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Fiery Furnaces

di AA.VV.
C'era una volta il vaudeville, il music hall, il cabaret. Poi fu il turno di Zappa, Beatles, Who. Oggi ci sono i Fiery Furnaces, due fratelli da Chicago che hanno trovato la formula perfetta per l’art-pop del nuovo millennio.
Foto: Niobe

Rock'n'Roll Circus: quando la musica dei "giovani" divenne spettacolo

di Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Che cosa accomuna Mothers Of Invention, Beatles, Who, Kinks, Genesis, David Bowie, Fugs e Residents? Oltre a far parte dello stesso magnifico carrozzone, questi gruppi avevano trovato ispirazione in spettacoli come il musical, il vaudeville, il cabaret (e più indietro il medicine show, il music-hall e il circo), riuscendo ad imbastire qualcosa di più grande e coinvolgente della musica stessa. Oggi, nell'era delle tecnologie d'informazione avanzate, definiremmo quel risultato “multimediale”, ma allora non era altro che un caleidoscopio in continua mutazione, che trovava come unico limite la carenza d'immaginazione. Quanto ad idee, le risorse in quegli anni erano abbondanti e più cose si mettevano in moto - dal balletto alla gag comica, dal recitativo alla frustata ai leoni, dalla video proiezione allo spettacolo di luci - e più sensi venivano coinvolti, più si riusciva a creare un mondo altro, naturalmente per soli giovani. Essi, i non-adulti del dopoguerra, erano infatti i primi nella storia dell’umanità che, alla loro età, erano divenuti realmente protagonisti di una cultura propria, che li vedesse al contempo creatori e destinatari; ma, se questo è vero, d’altronde - com’è ovvio in ogni mutamento culturale - niente di ciò che realizzarono venne dal nulla, piuttosto venne rielaborato e mescolato ad altri stimoli. Nello specifico il rock, che negli anni precedenti grazie a icone come Elvis e Beatles era stato istituzionalizzato come linguaggio dei giovani, a partire da metà anni Sessanta, stimolato dalla nascente (contro)cultura psichedelica (con annessi e connessi, incluse variopinte tavolette cartonate), trovò un fertile terreno nell’estetica tardo ottocentesca del cabaret e del vaudeville, nelle ariette dei comici, nei loro costumi colorati e bizzarri, ma anche nel balletto, nel mimo e nel music-hall.

Così, mentre per strada si aggiravano omini capelluti vestiti come baronetti dell'età vittoriana, nelle cantine, nei sottoscala e nei più moderni studi di registrazione si preparavano “rappresentazioni” tra le più bizzarre e inusitate. Frank Zappa, il primo a comprendere quanto la musica poteva guadagnare da un'adeguata spettacolarità scenica, si specializzò succhiando risorse dal cabaret e dai jingle dei commercial televisivi. Allo stesso modo, con Sell Out (1967) gli Who allestirono delle parodie irresistibili di sketch pubblicitari, i Kinks “adulti” (quelli di Village Green Preservation Society e Arthur) inscenarono arguti vaudeville di denuncia sociale, mentre dall’altra parte dell’Atlantico gli anarchici Fugs attinsero dal cabaret passando per le arie di Broadway. Ma il caso più eclatante ed esteticamente influente della commistione tra rock e arte “bassa” è stato senza dubbio Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band (e in particolare il brano Being for the Benefit of Mr Kite!), con le sue marce da fiera, le orchestrine, gli sketch del varietà, in altre parole tutti gli espedienti dell’avanspettacolo messi al servizio di una strumentazione folk-beat-psichedelica; un album che, almeno quanto a forma, ha tutto l'aspetto di un reliquiario pop (nel senso di arte popolare) prima ancora di un esperimento avant.
Il successo epocale di quel lavoro influì tantissimo sui contemporanei (si pensi alle “divise" portate dai Pink Floyd di Barrett e dagli Stones di Rock’n’roll Circus, o alle derive canterburiane di Kevin Ayers), ma il discorso era destinato a proseguire anche negli anni a venire: il glam-rock di David Bowie (che, non a caso, proveniva dal mimo e dal cabaret), le pantomime prog dei Genesis (che presero il lato più "alto" e romantico delle influenze “basse”), la nascita del musical, genere ancora attualissimo (si pensi a sempreverdi come Rocky Horror Picture Show o Jesus Christ Superstar), il trionfo planetario di un hit come Bohemian Rhapsody dei Queen (un'operetta condensata in una canzone pop), ne costituiscono gli episodi più illustri.
Ma è con i Residents che il percorso fin qui tracciato ha forse raggiunto il suo apice, (o, se preferite, il suo punto di non ritorno): riprendendo la lezione di Zappa e Who, con il loro Commercial Album questi fantomatici musicisti riescono a fondere jingles pubblicitari, psichedelia, vaudeville, art rock condensandole in “canzoni pop” da un minuto.

Ed è a questo discorso che oggi si riallacciano i Fiery Furnaces (ovvero i fratelli Eleanor e Matthew Friedberger da Chicago, ora residenti a New York), mostrandoci che quel favoloso intreccio musicale, stilistico e culturale è oggi ancora possibile. Finiti in più di una classifica di fine anno (ci riferiamo al 2004), hanno goduto di entusiasmi crescenti da parte della critica specializzata e, mai come in questo caso, il comune denominatore di tante recensioni è stato la difficoltà di raccontare, descrivere il contenuto dei loro brani. Ci troviamo infatti di fronte a una band complessa, dalle molteplici influenze, che fa di ogni composizione un contenitore di stili e generi anche distanti tra loro, ondeggiando selvaggiamente dal ritornello sbarazzino all'arrangiamento ai limiti del lezioso, dal gioco naif alla riproposizione pedante. Si tratta, comunque, di pop (certo, eccentrico come può essere quello dell'Eno glam, o dei Blur, o del Brian Wilson di Smile), che non rinuncia a vestirsi ora di garage blues (ogni paragone - anche visivo - con i White Stripes può essere casuale o perfettamente calzante, a seconda dei momenti), ora del rock metropolitano dei Velvet Underground, ora della psichedelia più sfrenata, ora dell'elettronica (tanto di quella analogica d'annata quanto di quella cool à la Lcd Soundsystem), il tutto senza perdere quel gusto per la musica come intrettenimento, secondo la più classica scuola vaudeville. Dopo un esordio promettente ma non ancora del tutto personale (Gallowsbird’s Bark), attraverso una seconda opera titanica in odore di rock-opera à la Who (Blueberry Boat), con l’omonimo EP di recente pubblicazione i Fiery Furnaces hanno (forse) trovato la formula perfetta per l’art-pop del nuovo millennio.

