C’è una strada che conduce dalle sale da concerto ai dancefloor. E’ quella percorsa da Francesco Tristano in Not For Piano, con immensa classe ed impavido sprezzo del pericolo. Perché non è detto che su quella stessa strada si possa poi effettuare il percorso inverso, perché non sempre ogni istante di riposo è via all’inverso. C’è un amore sconfinato per la musica in tutte le sue forme. C’è la sagoma di un giovane pianista chino su una tastiera. Ci sono confini che non sono più confini e valichi che ora è possibile riattraversare.

La classica. Nel 2006 il pianista extraordinarie Francesco Tristano Schlimé (Lussemburgo, 1981) incideva su disco il Concerto in Sol di Maurice Ravel e il Concerto Per Piano n. 5 di Sergei Prokof'ev (Pentatone Classics, 2006). Il suo nome non era certo nuovo ai frequentatori abituali della classica, dato che a soli venti anni Tristano si era cimentato con successo nell’interpretazione delle Variazioni Goldberg (Accord, 2002); a ventuno aveva registrato con The New Bach Players i Concerti per Clavicembalo di Bach (Accord, 2002); e in seguito donato nuova risonanza ad alcune pagine meno note del repertorio di Luciano Berio (penso alle Six Encores), ché del maestro ligure il giovane talento aveva registrato nel 2005 l’integrale per piano (Sisyphe, 2005). Ma quel disco, oltre a contenere l’eccellente lettura dei concerti per piano di Ravel e Prokof'ev, era il primo in cui poter ascoltare tre improvvisazioni composte dal pianista e ispirate ai due concerti. Sebbene nelle note esplicative del booklet venisse precisato che, a rigore, nessuna improvvisazione andrebbe registrata - perché vive solo nel e del momento in cui viene eseguita -, e sebbene l’artista non fosse certo nuovo alla composizione, era la prima volta che accadeva su disco. L’esigente uditorio della musica classica prendeva semplicemente atto.
La dance. Sempre nel 2006, alla fine dell’anno, un brano si infiltrava con insistenza tra le frequenze di certe radio. Sembrava Strings Of Life, il brano Detroit techno par excellence, quello portato al successo da Derrick May nel 1987, ma non si trattava esattamente di Strings Of Life. Perché a condurre il ritmo incalzante, quello sì riconoscibile, era un pianoforte suonato divinamente. Da Chico, come lo chiamano gli amici. Ad accorgersi di lui, stavolta, il pubblico danzante a ritmo di techno e house - e i dj, che nei bag ospitavano fieri almeno una copia di quel 12 pollici arricchito dai remix di Kiki ed Apparat (Infiné Music, 2006) - entrambi del giro BPitch Control, a completo agio con la sintassi della club culture il primo, leggermente più rispettoso della rivisitazione di Tristano, il secondo.
Il jazz. Pur rivolgendo un orecchio distratto al particolare approccio alla tastiera di Tristano, non è difficile realizzare di essere al cospetto anche di un pianista jazz. “Il jazz è morto, decretava quando avevo 12 anni, un eminente jazzista, mio vecchio maestro”, scrive Tristano, “una frase che da allora non ha fatto che ossessionarmi”. E ancora: “Il jazz non ha mai cessato di reinventarsi ed è tutt’oggi capace di incorporare altri generi musicali, compresi quelli che ha contribuito a far nascere. Basterà tutto questo a procrastinarne la morte?”. La risposta, le risposte a questo interrogativo stanno tutte negli innumerevoli progetti che Chico tiene in vita sin da adolescente in ambito jazz-improv. Da solista, o con un’altra promessa del pianoforte, il libanese Rami Khalifé (nel duo Aufgang e nel collettivo dell’Aufgang Extended); con il trio Out Of Focus (Aaron Brown, violino e Kyle Sanna, chitarra), che, stanziato a New York, accosta a quello del jazz acustico il linguaggio della World Music (e del samba, da quando il percussionista Raimnudo Penaforte è della partita); e, ancora, dialogando con la musica orientale grazie all’esperienza Triologues - un confronto con il contrabbasso di Jean-Daniel Hégé e le percussioni giapponesi di Haruka Fujii.
Il samba, e alcune considerazioni. L’ultimo amore di Chico, in ordine di tempo, si chiama samba. La collaborazione con Penaforte si fa più salda nel progetto 2 Minds 1 Sounds: così si chiama anche il brano conclusivo di Not For Piano che non è il solo dell’album a respirare gli umori della danza brasiliana. Se c’è qualcosa di cui Tristano non difetta è di un’infinita e quasi parossistica passione per la musica, che si estrinseca in un’indefessa ricerca della perfezione tecnico-formale, senz’altro, ma soprattutto in un intelligente confronto con i generi meno prossimi alla dorata fortezza dell’Accademia. Probabilmente una simile eventualità non si darà mai, ma ci divertiamo ad immaginare la reazione di un purista della classica che ha particolarmente apprezzato l’edizione dell’integrale per piano di Berio all’ascolto di Strings Of Life. Fosse anche solo per il piacere procurato da un simile esperimento mentale, c’è davvero da inchinarsi di fronte ad una tale forza della natura.

