I Faint sono un piccolo scherzo dell’odierno panorama indipendente americano. Sorprendentemente anacronistici ma incredibilmente attuali, non un classico gruppo indie né un “semplice” gruppo emul rock. Attenzione a prenderli troppo sul serio.

Omaha. Una tranquilla cittadina sul Missouri con un nome che rimanda direttamente ai nativi, una lunga tradizione di centro agricolo, un recente sviluppo urbanistico che ne ha alterato i tratti rurali, la classica squadra di football, l’università. È il centro più grande del Nebraska, un enorme centro commerciale in mezzo a quella sconfinata provincia che è il Midwest nordamericano, e si sa che all’ombra dei megastore l’alienazione e il disagio giovanili allignano, affluendo in quello spleen secco, insapore, tenero e feroce raccontato da Gus Van Sant nei suoi film. L’indie-rock è l’espressione più limpida di questi scenari senza prospettiva, schiacciati in una sola dimensione, teatri di domestiche tragedie e annoiati passatempi. Indie-rock che in questi luoghi significa musica fatta per i propri amici, tutta giocata su una meccanica e ovvia empatia che alle volte, più o meno casualmente, s’innesta nel circuito worldwide, alla luce del fatto che i megastore e i McDonald colonizzano sempre più provincie pianeggianti in giro per il mondo.
Qui a Omaha l’indie-rock è una seria ipotesi di lavoro ed è sulla base di questo intento che un paio di amici hanno messo su una cooperativa prima nota come Lumberjack Records e poi Saddle Creek. Unica risorsa l’emotività, prima ancora del talento, che da queste parti si esprime in tre tonalità base - anche se spesso mischiate nel classico gioco delle tre carte (vdi repertorio Bright Eyes): rabbia che sta per emocore, tristezza che sta per folk-rock e voglia di diverstirsi che sta per dance-wave. Se i Cursive primeggiano nel primo colore e i Lullabies For The Working Class nel secondo, i Faint hanno deciso - dopo un lungo apprendistato - di appostarsi dalle parti dell’ultima tinta disponibile. Così a partire da Blank Wave Arcade (1999) si sono resi responsabili del ritorno di sonorità legate alla wave più sintetica e al cosiddetto new romantic. Non è il caso di parlare di revival, almeno stavolta: la loro è stata piuttosto una scelta estetica, tanto naturale e naif nelle intenzioni (nelle parole dello stesso leader Todd Baechle: “ per rendere i pezzi più allegri e adatti ad un’atmosfera tipo nebbia e luci strobo”) quanto rivoluzionaria, almeno nel suo contesto. Come tanti altri musicisti della loro generazione, avrebbero benissimo potuto ricalcare i sentieri della scuola lo-fi pop-rock anni ’90, mantenendosi nei confini dell’estetica “classica” della tipica guitar band (cosa che, in effetti, hanno cercato di fare nel loro primo - e mediocroccio - Media). E invece i Nostri hanno deciso di cambiare le chitarre elettriche coi synth e diventare una versione nerd di Duran Duran, Spandau Ballet, Howard Jones, Soft Cell, Human League e compagnia bella. Alla faccia del rock and roll. Anche se un bel gioco…
In occasione dell'uscita di Wet From Birth, SA ha intervistato via e- mail Jacob Thiele, il tasterista dei Faint. Presente, passato e futuro della band di Omaha in quindici tappe.
Senza troppi giri di parole, l’idea dietro Wet from birth è il ritornare all’idea che non devi per forza avere un’idea dietro ogni album che realizzi.
Alcune melodie sono state rubate da una canzone dei B-Movie (una synth-wave band inglese di inizi anni ’80 gravitante intorno alla Some Bizzarre, etichetta di Depeche Mode e Soft Cell, ndr.). Gli arrangiamenti sono usciti fuori dal cervello di Nate Walcott (compositore e arrangiatore della Saddle Creek, già presente in Fulfilled Complete dei Broken Spindles, ndr.), con qualche indicazione motivazionale da parte della band, specialmente Todd (Baechle, il cantante ndr.).