Copertina: Gallowsbird's Bark (Rough Trade, 2003)
  • South is Only a Home
  • I'm Gonna Run
  • Leaky Tunnel
  • Up in the North
  • Inca Rag/Name Game
  • Asthma Attack
  • Don't Dance Her Down
  • Crystal Clear
  • Two Fat Feet
  • Bow Wow
  • Gale Blow
  • Worry Worry
  • Bright Blue Tie
  • Tropical Ice-Land
  • Rub-Alcohol Blues
  • We Got Back the Plague

Gallowsbird's Bark (Rough Trade, 2003)

di Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Un riff sporco à la Blur come uno dei tanti gruppi indie pop di questi anni novanta/duemila, ma è solo un’illusione di pochi (tre) secondi: una scala in picchiata di note ruvide ci trasporta subito al circo (o al vaudeville), i martelletti picchiano duro, metronomicamente, il ritmo è ossessivo, monocorde, accompagnato dal suono eccentrico di un wah wah; poi entra in scena il declamare in stile Grace Slick di una voce femminile, infine un’inconfondibile chitarra blues rock, un assolo sguaiato in odore di White Light White Heat e, ancor di più, come lo vorrebbe la sei corde logorroica di Zappa (quello di Uncle Meat con la "minchia tanta").
In soli due minuti e quarantadue - tanto dura South is Only a Home, opening track del debutto Gallowsbird's Bark - i Fiery Furnaces presentano il loro biglietto da visita: un rock colto e urbano che assume le fattezze di una pop song, nel quale c'è tutto il folk-blues-psych circus che conta. Eccoli qui i nostri due fratelli di Chicago trapiantati nella Grande Mela: ora minimi e tirati come sarebbero piaciuti ai Velvet di John Cale (Two Fat Feet), ora secchi e ritti come da scuola Neu!, ora inguainati e lascivi come li amerebbe Lou Reed (dei tempi di Transformer), infine calati così bene nel periodo aureo del rock da confondere abilmente le acque cimentandosi con un VCS3 - quello di On The Run dei Pink Floyd (Leaky Tunnel).

Il rischio che si corre in questi casi è, ovviamente, quello di eccessiva dedizione ai modelli, di freddezza (estetica ricostruita nei minimi dettagli) e mancanza d'originalità (perché preferire loro ai classici?); eppure Eleanor e Matthew Friedberger una carta da giocare ce l'hanno, anzi di più. Possiedono un'autentica passione: amano il teatrino - magari un po' naif, certamente un po' demodé, sicuramente chic - che il rock abbracciò da Zappa fino agli Who di Sell Out e A Quick One (While He's Away); da qui i quadretti psych pop di questo disco, come il rag e/o vaudeville di Inca Rag / Name Game (una gag degna del miglior Ayers), Don't Dance Her Down (un irresistibile garage lisergico) e Bow Wow, gli sketch comici di Asthma Attack, le marcette di Crystal Clear (i Jefferson Airplane militanti), le piccole gemme Up in The North (Eno-pop al 100%) e Tropical Ice-Land (irresistibile melodia destinata ad essere ripresa nell’EP del 2005), fino agli intermezzi in prosa di Bright Blue Tie e le atmosfere da closing time cosmico della (quasi) finale Rub Alcohol Blues.
Certo, tutti brani fedeli ad una certa etica – in questo caso, il garage-blues di seconda metà ’60 è il canovaccio su cui questi bozzetti psichedelici sono costruiti - ma suonati con quel giusto compromesso tra energia e dedizione che fanno di Gallowsbird's Bark più di un promettente esordio. (6.7/10)

Copertina: Blueberry Boat (Rough Trade, 2004)
  • Quay Cur
  • Straight Street
  • Blueberry Boat
  • Chris Michaels
  • Paw Paw Tree
  • My Dog Was Lost But Now He’s Found
  • Mason City
  • Chief Inspector Blancheflower
  • Spaniolated
  • 1917
  • Birdie Brain
  • Turning Round
  • Wolfnotes

Blueberry Boat (Rough Trade, 2004)

