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Einstürzende Neubauten

di AA.VV.

 

 

Copertina: ...
  • Die Wellen 
  • Nagorny Karabach 
  • Weil Weil Weil 
  • Ichhatteeinwort 
  • Von Wegen 
  • Let's Do It A Dada 
  • Alles Wieder Offen 
  • Unvollständigkeit 
  • Susej 
  • Ich Warte 

Alles Wieder Offen (Potomak / Audioglobe, 19 ottobre 2007)

di Daniele Follero

Sono passati tre anni da Perpetuum Mobile. Tre anni durante i quali la band non è rimasta con le mani in mano, coinvolta com’era nei vari progetti, sia teatrali che musicali, che hanno tenuto occupati i musicisti tedeschi, lontano dalla Mute: Alles Was Irgendwie Nützt, la serie Musterhaus e altre iniziative spesso riservate ad una più o meno ristretta cerchia di fan, saranno ricordate soprattutto per aver innescato un meccanismo di autofinanziamento attraverso la rete, che ha permesso alla band di lavorare lontano dalle esigenze delle case discografiche e di produrre in totale libertà.

Alles Wieder Offen, che è pubblicato dalla Potomak, etichetta personale degli Einstürzende, nasce in questo clima e si presenta come un ritorno, ma anche come sintesi di un percorso che ha visto la band berlinese interagire e discutere della propria produzione musicale direttamente con il pubblico. Un ritorno che, però, al di là delle novità in termini di produzione, dal punto di vista strettamente musicale, non riserva nessuna sorpresa particolare, visto e considerato che l’album è la logica continuazione del suo predecessore.

Attenzione alla prosodia, alla parola e al gesto teatrale, arrangiamenti raffinati, minimalismo, silenzi “sexy”, a distanza di tanti anni, rimangono ancora, anche in quest’album, elementi imprescindibili dello stile della band tedesca. In questo contesto, il passato espressionista, l’angosciosa furia industriale degli esordi, divenuta ormai da tempo immemore un elemento espressivo come tanti, viene relegata alla pura funzione estetica, una parentesi da aprire solo quando serve.

Forse a Blixa Bargeld, una volta lasciati i Bad Seeds, è venuta voglia di sperimentare direttamente sulla sua creatura la “literature in music” di Nick Cave. Sta di fatto che in alcuni suoi episodi, Alles Wieder Offen ricorda molto il Cave songwriter di Murder Ballads (Nagorny Karabach). E, comunque, in tutto l’album è evidente la centralità conferita alla parola e alla sua declamazione. Blixa più che cantare, recita, su accompagnamenti musicali spesso costituiti da pattern ritmici minimali e ripetitivi. C’è molto senso del teatro in questo continuo susseguirsi di relazioni figura sfondo tra l’attore-cantante-creatore e il suo ambiente, fatto di suoni e rumori, di atmosfere placide e battiti martellanti dall’incedere ossessivo e claustrofobico (Unvollstaendigkeit), climax che raggiungono in progressione picchi di intensità da cardiopalma (Die Wellen). Fino a sfociare nell’ ambigua  canzonetta Ich Hatte Ein Wort, che coglie subito di sorpresa, tanto è lontana da qualsiasi idea si possa avere degli Einstürzende.

Per il resto, dove non arriva la polisemia della musica, la chiave interpretativa dell’album si ritrova nei testi. Versi altamente lirici (l’apologia delle onde del mare in Die Wellen); ironici e grotteschi (come definire altrimenti Let’s Do It A Dada, collage dadaista nel quale trova spazio anche una divertente presa in giro in italiano dei “signori Russolo e Marinetti” di ritorno dall’Abissinia); stranamente apocalittici (o rivoluzionari?) (il motto “tutto è ancora aperto” della title-track) o crepuscolari (la descrizione della morte in Unvollstaendigkeit), creano un mondo parallelo ai suoni che diventa imprescindibile per cogliere l’essenza di un disco che pur non essendo un capolavoro mantiene la sua dignità di prodotto finito, opera compiuta e, diciamocelo pure, facilmente commerciabile. (6.4/10)

