
Ormai autentica istituzione del rock indipendente, i Karate hanno nel tempo riscosso poca simpatia negli ascoltatori più affamati di novità, guadagnandosi per contro una discreta tribù di aficionados, come sempre capita a quelle realtà che in questo ambiente mettono al primo posto “l’onestà” (vedi Motorpsycho e dEUS).
Strada facendo sono riusciti anche a proporre album in grado di trascendere la cerchia dei loro fedeli, come In Place Of Real Inside (Southern; 1997) ma da un po’ di tempo a questa parte pare che Geoff Farina e soci si siano prefissi un insolito obiettivo: ricercare la perfezione della medietà, parola questa che alle loro orecchie probabilmente suona come “raffinatezza” e “professionalità” ma che sulle papille di chi scrive ha lo stesso effetto dell’acqua minerale.
Surreale si fa dunque il confronto con i testi insolitamente engagè di quest’ultima fatica (The State I’m In, Cacophony, Tow Truck), intrisi di vissuto e di riferimenti alle vicissitudini patite dai militanti dei movimenti radicali afroamericani. Pensando alla vivacità musicale che da sempre ha accompagnato questi temi (dall’epopea della blaxploitation fino ai nerboruti slogan dei Rage Against The Machine, ma anche alla dolcezza comunque ricca di una Nina Simone) non si può non essere colpiti dallo scarto con il soft-jazz-rock in odor di Steely Dan (nella dovuta veste indie che il marchio Southern richiede) che i Karate suonano con l’energia di un dopolavoro.
“Borghese” è lo scomodo aggettivo che spunta sulle labbra dopo aver sbirciato in Pockets. Il disco non è poi così sgradevole come questa parola lascia ad intendere, scorre liscio senza intoppi e Cacophony e Concrete, che si avvalgono del mestiere di Chris Brokaw, presentano un indubbio valore aggiunto che lascia un buon ricordo dopo l’ascolto. Ma quest’idea di mediocrità deliberata, emersa già ai tempi di Unsolved (Southern; 2000) e giunta al suo fondo in questo album, rende insostenibilmente faticoso inserire il cd nel lettore una volta ancora… (5.5/10)

L’uso sapiente dell’intimismo, tale da eludere l’effettismo, è dote rara. La stilematica wave imperante tra Ottanta e Novanta è stata sovente incriminata d’abbasire la sensualità dei suoni puri, dei ritmi corporei, dell’immediatezza del graffio e della ruvidità introspettiva. Una manciata di cover, per poco più di una ventina di minuti di musica ce n’ammonisce, coi suoi accordi blues emaciati, ruvidi, filtrati con personalità ed essenzialità.
I Karate di Geoff Farina eleggono quale minimo comun denominatore del percorso tematico intrapreso, la massa critica di canzoni apparentemente atomizzate, isolate, come Strange Fruit, il classico di Billie Holiday, recuperato con ispirazione ed espressività depressiva. Ma Karate è, alternativamente, cimento indefesso, come mostra la scrittura monca e dopaminica con cui rileggono alcuni strali di Mike Watts (The only minority, Bob Dylan wrote propaganda songs, This ain't no picnic e Colors); altrove, nel minimalismo regalato a Dylan di Tears Of Rage, semplificazione e pastiche oppure adesività e rispetto, nel coevolvente feeling intrudente tra la chitarra di Farina e lo stilema Beefeater. L’anelito esistenzialista si concreta con l’asfissia di una strategia vocale attendista in A new Jerusalem, dell’irrinunciabile Mark Hollis con cui, significativamente, cala il sipario delle opportunità.
Sebbene la varietà delle tracce del mini solletichi orizzonti disomogenei, lo sguardo sereno della band si veste, come in una seconda pelle, di delicate sfumature di drammatismo, trattenuto per dispiegarlo aiutandosi con la tachicardia sottopelle di un basso compulsivo.
Ogni canzone possiede un suo feeling naturale, adattivo e periglioso assieme, cucinata con garbo incisivo, piglio lo-fi, misura ed ispirazione, privilegi che preludono ad una maturità artistica accelerata. Colpiscono, inoltre, l’impeccabile gestione dello strumento, la capacità nell’elaborazione di progetti sonori derivati, eppur costruttivi, il talento ermeneutico e, si presume di evincere, la disponibilità intrinseca alla consulenza della scrittura/partitura. I risultati limano il concetto d’appartenenza e smerigliano acrimonie sull’inetichettabilità dell’arte.
Anche i Karate (seguendo l’esempio di Sonic Youth, Low, Black Heart Procession ed altri) vengono intercettati dalla collana olandese In The Fishtank - distribuita dalla Konkurrent - la cui originalità consiste nel consegnare chiavi in mano e per due giorni (dicesi 48 ore!) gli studi di Amsterdam alle bands che ne facciano richiesta, di modo che ne scaturisca freschezza ed essenzialità. Ma i Karate possiedono una vena malinconica che, seppure trapeli autoreferenzialità, è mondata con radicalità ed autorità, il cui percorso non dispera di riassurgere, introspettivamente, a codificazione di un’intonsa neo post-wave, resuscitando inedite applicazioni per traiettorie inviolate alla faccia dell’impossibilità, accademicamente pretesa, che il rock debba stagnare, eternamente circolare. (6.9/10)