di Antonio Puglia e Edoardo Bridda

Passa appena un anno dal primo - per certi versi sorprendente - Gallowsbird’s Bark e i fratelli Friedberger hanno già pronto un lavoro ancora più ambizioso: un mastodonte di quasi 80 minuti, composto da tredici tracce la cui maggior parte va raramente al di sotto dei cinque. Con Blueberry Boat i Fiery Furnaces non si pongono limiti di sorta e puntano in alto, tirando fuori dal cilindro una valanga di invenzioni decisamente ispirate. Rispetto al disco precedente, il paesaggio sonoro si arricchisce di qualche beat elettronico e sparuti synth analogici, il sostrato garage viene infiltrato da sfumature più classiche (oltre ai già venerati Velvet Underground e Pink Floyd) e, soprattutto, spesso e volentieri si va oltre gli angusti limiti della canzone, dirigendo improvvisamente i brani nelle direzioni più inaspettate. Viene in mente il prog rock, certo, ma in questo caso siamo probabilmente più vicini alle rock-opera degli Who (un mito d’infanzia di Matthew), alle pantomime dei Genesis, alle farse di Zappa e Residents. Più volte emergono melodie di quelle irresistibili - Chris Michaels, Mason city (che sembrano uscite dalla penna di Pete Townshend), Wolf Notes (degna del Gabriel più classico), Chief Inspector Blancheflower (suite sorprendente dal forte sapore british), Birdie brain (straniante filastrocca/walzer in odore di Barrett); si riesce a suonare classici in modo sperimentale - Blueberry Boat (strumentale psichedelico fitto di espedienti circensi), 1917 (figlia diretta di Black Angel’s Death Song) - non dimenticando l’attitudine per il cabaret (My Dog Was Lost But Now He’s Found) nonché quella per il rock urbano (specialmente nelle chitarre, tra Reed e Neil Young); insomma, un’opera massimalista e spiazzante, la cui sola costante è il canto fiabesco e acido di Eleanor, (post) moderna Alice nel paese delle meraviglie allestito dal fratello.

Il primo impatto con questo disco può quindi essere straniante: un’ubriacatura di intuizioni, di sviluppi inattesi, di mood selvaggiamente altalenanti, di colpi di teatro ad effetto, di testi surreali e dada. Ma, a dispetto della sua mole e della sua sostanza (non certo lieve), Blueberry Boat non solo resiste agli ascolti, ma rivela costantemente nuove sfumature, rivelandosi in definitiva un disco complesso e ricco di chiavi di lettura diverse, se non potenzialmente infinite.
Quando le parole chiave finiscono con l'essere tante e tutte tanto poco adatte (indie-pop, rock, dream-pop, progressive?), si ha di fronte qualcosa di originale. Quando il disco in questione non si stacca nemmeno dallo stereo, e invoglia sempre a nuovi ascolti, forse allora si tratta anche di capolavoro. Nel caso di questo disco, ci siamo quasi: in realtà, per raggiungere risultati ancora migliori ai Fiery Furnaces basterà “addomesticare” questo estro imbizzarrito nelle briglie della canonica canzone pop. (7.0/10)

Copertina: Fiery Furnaces Ep (Rough Trade, 2005)
  • Single Again
  • Here Comes The Summer
  • Evergreen
  • Sing For Me
  • Tropical ice land
  • Duffer S.George
  • Smelling Cigarette
  • Cousin Chris
  • Sweet Pots
  • Sullivan’s Social Club

Fiery Furnaces Ep (Rough Trade, 2005)

di Antonio Puglia

Forti dei consensi raccolti da Blueberry Boat, Matthew e Eleanor Friedberger riprendono fiato pubblicando questo omonimo EP, che segue di soli sei mesi il fratello maggiore. Il materiale qui ripreso è per la maggior parte già edito ma, inserito il cd nel lettore, salta subito all’orecchio che non ci troviamo di fronte alla solita raccolta di rarità, immessa sul mercato ad uso e consumo di fan incalliti. La tracklist è infatti omogenea e sorprendentemente coesa, come se queste canzoni fossero state concepite l’una in funzione dell’altra (si pensi alle prime cinque tracce, mirabilmente fuse una dentro l’altra senza una caduta di tono, nonostante originariamente pubblicate in momenti differenti), e la struttura è sapientemente bipartita (con un ideale lato A composto da singoli “radiofonici” e un lato B con i brani più lunghi e sperimentali), tanto che il tutto finisce per acquistare una dignità propria. Con questo dischetto - si fa per dire, considerati i suoi quarantun (!) minuti di durata - i Fiery Furnaces compiono un’operazione che ha del miracoloso, trasformando una silloge di b sides (infarcita da qualche cruciale inedito) in un lavoro che non è solo un ideale compendio a quanto pubblicato in precedenza, ma rappresenta un ulteriore passo in avanti verso la perfetta formula art-pop.

Ciò avviene quando i Nostri condensano le loro intuizioni brillanti in irresistibili gemme da tre minuti di media, come nella prima parte di questa collezione; soffermarsi sui singoli episodi vorrebbe dire togliere la sorpresa all’ascoltatore, basti dire che Single Again (già pubblicata l’anno scorso come A side), Tropical Ice Land (in una versione più eccentrica che nell’album di esordio), Here Comes The Summer (inedita disco wave à la Blondie), Sweet Pots, Evergreen e Sing for me (due b side di puro glam-pop britannico) sono tutte canzoni irresistibili, che tengono l’ascoltatore incollato alle casse dello stereo senza lasciargli scampo. Dall’altro lato, Smelling Sigarette e Cousin Chris – coi loro cambi di tempo, la scrittura liscia, i richiami ai limiti del lezioso a Who e Genesis- riprendono nella forma le suite magniloquenti di Blueberry Boat, ma è solo l’altra facciata della stessa medaglia, quell’amore per la musica “rappresentata” che non è mai venuto meno (e le inedite Duffer S.George e Sullivan’s Social Club lo testimoniano egregiamente). Lungi dall’essere un’inutile raccolta, Fiery Furnaces EP è sinora il lavoro più rappresentativo dei due fratelli di Chicago. Sarebbe da matti lasciarsi sfuggire un disco del genere. (7.5/10)

Copertina: Rehearsing My Choir (Rough Trade / Sanctuary, 25 ottobre 2005)
  • The Garfield El
  • The Wayfaring Granddaughter
  • A Candymaker’s Knife in my Bag
  • We Wrote Letters Everyday
  • Forty-Eight Twenty-Three Twenty-Second Street
  • Guns Under The Counter
  • Seven Silver Curses
  • Though Let’s Be Fair
  • Slavin’ Away
  • Rehearsing My Choir
  • Does It Remind You of When?

