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Excepter

di AA.VV.

 

 

 

 

 

  • Ice Cream Van
  • Lypse
  • Rock Stepper
  • The Ladder
  • If I Were You
  • Whirl Wind
  • (The Pipes)
  • Knock Knock
  • Apt. Living
  • Op Pop
  • Back Me Up (Show)

Alternation (5rc / Goodfellas, 10 ottobre 2006)

di Vincenzo Santarcangelo

Nel migliore dei mondi possibili, al sabato, si balla la musica degli Excepter: fenomeno di massa infine riconciliata con rumore ed estetica dello scarto. In Alternationscampoli di house, elettronica minimale, dub, kraut rock ed industrial, quasi provenienti da un passato senza tempo e sprovvisto di numi, costituiscono il sostrato materiale di assemblage macchinati con maestria da artisti che, prima e più che musicisti, si scoprono dj. E, su tutto, la voce dell’ex No-Neck Blues Band John Fell Ryan che, sebbene meno presente rispetto ai precedenti lavori, alienata ed accidiosa proietta un’ atmosfera già allucinatain un immaginario soundsystem oltremondano.

Forti di un approccio alla musica da ballo e al dub più strutturato rispetto a quello di Black Dice o Gang Gang Dance - ma altrettanto deviato: si ascolti Whirl Wind -, gli Excepter di Alternation riprendono il discorso laddove l’avevano interrotto in Self Destruction: continuano, cioè, a lasciarsi ammaliare da un’insana forma-canzone depositaria di un’idea di pop affatto peculiare (If I Were You), quando non arrivano addirittura a parodiare dei Tv On The Radio in preda ad una patologica e cacofonica sterzata lo-fi (Lypse). E’ una musica caparbiamente devota alla bassa fedeltà ma che si intuisce curata sin nei minimi particolari, primitiva e modernista ad un tempo - esemplare in questo senso Knock Knock - : sintesi perfetta di analogico e digitale, di istintivo e cerebrale, incarna a ben vedere l’archetipo atemporale del concetto di intelligent dance music. (7.2/10)

    Foot Village
  • Urination
  • Crow Call
  • Protective Nourishment
  • Narc Party (Let’s Make It Fucked Up)
  • Erecting The Wall Of Separation
  • 1998
  • Materialist Crap
  • Protective Nourishment (Aa)
  • Narc Party (Silver Daggers)
  • 1998 (Tussle)
  • Protective Nourishment (Robedoor)
    Excepter
  • Entrance 08
  • ShotsRing
  • Kill People
  • Any and Every
  • The Last Dance
  • Greenhouse/Stench
  • Walking Through the Night
  • Sunrise
  • Burgers

Foot Village – Friendship Nation (Tome, 10 marzo 2008)
Excepter – Debt Dept. (Paw Tracks, 25 marzo 2008)

di Stefano Pifferi

Ne parlavamo qualche tempo fa al momento di ispezionare il sottobosco della New Tribal America. Ora eccoli qui, in tutto il loro splendore inacidito: Excepter e Foot Village, ovvero costa est e costa ovest. Ovvero come declinare la nuova america tribale in forme opposte, ma ugualmente devastanti.

Più “solari” i californiani Foot Village, intenti a coniugare, esasperandola, la free form della stagione psichedelica dei ’60 a base di energia, nonsense e lustrini.

Più maleficamente ossianici gli Excepter, quasi che la coltre di grigio cemento newyorchese fosse un prolungamento dell’Inghilterra tatcheriana. Come se Williamsburg fosse la nuova Sheffield o una protesi ancor più maleodorante e malata della Londra dei Throbbing Gristle.

No electricity hardcore. No jamming. No drum circles . Questo il credo dei quattro invasati capitanati da Brian Miller (capo della Deathbomb Arc) alle prese con quello che è realisticamente l’esordio lungo dopo la raccolta Fuck The Future Deathbomb Arc. World music per periferie urbane del terzo millennio. Continuo percuotere amelodico, urla e grida nonsense, filastrocche e slanci acappella da dementia precox. I quattro superano, sul territorio comune, gli incensati Aa: se quelli erano roba da mercato globale groovey, questi sono roba da chiamata alle armi. Zero melodie, zero modulazioni di synth. Qui c’è solo la primordiale forza del tamburo e della percussione messa al servizio di un substrato teorico originalissimo (la costituzione di una nuova nazione, vedi Fuck The Future).

I quattro remix che chiudono il disco (Aa, Silver Daggers, Tussle e Robedoor, rispettivamente) non sono semplice corollario, ma dimostrano la considerazione di cui godono all’interno della scena weird&weirder americana.

Il sestetto newyorchese mette invece in scena la degenerazione del suono tribale ed ossessivo con un taglio marcatamente industrial. Samples, synth a cascata, voci come lamenti psicotici o nenie drogatissime, Debt Dept. è architettato su insistite stratificazioni di suoni e atmosfere tetre, al limite del plumbeo. Tra l’uso extra-vagante di ogni tipo di elettronica minimale e l’inconsueta forma-canzone (anti)pop su cui le voci dei 4/6 del gruppo si fondono e confondo malefiche come quelle dei maestri inglesi sapevano fare, che è cifra stilistica portante dell’album è però l’uso delle ritmiche marziali e distorte, stravolte e stranite a segnarne lo scarto e la peculiarità. L’imprescindibilità, verrebbe da dire, di un album che è lo zenith creativo di quanto proposto finora.

Anche qui a reggere l’impalcatura sarcasticamente socio-filosofica del concept-album di protesta anticommerciale, è una ricerca delirante su nuove società piramidali e cospirazioni anti-consumistiche.

Un vero e proprio sonic ritual eardrum sacrifice. (7.5/10)