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EX-P è un trio. Il nome è evocativo, i suoni sospesi nel tempo, ossequiosamente psichedelici. Sdraiata sugli ultimi trent’anni di musica, cranio nel sessantotto e punte degli stivali sul letto del nuovo millennio, dilatata nelle atmosfere scarne, nei movimenti lenti, nelle progressioni ritmiche. Ritrova se stessa nelle pieghe contorte di Zappa, dei Pink Floyd, ma non sempre, non solo.
Mars Volta (Punto Interrogativo) spogliati dalle tinte heavy, lievi note acustiche (Ancora Saigon) che illudono, cullano fino all’intrecciarsi dei bassi elettrici (sono due, e si sente), che pennellano lo sfondo sui cui una batteria dinamica accompagna, trasporta, stordisce e conduce per mano, con la stessa apparente semplicità.
Ancora Saigon è un lavoro nostalgico ed artigianale (nell’accezione più pura del termine) il cui arco temporale di riferimento è in continuo movimento, in cui le corde vibrano, in cui ritmo e melodia si accoppiano con inusuale angoscia e candore, come in un lungo abbraccio, come nelle cadenze di Zaratustra Reprise, come in un sogno acido, tossico e distorto. (7.0/10)

Se i dischi dell’anno si scegliessero soltanto in base al numero di ascolti, beh il Carpaccio Esistenziale servito dagli Ex-P sarebbe di diritto sul podio del 2008. Sì, perché questo secondo manicaretto preparato dal trio canavese (supportato da Alessandro Cartolari per registrazione e missaggio) è quanto di più difficile da digerire sia passato per il mio stereo ultimamente. Non di disco brutto si tratta, anzi, tutt’altro. Album dall’altissimo spessore creativo e dalla immensa eterogeneità Carpaccio Esistenziale è un immenso frullatore in cui convivono funk extraterrestre e strutture da jazz morente, infatuazioni da soundtrack poliziesca e avant-jazz anatrofobico (5Terre con Cartolari al sax contralto), aperture da post-rock dei tempi che furono e free-rock isolazionista. Convulsivi e compulsivi, astratti ma morbosamente compatti, Alessandro Allera (basso elettrico), Andrea Chiuni (ex-basso elettrico, clarinetto) e Diego Rosso (batteria) dimostrano non solo di saper suonare, ma anche di imbandire piatti apparentemente strani a vedersi (ascoltarsi) ma dal gusto sopraffino e più che soddisfacente. Ce ne vorrebbe di più di gente così; altro che indigestioni di musica (7.0/10)