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Eels

di AA.VV.

 

 

 

 

 

 

 

    Cd One
  • Theme From Blinking Lights
  • From Which I Came / A Magic World
  • Son Of A Bitch
  • Blinking Lights (For Me)
  • Trouble With Dreams
  • Marie Floating Over The Backyard
  • Suicide Life
  • In The Yard, Behind The Church
  • Railroad Man
  • The Other Shoe
  • Last Time We Spoke
  • Mother Mary
  • Going Fetal
  • Understanding Salesman
  • Theme For A Pretty Girl That Makes You Believe God Exists
  • Checkout Blues
  • Blinking Lights (For You )
    Cd Two
  • Dust Of Ages
  • Old Shit / New Shit
  • Bride of Theme From Blinking Lights
  • Hey Man (Now You're Really Living)
  • I'm Going To Stop Pretending That I Didn't Break Your Heart
  • To Lick Your Boots
  • If You See Natalie
  • Sweet Li'l Thing
  • Dusk:A Peach In The Orchard
  • Whatever Happened To Soy Bomb
  • Ugly Love
  • God's Silence
  • Losing Streak
  • Last Days Of My Bitter Heart
  • The Stars Shine In The Sky Tonight
  • Things The Grandchildren Should Know

Blinking Lights And Other Revelations ( Vagrant / Universal, 2005)

di Stefano Solventi

Mark Oliver Everett appartiene alla genia d’artisti senza paracadute. Quelli per cui la musica è riflesso, trascrizione, sfogo e terapia d’ogni capitombolo esistenziale. Fu così che un terribile doppio lutto (la morte in stretta successione di madre e sorella – quest’ultima suicida) divenne il retroscena portante dell’acclamato Electro-shock Blues (1998), secondo lavoro sotto l’egida Eels (in pratica una band-moniker) a seguire quel Beautiful Freak (1996) che li presentò come credibilissimi seguaci del verbo beckiano.

A parere di chi scrive però l’arte dolciastra e aliena del buon Mark raggiunse l’apice col terzo lavoro Daisies of the Galaxy (2000). Perché quelle trame fragili d’anima - un’anima malinconica e burlona, stravagante e indolenzita, quasi incredula di fronte agli splendori e alle miserie (soprattutto) del mondo - azzeccavano la giusta dose di distacco formale, si appoggiavano a strutture pop di stampo classico (archi e piano a volontà, senza ostentazione né timore) in struggente equilibrio, con sbalorditiva disinvoltura.

Poi, cosa accadde? Correva l’annus orribilis 2001. Un Mark in fuga da se stesso, timoroso di lasciare tracce troppo evidenti e d’incanalarsi in un solco di prevedibilità, svoltò secco (lui e la sua moniker-band Eels) con Souljacker: strappi hard blues, disincanto e nevrosi fuor di pelle, il volto da nerd tenerello ingoiato da un look atroce da licantropo barbone. Tutto ciò a scapito – ahilui – della qualità di scrittura, mai tanto fiacca e… prevedibile.

Il successivo Shootenanny! (2003) sembrò rispondere al diktat “tornare nei ranghi”. Col risultato di suonare carino ma senza scosse emotive, quasi fosse la didascalica antologia di un ex-talentuoso ridotto ormai ad onesto mestierante.

In tutta sincerità, lo avevo già rubricato tra i bolliti. Invece, Mr. E aveva ancora frecce in faretra, trentatré delle quali scoccate per confezionare questa doppia, stupefacente ultima fatica. Che si barcamena divertendo, incantando, narrando una storia che poi è (forse, anzi sicuramente) vita e dolori dello stesso Mark.

Certi guizzi dolceagri (la squillante Losing Streak, la madreperlacea From Which I Came / A Magic World, il surf squinternato di Hey Man), certe toccanti mestizie (il country vaporoso di Railroad Man, la sospensione d’archi e piano di The Stars Shine In The Sky Tonight, la soavità stritolacuore di If You See Natalie - Lennon/McCartney da una parte e Alex Chilton dall’altra), ed ecco recuperato il tocco struggente, il ghigno surreale, l’inquietudine marionettistica come un Tim Burton in chiave rock, la capacità d’irradiare sensazioni dalla tenerezza quasi insostenibile.

