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Father Murphy

di Fabrizio Zampighi
Sotto la coltre soporifera di un’Italia dormiente, il seme della psichedelia si agita attorno all’universo mistico-religioso dei Father Murphy. La creatura di Federico Zanatta, eminenza grigia del Madcap Collective, Vittorio Demarin e Chiara Lee, porta allo scoperto una vivacità musical-letteraria che a casa nostra stenta ancora ad essere apprezzata.
Foto: Father Murphy

Storie di fede e lisergiche visioni

di Fabrizio Zampighi
La leggenda di Father Murphy: Il libro delle rivelazioni.
"Dopo aver resistito alle tentazioni di Satana fu proprio nel quarantesimo giorno trascorso nel deserto che la congrega di Father Murphy poté aprirsi al messaggio codificato dell’apostolo Paolo. Re David non avrebbe più dovuto piangere per il crudele e spietato fato destinato alla Sua discendenza, come le pie Elena e Marcella non avrebbero più dovuto sorreggere la Vergine durante i desolati giorni della Croce. Chiara Lee, Freddie e il Vicario Vittorio Demarin avevano ricevuto il dono del Libro delle Rivelazioni".

Father Murphy , ovvero come riuscire a costruire un universo letterario, musicale, artistico fatto di personaggi in carne ed ossa e visionarie parabole pseudo-religiose, miti arcaici e creatività allucinata, pop sghembo ed attitudine psichedelica. Un universo instabile, dall’equilibrio precario, in cui la fantasia rischia da un momento all’altro di sottomettere la realtà e dove diventa complicato scorgere, tra i flutti di un mare magnum un po’ folle, le poche briciole di razionalità rimaste.

All’anagrafe gli ispiratori del progetto rispondono al nome di Federico Zanatta – aka Freddie, responsabile oltre che del gruppo in questione anche di tutto il lavoro che sta dietro ai dischi pubblicati dal Madcap Collective –, Vittorio Demarin – aka GVitron, polistrumentista ed anima di quello splendido azzardo sonoro che risponde al nome di Gomma Workshop – e Chiara Lee. Tre individualità caratterizzate da una forte personalità in grado di portare all’interno della band i semi fecondi di una musica artigianale e inaspettatamente orecchiabile, brillante e al tempo stesso inconsueta.

Il suono Father Murphy finisce per fondersi con il progetto più spiccatamente letterario di Federico Zanatta, quel Brevi routine e sei racconti pubblicato da St.Louis & Lawrence, branchia della stessa Madcap, che oltre a foraggiare l’immaginario fantastico di riferimento del gruppo rappresenta un tentativo di dar voce ad input letterari e culturali non in linea con le produzioni più tradizionali.

Foto: una tipica messa Father Murphy

Intervista a Federico Zanatta

Che il panorama indie italiano corrisponda ad una sorta di caleidoscopico e confusionario contenitore ricolmo di ogni sorta di stranezza musicale è ormai un fatto assodato. Come lo è la certezza che, in alcuni casi, le proposte più interessanti nascono all’interno di realtà discografiche che poco hanno a che vedere con i grandi numeri o l’ hype del momento. E’ il caso dei Father Murphy, trio alle amichevoli dipendenze del Madcap Collective, nonché progetto musicale di chi, il collettivo del cappellaio matto, l’ha teorizzato e fatto nascere. Quel Federico Zanatta la cui pirotecnica ed assai creativa verve è protagonista della nostra intervista.

Chi sono i Father Murphy? Come è nata l’idea del gruppo? Qual’è l’input alla base della proposta musicale?

