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Elvis Perkins

di Antonio Puglia. Foto: Sam Erikson
  • While You Were Sleeping
  • All The Night Without Love
  • May Day!
  • Moon Woman II
  • It's Only Me
  • Emile's Vietnam In The Sky
  • Ash Wednesday
  • The Night & The Liquor
  • It's A Sad World After All
  • Sleep Sandwich
  • Good Friday

Elvis Perkins – Ash Wednesday (XL / Self, 13 luglio 2007)

di Antonio Puglia

Nella recente ondata di songwriters, il trentenne Elvis Perkins è quello che può vantare la storia più incredibile. E triste. Figlio di Anthony – proprio lui, il Norman Bates di Psycho – e della fotografa Berry Berenson, ha sofferto un avvio di carriera profondamente minato da pesanti tragedie familiari. Prima la scomparsa del padre nel 1992 per AIDS, poi quella della madre, imbarcatasi la mattina dell’11 settembre 2001 sul volo 11 dell’American Airlines, quello che si schiantò sulla Torre Nord del World Trade Center; un trauma profondo, che assume i connotati di un dramma privato e collettivo insieme. Ora, ascoltando Ash Wednesday – composto in buona parte dopo l’evento e ovviamente dedicato alla memoria di Berry -, viene proprio da credere a quel vetusto luogo comune secondo il quale i migliori autori di canzoni, quelli che riescono a parlare dritto al cuore di chi ascolta, sono anche quelli che hanno una storia vera alle spalle, delle cicatrici addosso, dei demoni da domare. Ma questo non basta: per tramutare l’elaborazione di un dolore – in questo caso un lutto personale e nazionale - in sentimento universale, senza incappare nelle maglie della facile retorica (o, in alternativa, dell’autocommiserazione), occorrono anima e talento.

Qualità che fanno grande un songwriter e di cui, per nostra fortuna, Perkins mostra essere provvisto: Ash Wednesday è, senza troppi giri di parole, uno dei dischi folk più belli e sentiti di questi anni, di quelli che non capitava di ascoltare da tempo. Per la veste sonora deliziosamente rétro, accurata ed elegante dei singoli brani, elevati anche sopra gli standard del cantautorato moderno (a partire da Devendra, M Ward e Benjy Ferree, con i quali comunque condivide l’attitudine); merito, va detto, di uno stuolo di collaboratori che comprende anche il fratello Oz – seguace delle orme paterne a Hollywood - alla batteria. Per le melodie curate e profonde, e per la leggerezza con cui si insinuano sottopelle, senza venir soffocate dal dramma da cui scaturiscono (May Day, Emile’s Vietnam In The Sky, All The Night Without Love). Per liriche che, tra narrazioni ed accostamenti di immagini sacre e profane, si risolvono spesso in poesia (dalle sequenze romantiche di While You Were Sleeping alla conclusione liturgica “all this life is ash wednesday”, con la ricorrenza del mercoledì delle ceneri che diventa metafora universale di espiazione e redenzione). Soprattutto, per come Elvis riesce a riempire di contenuto – pesante, palpabile, vero - forme di per sé classiche e riconducibili alla memoria.

Prendete Moon Woman II: un esercizio Dylan/Cohen, che potrebbe risolversi in semplice mestiere; e invece rapisce, colpisce, disarma, con un semplice arrangiamento di archi in crescendo e alcune fantasmagorie Thom Yorke opportunamente allestite nella voce. E così funzionano anche Emile Vietnam In The Sky, la title track, Sleep Sandwich, Good Friday, da subito familiari nelle loro reminescenze (Neil Young, Van Morrison, Marc Bolan, il folk 70 ripreso da Destroyer, i Low…) eppure personali ed empatiche, perché fondate su una grammatica sentimentale autentica. E’ un incantesimo imperscrutabile, un trucco impossibile da rivelare, una magia fatta di piccoli, essenziali particolari (certe increspature delle corde vocali, certi tocchi di arrangiamento, tutti da scoprire di ascolto in ascolto). Semplicemente, un disco prezioso. (7.7/10)

Live: Elvis Perkins – Music Drome (ex-Transilvania), Milano (24 ottobre 2007)

di Teresa Greco

In un pigro e freddo mercoledì sera abbiamo assistito all’esordio sui palchi italiani del riservato Perkins Jr., figlio del più celebre Anthony di hitchcockiana memoria. Poco il pubblico presente e per la maggior parte freddino, incuriosito crediamo più che altro dall’hype che un tale personaggio può trascinarsi. Vivere di luce riflessa in altre parole. Ma non è il caso del songwriter americano, rivelatosi sincero cantore del dolore, come ha dimostrato alcuni mesi orsono con il disco d’esordio, Ash Wednesday.

Alla dodici corde e armonica, accompagnato dai fidi Dearland (contrabbassista, tastierista/fisarmonicista e batterista per l’occasione anche selvaggio percuotitore di grancassa), ha sciorinato quasi per intero l’album, insieme a un paio di pezzi nuovi. Non un animale da palco, come è apparso subito evidente (questo ruolo era svolto egregiamente dal contrabbassista) ma un timido e abbastanza stralunato performer centrato su se stesso e sulla sua musica. Non guasterebbe un piglio più deciso nel calcare le scene, ma tant’è, Perkins ci mette l’intensità giusta che le sue canzoni richiedono, alternando ballads e momenti più sostenuti, cosa che giova decisamente al concerto. Che vede picchi emozionali (la sommessa Moon Woman II, la title track, per citarne alcune) sorretti da una voce non canonica ma capace di inerpicarsi e di sottili sfumature che caratterizzano in positivo i pezzi, anche nei crescendo. Confermata la bontà delle canzoni, quindi, che mostrano di funzionare live.

Spiace la poca affluenza a questo punto, ma l’atmosfera raccolta che si viene a creare sotto al palco, sia pure nell’ampio spazio del locale (rimesso a nuovo da poco in un’atmosfera da lounge party), ripaga ampiamente e dà un senso alla serata.