Un programma generoso di tensioni e rilasci, di arrangiamenti vividi (campanellini, ottoni, slide guitar, synth, organi, organetti…), di apnee diafane e preziosismi vari: solo a titolo di esempio - e a parte quanto già citato - pescherei dallo scrigno l’enfasi quasi-prog di In The Yard, Behind The Church, l’irresistibile inezia pop-soul per piano di Ugly Love (in pratica il primo Springsteen liofilizzato) e l’electro/latin fantasmatica di Sweet Li'l Thing (con For What Is Worth dei Buffalo Springfield ben piantata nel cuore).

Detto poi che le variazioni sul tema principale tra il cinematico e il fiabesco rammentano il Badly Drawn Boy di About a Boy, e che capita d’imbattersi in ospitate quali Tom Waits (ghigni, espettorazioni e frignate nell’errebì giocattolo Going Fetal), Peter Buck (al dobro e al basso nella delicata To Lick Your Boots) e John Sebastian (autoharp in Dusk: A Peach In The Orchard), tiriamo le somme ed il risultato è una delle più convincenti (stavo per scrivere autorevoli) manifestazioni pop degli ultimi mesi. Come dire, è (ri)nata una stella. (7.1/10)

    Meet The Eels
  • Novocaine For The Soul
  • Susan's House
  • My Beloved Monster
  • Your Lucky Day In Hell
  • 3 Speed
  • Last Stop: This Town
  • Climbing To The Moon (Jon Brion Remix)*
  • Flyswatter
  • I Like Birds
  • Mr. E's Beautiful Blues
  • It's A Motherfucker
  • Souljacker Part 1
  • That's Not Really Funny
  • Fresh Feeling
  • Get Ur Freak On*
  • Saturday Morning
  • Love Of The Loveless
  • Dirty Girl (Live At Town Hall)
  • I Need Some Sleep
  • Hey Man (Now You're Really Living)
  • I'm Going To Stop Pretending That I Didn't Break Your Heart
  • Trouble With Dreams
  • Railroad Man
  • Losing Streak

Eels - Meet The Eels - Essential Eels 1996-2006, Vol. 1 CD + DVD /
Useless Trinkets - B-Sides, Soundtracks, Rarities And Unreleased 2CD + DVD (Universal, 18 gennaio 2008)

di Teresa Greco

Arriva il momento per Mark Oliver Everett di aprire i cassetti più o meno nascosti del suo repertorio, e di riversarli in questa doppia uscita riassuntivo-celebrativa. Tempo di bilanci, non solo per gli Eels: E ha appena pubblicato un’autobiografia (Things The Grandchildren Should Know) e collaborato a un documentario della BBC – Parallel Worlds, Parallel Lives - che rievocava storie di famiglia attraverso suo padre, il fisico Hugh Everett.

Semplicità è la parola che meglio si adatta alla musica degli Eels. E le liriche di Mr E riflettono l’innocenza infantile in un mondo distorto. Raccontano storie in modo intimo ma mai leggero”. Nelle parole di presentazione di Giles Martin (a scanso di equivoci, il figlio di George), tratte dal ricco booklet di Useless Trinkets, è racchiuso il percorso dell’autore, tra humour e spleen, brume malinconiche ed esorcismi per affrontare il dolore dell’anima. Con un corredo musicale eclettico, che ha attraversato negli ultimi dieci anni il pop più obliquo, l’indie rock, il cantautorato dolente, il country, il folk, e l’elenco potrebbe continuare.

