
Il piacere della distorsione, del suono manipolato e filtrato all’inverosimile. Riempirsi le orecchie di rumori e colmarsi la testa di conseguenza. Andrew Hung e Benjamin John Power fanno d’echeggi, di risonanze stridule, strepitanti, chiassose il loro campogiochi. Duo inglese, Bristol loro città di provenienza e “attestato di qualità” ma con noise americano (Butthole Surfers) e sperimentazione giapponese (Boredoms, Melt Banana) ben chiari in testa, i Fuck Buttons s’accostano notevolmente ai Black Dice degli esordi: sembrano aver raccolto quanto il gruppo newyorchese ha lasciato per strada dopo Beaches & Canyons. Si perdono negli echi, nella sovrapposizione di tracce elettriche ed elettroniche, abbandonano a loro stesse due tastiere per poi mutarle, alterarle, stravolgere sin nei minimi particolari. In poche parole, drone al servizio dell’elettronica. Street Horrrsing, loro primo lp, è difficilmente digeribile: è crudo, tormentoso, quasi inumano, ma gode del gran pregio del raggiungimento di una quadratura al termine del tutto. Insomma squarta, massacra, lancina l’udito, ma, allo scoccare del 53° minuto (alla conclusione del disco) ci si ritrova assuefatti, drogati da tanta crudeltà in note, da tutto ciò che i due han messo dentro: psichedelia, drone, sintetizzatori a piede libero, voci strazianti e ritmica battente. Il debutto di Sweet Love For Placet Earth inganna: un carezzevole delay di piano sembra condurre in un mondo estatico, il rincorrersi di note tranquillizza, sognante.
Ma piuttosto che raggiungere l’etereo, il brano trascolora nel buio: una distorsione cambia l’orizzonte, adombra. Sintetizzatori e voci crude ed aspre conquistano la scena dominando gli altri elementi. Melodia e rumore, melodia contro rumore, il duello efferato che si consuma lungo tutto Street Horrsing. Il ritmo prova a farsi spazio, pulsante, cavernoso, nella successiva Ribs Out, ma non ci si allontana dalle profondità in cui si è scesi. Un ipnotico e lancinante eco industriale percorre tutta Okay, Let’s Talk About Magic. Fino a quando le ritmiche tornano a tracciare forme, a dar vita ad una immaginaria catena di montaggio: nastro, pressa, saldatura… è lamiera che muta, cambia forma. La scia industrial si ripercuote anche sulle successive tracce. Accompagnata da aspra voce indecifrabile Okay, Let’s Talk About Magic si protrae per dieci minuti sino a incastrarsi in Race You To My Redroom - Spirit rise. Distorsione, ancora e ancora. Anche quando le cose sembrano “mettersi per il meglio”, e la quieta Bright Tomorrow regala questa sensazione, c’è sempre in agguato l’alter ego. L’opposto truce, inumano. Risvegliano una recondita parte dell’anima i Fuck Buttons, danno voce all’occulto, all’abbandonato. Ciò che forse s’era dimenticato, coperto da strati di mollezza; una crudeltà latente rianimata dagli esperimenti messi in scena dal duo. Come creatura riportata in vita. (7.8/10)
Ammetto che nutrivo modeste aspettative riguardo la serata, vuoi per la tipica staticità live dei progetti non propriamente suonati, vuoi perché qualche sera prima i Growing non ci avevano regalato emozioni degne di nota.
Invece, sin dall'apertura di Sweet Love For Planet Earth, l'atmosfera si scioglie nel minimalismo di un drone-carillon, su cui si innesta un ossessivo crescendo ambient-noise, con gli Stars Of The Lid a rinvenire tra le braccia di Merzbow. Andrew Hung ha quasi tutto l'armamentario "manipolatorio" nella più classica delle valigie della nonna, e dalle parti di Benjamin Power c'è un registratore fisher-price il cui microfono viene letteralmente masticato in uno screaming che crea un effetto-Gowns, se mai Erika Anderson decidesse di avvicinarsi al genere.
I Nostri sono uno davanti all'altro, occhi vs occhi, e sembrano mimare la lotta tra la materia sonora armonica, liquida e granulare contro quella ritmica, nera e ancestrale. E in Ribes Out cassa e loop vocali creano l' atmosfera per un rituale propiziatorio dei 2000 e oltre, come degli Animal Collective al grado zero del linguaggio.
Scariche di shoegaze caustico, strascichi ambientali e l'ombra dei club londinesi, sconfessata da un'attitudine hardcore. E infine i lunghi pitch polifonici di Okay Let's Talk About Magic e, a seguire, Race You To My Bedroom/Spirit Rise, monolito ambient cupissimo, che segna l'apice dell'ascesi sonora. Bright Tomorrow conferma fino all'ultimo la scaletta del disco e ci porta dalle parti di Nathan Fake.
Un happening catartico, stasera al Circolo, si chiedono i bis, ma parte subito una playlist. Si va via consci che tra un anno, probabilmente, il pubblico dei Fuck Buttons sarà quadruplicato.