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La svedesina dal moniker ineffabile e dalle amicizie poco raccomandabili (Jens Lekman, Radio Dept), torna con un secondo album che non mancherà di ammaliare tutti gli amanti del pop più onirico, delle palpitazioni evanescenti, dell'inquietudine zuccherina. Sfrondata un bel po' della meticolosa ingenuità dell'esordio, che si e ci trastullava deliziosamente come una cuginetta efebica di Isobel Campbell (cui pure viene da pensare circa l'accattivante errebì di Somebody's Baby), in questo From The Valley To The Stars la signorina Assbring apparecchia un bel po' di caligini madreperlacee e lascia che l'attraversino canzoni trasparenti, soffici e accorate.
Tastiere pastello dal retrogusto vagamente acido, un'orchestra - la The Gothenburg Symphony Orchestra - devota e misurata (oboe, flauto, tromba, corni, contrabbasso, persino un sitar), ugge sospese in punta di mistero (la magica To Give Love) quasi prese in prestito a certi siparietti Sparklehorse (la title track) oppure ciondolamenti dalla sagacia flebile come una Beth Gibbons svampitella (Glory To The World) o certe setose trasfigurazioni fifties che farebbero la felicità di Goldfrapp (How Did We Forget).
Una classicità leggera come un cracker di tuffi al cuore, auree fantasmagorie anni sessanta (quella specie di ansito luminoso Lennon/Bacarach che risponde al nome di Happiness Won Me Over, una Jubilee che - clavicembalo, organino, piano e cori - sembra scivolata dalla cartellina dei bozzetti di Brian Wilson), tutta un'architettura di sospiri & falsetti vellutati che indugiano sull'irrequietezza del vivere in mezzo a cose votate perlopiù a durezza, crudeltà, squallore. Potrà salvarci, questa irredimibile voglia di pop? Nel volto tenero e marmorino di Sarah puoi indagare, se vuoi, una possibile risposta. (7.3/10)