Venendo ai dischi, Meet The Eels Vol. 1altro non è chel’ideale prima parte (“la prossima, fra altri dieci anni”; parola di E) diun best of, che copre un decennio di attività in 24 pezzi, più un DVD con i clip ufficiali; tutta roba nota, tranne un paio di unreleased (la cover di Get Ur Freak On di Missy Elliott e un remix di Jon Brion di Climbing To The Moon). In breve, una compila valida per accostarsi al gruppo. (7.0/10)

Di altro tenore – e sostanza - Useless Trinkets, ricco insieme di B-sides ed inediti: ben due CD e un DVD con l’esibizione al Loolapalooza di due anni fa (durante l’infuocato No strings attached tour). Un’esaustiva parata che va da inediti eccellenti (la title track, ballad romantica e accorata per piano, la stralunata e maccartiana Saw An UFO), a tanti omaggi sotto forma di cover ( la Living Life di Daniel Johnston, uno dei miti di E, l’Elvis di Can’t Help Falling In Love , lo Screamin’ Jay Hawkins di I Put A Spell On You , il Prince di If I Was Your Girlfriend e I Could Never Take The Place Of Your Man - quest’ultima in versione per archi ), oltre a numerosi live version , remix e alternate takes. Tra le pieghe si scoprono via via gioiellini che non avrebbero sfigurato negli album ufficiali; ulteriore dimostrazione della bontà del songwriting. (7.5/10)

 

 

 

 

 

Live: An Evening With Eels -Conservatorio Sala Verdi, Milano (7 marzo 2008)

di Antonio Puglia

Ok E, stavolta hai voluto fare qualcosa di insolito. Era dovuto, date le recenti pubblicazioni retrospettive (Meet The Eels e Useless Trinkets), e soprattutto dopo due spettacoli differenti tra loro come With Strings (2005) e No Strings Attached (2006) – come dire, l’acqua santa e il diavolo. In perfetto tema con l’autobiografia fresca di stampa – Things The Grandchildren Should Know -, hai ben pensato di presentare un set di canzoni che riassumesse la tua vita. “Mark Oliver Everett, this is your life!”, ha così dichiarato la voce fuori campo - Dio? il ragazzo dietro al mixer? - all’inizio dello show. Però anzitutto, per quanto bello e illuminante fosse Parallel Worlds, Parallel Lives, il documentario su te e tuo padre, lo scienziato Hugh Everett III, non sappiamo quanto la visione integrale fosse adatta in quel contesto, specie per un pubblico non anglofono, senza sottotitoli - con tutta quella fisica quantistica! - e per giunta senza preavviso (certo, questo non giustifica i fischi e le impietose urla di disapprovazione levatesi dal pubblico).

Forse sì, potevamo aspettarci i reading dal libro, ironici e toccanti insieme, che hai affidato a The Chet, il tuo unico compagno sul palco per questo giro di concerti. Peccato che i tuoi sketch comici, compreso quello in cui leggevi le recensioni dei tuoi show, non sembravano così spontanei; la routine evidentemente ha un prezzo (o forse, come per tutti i timidi cronici, il tuo umorismo alla lunga può risultare forzato).

Venendo al sodo, sapevamo già quanto Chet – al secolo Jeffrey Lyster – fosse bravo, e stavolta non si è proprio risparmiato: chitarra, percussioni, lap steel, organo, piano, sega, perfino voce nell’inattesa cover di Good Times Bad Times degli Zeppelin. Fra voi due c’è un’intesa perfetta, come si è visto nel siparietto allestito per Flyswatter, quando vi siete funambolicamente scambiati le postazioni (piano e batteria) senza smettere di suonare. Però, nonostante le sorprese della scaletta - hai perfino ripescato Strawberry Blonde, una b side dal tuo primo album A Man Called E, e anche un bel po’ di pezzi da Electro-Shock Blues -, questa veste così intima e scarna ha finito per far perdere alle canzoni tutte quelle meravigliose sfumature che avevano in studio, o comunque accompagnate da una band come si deve.

Non che le varie versioni spoglie fino all’osso di Bus Stop Boxer, Last Stop:This Town, Elizabeth On The Bathroom Floor (brividi) e la conclusiva P.S. You Rock My World siano state spiacevoli ma… Ok E, questa era la tua vita, e hai voluto raccontarla ancora una volta, come meglio ti pareva. Ti ringraziamo ugualmente per questo. Ma forse adesso è arrivato il momento di dare un seguito a Blinking Lights And Other Revelations. O no?

Last Stop: This Town, dal concerto di Milano