country rock in coda alla
già di per sé poco probabile french-rumba di Les Forcats
Innocents,
o lo spicchio di deserto in coda al mambo opalino di Napoli).
Magia, sì, e fragilità, il gigante che potrebbe polverizzarsi
da un momento all'altro, il mandala sparpagliato prima ancora d'averlo concluso:
come quando s'appoggia a strutture malferme portate a bella posta in superficie
(vedi la falsa partenza acida di NYC of Time, spazzata via da chitarrone folk-rock)
o quando scarta da uno stile dall'altro senza pulirsi le scarpe né cambiarsi
d'abito (dalle omeopatie caraibiche di Cracklin' Water - uscita in precedenza
solamente nella versione europea di Hisser - al frammento swing di Rag e al
country-boogie stecchito di Muss che va a spegnersi nel grembo di un piano
lunare).
Si può dire che Howe faccia di necessità virtù, inserendo
anche la mancanza di Burns e Convertino nel suo progetto di "ricostruzione
a distanza", che lo porta ad imbastire e diroccare un west giocattolo
in ogni angolo del mondo e dell'anima, vale a dire casa sua, con il suo immaginario
anche fanciullesco, con gli angoli senza sbocco e gli orizzonti sterminati,
con la voglia di fuggirne e le radici piantate fino al cuore del mondo. Quel
luogo in cui si stringono - senza mai incontrarsi davvero - coordinate che
definiscono l'uomo, i suoi legami, i ricordi, i rimpianti, le speranze.
Nella sua musica quindi l'esserci e il non esserci a un tempo, l'interferenza
continua del presente, dell'ora e qui che nega il sempre, della memoria che
sgomita, soccombe però resiste, mai quieta, però insopprimibile.

Sul palco più che su disco, Howe ti trascina nella propria confusione
mentale, te la confessa candidamente, obbligandoti ad accettarla così come
lui l’ha da tempo accettata. Il suo mescolare cover di canzoni lontane
mille chilometri, Goldfrapp e Neil Young, Black
Sabbath e Johnny
Cash, gli X e PJ Harvey, Sonny Bono e Nick Cave, Madonna e Tom
Waits… E, magicamente,
di ognuna accendere la malizia nascosta, la stilla di magia. Nonostante. La
schizofrenia stilistica è Gelb stesso, la sua ossessione.
Ogni disco, ogni concerto, sono una rappresentazione di Howe, punti di
convergenza su una mappa senza confini. Quel cercarsi continuo, forzando
le strutture delle canzoni-ricordi fin quasi a stravolgerne l’essenza, è l’unico
messaggio trasmissibile da un individuo che fatica a riconoscere i limiti
della propria patologia, i cui sintomi sono un gesto senza posa: ascoltare.
E, in esso, come fosse la stessa cosa, vivere.
Il Gelb maturo fa questo con una franchezza cupa e gioiosa, si mette in
gioco fin nell’intimità, coinvolgendo tutta la propria esistenza
nel “momento” artistico. La differenza è che oggi, o meglio
dalla morte di Rainer in avanti, diradato il polverone del balletto di forme
e sostanza, l’entusiasmo folle e scellerato del giovane rocker è stato
rimpiazzato da un disincanto senza requie.
Allo stesso tempo, è ancora un gioco, una cortina fumogena, uno schermo,
lo scudo che ripara dalle badilate di una memoria crudele. E forse questo
spiega tutto, sì. Non ci sarebbe bisogno d’altro. Di Gelb, del
suo songwriting sublime e sgangherato, invece sì.