Rehearsing My Choir (Rough Trade / Sanctuary, 25 ottobre 2005)

di Antonio Puglia

Se c’è una cosa che finora abbiamo imparato dai Fiery Furnaces, è che quando si parla di loro non è mai detta l’ultima parola. Avevamo definito Blueberry Boat straniante? Al confronto col disco che abbiamo tra le mani, quei 76 minuti e rotti di “indie-prog” sembrano un Lp dei Ramones. Avevamo detto a proposito dell’Ep che “sarebbe da matti lasciarsi sfuggire un disco del genere”? I matti - in senso buono o cattivo, fate voi - probabilmente sono i fratelli Friedberger, che per la loro quarta uscita sulla lunga distanza hanno ben pensato di realizzare una sorta di rock opera ispirata alla vita della propria nonna (!), anche lei musicista e direttrice di un coro (da qui il titolo dell’album).

Non solo, l’hanno fatta anche partecipare alle session: è la voce della vegliarda Olga Sarantos (83 primavere e un timbro che più che una vecchietta ricorda lo Scrooge dickensiano) che racconta in prima persona, non senza una certa ironia, i ricordi della sua avventurosa esistenza nella Chicago degli anni ‘40. Di tutto questo, plausibilmente gli ascoltatori non anglofoni – ahiloro – non potranno godere in pieno; se a ciò aggiungiamo che la stessa Eleanor – che per l’occasione “duetta” con la nonna, spesso con risultati (non si sa quanto involontariamente) comici - per la maggior parte delle tracce più che cantare “recita” (inseguendo letteralmente le parole), ecco svelata la natura puramente “narrativa” - ancor prima che “musicale” in senso stretto - del disco.

Non si può parlare di canzoni, ma di un flusso continuo di musica (nello stile delle eccentriche esibizioni dal vivo dei due) in cui c’è di tutto un po’: loop elettronici, organetti, clavicembali, partiture classiche per piano, synth (in stile tardi Who), riff nervosi di chitarra. Continui cambi di atmosfera di scuola Residents che seguono senza sosta la frenetica narrazione, in un’inarrestabile susseguirsi di temi musicali interrotto solo sporadicamente da qualche melodia e arrangiamento riconducibile al formato della strofa-ritornello (synth-pop in Wayfaring Grandaugther, calipso in Forty Eight Twenty Three Twenty-Second Street, garage / hard rock in Seven Silver Curses, folk in Slavin’ Away – di gran lunga il momento più bello); mancano però i presupposti fondamentali per ogni rock opera che si rispetti, ovvero la coerenza e l’organicità (non basta certo il tema di The Garfield El ripreso in più punti).

Rehearsing My Choir dà modo ai fratelli di sfogare l’ossessione per il cabaret e il music hall per l’ennesima volta, l’opera tuttavia, ambiziosissima e strabordante, risulta eccessivamente ricca di spunti, tanto da risultare fuori fuoco. A beneficio degli avventori, va quindi detto che quest’album non è per niente un ascolto facile: se volete canzoni (e quindi i migliori Fiery Furnaces), andatevi a riascoltare l’EP. (5.5/10)

Non resta che aspettare la prossima mossa che ha già un titolo (Bitter Tea, uscita probabile febbraio 2006) ed è stata descritta da Matthew Friedberger come un ibrido tra una versione anni ’20 dei Devo e la colonna sonora di Tommy (sì, quella coi synth). Si salvi chi può.

Copertina: Bitter Tea (Fat Possum / Self, 14 aprile 2006)
  • In My Little Thatched Hut
  • I'm in No Mood
    Black-hearted Boy
  • Bitter Tea
  • Teach Me Sweetheart
  • Waiting to Know You
  • The Vietnamese Telephone Ministry
  • Oh Sweet Woods
  • Borneo
  • Police Sweater Blood Vow
  • Nevers
  • Benton Harbor Blues
  • Whistle Rhapsody?
  • Nevers (Reprise)
  • Benton Harbor Blues (Reprise)

Bitter Tea (Fat Possum / Self, 14 aprile 2006)

