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Flight Of The Conchords

di aavv
Prendono di mira i video e gli stili musicali più famosi degli ultimi anni. Un piccolo culto partito su canzoncine e scketch demenziali, che diventa show da Grammy alla tv americana.

Il ritorno dello scazzo intelligente

di Marco Braggion

Due che arrivano dalla terra dei Maori, sbarcano in America con uno show su HBO (Flight Of The Conchords, appunto). Bret McKenzie e Jemaine Clement in pochi anni dal palco con due chitarre e un synth marcio si buttano a capofitto su canzoncine e scketch demeziali e creano un piccolo culto. Folk parodia che mescola Frank Zappa e Barry White, gli archetipi del sessismo rock, della comicità teatrale e del genere che più di ogni altro è profondamente ancorato all'America: il soul (iniettato pesantemente di funky e rock). Sembra una favoletta, ma i due pazzi neozelandesi l'anno scorso si son portati a casa pure il Grammy per il miglior Comedy Album. E quest'anno ci sparano il disco.

Insomma dal 2002 a oggi solo 6 anni per arrivare sulla cima dell'olimpo pop demenziale. Se non credete all'hype andate a vederveli su Youtube i nostri giullari. Nessun tipo di scenografia, pochi trucchi, tutto “vero”. Come trent'anni fa succedeva da noi con Cochi e Renato, o dopo con quel pagliaccio (che poi tanto non era) di Rino Gaetano. In più i due novelli ragazzi della generazione post-Clerks hanno dalla loro il retroterra da sit-com bestseller. La storia è presto detta: due sfigati che suonano un digi-folk da baraccone e cercano di farsi un nome a New York. Il loro punto di forza è il saper mescolare nelle canzonette i dialoghi comico demeziali con i loro interlocutori: il manager che lavora al consolato neozelandese, la groupie overaged e qualche amico.

Trama di base su cui costruire infiniti siparietti e battute musicate al fulmicotone che prendono di mira i video e gli stili musicali più famosi degli ultimi anni. Se guardate le clip online troverete sicuramente una presa in giro del vostro artista preferito. Il naturale prosieguo oltreoceano di quello che da anni sta proponendo musicalmente Bugo, o, se vogliamo parlare con un orizzonte internazionale, Beck Hansen. Flight Of The Conchords direttamente sbucati dagli anni ‘90 e naturalizzati americani. Il loro resta un punto di vista che punge delicatamente e che non vuole rinnovare i rodati stilemi della commedia; la coppia riesce sorprendentemente a prendersi e a prendere in giro chiunque abbia scalato la famigerata Top 10. Demenzialità che scala le classifiche e che sbanca. Dateci un'occhiata (o un ascolto). Risate assicurate! 

Copertina: ...
  • Foux du Fafa
  • Inner City Pressure
  • Hiphopopotamus vs. Rhymenoceros
  • Think About It
  • Ladies of the World
  • Mutha'uckas
  • The Prince of Parties
  • Leggy Blonde
  • Robots
  • Boom
  • A Kiss Is Not a Contract
  • The Most Beautiful Girl (In the Room)
  • Business Time
  • Bowie
  • Au Revoir

Self Titled (Sub Pop, 22 aprile 2008)

di Marco Braggion

Dopo essersi beccati un Grammy per il loro EP The Distant Future (Sub Pop, 2007) ed essere diventati famosi in America per la loro sit-com su HBO, i neozelandesi Jemaine Clement e Bret McKenzie si fanno produrre il primo disco “vero” da Mickey Petralia (già in Midnight Vultures di Beck e in Light & Sound di Ladytron). Più che un disco, una raccolta delle canzoncine che intervallano il loro show, brevi sketch e pastiche che ricordano il palco più che lo studio, un modo diretto di proporsi tipico degli attori di fiction.
Se lasciamo da parte la patina commerciale e il bisbiglìo tendente al gossip, c'è comunque da stare contenti: chitarra acustica e ritmiche hip-hop basate su synth lo-fi e percussioni midi-tamarro, come se Fiorello e Baldini si mettessero a fare un dischetto tanto per passare il tempo chiamando a rapporto quel figo di Gainsbourg (Foux du Fafa) e quei pazzi dei Montefiori Cocktail. Cosetta da poco? Ascoltando le tracce che usciranno sulla lunga distanza a fine mese, ci si imbatte in un funkettino degno di Shabba Ranks (Boom) e del Prince più commerciale (Think About It, The Prince of Parties), pezzettini alla DEVO che scimmiottano il duca bianco (Bowie appunto), ninne nanne pseudo-indie che fanno il verso alla generazione shoegazers (Leggy Blonde) e protoelettronica ottanta fra Kraftwerk e Pet Shop Boys (Robots).
La chiave di lettura per tentare di capire il lavoro resta comunque la parodia innestata sul testo divertente e sull'imitazione di stili disparati, convergenti al mainstream da classifica americano. Il fatto è che questi due matti riescono a produrre un dischettino che fa a gara con i gruppi indie-pop più istituzionali e “affidabili”. Sarà la mano del produttore, sarà l'hype post-Grammy, ma alla fine le tracce girano. I nuovi Simon & Garfunkel dello sfottò. Direttamente dal pianeta fusi di testa. (6.8/10)