Father Murphy è un nome che intende rappresentare un insieme, una congrega. Murphy era chiamato secoli fa mio padre, un reverendo, ma né io né mia sorella Chiara Lee abbiamo pensato mai di rivolgerci direttamente a lui con questo nome. È semplicemente un riferimento religioso alle nostre origini.
Un gruppo vero e proprio non esiste. Diciamo che dalla nascita di questo progetto fino ad un annetto fa abbiamo sperimentato varie eresie interne sotto forma di amici di passaggio, che hanno lasciato una loro traccia, per arrivare, o meglio tornare, al trio o alla trinità (non vorrei sembrare megalomane). Vittorio Demarin, nella sua trasfigurazione biblica di GVitron, - anche se potrebbe sembrare una leggenda - è davvero il vescovo che ha preso per mano me e Chiara e ci ha portati ad una sorta di conversione.
L’input di base è più o meno questo: siamo un progetto, c’è stato un inizio e ci sarà una fine, ci sono innumerevoli collaborazioni. Niente deve ammuffire e le proposte devono essere sempre sincere.
Effettivamente si tratta di una sovra incisione di input ed atmosfere

Con all’attivo un disco vero e proprio – Father Murphy del 2001 – e un titolo in comproprietà con un tuo progetto parallelo (i Mrs France) - When We Where Young The World Wasn’t In Your Hands del 2004 – , il gruppo si appresta a registrare un nuovo episodio discografico. Puoi fornire qualche anticipazione a tal proposito?

Il secondo disco potrebbe apparire come una contraddizione con quanto ho detto prima, dal momento che sarà, diversamente da quanto fatto fin’ora, un mostrare fedelmente quello che io, la Lee e Vittorio presentiamo dal vivo. Interverranno altri musicisti ma saranno, in questo caso, veri e propri ospiti.
Abbiamo infatti deciso di registrare tutto il materiale in poco più di una settimana, periodo in cui ci “rinchiuderemo” in uno studio sulle colline modenesi per meglio definire le nuove idee e la natura del gruppo. Fino a qualche tempo fa non c’erano prove, non c’era formazione fissa, e le canzoni venivano arrangiate in un determinato modo a seconda di chi era disponibile per suonare. Adesso siamo in tre, la line-up è quella che si vede dal vivo. Non penso si possa parlare di spontaneità persa, più che altro si tratta di confidenza e complicità.
Le tracce saranno molte, almeno per noi. Alcune le abbiamo già provate dal vivo, altre le metteremo assieme in studio, sarà poi compito di Davide – responsabile della registrazione di All My Senses Are Sensless Today dei Franklin Delano - dare una linea al tutto.
Comunque l’album dovrebbe uscire verso la fine di settembre (titoli provvisori? “Three Musicians Getting Unknown” ovvero “I Was In Coma, Then I Woke Up And Asked For A Strawberry Milkshake”), in contemporanea con il disco d’esordio di Stop The Wheel, un ragazzo di Trieste davvero molto in gamba, recentemente adottato da Madcap.
Poi faremo un breve tour - circa dieci date - e successivamente torneremo ai ritmi canonici di un concerto al mese, anche perché Vittorio dovrà pensare al suo secondo disco in uscita a novembre per Madcap e Snowdonia.

Father Murphy è un disco piuttosto particolare, in cui reminiscenze barrettiane – Syd, chitarrista dei Pink Floyd – si mescolano a suoni impastati riconducibili ad una certa tradizione indie americana, vocalizzi volutamente gracchianti convivono con cambi strutturali inaspettati. Mi pare di capire che uno dei punti fissi dei Father Murphy sia non avere punti fissi…

Come accennavo prima, tutto si basa su sovra incisioni di tracce. Per realizzare Father Murphy ci abbiamo messo circa un anno e tre mesi, perché io, finché non ho ritenuto di aver concluso tutto il mio lavoro, non ho passato nulla né a Vittorio, né a Chiara. L’idea di essere liberi dalle meccaniche tipiche di una band è stato sin dall’inizio un punto fondamentale. Le prime due canzoni di Father Murphy sono nate proprio così. Io vivevo a New York e facevo il cameriere. Non avendo abbastanza soldi per registrare il materiale presi accordi con uno studio di registrazione che prevedevano che ogni mattina gli lavassi i pavimenti, pulissi i tavoli mixer e i vari effetti. Loro in cambio mi avrebbero dato la possibilità di registrare. Dopo circa tre settimane ebbi a disposizione studio e fonico. Le tracce incise le spedii poi a Vittorio, proponendogli di arrangiarle e da lì nacque l’idea di lavorare assieme, pur essendo così distanti (io ero a NY, Vittorio a Venezia, e Chiara a Shanghai).

Che rapporto ha il gruppo con la psichedelia?