di Antonio Puglia

L’avevamo detto e lo confermiamo: le premesse ci avevano un po’ spaventato (bonariamente, s’intende). Ma una volta passati sotto le forche caudine di Rehearsing My Choir, il temibile disco della nonna, questo Bitter Tea, l’atteso disco di canzoni, non fa poi così paura. Cinque mesi e mezzo di gap tra un album e l’altro forse non saranno riusciti a rendere la family opera più digeribile (almeno per quelli a cui è rimasta nel gozzo), ma probabilmente avranno reso un po’ meno traumatico l’impatto con l’attuale corso musicale dei “terribili” fratelli Friedberger. Sì, perché com’era prevedibile, questi due ultimi lavori sono scaturiti dalla stessa – folle, ineffabile – scintilla: concepiti e registrati nello stesso lasso di tempo (un po’ come Kid A e Amnesiac per i Radiohead) per poi essere pubblicati come due progetti distinti, ma in qualche modo intrecciati.
Secondo Matthew (vedi intervista) si tratta di due versioni della stessa storia  - o, se volete, di due prospettive differenti da cui essa viene raccontata. Piuttosto, volendo considerare Rehearsing come un esperimento “di forma”, Bitter Tea è il vero seguito di Blueberry Boat, che sviluppa il discorso prog-pop lasciato in sospeso due anni fa  alla luce degli esperimenti sulla forma canzone dell’EP, facendo altresì ricorso ai medesimi elementi stilistico-formali dell’operetta parentale (ovvero propensione per marcette frenetiche, stacchi improvvisi e kitch di synth in stile tardi Who / SparksI’m In No Mood).
Il che si traduce in un album – quasi una pièce - che vive tanto dei singoli episodi, quanto del loro scorrere continuo in un flusso ultra-psichedelico di suoni, trovate, invenzioni: un mare magnum di motivi ricorrenti ripresi più volte -  in tempi e tonalità diverse - dal piano, dalla linea vocale, dal synth; strofe che si trasfigurano in arrangiamento e in esecuzione, melodie che compaiono e scompaiono per tornare quando meno te l'aspetti. In un calderone schizofrenico di stili, Bitter Tea si affida a effetti bizzarri a profusione, all'uso parodistico e cartoonesco di una grande varietà di tastiere (a scapito delle chitarre), a nastri e suoni al contrario come se piovesse -  a mo’ delle “rivoluzioni” collagistiche di lennoniana memoria, o dei Sabbath più acidi (il mantra demoniaco Vietnamese Telephone Ministry).
Ce n’è abbastanza da restare quantomeno storditi, ma è sulla lunga distanza (ovvero con gli ascolti) che l’album svela i suoi pregi: improvvisamente ci si accorge che quel riff spuntato dal nulla doveva stare proprio lì, che quella melodia vocale può schiudere tutto un immaginario, che quel tema di piano o quell’inserto di synth hanno un ben preciso ruolo di raccordo (se cercate una traccia emblematica in tal senso, andate dalle parti della title track).
E a giunti a questo punto, si può gustare il piatto forte, ovvero le canzoni (tra l’altro, tutte concentrate nella seconda metà del programma): Teach Me Sweetheart, Police Sweater Blood Vow (blues pop in pieno stile EP), I’m Waiting To Know You (bizzarra e lunare love song anni ’50), Nevers, Benton Harbor Blues (pop sbilenco e orecchiabile, vezzi r’n’b), Whistle Rhapsody (Matt catturato tra Pink Floyd e glam bowiano); un po’ songs un po’ sinfonie tascabili, segnate inconfondibilmente da una Eleanor tornata finalmente protagonista, l’interprete ideale delle – invero criptiche e visionarie – liriche dell’inarrestabile fratello.  
Tirate le somme, un altro - buon - disco dei Fiery Furnaces. Non un passo avanti, né uno indietro; semmai, un passo altrove. Come speravamo. (7.3/10)

L’importanza di essere datati -  Due chiacchiere con Matthew Friedberger

di Antonio Puglia
Ammettiamolo, dopo averne parlato diffusamente su queste pagine, la curiosità di confrontarsi direttamente con i Fiery Furnaces era tanta. L’occasione si presenta in un tiepido pomeriggio di inizi aprile, quando raggiungiamo al telefono un Matthew Friedberger un po’ raffreddato ma pienamente disposto a raccontarci qualcosa in più sull’ultimo lavoro del duo, Bitter Tea. Liquidati i convenevoli (questa è la loro seconda visita in Italia, dopo un fugace concerto a Rimini nel 2004),  ci immergiamo in una conversazione lunga e amabile, da cui emergeranno importanti aspetti del suo essere musicista e della sua visione artistica, non senza qualche – in qualche modo divertente – sorpresa…

Non ho potuto fare a meno di notare degli elementi in comune tra Rehearsing My Choir e Bitter Tea, come una maggiore presenza della psichedelia e dei synth, in un’attitudine che definirei quasi sinfonica. E’ giusto considerarli come due aspetti diversi dello stesso momento artistico?

Assolutamente. Entrambi sono stati concepiti e registrati insieme, a partire dai primi mesi del 2005. Ad esser precisi, Bitter Tea doveva uscire per primo, poi le cose si sono evolute diversamente, con il coinvolgimento della nonna per Rehearsing e lo sviluppo di quel progetto. Si può comunque dire che entrambi vengono dallo stesso posto: ci sono delle cose in Bitter Tea che originariamente facevano parte del concept di Rehearsing; ad esempio I’m In No Mood,  quando dice “I was so drunk last night, I didn’t even undress for bed” era una delle storie/situazioni che vedevano protagonista nostra nonna. Più in generale, i due dischi sono legati concettualmente: se Rehearsing è il disco della nonna, Bitter Tea è il disco della nipote. Il primo espone il punto di vista di una donna anziana, che ricorda il tempo della sua giovinezza in un misto di realtà e finzione; il secondo quello di una giovane ragazza alle prese con i suoi sentimenti. Non è un caso se nell’ultimo disco Eleanor ha un ruolo predominante, e se quelle di Bitter Tea sono in maggioranza canzoni d’amore, anche se non vissute in una prospettiva personale o biografica, ma il più possibile universale.  

Tra le ispirazioni per Bitter Tea, hai parlato della soundtrack di Tommy, il film di Ken Russell del 1975 tratto dalla rock opera degli Who…

Quand’ero ragazzo, ricordo degli amici più grandi di noi che amavano quel film perché lo trovavano così camp, così fuori... io invece lo odiavo! Musicalmente è così diverso rispetto al Tommy originale, non solo per via dei guest singer, ma anche perché Pete Townsend ha riscritto e reinterpretato quasi tutto il materiale. E ci sono quei synth, così datati… Sai cosa? Per me l’aggettivo “datato” non ha un’accezione negativa, poiché ti riporta a un contesto specifico, un preciso luogo e un preciso momento.
Col passare del tempo, ho trovato quella colonna sonora una grande fonte di ispirazione, anche se non è affatto rock, e questo soprattutto perché cambia radicalmente la prospettiva rispetto al disco originale. Tornando al discorso che facevo prima rispetto a Rehearsing My Choir, vogliamo che la nostra musica anzitutto racconti storie. Tommy in fondo è un disco affrontato dal punto di vista di un giovane ragazzo; mi piace pensare che il nostro Bitter Tea faccia lo stesso, in versione femminile.

Altre influenze?

Le cose dei Devo cantate al femminile e i Black Sabbath, per le parti di voce – e non solo -  al contrario che si sentono un po’in tutto il disco.

Quelle mi hanno fatto pensare a Revolution 9 dei Beatles…

Sì non solo:  anche Tomorrow Never Knows, hai presente? È tutto partito da lì. E’ da quand’ero ragazzo che questo tipo di cose mi affascina enormemente. In generale, i collage sonori.