| Autore | Album | Etichetta | EB | SS |
|---|---|---|---|---|
| Band Of Blacky Ranchette | Still Lookin’ Good To Me | Thrill Jockey / Wide | 6.7 | 6.4 |
| Caleixco | Even My Sure Things Fall Through | Quarterstick | 6.5 | |
| Calexico | Road Map | Our Soil, Our Strength | 4.5 | |
| Calexico | Aerocalexico | Our Soil, Our Strength | 6.7 | 6.6 |
| Calexico | Feast Of Wire | City Slang / Wide | 5.0 | 6.1 |
| Calexico | Hot Rail | City Slang / Wide | 6.5 | 6.8 |
| Calexico | Scraping | Our Soil, Our Strength | 5.5 | |
| Calexico | The Black Light | City Slang / Wide | 8.0 | 7.6 |
| Calexico | Spoke | Quarterstick | 6.8 | 6.9 |
| Calexico | Travelall | Our Soil, Our Strength | 5.0 | |
| Friends Of Dean Martinez | The Shadow Of Your Smile | Sub Pop | 6.5 | |
| Friends Of Dean Martinez | A Place In The Sun | Knitting Factory | 6.5 | 6.5 |
| Gelb Howe | The Listener | Thrill Jockey / Wide | 6.0 | 7.1 |
| Gelb Howe | Lull Some Piano | Ow Om | 5.0 | 6.1 |
| Gelb Howe | Dreaded Brown Recluse | Houses In Motion | 6.3 | 6.1 |
| Gelb Howe | Hisser | V2 | 7.0 | 7.6 |
| Gelb Howe | Confluence | Thrill Jockey / Wide | 7.0 | 7.1 |
| Gelb Howe | Down Home 2000 | Ow Om | 6.8 | 6.4 |
| Gelb Howe | Ogle Some Piano | Ow Om | 6.2 | 6.4 |
| Gian Sand | Chore Of Enchantment | Thrill Jockey / Wide | 8.2 | 8.4 |
| Giant Sand | Ramp | Rough Trade | 6.5 | 6.2 |
| Giant Sand | Center Of The Universe | Brake Out | 4.5 | 5.5 |
| Giant Sand | Cover Magazine | Thrill Jockey / Wide | 6.5 | 6.2 |
| Giant Sand | Swerve | Demon | 7.0 | 6.6 |
| Giant Sand | Purge & Slouch | Brake Out | 6.5 | 6.2 |
| Giant Sand | Long Stem Rant | Demon | 7.0 | 7.2 |
| Giant Sand | Glum | Imago | 7.2 | 6.8 |
| Giant Sand | Is All Over The Map? | Thrill Jockey / Wide | 6.8 | 6.6 |
| Giant Sand | The Love Songs | Demon | 6.3 | 5.9 |
| Giant Sand | Storm | Demon | 6.0 | 6.4 |
| Giant Sand | Ballad Of A Thin Line Man | Zippo | 7.0 | 6.8 |
| Giant Sand | Valley Of Rain | Zippo | 6.5 | 7.1 |
| Giant Sand | Rock Opera Years | Ow Om | 7.3 | 6.9 |
| OP8 | Slush | Thirsty Ear | 7.3 | 7.6 |
Difficile pensare ad una location più adatta di Alberobello per il concerto dei Calexico, band e cerchia di talenti fuori-classe che a partire dal nome (quello dell'ex-confine tra Stati Uniti e Messico) suona come la voce di fantasmi nati dalla pietra e dalla calura di un Sud con la lettera maiuscola. Inun certo senso, si potrebbe dire che le sonorità della band fanno da testimonianza immanente di un altrove portato dentro e fuori, nell'anima quanto nell'arredo di palco e negli strumenti dei sei componenti della band: per dirne una, si fa fatica a non lasciarsi ipnotizzare dalla corda (meravigliosamente kitsch ed adeguata) di peperoncini luminosi arrotolata attorno al microfono centrale, intercapedine neppure troppo fuori luogo tra l'immaginario evocato e la melodia percepita.
Sullo stage si distribuiscono anzitutto i due elementi di spicco: un John Convertino solo formalmente in quinta, dietro la batteria, molle nella pelle bronzea che ne rivela le origini italiane cui Joey Burns - voce e chitarra - fa esplicitamente riferimento durante un intermezzo tra i pezzi; per il resto, sotto gli occhi compaiono una nutrita schiera di chitarre hawaiane, acustiche, jazz ed elettriche, due trombe, un accordion, maracas a profusione e uno xilofono strimpellati, soffiati, accarezzati o agitati a turno dagli altri quattro membri del gruppo. Il suono è pieno, penetrante, tondo: decisamente coinvolgente nei momenti migliori di un live che, idealmente, tenderebbe ad alzare oltremodo le aspettative (vista la straordinaria qualità delle registrazioni di studio) ma, praticamente, finisce per essere appesantito dalle scelte di scaletta.
I Calexico, in effetti, pescano nelle zone più rock e meno avantpop del loro repertorio (fatta eccezione per El Picador e Minas Cobre), dedicandosi estesamente alla prom