Posso parlare io per tutti e tre e ti dico che il nostro concetto di pischedelia si esaurisce con il primo album dei Pink Floyd, le uscite soliste di Barrett, e il lavoro di Os Mutantes.
Considero psichedelica la maggior parte del lavoro di Badalamenti per i film di Lynch, adoriamo i loop. Certo punk dei Nirvana è super psichedelico.
Se di psichedelia si tratta, mi piacciono (vecchi conoscenti) i Jennifer Gentle.

Sei impegnato in una miriade di progetti. Oltre a gestire il Madcap Collective e a suonare nei Father Murphy hai scritto una parte del minilibro Brevi routine e sei racconti edito dalla St.Louis & Lawrence, branchia della stessa Madcap. Sbaglio se ipotizzo che il frammento presentato a tuo nome sia indirettamente legato alle note a seguito di Father Murphy , in quanto parte integrante di un immaginario letterario-musicale che esula il singolo episodio?

Vorrei risponderti che non sbagli ma sembrerei presuntuoso…
La mia idea non è poi così originale e parte dal presupposto che io stia dando ospitalità ad una sorta di spia aliena che, in cambio del nutrimento che dal mio corpo riceve, satura il mio cervello con vari stimoli che io traduco in forme diverse. L’idea di base è quella di redigere una leggenda, dei Murphy o dei Lee (i cognomi molto comuni hanno il dono di poterti indurre a credere che si stia parlando in tono generale, ma solo perché sei paranoico questo non vuol dire che qualcuno non ti stia seguendo, ripeteva spesso un caro amico che adesso fa il benzinaio a Maui).
Per non dimenticare quanto la religione sia un’inesauribile scorta di suggestioni…
Odio chi mi dice che se non fai una cosa e solo quella non sei né carne né pesce…

L’impressione che ho, dando un’occhiata a tutto quello che fai, è che vi sia una sorta di ricorso ad una creatività totale che regola ogni aspetto artistico e rifugge qualsiasi forma di banalizzazione, sia essa una nota di copertina canonica, un’estetica consolidata o una melodia troppo frequentata. È un’impressione corretta?

Mi piace pensare che ogni cosa sia un progetto e che quindi tutto abbia un suo inizio e una propria fine. La tua impressione è corretta nel senso che se io mi costruisco un mondo dove far rivivere i miei personaggi, poco importa se questi poi saranno reali o credibili. Più importante è se saranno pronti ad accettare nuovi ospiti incuriositi da una "routine" che ci racconta cosa Lee combina imitando Mr.Lee. Magari il collettivo Madcap è composto in realtà da ventisette nanetti piromani che io e gli altri cerchiamo di reintrodurre nella società convogliando le loro pulsioni distruttive in qualcosa di creativo e non del tutto dannoso…

Notoriamente in Italia non c’è molto spazio per produzioni musicali atipiche come la vostra, se non nel sottobosco indie. In quanto leader dei Father Murphy, nonché deus ex machina del Madcap Collective – etichetta discografica che ha curato la pubblicazione dell’ultimo Franklin Delano nel nostro paese e, grazie alla partnership con l’americana File 13, anche negli Stati Uniti –, puoi dirmi che reazioni suscitano in ambiti diversi dal nostro i progetti che ti vedono coinvolto?

Direi che, per adesso, solo all’estero si può parlare di attenzione “sveglia”. Per presentare la Leggenda dei Lee sono stato invitato negli ultimi due anni in Grecia per tre settimane, a Malta e a Belfast, dove ho potuto vedere quanto la genuinità possa avere ancora un proprio senso di esistere. A New York potevo suonare due canzoni due volte la settimana agli open mic, sia in mezzo a perfetti sconosciuti che ad artisti indie ben noti (i due Moldy Peaches, il cantante degli Spin Doctor, Bright Eyes, per citarne alcuni).
Grazie alle super limitate tirature di St.Louis & Lawrence, insieme ad Andrea A. Di Carlo ed altri amici, abbiamo girato alcune librerie italiane. Le reazioni direi che non ci sono, nel senso che non ci sono reazioni dirette, bensì prodotte solo dopo aver sottoposto il pubblico a stimoli e questo è forse uno dei problemi che affligge maggiormente l’Italia, confrontandola con altre realtà.
Disporre di soldi ed utilizzarli per prendere in giro la “brava gente”. Un bel proposito…

Cosa vedi nel tuo futuro e in quello della tua etichetta?