E Zappa?

Sì, certo anche Zappa, però se ascolti oggi un disco di Zappa ti rendi conto quanto certe cose che ha fatto oggi suonino vecchie… questo non è necessariamente un difetto, come dicevo sopra, ma può essere un limite per certi versi. E per Zappa, purtroppo, lo è.

Tornando all’aspetto rappresentativo della musica, so che per Rehearsing My Choir è stato ideato un accompagnamento per immagini. Avete mai pensato a una rappresentazione teatrale vera e propria? E qual è in generale il vostro interesse verso la multimedialità?

Sì, per Rehearsing in realtà ci sono delle immagini che abbiamo raccolto, che ricostruiscono la storia di nostra nonna, le prove del coro, i luoghi della sua giovinezza etc. Non si può esattamente definire un film, né tantomeno abbiamo pensato al teatro. Quello che realmente ci interessa è la capacità di per sé che può avere un disco nel raccontare una storia, nel rappresentare un immaginario, vedi un po’quello che ti ho detto riguardo Tommy… il resto può essere un’aggiunta, comunque.

A sentire anche i vostri dischi precedenti, sembra che dietro ogni album ci sia dietro una precisa idea estetica. Quando entrate in studio, sapete già cosa ne uscirà fuori?

Sì, assolutamente. Per Bitter Tea abbiamo molto lavorato sui suoni di batteria, volevamo un suono molto seventies, un po’ alla Bonham. La batteria in questo disco è importantissima, riesce a caratterizzare i brani molto di più rispetto a Rehearsing. Sul ruolo di Eleanor ti ho già accennato: ha anche suonato la batteria in qualche brano ed è stata grande. In generale, il disco è stato scritto quasi tutto sulla tastiera, esplorazioni di accordi in minore.

Hai studiato musica? Scrivi partiture?

Sì, ho studiato contrabbasso. Ma non scrivo la mia musica, ci vuole troppo tempo: quando entriamo in studio ci concentriamo subito sull’esecuzione, sul lavoro sui suoni. Però mi piace, non escludo di farlo in futuro. In fondo nel rock non sono molti a scrivere la loro musica, di solito lo si fa in funzione di arrangiamenti vasti o di grandi produzioni. Noi siamo e continuiamo a considerarci una piccola band…

Anche se Bitter Tea rispetto a Rehearsing fa leva sulle canzoni, i Fiery Furnaces sono più una band da album. Nonostante, credo che le canzoni vi riescano piuttosto bene; penso all’esperienza dell’EP, per esempio. Con quale formato vi trovate meglio a lavorare, l’album (intesto anche come concept o rock opera) o il singolo (la canzone)?

Sicuramente gli album. I singoli servono al circuito delle radio. In America comunque non passerebbero la nostra musica alla radio, siamo una piccola band, come ti dicevo…

Penso comunque che abbiate realizzato dei singoli molto riusciti, come Tropical Ice Land o Single Again

Sì, in quel caso abbiamo cercato di rendere le canzoni il più catchy possibile. Con Tropical Ice Land, per esempio, abbiamo preso un brano vecchio e abbiamo cercato di provare elementi che lo rendessero il più catchy e interessante possibile.Le canzoni in sé comunque possono essere una bella sfida, se intese come contenitori musicali.

Ci saranno singoli tratti da Bitter Tea?

In coda all’edizione europea del disco ci sono due bonus tracks: una versione alternative di Benton Harbor Blues e una take di Nevers in cui le parti vocali sono realmente cantate e non create col cut-up. Stiamo anche pensando a dei video… vedremo.

Pensando ai vostri spettacoli dal vivo, sembra che intendiate la musica come una sorta di organismo vivente, in perenne mutamento. Qual è la contropartita in studio? Non è forse un compromesso, nel momento in cui catturate su nastro le vostre canzoni in una versione  - diciamo così – definitiva?

Beh, il nostro fine in studio è anzitutto quello di creare qualcosa di sorprendente. Qualcosa che sia una sorpresa anche per noi che suoniamo e componiamo. Per questo ci piace cimentarci sempre in nuove sfide. E in questo senso, quando dal vivo presentiamo nuove versioni dei brani, lo spettatore può paragonarle a quelle del disco. Criticarle in maniera positiva. Sì, vista in questa prospettiva la nostra musica è proprio come un organismo vivente.

Il vostro ascoltatore si trova ad avere un ruolo attivo, quindi…

Esatto. Chi viene ai concerti può relazionarsi sempre in maniera diversa alle nostre canzoni, paragonando le versioni differenti. E’ una cosa che mi è sempre piaciuta fare, anche da ascoltatore.

Sia da parte di chi ascolta che da parte di chi scrive, è difficile trovare una definizione per la vostra musica. Assodato che le etichette lasciano il tempo che trovano, come definiresti in una sola parola la musica dei Fiery Furnaces?

Esagerata.

Ascolti musica contemporanea? C’è qualche gruppo o artista di oggi che segui con interesse?

Nessun nuovo gruppo, a dire il vero. La musica che ascoltiamo io ed Eleanor si ferma più o meno al 1982, non abbiamo approfondito quasi niente a partire dai Black Flag in poi. Abbiamo esclusivamente rapporti di amicizia, lavoro e stima con i gruppi con cui andiamo in tour, ma il nostro territorio musicale è diverso. Ci sono dei gruppi che amiamo ancora, ma non sono quelli di una volta. Diciamo che il nostro decennio ideale sono gli anni Settanta.

L’ambizione è un aspetto molto importante in ogni forma d’arte e voi sembrate avere le idee abbastanza chiara. Qual è la vostra ambizione più grande?