Poiché l’80% di noi si è ritrovato coinvolto in relazioni amorose, ci siamo aperti all’idea di scrivere canzoni che parlano di quelle cose. C’è ancora il commento sociale, che viene da una prospettiva personale, ma non così tanto.
I Desperate Guys sono quelli che non ci riusciranno mai con una ragazza come quella di cui parla la canzone. Ragazzi che non rientrano in un certo standard perché si interessano delle cose sbagliate. O forse non rientrano in alcun standard… Si, la critica sociale ci interessa, ma tendiamo maggiormente a scavare nell’osservazione sociale, cercando spesso di presentare i fatti in modo oggettivo piuttosto che indirizzare l’ascoltatore verso una particolare opinione, lasciandolo libero di farsene una propria.
Non tanto sarcastici… gli altri solitamente quando si riferiscono a noi amano usare l’espressione “tongue-in-cheek” (idioma che indica un atteggiamento scherzoso, ndr.), e credo di essere d’accordo. Phone Call esprime onestamente qualcosa che è capitato nella vita di Clark (Baechle, ndr.). Anche in passato abbiamo avuto canzoni tristi, come Ballad of a Paralysed Citizen, o anche Violent (entrambe da Danse Macabre, ndr), che era abbastanza deprimente.
La melodia di How I could forget è rubata da una canzone di Petula Clark, There goes my love, there goes my life. Nel momento in cui la nostra musica viene messa su disco, l’abbiamo già ascoltata così tante volte che solitamente non ci troviamo niente di nuovo. A volte capita che le nostre canzoni ci piacciano tanto quanto quelle di altri musicisti, che è una cosa che di solito non ti aspetti.
In verità, hai citato artisti che ci piacciono, ma che comunque non hanno influenzato direttamente le canzoni. Jimi Tenor è stato una grande influenza per Erection. Disappear è venuta quasi dal nulla, ma il testo è stato ispirato da alcuni rituali voodoo a cui Todd ha assistito ad Haiti. Possibilmente, Symptom Finger è stata influenzata dai Daft Punk, riesco sicuramente a sentire la somiglianza. A dire il vero penso che la canzone originariamente fosse molto hard rock e suonasse di più come Marylin Manson.
Abbiamo alcuni software, ma finora li abbiamo usati solo per qualche canzone… Dal vivo io suono sempre un Nord Lead e un An1x della Yamaha. Abbiamo anche un Korg ms20, un Omega2, qualcosa della Doepfler, un Novation Supernova 2. Per il disco abbiamo usato un Arp Odissey, un po’ di Evolver e, non so, altra roba di questo tipo.
Beh, gli Human League sono molto diversi dai Faint perché non hanno mai fatto uso di sequencing, o almeno non l’hanno fatto in tutti i loro dischi. Agli inizi avevamo lo stesso approccio, usando soltanto un’occasionale drum machine o un arpeggiatore. Adesso abbiamo fatto un po’ di progressi, e ci sentiamo influenzati dagli anni ’80 più nella mentalità e nell’attitudine che nei suoni. Hai fatto bene a menzionare gli arrangiamenti, ma adesso sappiamo che stiamo facendo qualcosina in più. Credo che questo processo ci porterà più verso la techno, o qualcosa del genere.
Potrebbe essere qualunque di queste cose. Ogni cosa che ispira una canzone, che per noi si riduce fondamentalmente alla melodia e alle parole.
Niente di tutto ciò, semplicemente eravamo stanchi del modo in cui suonavamo le chitarre, e volevamo uno spettacolo dal vivo più eccitante.
No, non era previsto neanche questo. Questa cosa si deve soprattutto all’entrata di Dapose nella band, che avrebbe dovuto essere il nostro coordinatore visuale, occupandosi per esempio dei video e delle luci. Ha un background death metal e suona la chitarra in modo davvero inusuale. Per i Faint, è stata una sorta di rinascita chitarristica.
Tutti noi, con Dapose al timone.Per la copertina di Wet From Birth, ci ha aiutato il nostro amico Seth Johnson. Ha contribuito con un collage, dal quale abbiamo preso l’immagine della ragazza e quella del bambino con il feto.
