
I Frightened Rabbit sono un trio e vengono da Glasgow come i Mogwai e i Belle And Sebastian, ma non c’entrano assolutamente nulla con loro, anzi. I Nostri fanno indie rock, di quello puro e diretto senza troppe declinazioni o fronzoli.
The Greys inizia in pompa magna crescendo sempre di più in mood con un salire di chitarra che ricorda molto alcuni passati Sebadoh e anche nella voce Scott rimanda notevolmente a quella di un Lou Barlow. Music Now è un mid tempo umorale molto alla The Wrens, mentre Go-Go Girls è in qualche modo assonante ad una maniera di elargire rock simile a quella di certi ultimi Oneida con una venatura di pop scherzoso in mezzo (forse il pezzo migliore). Il singolo Be Less Rude ha un fraseggiare leggiadramente Sonic Youth senza ombrature noise o chitarrismi manieristici e con inserti di tastierine trasparenti e leggere che ben rendono l’atmosfera in che di trasognante. Yawns è quasi sussurrata, mentre Behave tenta strade diverse per un pezzo comandato da un’acustica e da un’atmosfera malinconica e sofficemente folk rock, disturbata da un basso distorto e sta a Square 9 tracciare un altro tragitto per un crescendo fragoroso e mai invadente di tastiere e di chitarra.
Questo debutto mostra un gruppo fresco che sa applicare alla forma classica dell’indie rock idee interessanti e sa trasfigurare al meglio canovacci ultranoti in scenari stimolanti; mancano le zampate che lasciano veramente il segno, ma forse, se son fiori, fioriranno. (6.4/10)

Neanche sei mesi sono passati dalla pubblicazione/ristampa del debutto dei Frightened Rabbit, Sings The Greys (uscito nel 2006 per Hit The Fan), che la Fat Cat, sfruttando il clamore positivo scaturito da esso, dà alla luce il suo seguito, The Midnight Organ Fight. Questa impazienza la dice lunga su quanto la casa discografica punti molto su questo trio scozzese. E come darle torto quando le quattordici nuove canzoni confermano e migliorano quanto di buono era già emerso dall’esordio. Se in questo era una più improvvisata ma convincente frenesia adolescenziale a dettare il passo, incline a certo emo versante Braid e intrecciata al tipico indierock a cavallo del 1990 (Sebadoh, per intenderci), in The Midnight Organ Fight tutto ciò viene un poco arginato a favore di una relativa originalità raggiunta. Tutte i brani prendono le mosse da un bislacco folk acustico dalla ritmica incalzante e ripetitiva su cui un crescendo elettrico, impreziosito da fiati e tastiere, va ad aggiungersi claustrofobico. Ma è la componente vocale, che richiama alla memoria addirittura i Counting Crows, a donare profondità e ariosità al tutto. Quindi, quell’urgenza emozionale del primo album non viene abbandonata, ma viene in parte sacrificata a beneficio del risultato finale: episodi come The Modern Leper, Fast Blood e Keep Yourself Warm sono ottimi esempi di contagiosa vivacità trasognante. C’è da aggiungere che alla lunga l’album si sovraccarica risultando fin troppo ripetitivo, ma siamo sicuri che alla terza fatica riusciranno a sopperire anche a questo. (6.7/10)