Non ho ambizioni particolari, a dire il vero.  Voglio continuare a fare quello che faccio, ovvero realizzare dischi che suonino soddisfacenti e stimolanti anzitutto per noi, che ci appassionino. Però, se devo essere sincero, un giorno mi piacerebbe lavorare a qualcosa come Thriller di Michael Jackson: quello sì che è un disco ambizioso. Quincy Jones ha fatto delle cose incredibili lì, con i suoni della batteria e tutto il resto (ecco da dove viene il mood di Oh Sweet Woods  - da Bitter Tea -  ndr.!)

Ho sentito che hai intenzione di pubblicare due dischi da solista. Cosa mi dici in proposito?

Beh, ci ho lavorato fino a ieri! Usciranno a luglio, credo. Uno sarà basato su una storia (un po’ come Rehearsing), l’altro sarà invece più incentrato su canzoni. Posso anticipare che non ci sarà molto lavoro vocale, e ci saranno alcuni esperimenti con le drum machines. Proverò a fare qualcosa di diverso da ciò che solitamente canto nei FF. In  Whistle Rhapsody, per esempio, ho cercato sostanzialmente di fare la mia versione di John Lennon al piano, cercando comunque di restare nel particolare mood del disco.

Domanda di rito: quando potremo finalmente vedervi dal vivo in Italia?

A maggio faremo delle date in Europa, non sappiamo però ancora se passeremo dalle vostre parti o meno.

Copertina: Matthew Friedberger – Winter Women / Holy Ghost Language School (859 rec, 8 agosto 2006)

    Winter Women

  • Under the Hood at the Paradise Garage
  • The Pennsylvania Rock Oil Co. Resignation Letter
  • Up the River
  • Ruth Versus Richard
  • Her Chinese Typewriter
  • Big Bill Crib & His Ladies of the Desert
  • Don't You Remember?
  • Betcha Don't
  • PS.213 Mini School
  • Theme From Never Going Home Again
  • Motorman
  • Quick as Cupid
  • I Love You Cedric
  • Servant in Distress
  • Hialeah
  • Wisconsin River Blues

    Holy Ghost Language School

  • Seventh Loop Highway
  • Holy Ghost Language School
  • The Cross and the Switchblade
  • I Started Drinking Alcohol at the Age of Eleven
  • Do You Like Blondes?
  • Azusa St.
  • Topeka and San Antonio
  • A Mystical Preparative to Lewdness
  • Ship Scrap Beach Business
  • First Day of School
  • Things Were Going So Well
  • All in Vain or the Opposite
  • Moral and Epilogue

Matthew Friedberger – Winter Women / Holy Ghost Language School (859 rec, 8 agosto 2006)

di Antonio Puglia

L’uscita di ben due dischi della metà maschile dei Fiery Furnaces a pochi mesi dal doppio strike Rehearsing My Choir / Bitter Tea non deve fare alcuna meraviglia: per chi non l’avesse ancora capito, Matthew Friedberger è un emulo/clone di quella razza di musicisti – ormai estinta - che popolava le lande del rock circa tre decadi fa, quando un artista poteva pubblicare due o più dischi l’anno e la produttività non era sempre costretta dentro spietate logiche di mercato. Winter Women / Holy Ghost Language School, già annunciato nei mesi scorsi, raccoglie così la bellezza di ventinove tracce scritte e registrate dal solo Matthew – con qualche aiutino da parte di John McEntire dei Tortoise – nel corso degli ultimi tre anni, fra una scorribanda e l’altra con la sorella Eleanor; a pubblicarlo ci pensa la neonata 859, una sussidiaria della Rough Trade guidata da Keith Wood.

Sulla falsariga di quanto recentemente espresso in coppia, il fratellone ribatte la strada dello story record, narrando in musica le avventure di un commesso viaggiatore che si reca della Pennsylvania in Giappone per imparare la lingua dei medium, finendo poi per comunicare nientemeno che con lo Spirito Santo. Un soggetto tanto singolare come la xenolalia è il pretesto per esplorare ancora le potenzialità del concept album e per sviscerare alcuni elementi dei FF; due scopi che Matthew persegue sistematicamente, suddividendo il tutto in base a criteri narrativo-estetici (una prima parte più convenzionale dominata dalle chitarre vs un secondo disco più sperimentale a base di tastiere e loop).

Il gioco funziona particolarmente in Winter Women, dove il Nostro esprime la vena pop dell’EP al massimo snocciolando una serie di melodie corredate da soluzioni di arrangiamento come al solito bizzarre, con un occhio di riguardo al pop psichedelico di fine ’60 (orientativamente, Beatles meet Beach Boys con punte di spirito glam e un po’ di ruffianeria indie - il trittico The Pennsylvania Rock Oil Co. Resignation Letter, Up The River e Ruth Versus Richard, tra le cose migliori realizzate dal musicista); non fosse per la recente pubblicazione di Bitter Tea , cui è strettamente imparentato, sarebbe quasi un miracolo (a patto che siate disposti a rinunciare a Eleanor in favore del timbro Gabriel/Lennon del fratello). L’ascolto si fa decisamente più ostico in Holy Ghost , streaming continuo tra Residents e Faust per un’estremizzazione della schizofrenia e del free form di Rehearsing My Choir ; difficile trovare da queste parti qualcosa che somigli ad una canzone, con l’aggravante di un’esacerbazione stilistica che cade troppo spesso nell’autoindulgenza. Insomma, niente che non sapessimo già, aldilà dell’ulteriore dimostrazione di un talento e di una forza creatrice ben lontani dal seguire certe regole. Purtroppo o per fortuna: questo è il dilemma. (6.6/10)

 

 

 

 

  • The Philadelphia Grand Jury
  • Duplexes of the Dead
  • Automatic Husband
  • Ex-Guru
  • Clear Signal From Cairo
  • My Egyptian Grammar
  • The Old Hag Is Sleeping
  • Japanese Slippers
  • Navy Nurse
  • Uncle Charlie
  • Right by Conquest
  • Restorative Beer
  • Wicker Whatnots
  • Cabaret of the Seven Devils
  • Pricked in the Heart
  • Widow City

