
E alla fine si finisce sempre lì. A bazzicare tra le note eteree e le chitarre corrosive dello shoegaze. Due le strade davanti, quindi: melodie grezze e ritmi veloci da una parte, melodie delicate e ritmi lenti dall’altra. Gli inglesi Fiel Garvie sterzano decisi verso la seconda soluzione. In direzione di quella terra promessa che prende il nome di pop music.

In certi casi, per certi dischi, vale più il tentativo stavo
per dire la confezione - del risultato. Leave Me Out of This è il secondo
lavoro dei Fiel Garvie, quintetto da Norwich col cuore incastrato da qualche
parte tra Mercury Rev, Cranes e My Bloody Valentine,
di ognuno più la malinconia che altro.
Un po come i Clientele, si rendono autori di unintuizione
sonica che cerca (suo malgrado?) di nascondere, coprire, soffocare il potenziale
melodico, restituendo un senso di apnea sognante, di allucinazione vaporosa.
Le chitarre e le tastiere imbastiscono una continua, cangiante sovrapposizione.
La voce (di Anne Reekie, che è anche chitarrista) è puro
fuoco fatuo, come una Denise James problematica, una Sandy Dillon in
filigrana, una Thalia Zedek sprimacciata.
Le canzoni si fanno largo in questa caligine, sono spiritelli languidi, malinconie
rarefatte, ballate ciondolanti in un pantano di affettata ingenuità (come
la splendida Reeling as you come around again), sono capricci folk dolciastri
come dei Cocteau Twins preda di allucinazioni sixties (vedi il caso
di He goes, she goes, la chitarrina e lo shaker immerse in liquido amniotico).
Sono i Velvet Underground cristallizzati, impagliati, infeltriti, imbambolati,
sottovuoto di B-rock. Sono la tensione wave e i pigolii sintetici come
un rigurgito New Order di Talking a hole in my head. Sono la
bradicardica, frastornante congiura sixties di Got a reason (tambourine
e chitarre tra allarme e visione, il basso gommoso e gli archi a cucire ombre,
la voce ingoiata da unapnea onirica e il bailamme psych à la Mercury
Rev).
Ogni traccia protesa verso esiti che per un pelo non raggiunge, perché quella
melodia si ferma un-attimo-prima-di (come capita alle volute aeree di Doortime,
la voce spampanata in un ansito caldo, oppure ad I didnt say,
inezia soul-pop come dei Jesus & Mary Chain centrifugati col coccolino),
perché quellarrangiamento è un po troppo accomodante
(è il caso del folk contaminato wave della conclusiva Flake,
minimale e dimessa come la First Time degli U2, che pure concede
un bel finale a base di archi affilati), perché quegli espedienti vanno
a rovistare tra logore cianfrusaglie (vedi limprovvisa esplosione di
corde e batteria in coda a Old friend: non suonerà certo nuova
a chi frequenta Radiohead e Flaming Lips).
Insomma cè qualcosa da smerigliare. Ok, cè più di
qualcosa da smerigliare e mettere a fuoco. Però cè lintuizione,
e cè lintenzione. Ed entrambe fanno ben sperare. Lo capisci
dagli episodi che sembrano cosucce e poi tornano a farti compagnia per giorni,
come Caught on, angelica combutta di tastierine, vibrafono e pulsazione
larga del basso, voce di velluto e sogni e intimità, quasi dei My Bloody
Valentine rinfanciulliti. Lo capisci da come There you go, un valzerino
come ne hai già sentiti a pacchi, riesca a covare tensioni latenti tra
strani guaiti di corde e sordide rifrazioni, come un malanimo Big Star che
non ha mai smesso di camminare.
Cè del buono insomma, e con gli ascolti riesci a vederlo più chiaro.
Il terzo album, pare imminente, potrebbe e dovrebbe chiarirci un po di
cose.
(6.7/10)

Nuovo gruppo d’importazione per la Ghost Records, che si conferma come etichetta “di prima linea” nello scenario indipendente non solo nazionale ma anche – e neanche tanto timidamente – internazionale. Loro sono i Fiel Garvie, e questo è il loro terzo disco, Caught Laughing.
Titolo curioso. Traducibile più o meno così: “afferrati ridendo”. Quasi un manifesto di un album di indie rock sbarazzino, se non fosse che qui le atmosfere sono decisamente più sobrie. Colpiscono subito, per intensità melodica e per cura negli arrangiamenti, The Palace Lights (un’affascinante escursione nei territori psichedelici e sognanti del dream pop) e Daylight (una ballata malinconica che, a dispetto del titolo, viaggia in penombra anziché in piena luce). Con Airsong la band è vicinissima ai Cranberries di No Need To Argue, e non è neanche un male, anche se ci si dilunga vanitosi per oltre sei minuti (quando forse sarebbe bastato durare la metà).
Un pugno di brani, comunque, dal piglio piacevolmente rilassato. Una raccolta da ascoltare abbracciati con la propria fidanzata/fidanzato, guardando la pioggia che riga dall’esterno il vetro della finestra.
(6.5/10)