Mi ripropongo di rispondere nel modo meno elusivo possibile.
Il mio futuro: il secondo disco di Father Murphy, a cui dedicherò moltissimo tempo fino circa a novembre 2005, forse dicembre. Dopo Brevi routine e sei racconti il libretto a cui accennavi prima, ci sarà una ristampa in cinquecento copie - sempre numerate -, poi anima e corpo per arrivare alla fine - spero entro due anni e qualche mese - del primo libro della Leggenda dei Lee (Brevi routine ne sono l’introduzione).
Il futuro di Madcap Collective: uscita di Father Murphy e Stop The Wheel, quindi il secondo disco di Vittorio Demarin e Littlebrown, ristampa di Like A Smoking Gun In Front Of Me dei Franklin Delano.
Continueremo a non trovare accordi con i distributori italiani, continueranno a ritenerci quasi illegali solo perché non abbiamo una partita iva, faremo uscire altre due micro pubblicazioni prima di fine anno con St.Louis & Lawrence, cambieremo indirizzo anche quest’anno come facciamo ogni anno (ci scade il contratto ad ottobre). Vorremmo trovare una sistemazione definitiva, ma odiamo il Veneto (e forse l’Italia, a quanti vogliamo bene qui?). Ottimo sarebbe avere un posto qui e un posto lì, questo il nostro proposito.
E poi siamo un collettivo, un progetto, e forse ci sarà una fine anche per questo se non avremo più risorse finanziarie da investire. Ma finché spendi duemila euro all’anno, i soldi si possono trovare per mandare avanti qualcosa. A meno che i ventisette nanetti non brucino qualcosa, e allora giù di spese processuali, rimborsi, plastiche varie, ed ecco che tutto è da ricostruire…

Copertina: Self Titled (Madcap Collective / Shuffle, 2001)
  • The Trigger
  • Nothing Wrong
  • Liquid Center (Christmas time)
  • Sunset 11/8
  • Some Guitars Are Hard To Play
  • Rollercoaster
  • American Coffee
  • Warnings

Self Titled (Madcap Collective / Shuffle, 2001)

di Fabrizio Zampighi

Laboratorio immaginario in cui convergono idee musicali antitetiche, prontuario del self-made e della creatività casalinga, piccolo gioiello indie dalla spiccata leggerezza pop.
Definizioni irrimediabilmente fantasiose quelle appena citate, che pur delineando per sommi capi il contenuto di questo Father Murphy non ne giustificano la ragion d’essere, pur circoscrivendone l’ambito semantico non offrono una panoramica sufficientemente chiara dei variopinti umori presenti al suo interno.
Sarà forse per il lessico sfuggente o l’approccio poco ortodosso, le differenze formali o le intuizioni destabilizzanti, ma il primo episodio discografico del gruppo trevigiano ci pare musica di difficile classificazione, minimale e sintetica al tempo stesso, a fuoco e nel medesimo istante dispersiva, vaneggiante e in ugual misura familiare.
Una familiarità che sfrutta il quattro quarti e le chitarre acustiche di Trigger per costruire un sentito omaggio al taglia e cuci beckiano, gli accordi sghembi di Nothing Wrong per rinverdire i fasti dell’arte visionaria di Syd Barrett, il violino di Sunset 11/8 per navigare sulle placide acque del folk più minimale, le ruvidezze sperimentali di Rollercoaster per scoprire un’improbabile convivenza tra i Brian Johnstone Massacre e i 13th Floor Elevator.
Ciò che emerge dalla musica scalpitante del gruppo è un mix di melodie gradevoli e handicap razionali, frammenti convenzionali e spigoli improvvisi, un potpourri di espressioni capace di donare ad un viso grottesco, e dai tratti somatici inquietanti, il fascino sottile dell’incongruenza.
I Father Murphy riassumono in otto brani il proprio background musicale spremendolo fino alla buccia, riordinano intuizioni a prima vista inconciliabili per ricavarne musica, col fine di ottenere un disco legato al cordone ombelicale di un’infanzia ormai lontana ma tutt’altro che ingenuo, piacevolmente caotico e foriero di grandi promesse. (6.5/10)