Potrei dirtelo, ma non mi crederesti.
Molto probabilmente saremo lì a Dicembre.

L’avventura dei Faint inizia una sera di circa dieci anni fa, quando, dopo un concerto degli eroi locali Slowdown Virginia, i fratelli Todd e Clark Baechle, il bassista Joel Petersen e Conor Oberst (che intraprenderà quasi subito dopo una carriera in solitaria sotto la sigla Bright Eyes) decidono di mettere su una band. I quattro si battezzano Norman Bailer e cominciano ad esibirsi nei coffee-shop e negli scantinati di Omaha. Sono gli anni dell’esplosione indie rock ed è in un certo senso inevitabile che le prime composizioni dei giovani musicisti risentano dei suoni quella scena (con particolare occhio di riguardo per Pavement, Sebadoh e Dinosaur Jr.), senza tralasciare una certa vena folky. Sostituito Oberst con Matt Bowen e cambiato il nome in Faint, il gruppo realizza così nel 1998 l’album di esordio Media per l’etichetta locale Saddle Creek.
Il disco è una raccolta di composizioni risalenti al biennio ’96-’98, in cui è evidente il tentativo di ricerca di uno stile personale, che purtroppo (per loro e per chi ascolta) si traduce in una sterile e goffa imitazione dell’idioma indie di fine ’80 inizio ‘90, che (è il caso di ricordarlo) in quegli anni ormai era avviato verso un inesorabile declino. Dalle reminiscenze pavementiane (imbastardite con power pop melodico degno di Blink 182) dell’iniziale Syntax Lies, ai ristagni grunge di As the doctor talks, tra rievocazioni di Cure (tanto dei più poppeggianti in Some Incriminating Photographs quanto dei più solenni in An Allusion Passes Through the Bar), Sebadoh (Acting; On-Campus Television, There’s something) e primissimi Dinosaur Jr. (Typing: 1974-2048, Getting/Giving The Lock), i momenti degni di nota si riducono a pochi minuti. L’intro di Tandem: City to City, i 50 secondi di Lullaby for the…, le battute iniziali di Amorous in Bauhaus Fashion sono poca cosa per salvare delle paludi della banalità un disco come Media, classica ingenuità da esordienti da cui prestissimo i Faint prenderanno le distanze per dirigersi subito verso la svolta più significativa (e incredibilmente sensata) della loro carriera. (5.0/10)

Appena dopo l’uscita di Media, i Faint si rendono conto che essi stessi, per primi, non si sentono più soddisfatti dal classico suono indie rock. A sentir loro, il motivo risiede principalmente nel modo in cui vengono usate le chitarre in quel genere; quell’estetica, quello stare “con le chitarre, in piedi, immobili per 45 minuti”, è diventata per Todd Baechle e soci una restrizione al loro modo di esprimersi. Serve qualcosa per far suonare più allegre le canzoni, qualcosa per divertire il pubblico. E cosa c’è di più divertente di pezzi come “Enola Gay” o “Tainted Love”?
Alla luce di ciò, ai quattro ragazzotti di Omaha deve essere apparso estremamente naturale sostituire le chitarre, il simbolo per eccellenza dell’estetica rock anni ’90 da Cobain in poi, con le vecchie tastierine di Nick Rhodes e Martin Gore. Non più la sei corde come ideale mezzo di espressione per uscire allo scoperto, ma i cari vecchi synth analogici, i loro suoni terribilmente datati e le potenzialità illimitate (secondo Baechle) che essi offrono rispetto ai soliti strumenti. La musica dei Faint abbraccia così l’estetica new romantic, spogliandola della sua componente modaiola e rivestendola del piglio scanzonato e giocherellone di un certo indie rock (Pavement e Blur su tutti).
