Una cameretta che implode vaporizzando meraviglie flemmatiche, una sarabanda di citazioni centrifugate in un linguaggio tenero e appassionato, diafano ma sanguigno. Il folk-pop (più o meno) psichedelico potrebbe aver trovato un nuovo campioncino. Anzi, senza dubbio è così. Originario della "canaglia" - Bush dixit - Siria, ma ormai texano a tutti gli effetti, esordisce in duo col fratello Salim come Nourallah Brothers (l'album omonimo risale al 2000), ma già dal 2002 si mette in proprio sfornando l'ottimo I Love Paris.
E' il preludio a ciò che gli album successivi confermeranno e rafforzeranno, consegnandoci un cantautore che potresti immaginarti figlioccio di Beatles o Calexico, Elliott Smith o Ray Davies. Dai sessanta ad oggi con tutto quel che sta nel mezzo, senza uscire dal solco di un folk garbato ma capace di scarti versicolori, acidulo e sognante come volesse estraniarti salvo poi farti atterrare su tutti e due i piedi, col cuore in mano, in subbuglio.

Quarto album in solitario per il siriano-statunitense Faris Nourallah, e se non è il suo lavoro migliore, poco ci manca. Con Il suo cuore di transistor (secondo titolo in italiano dopo Problematico) prosegue la messa a punto della calligrafia, immersa in una palpitante sfumatura di suggestioni che non so nettamente definire, quasi fosse un prisma prima polverizzato e poi nebulizzato in una cortina pastello, una cipria sabbiosa, uno scostante accorato vapore. Quadretti brevi, miniature pop che schiudono stanze aperte su piccoli mondi sentimentali. Indolenze e asprezze, ovvero gli anni sessanta del pop coniugato al futuro, gli anni ottanta accartocciati tra i droni giocosi, la contemporaneità inebetita tra evoluzione e riflusso. Puntini di sospensione attorno alle sagome di Lennon e Ray Davies, di Elvis Costello e Jens Lekman. Ombre e capricci, incapricciamenti ombrosi, voce in trepido/diafano/spiegazzato primo piano, tepore di tastiera, insomma un Elliott Smith di passaggio in Rewrite History, così come in Dreamkillers e nella stupenda Lifeboat. Accompagnandosi sempre con quella flemma semiseria, come se una formalità cocciuta, uno stare sopra al malanimo come fosse un cavallino a dondolo, fosse la necessaria, morbida coperta d'understatement stesa sull'irrequietezza.
Ed ecco dal nulla un cilindro, e dal cilindro una rumba, e nella rumba un impossibile paesaggino tex-mex, e nel mezzo una pungente ironia Donald Fagen (Chaos). Poi un collasso di nostalgie e vernissage sixties, i Byrds via R.E.M. via Kinks via Clientele in un tremolio electro quasi prog per solerte impennata emotiva (Face In The Wind). Ma anche loop sintetici sbattuti su languore d'archi tra striscianti angosce futuriste, come se per stavolta Patrick Wolf spartisse la pietanza coi Grandaddy (Break Your Wovs). E la solennità pseudo-Waters, l'inserto valzer e il repentino scarto arab-wave che non ci credevi si sarebbero mischiati così bene, o almeno non con tanta efficace discrezione (Don't Kiss). Per poi chiudere - ghost track a parte - in un caliginoso incedere McCartney, passeggiata claudicante come sintesi strana e tenace tra autentico e artefatto (Tell Me Secrets). Ed è proprio questo stare comunque in piedi senza rischiare neppure un attimo la caduta, sospeso nella non-gravità della forma conforme, del disequilibrio emotivo che provoca l'equazione formale, la chiave del manifestarsi di Faris Nourallah: una profonda semplicità, da perdercisi.(7.4/10)

In attesa del nuovo album, che uscirà a gennaio 2008 e di cui sappiamo anche il titolo (Radio Faris), il caro Faris Nourallah ci concede un aperitivo. Ovvero, un nuovo album. Il quinto di inediti, ben 13, registrati in splendida autarchia in quel di Dallas dove fruttuosamente conduce la propria vita d'artista frugale, genialoide. E generoso, visto che quanto questo Gone raccoglierà sul mercato verrà devoluto alla ong KNK (Kokkyo naki Kodomotachi), o Children without Borders che dir si voglia (http://knk-network.org/). E bravo Faris, dunque, ancor più perché questo lavoro, anche questo lavoro, è una gemma. Di quelle che risplendono sotto la caligine di un sempre più incomprensibile anonimato, destinato a dissolversi - se il tempo è galantuomo - di fronte a tanta disarmante, agile e abile verve compositiva.
Sentitevi, chessò, Northbound Train, uno di quei pezzi morbidi e intriganti come Badly Drawn Boy non sa più scrivere, oppure Call It Off, col festone luccicoso Eels tra ghigni wave, o ancora la title track, con quel ritornello impetuoso e struggente che manderà in solluchero Patrick Wolf. C'è qualcosa di nobile nel pedigree di questi pezzi, malgrado si dipanino sbrigliati, senza tirarsela più di tanto. Lo avverti nel ciondolamento Costello tra vapori lennoniani di Galla, nella malinconia sintetica - particelle dei primi Ultravox - di Who Started The Fire, nella pop-wave eniana di Bephantine e Forgiveness, nell'amarognola tensione Elliott Smith che strapazza Things We Really See e spalma inquietudine sulla fatalista Everything Is Relative (che diresti frutto del Joe Jackson più flemmatico). Lo senti negli arrangiamenti che puntano dritti all'essenza del sogno pop senza fare giri inutili né venir meno alla generosità del manifestarsi. Lo senti, infine, nella voce di Faris. Qualcosa che potresti chiamare: autenticità. (7.2/10)