Widow City (Thrill Jockey / Wide, 10 ottobre 2007)

di Edoardo Bridda

Nulla si crea e nulla si distrugge ma le fornaci, ancora una volta alle prese con una rock opera, si muovono. Canzone e narrazione. Cambi tempo come giocare a flipper. Momenti grandguignoleschi e marcette. E c’è poco da fare, Matthew Friedberger vuole essere il miglior arrangiatore di questi anni e se non c’è riuscito ancora è solo perché dobbiamo abituarci all’idea. Da un paio di album a questa parte sotto i suoi ferri resta poco da arrangiare: magari una spolverata in produzione (Bill Skibbe e Jessica Ruffins), un giro di manopola al mixer (John McEntire), oppure lasciare tutto com’è, perché sound & format sono inconfondibilmente e fieramente Fiery Furnaces.

Arrivato dopo il sontuoso Bitter Tea, Widow City pare la solita menata da primo della classe: ancora canzoni-collage, al solito matriosche di stili, strappi, melodie. Eppure… Non stiamo parlando certo del Chamberlain, la novità più appariscente del disco, uno strumento a tastiera che rimanda loops di altri strumenti e permette di creare tessiture maestose (Ex Guru), prendete piuttosto i testi: il cut up bourroughsiano di riviste femminili e magazine culturali degli anni Settanta dove s’alternano incomunicabilità di coppia e temi politici trasversali, è un continuo cortocircuito tra significati e significandi, soprattutto quanto l’interazione tra testo e arrangiamento, si fa più marcata, con Eleanor più versatile e l’arrangiamento più focalizzato nel rendere sonicamente quel che sta accadendo. Inoltre Widow è un album di hit, a modo loro s’intende, anzi a modo di chi ama la musica e il suonato: prendete My Egyptian Grammar, oppure la buffissima The Old Hag Is Sleeping (che spedisce in cantina tutti i campionamenti delle Cocorosie). I ritornelli ti rimangono in testa subito come quel “It’s a Clear / It’s a Clear / Signal From Cairo” che già un classico, e lo è pure per i memorabili interventi hardcore che costituiscono l’ennesimo battito d’ali. Spostando il cut up dalla musica ai testi e farcendo la prima di gesti liberatori da scafata live band (assoli, rasoiate hardcore, riff hard rock) i brani diventano assolutamente pop senza perderci in gusto “avant”.

Potevano tacciarli di eccentricità e di eccessiva frammentarietà, ma ora non lo possono più fare (se non stoltamente). L’avanguardia per le “masse” è finalmente raggiunta. Cose da Grandi. Altro che “sempre la solita minestra”. Sempre indietro tutta. Sempre avanti ancora. I Furnaces son tornati. (8.0/10)

Live: Fiery Furnaces – Music Drome, Milano (17 novembre 2007)

di Teresa Greco

C’è attesa stasera per l’unico concerto italiano del duo di Chicago, la si percepisce palpabile in un Music Drome non pienissimo ma bastevole di tutta la partecipata attenzione che i Fiery Furnaces meritano. E infatti basta la materializzazione sul palco del deus-ex-machina Matthew al controllo delle tastiere poco prima dell’inizio del set per scatenare l’entusiasmo non solo delle prime file in transenna. E quando poco dopo al soundcheck fa la sua comparsa un’infreddolita Eleanor imbacuccata in un cappottino striminzito, non si può fare a meno di invocarla a gran voce. E’ un attimo e pochissimo dopo i fratellini rientrano sul palco, accompagnati da un funambolico Bob D’amico alla batteria e da Jason Loewenstein (sì, proprio l'alter ego di Lou Barlow nei Sebadoh) al basso. E parte così un happening senza soluzione di continuità che li vede eseguire quasi tutto l’ultimo Widow City, riarrangiato e trasfigurato alla loro maniera, ora rallentato ora accelerato, a partire dalla caricata opener The Philadelphia Grand Jury. È un piacere per occhi e orecchie vederli in azione on stage, Matthew camaleontico col sorriso sulle labbra alle prese con le sue tastiere (quasi come avesse più delle due mani a disposizione!) e una Eleanor - che raramente sorride – attenta, duttile e versatile, che vediamo tra uno strumentale e l’altro riposarsi mentre prende un sorso di birra in lattina, tamburellando sulle lunghe gambe infilate in stretti jeans vintage e stivaletti, mentre tiene il tempo.

Assistiamo così ad un act che a posteriori si fa fatica a categorizzare: è prog, rock, pop, vaudeville? Poco importano in fondo le definizioni, è tutto questo insieme, è la somma delle parti che fa la differenza, e l’”opera rock” davanti alla quale ci troviamo ha in effetti molta dell’enfasi prog, ma viene stemperata dagli inserti pop e dall’ ironia del gruppo. Un collage di suoni e sensazioni amplificate che creano un unicum avant pop. Ecco, forse è questa la definizione migliore! Per un gruppo che non perde colpi pur avendo sfornato in pochi anni una quantità consistente di musica.

A fine concerto si passa anche dalle parti di Bitter Tea e dell’EP (Bitter Tea, la clamorosa Single Again in una rielaborazione proggy). E dopo poco più di un’ora di set, segue un quarto d’ora buono di bis, durante i quali vediamo Eleanor proporre un siparietto su brani a richiesta, e qui prevalgono a gran voce e con gran divertimento dei presenti, Here Comes The Summer, Blueberry Boat e Tropical Iceland condensate in mini song e mixate l’una dentro l’altra. Il pubblico è in delirio e li richiama a gran voce anche dopo la fine del concerto. Ci si augura vivamente di non dover aspettare così a lungo per una prossima occasione dal vivo.