Il risultato più riuscito di questa bislacca (e, in questo caso, riuscita) operazione è Blank Wave Arcade, uscito nel 1999 dopo l’abbandono di Matt Bowen e il reclutamento di Jacob Thiele alle tastiere. Nove tracce (rigorosamente a tema sessuale, nella migliore tradizione Frankie Goes to Hollywood) fortemente caratterizzate da synth e beat elettronici, in cui strumenti elettrici come basso e le tuttavia presenti chitarre riescono a convivere con effetti da Atari (Worked up so sexual), cori à la Wild Boys (Cars Pass In Cold Blood) e forsennati ritmi punk wave (Casual Sex). Il tutto contraddistinto da un’indiscutibile attitudine ludica che rende l’insieme abbastanza godibile, da Sex is personal (incipit ad alto tasso bluresco) a In Concert (tra cadenze Devo/O.M.D. e chitarre punky), da Call Call (Talk Talk?) a Victim Convenience (i Duran Duran alle prese con certe cadenze metal scandite dalla doppia cassa), fino a Sealed Human, il brano di maggior spessore, che sa del futurismo rétro (se è consentito l’ossimoro) del migliore John Foxx.
Blank Wave Arcade è la dimostrazione di come un disco possa suonare fresco e divertente anche se realizzato con strumenti antidiluviani. Su questo paradosso si fonda quella sicurezza - mista ad incoscienza - che porterà gli ineffabili Faint fino ai giorni nostri. (6.7/10)

Entrato in formazione nel 2001 il chitarrista death metal (!) Dapose, i Faint provano a fare il cosiddetto “botto” con Danse Macabre. Che facciano sul serio si capisce sin dalla scelta grafica di copertina: un collage pop art composto da una sagoma di ballerino anni '50 (vestito come il Travolta tarantiniano) che si staglia contro una tetra downtown; su tutto, font di testo futuristi (à la Blade Runner) tra il giapponese e il cirillico da propaganda sovietica. Una trasposizione post-moderna delle copertine punk (specie quelle dei Clash) in cui il contrasto tra il nero dei grattacieli-monoliti e il rosso fosco dello sfondo, unito al personaggio danzante, esprime perfettamente il concetto di “macabro danzabile”; una meta precisa e studiata, che il gruppo di Omaha ha raggiunto in questo disco partendo dalle linee estetiche e sintetiche del precedente Blank Wave Arcade.
La formula di Danse Macabre presenta un gruppo padrone dei suoi mezzi, e perciò depositario di un vero marchio di fabbrica: un sound dal forte appeal, ricco dei consueti fantasmi del passato ma anche di finestre elettroclash e death metal, cinico e a tratti gotico, sempre originale e raramente abbandonato dalla vena lirica di Todd Baechle. Questo impasto sonoro, fruibilissimo e ultracompatto, unisce l'impeto e l'irriverenza punk all'estetizzante e gelidamente sensuale approccio synth pop, fotografando il periodo di intersezione tra un'epoca di rottura (che stava sprofondando) e un'altra assolutamente contraria negli intenti (che stava emergendo).
Liberi di poter riscrivere la storia al riparo da tramontate dicotomie giovanili (punk vs new romantic e via dicendo), i Faint fanno un salto nella discoteca alienata dei primi New Order e da lì, da quei motivetti, riavvolgono il nastro re-iniettando irriverenza e sberleffo anarcoide; in altre parole, superano a sinistra i gruppi cui saranno associati alla nausea evitando di riproporne la patetica seriosità, e ripropongono gli impetuosi attacchi dalla strada spurgandoli di ogni valenza sovversiva e contestatrice.
Brani come Agenda Suicide (i Nine Inch Nails che flirtano con i Duran Duran), Glass Danse (i Bronsky Beat a letto con i Mouse On Mars), Let The Poison Spill From Your Throat (i Bee Gees con gli Human League di Travelogue), Posed To Death (i DAF che tentano un approccio amoroso con i Depeche Mode), The Conductor (i Fields Of The Nephelim con i Daft Punk), Ballad of a Paralysed Citizen (John Foxx con ancora i League) sono curiosi cortocircuiti stilistici in nome di un’elettronica dilettantesca e home-made, finalizzata al ballo '80 senza nostalgie.
