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Echran

di Daniele Follero
Il gusto di sperimentare senza risultare incomprensibili, l’incontro tra il dark-ambient e il noise in un’esperienza tutta italiana. Dopo gli elogi della critica, il duo Echran prova a misurarsi con il pubblico: un’impresa non da poco, una scelta difficile ed entusiasmante allo stesso tempo, di cui l’omonimo album rappresenta il punto di partenza. Aspettando un tour…

L’elettronica tra sperimentazione e approccio “popular”: la piccola rivoluzione post-moderna di Echran

di Daniele Follero

La “creatura” Echran vede la luce solo quest’anno a livello discografico, ma è frutto di tre anni di rodaggio durante i quali Davide Dal Col e Fabio Volpi hanno provato a fondere esperienze diverse. Nel progetto confluiscono l’approccio dark-ambient di Davide, sperimentato con i suoi Ornament, e le esperienze psych-noise del collettivo Otolab, di cui fa parte Fabio.
Mondi musicali diversi, che si fondono in un approccio che riesce ad essere estremo nelle scelte e popular nell’organizzazione formale, ma che soprattutto, riesce a infondere nuova linfa ad un panorama musicale italiano in gran fermento.

L’esordio discografico del duo, dopo aver suscitato non pochi entusiasmi presso la stampa specializzata, cerca ora di superare la “cortina di ferro” della musica sperimentale, che generalmente si accontenta di vantare elogi incondizionati della critica senza trovare quasi mai riscontro nel pubblico. Echran vuole essere, in questo senso, un punto d’incontro tra le ragioni della sperimentazione e il dialogo diretto con il pubblico attraverso un linguaggio non mediato e direttamente fruibile. Un’impresa non da poco, una scelta difficile ed entusiasmante allo stesso tempo, di cui l’omonimo album rappresenta il punto di partenza. I due non ci pensano proprio a definirlo un progetto e ci tengono a considerarla un’esperienza appena nata, che avrà sicuramente un seguito. A cui stanno già lavorando.
Era quasi un dovere, da parte nostra, far loro un po’ di domande. A cui hanno risposto con l’entusiasmo e la sincerità di chi crede fermamente nel lavoro che sta facendo e che ha intenzione di portare avanti.

Come nasce il progetto Echran?

Davide: Echran è nato nel 2003. Io e Fabio ci conosciamo da una decina d’anni, nella seconda metà degli anni ’90 abbiamo fatto parte insieme di un gruppo electro-dark milanese, i Vidi Aquam. Io già suonavo la batteria nei Città Sotterranea, gruppo rock-noise melodico. Successivamente abbiamo preso strade diverse per poi rincontrarci e decidere di dare vita ad un progetto nel quale far convergere le nostre esperienze.

Da quali città provenite? Dove vivete? E che rapporto avete con l’estero (musicalmente parlando, naturalmente)?

Davide: Io sono nato e vivo tuttora a Seregno, in Brianza. Il mio rapporto con l’estero dal punto di vista musicale si riconduce al fatto di ascoltare prevalentemente musica straniera, nient’altro. Fabio, invece, attualmente lavora a Dakar, in Senegal.

Voi due venite da progetti diversi: da una parte il collettivo Otolab, dall’altra gli esperimenti dark-industrial di Ornament. C’è qualche connessione tra le vostre esperienze precedenti e la musica che fate oggi?

Davide: Sicuramente. Il mio modo di comporre e pensare la musica è praticamente lo stesso. Ne esce qualcosa di diverso perché i nostri metodi si scontrano/incontrano. Sono sempre stato attratto dalla reiterazione, dai loops, dai drones, dalla musica ipnotica e rituale orientata sul versante ambient e industriale. Ma non solo: anche il movimento techno-trance è stato piuttosto importante per me. Fabio invece ha un modo diverso di comporre, lavora più sulle modifiche del singolo suono, mentre io sono più tendente alla sovrapposizione di diversi strati sonori. Inoltre io spingo verso la dilatazione temporale, mi piacciono le suite, Klaus Schulze, Tangerine Dream, i lunghi e monumentali brani dei Pink Floyd, Fabio invece stringe molto sui tempi. Questa nostra diversità poteva essere un problema, invece abbiamo trovato un equilibrio e tutto sta in piedi.

Echran è un progetto a termine o è solo l’inizio di una nuova realtà musicale? State pensando di continuare questa esperienza? Avete in progetto altri album?

Davide: Certo! Abbiamo già del materiale nuovo su cui lavorare, sia audio che video, e non manca la voglia di suonare dal vivo, di farci conoscere, di coinvolgere le persone interessate.

Il vostro esordio discografico ha raccolto consensi quasi unanimi presso la critica specializzata italiana e straniera. Le vendite rispecchiano questo successo?

Davide: Le vendite vanno discretamente. L’importante è fare girare il nome il più possibile. Ebria Records e Smallvoices hanno fatto un ottimo lavoro di distribuzione, sia in Italia che all’estero, il nostro disco si può trovare in molti cataloghi. Questo ci dona molta visibilità.

Da dove proviene la scelta di utilizzare testi in francese?

Fabio: Nasce dal caso: ho studiato e lavorato spesso in paesi francofoni, mi è venuto in maniera quasi naturale usare quella lingua. Inoltre trovo molto interessante la musica rap francese di Parigi, costituita soprattutto da immigrati dal Nord-Africa, dura, essenziale, senza Lamborghini e Ferrari sullo sfondo.

Non amo affibbiare etichette, ma nel vostro caso mi è sembrato più che opportuno “inventarmi” il termine post-techno, in riferimento al modo in cui avete destrutturato elementi della techno (come la composizione stratificata, l’uso di un linguaggio legato agli strumenti elettronici) ricomponendoli in maniera del tutto peculiare. Che ne pensate? È un procedimento che avete utilizzato volontariamente o è un linguaggio musicale venuto fuori da intenzioni diverse da queste?