Copertina: Father Murphy / Mrs France – When We Were Young The World Wasn’t In Your Hands (Madcap Collective / Shuffle, 2004)
  • Stereo
  • Drawn
  • Butterflies & Bats
  • German Henry
  • Radio Och Mikrofonkontakt Med De Doda
  • Please

Father Murphy / Mrs France – When We Were Young The World Wasn’t In Your Hands (Madcap Collective / Shuffle, 2004)

di Fabrizio Zampighi

Episodio piuttosto singolare, When We Were Young The World Wasn’t In Your Hands raccoglie sei brani equamente divisi tra Father Murphy e Mrs France, progetto collaterale di Federico Zanatta. Una sorta di Ep nato negli Stati Uniti e in gran parte inciso a New York, che piega il verbo del reverendo Murphy ad atmosfere eteree e piuttosto oscure – Stereo –, lo accosta a nenie bambinesche stilisticamente non lontane da quelle rese celebri da pellicole come Profondo RossoDrawn -, gli impone le consuete deviazioni verso il folk più anoressico (Butterflies & Bats).

Di chitarre acustiche e morbidi echoes, linee melodiche strascicate ed attitudine lo-fi è piena anche l’altra metà del disco – quella dedicata ai Mrs France -, sospesa tra possibili rimembranze à la Arab StrapPlease – e immediatezze estemporanee (German Henry, Radio Och Mikrofonkontakt Med De Doda). (6.0/10)

Copertina: Six Musi Cians Getting Unknown (Madcap Collective, 2005)
  • Intro
  • Tell You A Secret
  • Police
  • Seeds
  • It’s Raining Smiling Tunas, Dear C. Lee
  • Brain
  • Millhouse
  • I Was In Coma, Then I Woke Up And I Asked For A Milkshake
  • Heartbeat
  • Indie Labels
  • Butterflies And Bats
  • Three Musicians Getting Unknown
  • God Speed You My Nurse

Six Musicians Getting Unknown (Madcap Collective, 2005)

di Fabrizio Zampighi

Che si creda alla storia della rivelazione mistico–allucinatoria narrata tra le note del booklet o si renda semplicemente merito alla creatività straripante del combo trevigiano, una cosa la si può comunque sottolineare: quello che abbiamo tra le mani corre seriamente il rischio di diventare uno dei migliori dischi dell’anno. Fatto di per sé strano, se si pensa che a pubblicarlo è una band sconosciuta ai più, ma tant’è…
Con Six Musicians Getting Unknown i Father Murphy confezionano un lavoro maturo e omogeneo, capace di ordinare le prove tecniche di trasmissione dell’esordio discografico in tredici tracce effervescenti, impastate da una personalissima verve lisergica. Un tributo all’irriverenza ed alla giocosità bambinesca che mostra tra le righe l’imprinting dei padri fondatori del genere, oltre a miriadi di riferimenti differenti. Citare il Syd Barrett dei due episodi solisti, impegnato nell’ombra a tirare le fila di un lavoro dagli arrangiamenti generalmente acustici, ci pare inevitabile, come del resto rilevare le dissonanze dei Nirvana, le lentezze marziali dello slowcore, l’indie americano. Un coacervo di stili che i Father Murphy eleggono a proprio marchio di fabbrica, tanto brillante nel suo essere uno e nessuno da lasciare a bocca aperta, così immediato e sanguigno da venire erroneamente scambiato per palese ingenuità grammaticale. Un errore, lasciatecelo dire, imperdonabile.
Per averne testimonianza si presti attenzione al deragliante incedere di Tell You A Secret – il cappellaio matto non è mai stato così vicino – o agli umori quasi grunge di Seeds, al pop zoppicante dell’irresistibile It’s Raining Smiling Tunas, Dear C. Lee o alle deformazioni psichiche di Brain.
Six Musicians Getting Unknown è folk – Millhouse e Indie labels –, psichedelia scanzonata – Heart Beat -, musica lucente come il cofano di una vecchia Plymouth e scapestrata alla maniera dei disegni di un infante, strafottente come l’effige dei Rolling Stones e dannatamente piacevole.
Ma soprattutto, al pari dell’ultimo Jennifer Gentle, un disco artigianale e appiccicoso, di quelli fascinosi dell’età del vinile che, a dispetto del trascorrere del tempo, non si smetterebbe mai di riscoprire . (8.0/10)