Ne viene fuori un (in)sano e geniale pop-wave-punk, probabile apice espressivo dei Faint ma anche potenziale pericolo per lo sviluppo artistico del progetto. Agganciandosi più al gioco estetico che a quello etico, il percorso del gruppo rischia di restringersi ad una cocciuta ricerca massimalista di elementi sempre nuovi che rischiano d i alterare una mistura forse già in sé perfetta e, proprio per questo, di probabile vita breve. (7.0/10)

Rispetto a quel favoloso esperimento orrorifico e beffardo chiamato Danse Macabre, che lanciò il gruppo di Omaha nelle radio e nei club di mezzo mondo fino a farli aprire per i No Doubt nella tournée del 2002, Wet From Birth tenta una via di rinnovamento pur non abbandonando l'impianto sonoro di base.
Il sound collaudato nei due precedenti album resta infatti lo stesso, ma viene caricato di nostalgia e malinconia. La drammaturgia da teatro dell'opera, i frammenti di assoli per violino e le arie mitteleuropee presenti in Southern Belles In London, o le pulsazioni dark di un brano epico come Birth connotano il synth-pop dei Faint addirittura in senso esistenzialista, rendendolo perciò veicolo di piccole epopee sentimentali tanto per i reduci degli ‘80 quanto per la gioventù disperata dei 2000.
Tuttavia la strada di una sperimentazione coerente - come accadeva nel precedente album - è soppiantata da un’attitudine svagata che da una parte ricade in stilemi già utilizzati (l'elettroclash di Symptom Finger), dall'altra ne prova di nuovi (il reggae di Phone Call). Se si eccettua la scrittura melanconica della buona How Could I Forget (un battito synth serrato che sfocia in una mezza overture techno à la Orbital), l'impasto è debole e, forse proprio per questo, la chitarra in stile primi Nine Inch Nails di Dapose gode di spazi mai concessi prima (specie in Drop kicks the punks e nella finale Birth); lo stesso discorso vale per alcune citazioni più scoperte che precedentemente non era mai accaduto di rivelare (Erection, per esempio, richiama un po' troppo Personal Jesus dei Depeche Mode).
Sebbene Wet From Birth possa risultare indubbiamente appetibile per i nuovi e potenziali fan del gruppo (si ascolti la stessa Erection, ruffiana ma godibile, i singulti sincopati di Disperate Guys o il pop cingolato e facilmente ballabile di I Disappear), l'album, soprattutto alla luce della produzione precedente, non arriva a convincere del tutto. Anche se, per un gruppo che ha fatto della citazione creativa la propria ragione d'essere, l’auto-citazionismo forse è l’ultima cosa da biasimare… (5.5/10)

Nel corso delle recenti interviste in promozione di Wet From Birth, i Faint non hanno mai fatto mistero del fine ultimo della loro musica – e dell’estetica synth pop su cui essa si fonda: avere uno spettacolo dal vivo il più divertente e meno noioso possibile.
Ogni dubbio circa queste affermazioni - eccessiva frivolezza? pretenziosità mascherata da ingenuità? - è destinato a dissolversi una volta assistito a un loro concerto: come ampiamente dimostrato lo scorso 11 Dicembre al Transilvania di Milano, la band di Omaha è, essenzialmente, un live act; ogni aspetto della loro produzione artistica, da quello grafico a quello prettamente musicale, è finalizzato alla performance sul palco.
Va infatti detto che quello offerto dai Faint in questo tour mondiale (che dagli Stati Uniti li porterà attraverso l’Europa fino in Giappone) non è un semplice concerto, ma un vero e proprio show multimediale basato tanto sull’elemento musicale quanto su quello visuale, in cui video proiettati alle spalle della band - concepiti dal team grafico a cui fa capo il chitarrista Dapose - sono un perfetto commento/complemento ai singoli brani della scaletta.
