Che ragazza curiosa. Lo sguardo torvo e ammiccante, da amorevole disadattata. Il piglio di chi a trent'anni non è ancora riuscito a mettersi il cuore in pace, ad accettare che è nata in Svezia e non - per dire - negli USA. A New York, magari. Nella cuspide tra i sessanta e gli ottanta, magari. Quando il pianoforte e un'anima contesa tra pop, jazz e soul innescavano sogni da palcoscenico. Da qualche parte tra Laura Nyro e Saranno Famosi, certo, perché no? Perché no: sono gli impietosi anni duemila, sbatti la testa con la dura realtà dell'indie, ed è una partita che devi giocare al meglio, sapendo di doverne mangiare tanta, di polvere. Ma davvero: che ragazza curiosa.


Esordisce quasi trentenne la svedese Frida Hyvönen, che Secretly Canadian - dopo averla adottata - ha ben pensato di spedire in tour assieme ad un altro runner della scuderia, il mai troppo amato Jens Lekman. Pare che i due abbiano stabilito fin da subito un’eccellente intesa, chissà che non ne maturino succosi frutti. Intanto, c'è il disco di lei, Until Death Comes, uscito in Svezia nel 2005 targato Licking Fingers (l'etichetta dei Concretes) diventando un piccolo fenomeno commerciale. Non si fatica a capirne il motivo: immaginatevi una femminilità struggente e lunatica, capace di tenerezza e guizzi selvatici, una voce che staziona a metà strada tra Laura Nyro e Carole King, un pianoforte ad imbastire marcette ossute e birbanti, quasi fossero reminiscenze Tin Pan Alley sulle quali il canto s’incendia a sussurri, a sussulti, a ondate (vedi su tutte l'intensa You Never Got Me Right).
Aspetta un attimo: Stoccolma, stato del New Jersey? Broadway sul Baltico? Che accade? Boh. Fatto sta che l'illusione prospettica si compie, il fascino per la Grande Mela s'incarna appieno nella fiabesca apprensione di N.Y., mentre I Drive My Friend e Once I Was A Serene Teenaged Child mettono in scena crucci esistenziali con asciutta sensibilità metropolitana. E ciò non vi basti, perché sul piatto della bilancia vanno aggiunti la disinvoltura errebì di Come Another Night (tromba, coretti, clap-hands), il vaudeville acidulo di The Modern (con curioso siparietto di lap-steel guitar nel finale) e lo spaesamento jazzy di Today, Tuesday (dall’amniotica angoscia seventies). Il bello è che accade molto e sembra poco. Chissà cosa cova sotto quei teatrini minimali, chissà quali ferite e lenitivi dietro gli andazzi sbarazzini d'organo e nella fosca profondità della voce (Djuna!), chissà quanta vita vera nei seducenti enigmi (Valerie) e nelle flemmatiche rievocazioni (Straight Thin Line).
Cocciutamente demodé al punto da calcare una vivida post-modernità, Frida Hyvönen è un altro nome da segnare sul taccuino. (7.1/10)

No, non è una ragazza come le altre. Non il fenomeno indie che brucia il quarto d'ora e poi vivacchia sui tizzoni della effimera notorietà (finché dura). La brava Frida è una che si è data e si dà un gran daffare, perché la fiamma ce l'ha dentro. Ed è - attenzione - una fiamma domata. Nel caso di questo Pudel, ci viene data la possibilità di scorgere un di lei ulteriore prezioso aspetto. Dieci tracce (in realtà otto più due suggestivi ma impalpabili intro/outro) concepite per l'omonimo spettacolo di danza del coreografo Dorte Olsen, del quale nulla mi è dato sapere se non appunto l'afflato malinconico, l'autunnale languore, la bramosa apprensione che trasuda dalle melodie. Opportunamente arrangiate per "piccola orchestra", ovvero gli archi dell'Amanda Quartet, la tromba, il contrabbasso, il clarinetto, la fisarmonica e la tuba suonati dal bravo Bebe Risenfors più - naturalmente - il piano e la voce della nostra cara svedesina.
Che non scorda di scomodare i languori soul d’inizio Seventies, tipo la stupefatta mestizia di Came A Storm (lo Young più etereo allietato da una seriosa Carole King) o il mesto struggimento di Fall Is My Lover (tra l’immancabile Laura Nyro e la Kate Bush di The Man With The Child In His Eyes). Però s’incarica altresì d’imbastire marcette mitteleuropee che masticano swing brumoso (Cricket) e indefinibili angosce (New Messiah), oppure valzerini ora nostalgici (quella specie di apocrifo Tori Amos che risponde al nome di See How Came Into Town) e ora febbrili (il frizzante fatalismo di Oh! Oh!).
Senti che la sua voce acquista al bisogno una carnosa sfrangiatezza, la osservi disimpegnarsi tra i tremori e le apprensioni di This Night I Recall You, in quella complessa convergenza di stilemi colti e pop da sembrare i Suede di The 2 Of Us tolti i cascami glam, e allora capisci che c’è dell’altro, che verranno tempo ed occasioni per farsi rapire ancora da Frida, con diverse incalcolabili modalità. Non vediamo l’ora. (7.1/10)