Ormai, da quando ha lasciato i Karate, Geoff Farina lo si vede un po’ dappertutto. Dopo la partecipazione al progetto “romanocentrico” Ardecore e l’ambizioso trio New Salt, il chitarrista americano si chiude in camera e registra un ep da ascoltare tutto d’un fiato.
Solo con il suo strumento, Farina dimostra di non essere male neanche in veste di cantautore. Already Told You non è altro che un piccolo divertissement di quattro brani, che fa della sua brevità un grande pregio. In soli dieci minuti il Nostro riesce a infilare una ballata bohèmienne (Femmes Demnees), echi di bossa nova (Kin Of Carbons), un brillante blues (Molasses To Rum) e una sorta di canzone d’amore al rovescio (Already Told You).
L’uso di armonizzazioni più vicine al jazz che al rock dona carattere a una formula (quella della “canzone da cameretta”) troppo spesso associata alla semplicità armonico-melodica e ne giustifica, in parte, l’attenzione anche di chi non è interessato ai soliti pastrocchi neo-folk.
Un intero disco suonato in questo modo probabilmente non lo reggerebbe neanche il fan più sfegatato e feticista dei Karate e nessuno (speriamo!) si augura che sia questo l’orientamento del futuro Farina. Eppure è già la quarta volta di seguito che ascolto questo ep. La brevità ha anche questo vantaggio. (6.5/10)

Dopo quasi quindici anni di carriera discografica – Karate, Secret Stars e solista –, dopo aver partecipato a moltissimi progetti altrui, non ultimo quello dei nostrani Ardecore, Geoff Farina si affaccia sul 2008 con una creatura nuova di zecca: i Glorytellers. Formazione messa su insieme al suo amico batterista di sempre Gavin McCarthy, più altri protagonisti della scena post-rock statunitense. Cosa aspettarci stavolta, dopo che il Nostro ha già pienamente dimostrato il suo talento compositivo svariando in generi musicali più disparati? La risposta è: niente. Assolutamente niente. Questo nuovo progetto non apporta nessuna significativa modifica a quanto fatto da Farina in tutti questi anni. Ma ciò non deve essere intrapreso come una nota negativa. Assolutamente no. Perché ciò che ci ha sempre fatto parlar bene dell’unica cintura nera del panorama indie internazionale è la caratura qualitativa delle sue canzoni, il piacere d’ascolto che ne scaturisce, a parte qualche piccolo incidente di percorso avvenuto negli ultimi Karate.
E quest’album non ne rappresenta certo un’eccezione. Si avvicina, forse più di ogni altro suo progetto, alla tradizione folk americana. E lo fa in maniera impeccabile. Certo qua e là sono rintracciabili richiami al passato più o meno recente: le fughe post-rock dei primi Karate (Quarantine), il folk scarno e malinconico dei Secret Stars (Tears Of...) e le derive jazz degli ultimi periodi (Anonymous). Ma nell’insieme Glorytellers resta un buon album in puro stampo cantautoriale folk blues, segnato immancabilmente da quell’inconfondibile incedere chitarristico del Nostro. Le canzoni, che superano raramente i quattro minuti di durata, sono tutte ballads caratterizzate dal tono sommesso e malinconico del cantato, senza mai perdersi in code strumentali fine a se stesse. Su tutte da segnalare le bellissime Pry e Perennials, poste in chiusura, e un omaggio al Bel Paese con Trovato Suono, per metà cantata in italiano. Insomma è sempre una bella sensazione lasciarsi rapire da questo cantastorie, stavolta addirittura “glorioso”. (6.8/10)