Così, persi tra grooves, strobo e la caratteristica nebbiolina presente ai concerti, non si può che darla vinta ai Faint: brani tratti dall’ultimo disco come Birth (ossessivo ed oscuro incipit della serata, con Dapose e i suoi riff death metal sugli scudi), I Disappear (potenziale hit wave melodica), Erection (accompagnata da un significativo video in cui, tra simboli fallici, emergono le Twin Towers) e Desperate Guys (ricca di pulsioni campionate) finiscono per acquistare sul palco un senso che su disco si stenta a trovare; i cinque musicisti spaziano con estrema sicurezza nel loro repertorio - privilegiando comunque il materiale da Wet From Birth e Danse Macabre, più qualche concessione a Blank Wave Arcade -, mostrando di poter contare ormai su uno stile consolidato e riconoscibile, che permette loro perfino di avventurarsi in un’inattesa - e nobilitante – riproposizione di Psycho Killer dei Talking Heads. A quello della musica (di per sé eseguita senza sbavature) e dei beat (sempre più tendenti verso la techno) va inoltre aggiunto il valore di una presenza scenica che, conforme all’estetica kitch che il gruppo persegue (come altro chiamereste quella fusione tra informalità indie e pose gothic-metal?), riesce a coinvolgere il pubblico: i ragazzi sono i primi a divertirsi di ciò che suonano, anche se spesso, dal loro piglio estremamente convinto, sembrano prendersi un po’ troppo sul serio.
Stando all’obbiettivo che si erano prefissi, lo spettacolo dei Faint è un pieno successo (nel suo genere, s’intende): alla luce di ciò, diventa lecito chiedersi se, adeguatamente supportati, questi strani - ma divertenti - ragazzi possano realmente aspirare ad un pubblico più ampio di quello indie… Finora, una cosa è certa: molto meglio dal vivo che su disco.

Da musica per immagini al formato-canzone, tra anni ’80 e 2000: queste le coordinate dell’ideale non-luogo nel quale si situa il progetto solista di Joel Petersen, uno degli animatori nascosti di Casa Saddle Creek.
Joel Petersen è uno dei nerd-punk di Omaha del giro Saddle Creek. Inizialmente legatosi ai fratelli Baechle, nel ‘94 avvia con essi i Norman Bailer (featuring Conor Oberst). Successivamente si tiene in disparte mentre i suoi sodali si barcamenano con Commander Venus e Park Ave, ritorna operativo come bassista di The Faint, ruolo che però non lo soddisfa appieno. A Joel piace infatti smanettare col suo laptop e nel gruppo la sua musica non riesce a trovar spazio, per quanto affine per orizzonti temporali. L’occasione per avviare un side-project arriva nel Novembre del 2001, quando un amico film-maker gli chiede di realizzare alcuni inediti per la colonna sonora di un lavoro di imminente realizzazione. Anche se il progetto originario sfuma dopo il completamento di soli tre pezzi, Petersen ci prende gusto e compone altri otto brani avvalendosi di ogni tipo di strumento a disposizione. Nella primavera del 2002, queste composizioni verranno registrate nella loro forma definitiva presso i Presto! Recording Studios a Lincoln, Nebraska, con l’aiuto del produttore ed ingegnere del suono Mike Mogis (il deus ex-machina sonoro della Saddle Creek). Sembra che l’avventura Broken Spindles si concluda in quegli undici strumentali piuttosto anonimi.
Nel frattempo, anno 2003, parallelamente a The Faint, diventa bassista anche per i Beep Beep di Chris Hughes ed Eric Bamberger (che già aveva preso parte alla realizzazione del primo Broken Spindles), in sostituzione di Katie Muth. Con gli ‘80 sempre sul comodino, i Beep Beep si orientano verso un’interpretazione più vagamente punk-funk per quanto stabilmente melodica. Il mood del coevo Fulfilled: Complete , inaspettata evoluzione di Broken Spindles, pare esserne influenzato: subentra la forma-canzone in forme velatamente psico-funk (in un’ottica pur sempre filmica) e la musica acquista prospettiva. Il recente Inside/Absent ri-traghetta definitivamente Petersen nell’alveo della canzone.

