Un debutto promettente. Due preoccupanti abbandoni. Poi, la ripartenza. Sorprendente. Sogni e quotidianità impastate in una frizzante visione popadelica. Col soul dietro l'angolo. Nascita e rinascita degli Elle.
Dopo la consueta (e benedetta) trafila delle autoproduzioni, gli Elle da Mestre, insieme da metà anni '90, debuttano ufficialmente con Bruciamo ciò che resta (Urtovox, 2001). Prodotto da Geoff Turner dei Net Wet Kojak, è un buon disco che incrocia le sghembe traiettorie dei Pavement, la visceralità problematica dei dEUS e la jazzitudine inzaccherata di un Waits, lasciando altresì supporre potenzialità (cant)autoriali di tutto rispetto (l'onirica trepidazione di Stai) e ben smerigliate silouette pop (l'ammiccante Folk n°5). I testi in italiano, agili e intensi, sono un'altra sfida vinta da questa band che merita tutti i complimenti e le aspettative dedicategli dalla critica. Poi, però, avviene il fattaccio. Nell'autunno dello stesso anno lasciano il bassista Fabio Coronin e il chitarrista, cantante e compositore Marco Iacampo (che darà vita al progetto/moniker Goodmorningboy).


E' una doccia fredda. Ma non sempre gli shock vengono per nuocere. Reclutato Massimiliano Barbieri al basso, avviano una doppia rivoluzione carpiata, adottando l'inglese e spostando il baricentro del sound verso un pop più fresco, sfrigolante, psichedelico. Il risultato è People Are Dancing In The A.M. (Urtovox, 2003), con il quale la band sembra rinascere, o forse nascere tout-court. Che dire, sia benedetta la forza centrifuga. Soprattutto quando come in questo caso la divisione vale ben più della somma (anche il contemporaneo esordio di Iacampo/Goodmorningboy è eccellente). Domate dunque le velleità piromani, gli Elle confezionano un giro di rollercoaster in 12 titoli attraverso visioni stranite e leggerezze insidiose, ammorbate da vapori elettronici (tastiere, theremin) ed estatico delirio. Altrettante cortine fumogene insomma su cui proiettare cortometraggi caleidoscopici e storielle di quotidiano struggimento.
Sia benvenuta la tenera ipnosi di Lullaby (6 A.M.), quegli arpeggi sospesi tra voci riverberate, inserti sintetici e il pulsare profondo e discreto (quasi i Giardini Di Mirò che scambiano mestizie coi Notwist), o il crepitare domato delle corde in Good Luck, che stempera la melodia attonita degli Sparklehorse ed il cinerama nostalgico degli Olivia Tremor Control, mentre nella stupenda In My Courtesy (Have A Nice Day) certi Blur stropicciati vanno ad invischiarsi in un dolce incubo quasi trip-hop.
Da buoni figli dell’indierock, i nostri non resistono alla tentazione di strapazzarci nervolini e giunture, sempre però in obbedienza allo spettro di visioni & emulsioni dell’insieme, tanto che se la psych-glam di The Rock sembra una scelleratezza Grandaddy, l’accattivante Geezer mette sul piatto una complicazione acid-funky che rispolvera un po’ gli effimeri Kula Shaker e un po’ la deriva nell’inquieto sintetico dei Radiohead. Assolutamente degna di menzione è poi la centralissima Everyday, che parte cinematica e fluttuante quindi innesca una specie di Love Is In The Air in diretta da Saturno, non lontana da certe riletture bacharachiane di Jim O’Rourke né dall’epica ipermoderna dei Flaming Lips, palpabili del resto anche nel retrogusto stralunato e birbante di Kiss Me e John, The Hammer.
Se gli esercizi di soul cibernetico (Resample Rew) e break beat intristito (All Mine) anticipano - come vedremo - sviluppi futuri, la conclusiva Yellow Man sciorina un allarme catatonico tra sfumature eniane di synth e toccanti inezie di piano elettrico, i migliori titoli di coda che potessimo attenderci. (7.1/10)

A tre anni dal lusinghiero People Are Dancing In The AM, i mestrini Elle impongono con Bstrong una svolta decisa, immergendo il loro vivido indie rock nei tepori & tremori del soul/errebì elettronico. Ipotesi lounge come le partorirebbero i mad professor Flaming Lips (What's New?), ballate torve sotto una pioggerella di farragini psych (Human Grace), palpiti vintage tra cremosità spaziali che rievocano – non potrebbe esser altrimenti - i caposcuola Air (How Does It Feel?), esalando spesso e volentieri irrequietezze dEUS e fascinose angosce Mercury Rev (Come On). E' il Rhodes il sapore dominante, quello che stiepidisce le asprigne trame di chitarra e i giochetti sintetici, autentico trait d'union tra le traiettorie cosmiche di synth e wurlitzer e la densità nervosa delle ritmiche.
Ma non pensate che gli Elle si accontentino di cullarci: siccome il programma necessita di qualche scossone, riesumano la vis incendiaria prima con lo scorbutico electro-garage di FAQ (il basso a mordere fantasmagorie vetrose) poi con gli spurghi pseudo-funk di Might Is Right (sul filo di una tenebrosa perorazione watersiana) e And You? (il cui riff nevrastenico ricorda da vicino la radioheaddiana Electioneering). Tirate le somme, è abbastanza facile individuare nella gestione delle trame sonore il punto di forza di questo disco, un misto di equilibrio e azzardo che prevede tanto l’angoscia a fuoco lento di Spy (sordida tenerezza folk-blues à la Coney Island Baby) quanto la sorprendente vischiosità art-soul di I Can't Understand che – sentire per credere – ti fa immaginare dei Supertramp in fregola Pet Shop Boys (!). Qualcosa in più è lecito pretendere dalle melodie, come smorzate da un eccesso di cautela, quasi si accontentassero di fare da garbato pretesto, in ciò coerenti col basso profilo delle voci. Ma sono limiti perdonabili in un lavoro complessivamente gradevole, sorretto da una costante, circostanziata passione. (6.7/10)