Trascorsi i primi, giustificati, attimi di smarrimento, in cui ci si chiedeva a mezza bocca se si trattasse proprio di lui, la sfida di Francesco Tristano è stata dichiarata vinta all’unanimità. Una scommessa audace: ci si giocava la reputazione di primo della classe guadagnata negli ambienti dell’Accademia bruciando le tappe grazie ad una tecnica sopraffina- ora compressa nello spazio di un dodici pollici -; si tornava a casa, vittoriosi, con una rilettura al piano di Strings Of Life brillante, sobria e di insolito buon gusto. Ma Tristano, si sa, è artista da album: i suoi sono i tempi lunghi della classica, e l’ascolto preteso quello del pubblico assorto nel silenzio di una sala da concerto, piuttosto che quello distratto di chi, vivaddio, in quel momento è in pista solo per ballare. E così, ecco Not For Piano: il disco - prodotto dal genio dell’elettronica Murcof - che contiene Strings Of Life ed un altro classico della Detroit Techno (lo storico inno dei dancefloor The Bells, di Jeff Mills, resa altrettanto godibile); ma anche molto altro, a concedergli un ascolto vigile in grado di superare l’attrito solitamente offerto da un disco per solo piano - ma l’ironico titolo la dice lunga -, e rivelarne così l’essenza policroma. Come fosse un Bildungsroman sentimentale, Not For Piano parla di tutti gli amori di chi lo ha composto. L’amore per il jazz, nell’iniziale Hello e nei brani scritti a quattro mani con il sodale Rami Khalifé (The Melody, Jeita).
Quello per la classica del Novecento: gli echi di minimalismo disseminati un po’ ovunque, assai evidenti in Hymn e nel lirismo melodico à la Michael Nyman di Barceloneta Trist; la stessa tecnica strumentale di Tristano, che deve più di quanto non conceda all’opera per piano preparato di John Cage (si ascolti come lo strumento diventa percussione in Hymn e nei crescendo). Per la fisicità del ritmo, che sia quello forsennato del samba (2 Minds 1 Sound), o quello scarnificato dell’elettronica (ancora una cover: Andover degli Autechre). Una scommessa vinta con classe infinita, si diceva, ed ora si attende la mossa a venire. (7.3/10)

Dopo il cortocircuito spazio-temporale provocato da Not For Piano, Francesco Tristano torna a mettersi alla prova con i maestri del passato, a misurare le proprie capacità tecniche di esecuzione confrontandosi con le Toccate di Girolamo Frescobaldi (1583 – 1643), composte inizialmente nel 1615, rivisitate in maniera definitiva più di venti anni dopo, nel 1637. La scelta delle Toccate non è casuale: in un testo allegato alla partitura, intitolato “Al lettore” ma in realtà indirizzata ai potenziali interpreti di quelle note, il maestro ferrarese stabiliva le regole per una corretta esecuzione lasciando un enorme margine di discrezione al singolo esecutore.
Come sottolinea lo stesso Tristano nelle note del booklet, l’Autore non imponeva prescrizioni di tempo, lasciava che fosse egli stesso a liberare il proprio estro su di una struttura data altamente flessibile. Sfida raccolta al volo dal talentuoso pianista, che in una esecuzione dal vivo del 13 novembre 2006 presso la Scène Bastille di Parigi dialoga al di là dello spazio e del tempo con una sensibilità affine, con un artista che deve aver rappresentato per tempo per il giovane pianista – lo si scorge dalla passione profusa – il gigante con cui misurarsi.
Il tocco di Francesco è meditato, sofferto, talvolta persino timido – si osservi anche la versione video allegata in DVD -, ma sempre personale nonostante la giovane età: l’atteggiamento quello del rispetto assoluto pur nella volontà di camminare con le proprie gambe. Le improvvisazioni di Tristano, intercalate nel seguitare delle diverse toccate impongono una nuova dialettica tra passato e presente, quello stato di tensione meditativa che abbiamo apprezzato in Not For Piano, talvolta fungendo da esercizio preparativo di natura spirituale (quel volto tormentato…) per la toccata a venire. (7.3/10)