Musica concepita per un film, poi accantonata. Rimane poco da aggiungere, o meglio, c'è davvero poca voglia di parlare di un simile scarabocchio. L'amico s'atteggia a Juan Atkins davanti al suo laptop, come migliaia d'altri ragazzotti che sperimentano per la prima volta Q-Base. C'è da credere che qualche compare più ingenuo abbia pure esclamato "fico!" nel sentire sti 4/4 che più stantii non si può (sentire Downtown Venues o Empty Bottle perdute nel tunnel degli '80 più spaventosi), non fatichiamo ad immaginare che invece qualche collega più scafato abbia ghignato col buon Petersen, grato di averne dissetato il feticismo trash. A chi scrive, questi frigidi scenari sonori abortiti per film, indecisi fra cassa dritta e Art Of Noise (Matte, The Oldest Accident) hanno semplicemente fatto sbadigliare fino ai crampi. I vari hammer dulcimer, glockenspiel e vibrafoni con cui Mogis ha impreziosito la ricetta, sono un condimento che questa roba non si merita. (2.0/10)

Sembrava che il progetto Broken Spindles non avesse alcun futuro, una quisquilia insipida all'ombra dei Faint, eppure in solo due anni la rivoluzione: Mogis aggiunge archi qua e là e Petersen ci mette finalmente la voce (anche se preferendo il recitato al cantato vero e proprio), pure i beats si complicano;rimane di fondo un gusto da colonna sonora il quale, sbarazzandosi stavolta della necessità di concretizzarsi, si astrae in uno spirito cinematico autoreferenziale, ora memore dell’accompagnamento didascalico all’azione delle orchestre da film anni ’60 (Fall In And Down On), ora indulgente in passaggi impressionistici per solo pianoforte (Song No Song, Practice Practice Preach). Petersen sembra voler ulteriormente marcare l’attitudine ludica del suo approccio al materiale sonoro, proponendoci un discontinuo patchwork di stili, suoni e colori che, pur continuando a collocarsi nell'ideale dimensione dei suoni per immagini, offre tuttavia spunti interessanti verso un “altrove” artistico aldilà della semplice soundtrack. Quando questa attitudine si combina con un più marcato formato-canzone ne esce un poker d’assi che supera la produzione del gruppo maggiore (To Die, For Death – Move Away – Italian Wardrobe – Events & Affairs): inseguimenti a base di tranci di chitarra industriale, riff psicotici rubati ai New Order per commentare ipotetici thriller tecnocratici cupi e monoespressivi quanto Keanu Reeves (stile Johnny Mnemonic o Matrix). La conclusiva The Dream, incubo umanoide tra Radiohead e dark wave, si conquista uno spazio tutto per sé completando un disco che finalmente può definirsi tale, con un suo perché e una formula a suo modo originale. (6.7/10)

Joel Petersen concepisce il terzo atto del suo progetto solista sul suo laptop, durante le pause dei tour al seguito di Faint e Beep Beep. Sono circostanze che pesano significativamente sul prodotto finale specie nel marcato formato-canzone a cui Petersen sembra essere definitivamente approdato. Se inizialmente ciò fa supporre una perdita di potenziale della ricetta Broken Spindles, sino ad oggi fatto di scenari immaginati non del tutto concretizzati in canzoni (il brano più melodico, Burn My Body, pur pregevole pare uniformarsi troppo al repertorio The Faint), a lungo andare scopriamo un progresso e un consolidamento dello stile di Petersen, che ora fa tutto da solo e finalmente ottiene ciò che vuole. Il pianoforte è rimasto a spezzare la continuità del disco, anche se qui volteggia in spiraliformi angosce (Inward, Desaturated) piuttosto che tratteggiare delicate impressioni come nell’album precedente, talvolta diventando la base per hit che rinunciano ad esser tali per pura pigrizia (Birthday), altrove troviamo il Nostro mimare la camminata sensuale di una Kylie Minogue ma con l’approccio intellettuale degli El Guapo di Fake/French (Please Don’t Remember This); insomma la sua musica fruga – gioconda - fra gli ottanta più artsy come si suol fare alla Saddle Creek, ma senza mai scadere nell’emulazione (attualmente tanto a la page) grazie a un’indubbia tempra intellettuale. Adesso ci vorrebbe soltanto un po’ più di slancio. (6.9/10)