    Lorenzo Fragiacomo
  • Still Face
  • Walking On The Moon
  • Jester's Day
  • Father Murphy
  • Was In Coma, Then I Woke Up And Asked For A Milkshake
  • We Know Who Our Enemies Are
  • So Long

Father Murphy / Lorenzo Fragiacomo – When Ground Figures Bless In Black Tutus (Madcap, 2006)

di Fabrizio Zampighi

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, When Ground Figures Bless In Black Tutus non è un nuovo episodio sulla lunga distanza del Reverendo Murphy bensì uno split, che raccoglie una versione alternativa e due brani inediti della band trevigiana assieme a tre tracce di Lorenzo Fragiacomo, nuovo affiliato alla congrega del Cappellaio Matto. Un lavoro che non vuole apparire né unitario né coerente ma ha il pregio di presentare comunque un confronto diretto e assolutamente pacifico tra due realtà musicali piuttosto differenti.

A un angolo del ring i Father Murphy, psichedelici quanto basta in una rivisitazione elettrificata di I Was In Coma, Then I Woke Up And Asked For A Milkshake dall' ultimo Six Musicians Getting Unknown, persi nei toni inquietanti della pregevole We Know Who Our Enemies Are e annoiati dalla rigidità strutturale di So Long. All'altro Fragiacomo, polivalente musicista con un passato in consolle nonché sorta di Barry Adamson col vizio dell'aperitivo, alle prese con un'interessante miscela di suoni a metà strada tra disco anni '70 , easy listening, archi e basi breakbeat. (6.6/10)

Live: Ganesh Cafè, Bologna (23 febbraio 2007)

di Fabrizio Zampighi

Le pareti rosse, gli specchi, le luci soffuse e i soffitti a sbuffo dell'area concerti del Ganesh Cafè - un seminterrato di sei per sei posto esattamente sotto alla zona pub del locale -, sembrano fare il paio con la musica dei Father Murphy. Anch'essa evanescente, ricca di sfumature, dispersa in un alveo minimal-folkloristico figlio della psichedelia del Cappellaio Matto e parente stretto delle anoressie formali di Will Oldham e compagnia.

Un concerto, quello di Bologna, che in realtà non è un concerto ma un happening tra pochi intimi, funestato dallo scarsissimo spazio a disposizione per impianto e pubblico - il primo non altezza, il secondo costretto in pochi metri quadrati - ma sostenuto da una band che riconferma l'ottima impressione suscitata al momento della pubblicazione dell'ultimo Six Musicians Getting Unknown. Ed è proprio da lì che idealmente si parte alla ricerca dell'universo sghembo e affascinante della formazione trevigiana, con un' irresistibile Tell You A Secret che cita la Baby Lemonade di Syd Barrett pur suonando originale, con i colori appiccicosi di Brain e le progressioni trascinanti di It’s Raining Smiling Tunas Dear C. Lee, con la narcotica Butterflies & Bats e il grandangolo distorto di Seeds, con la We Know Who Our Enemies Are tratta dall'ultimo split Father Murphy / Lorenzo Fragiacomo.

Nel complesso un live spedito di un'ora e mezza, che tra momenti riusciti e qualche caduta di tono, ha ripercorso la storia recente dei tre, regalando sul finale qualche testimonianza degli esordi (il garage di Rollercoster). E tutto questo nel disinteresse (se non incomprensione e una punta d’ostilità) dei gestori di Via Polese, abituati a ben altro intrattenimento e vibrazioni musicali. Il 24 aprile suonerà sullo stesso palco Beatrice Antolini, sempre della scuderia Madcap: siamo certi che per qualcuno sarà soltanto un'occasione per vendere qualche bicchiere di birra in più.