

Con noncuranza e solenne leggerezza, Battiato si perpetua. Spendendo pulviscoli di genio della montagna che (forse) possiede, spacciando per mestiere un'ispirazione che a momenti sbigottisce e talora disarma. Di questi momenti, Dieci Stratagemmi ne propone alcuni.
Chitarre e synth, polluzioni elettroniche, cori a perpendicolo, la dinamica palpitante e sinuosa degli archi, e quei testi che mirano l'assoluto sfiorando il banale, alternando le stoppose solennità del sodale Sgalambro con squarci d'inglese mimetico (così che la contro-polemica di I'm that non suoni troppo diretta, poste oltretutto le frasi decisive - in risposta a chi gli aveva criticato la partecipazione ad un festival della destra - in bocca a Cristina dei Lacuna Coil): tutto questo è il Battiato d'oggi, un signore più o meno tranquillo, condannato ad una imprendibile informalità, l'aspetto da professore svampito, l'espressione di chi ti confessa in ogni istante la trascurabile pregnanza della propria opera, da prendersi quindi col giusto dosaggio di trasporto e ironia.
D'altronde, da anni va dichiarando che con la musica "leggera" lavora al di sotto delle proprie possibilità, e con quella "colta" al di sopra, sempre in cerca insomma del famigerato centro di gravità permanente. Anche col cinema, più o meno lo stesso discorso. Ok, ci sarebbe da divagare, ma non è il caso. Torniamo a questo disco, che è buono, probabilmente il migliore dell'era Sony dopo L'Imboscata. Si presenta fin da subito nel segno di un'immediatezza prorompente, acida e giocosa insieme, equidistante dalla spiritualità austera dei cammelli nelle grondaie e dai cascami pop-wave di Fisiognomica.
Rubricato il singolo Tra sesso e castità, in cui il mestiere di cui sopra si delinea con ammiccante geometria (tipico arabesco di tastiera, tappeto d'archi meditativi, enfasi di chitarra elettrica nel chorus), il programma spiana una strategia piuttosto azzeccata di brani d'atmosfera e impertinenze "sperimentali", fa cioè proprio quello che ci si attende, più qualche briciola d'imprevisto.
Se difatti gli acquarelli jap di Le aquile non volano a stormi ed il languido incedere di Fortezza Bastiani disegnano fascinosi seppur consueti esotismi attorno ad amarezze socio-esistenziali (da questo punto di vista, è uno dei lavori più "impegnati" dai tempi di Povera Patria), l'allarmante Ermeneutica (singulti ritmici, tastierina isterica, atonalità spigolose, watt brucianti, invettiva e tormento) e la tesa 23 coppie di cromosomi (fauna impressionista digitale vagamente Bjork - periodo Post - con trasalimento di watt nel bridge) ostentano propensioni "avant" se non geniali quantomeno sbrigliate.
Che poi il lato ascetico e quello giocoso si fronteggino a poca distanza, fa parte di un gioco voluto in cui le parti si scambiano furtivi segnali d'intesa, tanto che l'austerità della conclusiva La porta dello spavento supremo (con trepida intro di Sgalambro) potrebbe celare in filigrana un humour disincantato ed esorcizzante, mentre lo scherzo dance Apparenza e realtà (architettato assieme ai gloriosi Krisma) tradisce nella cura del dettaglio (il lavoro puntiglioso della chitarra, le sincopi che scavano inquietudine nei versi, la vaporosità radioattiva delle voci...) la voglia di confrontarsi "da professionisti" con la materia.
Tirando le fila, i due momenti migliori sono a mio avviso Odore di polvere da sparo (per la fragranza pop che si divora l'epica, riappropriandosi così di uno stile divenuto nel frattempo peculiare di Max Gazzè) e Conforto alla vita (per la sontuosa disinvoltura con cui stempera tramestio glitch e mantici d'archi, per le angosce "da camera" sbilanciate in una visione ipermoderna), emblematici d'un disco che si gioca in anticipo la carta della medietà dignitosa.
Non so voi, ma è allo stesso tempo il minimo e il massimo che mi aspettavo da Franco Battiato. Cioè, va bene così, e alla prossima. (6.8/10)

Per quel che mi riguarda, da Battiato ormai non mi aspetto altro che un pizzico di autentica trepidazione. Della confezione non mi preoccupo, il cantautore siciliano ci ha abituati a trattare il suono con una padronanza e una peculiarità che ha pochi uguali in ambito nazionale. Prendete la title track: electro funk wave melodicamente bolso però tutta una giustapposizione di trovate, strati di riff di synth e chitarre, archi e cori ectoplasmatici, una "profondità superficiale" organica a quell'idea di avanguardia leggera che Battiato persegue dal Cinghiale Bianco in avanti.
E' un gioco, e va accettato. Anche in questo Il Vuoto, album d'inediti numero ventitré (se non erro), il mestiere viene tranquillamente ostentato. E' parte integrante della strategia pop, così come il ricorso ai riferimenti colti (il Tolstoj riadattato nel lieder - piuttosto stucchevole - di Era l'inizio della primavera) e gli esausti scorci filosofici (nel solenne didascalismo electro soul di Niente è come sembra, nella vaporosa Io chi sono?). Non si ravvisano grandi intuizioni melodiche, né particolari sorprese, ma non occorrono. Neppure stupisce la scelta dei compagni di viaggio, da una parte la fastosa Royal Philarmonic Orchestra e dall'altra due giovani rock band (gli indie rockers padovani FSC e le dark sardo-londinesi MAB). Oltre all'immancabile Sgalambro, ma che ve lo dico a fare.
Post moderno per elezione, Battiato finisce inevitabilmente per riarticolare se stesso: va a prendersi un Cafè de la Paix tra Fleurs avvizziti (I giorni della monotonia), conduce il Cammello tra le sensuali nostalgie di Fisiognomica (Tiepido aprile), aizza palpitanti imboscate su spiagge solitarie (Aspettando l'estate). Siccome lo fa con un certo talento, non c'è proprio nulla da eccepire. E quella trepidazione che andavo cercando? In effetti, c'è. Ad esempio nella conclusiva Stati di gioia, quando una she loves you dal juke box della memoria scompagina la trafelata allure avant-prog aprendo scenari psych assorti, immersi in una caligine impalpabile. Se sia autentica o meno, beh, non è per nulla importante. Davvero. (6.6/10)