Live: Alcatraz, Milano (10 aprile 2008) / Estragon, Bologna (12 aprile 2008)

di Daniele Carretti

Dopo averli visti, l’ultima volta, al teatro di Reggio Emilia, gli Einsturzende sono tornati in Italia. Fattibili ci sono due date su tre della tournée e come al solito devo abbondare. Giovedì milito all’Alcatraz, felice di constatare che loro tutt’altro che banalmente sono sempre loro. Blixa completo nero e voce impeccabile, incredibile. Anni fa un amico con enfasi e soddisfazione mi disse “Blixa è il demonio!”. Non c’è particolare odore di zolfo nell’aria, ma guardatelo con attenzione: fa paura. Poi c’è Hacke, sempre alla sinistra del pubblico. Pare venuto fuori da un canto di Odino… se non fosse per l’eleganza molto bohémienne che lo contraddistingue e salvo quando rimane in canottiera. Li sembra un boscaiolo che suona il basso come un vibratore cromato. Unruh sta dietro, in alto, a ridosso delle percussioni industriali. Sembra un bambino al parco dei divertimenti: sorride sempre e ha quel retrogusto da serial killer nella ghigna. Moses, al suo fianco ha una batteria costruita con avanzi di industria post-bellica. Arbeith è semplicemente Woody Allen in prestito con una chitarra a tracolla. La tastiera, infine, è in mano a un modello di Cesare Ragazzi, direttamente dagli anni ’80.

Il concerto rimane qualcosa di unico. Sesta volta che li vedo e sempre in gran forma. Non c’è una scaletta identica nelle loro tournée, dove ci si può aspettare di tutto tranne troppo spazio per brani del passato. Si spazia da Silence is Sexy ad oggi. Blixa show totale. La sua radio disturbata e le sue bacchettate contro i tubi industriali, quella voce che quando si stanca di star dentro le trame dei brani diventa verso lancinante oppure rumore di fondo. Difficilmente un campionatore sarebbe in grado di farlo realmente. Come difficilmente capita di vedere del cabaret magico durante un concerto. I nostri a estrarre rune (e relativi simboli) da una borsa nera. Tornando ai brani: Sabrina è commovente, canzone meravigliosa e inaspettata (“Your Color, I Wish”) ma il punto più alto rimane Die Befindlichkeit des Landes, eseguita con una potenza incredibile e sul finire una meravigliosa Youme & Meyou. Il pubblico si divide tra bauscia milanesi pseudofighetti e darchettoni d’annata che sempre regalano emozioni visive non indifferenti. Stranamente tutti attentissimi. Non come a Bologna, dove il palco è identico. Il locale è pieno. La disposizione la stessa e pure i vestititi identici. Medesimi anche i lampadari rossi da fabbrica di ex-Berlino est. (che evidentemente non erano parte dell’arredamento dell’Alcatraz). Tutto uguale salvo un pubblico più variopinto fatto di residuati dark ’80 e studenti che più per moda che per altro si presentano puntuali al concerto. Eppure nel comune disinteresse per il presente neubateniano ai primi Blixa regala pochi secondi di Halber Mensch, un’emozione di giusto pochi secondi semiseri ma da brivido. Inoltre, a differenza di Milano la band aggiungerà Heven is of Honey da Silence is Sexy e tralascerà il cabaret concentrandosi sulla musica. Ben due bis arrivano dopo il concerto. Alla terza uscita Blixa, visibilmente stanco, propone una Youme & Meyou solo basso, percussioni e voce.

La canzone chiude idealmente la tournée italica. Un’esperienza che non si dimentica di un gruppo che come pochi ha saputo attraversare tre decenni di cambi sociali, politici, musicali, di mode, rimanendo comunque sempre fedele a un percorso artistico. A fine concerto, come la scorsa volta c’è a Bologna, ma non a Milano (per problemi tecnici, ci dice Blixa), il CD del live della serata. Il banchetto del resto è fornitissimo. Il logo Neubauten ovunque. Torneranno presto. O perlomeno non troppo tardi. Il loro non è solo un concerto, non è solo musica.