Davide: Anche io trovo che le etichette lascino il tempo che trovano, tuttavia ho apprezzato molto la tua analisi dell’album, anche se credo che gli elementi base della nostra musica più che nella techno vadano ricercati nel post-industriale, penso ai Coil, Throbbing Gristle, NIN... la nostra sfida, se così si può chiamare, è quella di tradurre i codici di questa corrente radicale, quindi più o meno ostica, e riscriverli con un linguaggio più comunicativo, più pop.

Fabio: Io devo dire che amo le etichette e mi divertono tantissimo, avrei voluto fare il critico musicale da grande, ma é andata male. Mi ha colpito molto favorevolmente l’ idea “post-techno”, per il modo in cui abbiamo utilizzato e reinterpretato alcuni aspetti di questo genere, soprattutto i suoni.

Quali sono le musiche che vi hanno formati da non musicisti? E quali le vostre influenze, del passato come del presente?

Davide: Suono da tanto tempo, sono cresciuto ascoltando musica e suonando di pari passo. Ho ascoltato e ascolto tante cose differenti: dal rock progressivo alla new wave, dal metal estremo alla dance, dal neo-folk alla psichedelia. Vado a periodi, certi generi sono stati più importanti di altri, questo sicuramente: il dark-ambient e l’industrial li ho sentiti miei sin da subito, anche il metal... ho tanti gruppi che porto nel cuore, i Current 93, i Third & The Mortal di Painting On Glass, Raison d’Etre, gli Emperor, Wall Of Voodoo, Sonic Youth, King Crimson, Tool, Death In June... potrei andare avanti con un elenco lunghissimo... la musica per me è sempre stata un universo. Poi ovviamente alcune cose si riflettono in quello che suono, da questo punto di vista mi sento piuttosto vicino a certi Suicide, ai Kirlian Camera degli anni ’90, ai Deutsch Nepal, al suono cosmico dei Tangerine Dream...

Fabio : Concordo con tutte le influenze di Davide, aggiungo sicuramente Joy Division, Einstürzende Neubauten e Pan Sonic.

Qual è la vostra formazione musicale? Siete autodidatti?

Davide: Ho cominciato con la chitarra, ho studiato musica per un paio di anni, poi sono passato alla batteria e infine a laptop e sintetizzatore. Avevo pensato ultimamente di imparare a suonare qualche altro strumento, mi piace la fisarmonica... mia madre mi dice sempre di imparare a suonarla, così da avere la possibilità di fare “un po’ di soldi nelle balere, invece di continuare a torturare la gente con questi rumori”...

Fabio: Suonavo il basso, o meglio, lo devastavo con tutti gli oggetti possibili, poi con sollievo mio e del pubblico soprattutto, sono passato alla ricerca e alla composizione dei suoni attraverso i software.

Come considerate oggi il panorama della musica elettronica a livello internazionale? E in Italia?

Davide: Seguo con entusiasmo le uscite della Gigolo Records, le trovo decisamente accattivanti. Il mercato è denso di produzioni, ma (almeno in Italia) c’è carenza di attività live. Paesi quali Germania, Francia e Belgio hanno sicuramente una marcia in più in questo senso.

Che rapporto avete con la musica cosiddetta colta, con le avanguardie che hanno aperto il campo alle sperimentazioni elettroniche (penso a Varèse, Cage, ad esempio)?

Davide: Personalmente non ho nessun rapporto con la musica contemporanea, non l’ho mai ascoltata, la considero una mia lacuna. Non è l’unica...

Fabio: Ne ho avuto un rapporto quasi diretto, ma non come Echran. Attraverso Otolab, con il nickname Dies ho avuto il grande piacere e onore di portare un lavoro audio e visual alla manifestazione Sincronie che si è svolta a Milano nel 2004 e 2005.

La musica di Echran sembra dividersi tra la musica sintetica per eccellenza ed un approccio più rock, nel senso di un’attitudine più diretta, (paradossalmente) più fisica al suono. Il rock e l’elettronica possono trovare un trait d’union? È forse il futuro della musica?

Davide: Certe band l’hanno già trovato il punto di unione, guarda i Primal Scream, o alcune formazioni del cosiddetto post-rock come 65daysofstatic. Non credo che il futuro della musica sia da ricondurre a contaminazioni o alla ricerca. O, meglio, non solo a questo. La musica avrà un futuro finché ci saranno musicisti con personalità, sia che facciano rock and roll, sia che sperimentino qualsiasi combinazione musicale possibile.

Che cosa vuol dire per voi il termine popular?

Davide: Ciò che vogliamo essere. Comunicazione. Fruibilità.

Fabio : È un termine che mi interessa se riferito alla musica popolare, ovvero quella che nasce dal quotidiano e dal basso e non imposta dal mercato discografico.

A quando un tour italiano? Sarebbe anche ora…

Davide: Magari! Ci piacerebbe!! Non è facile trovare date, vedremo...

I vostri concerti prevedono anche performance visuali. Ce ne parlate un po’? Qual è il ruolo delle immagini nella vostra musica?

Fabio: Buona parte dei visual sono una reinterpretazione di lavori di Tarkovskij visti attraverso la degenerazione e la perdita di informazioni, che crea però visioni interessanti, generate da compressori digitali di immagini.

Vi riconoscete in qualche scena?

Davide: No, non ci ho mai pensato, davvero.

Fabio: Direi di no.

Qual è il vostro approccio alla composizione?

Fabio: Diciamo l’opposto della composizione a freddo, intellettuale. Diciamo un lavoro “di stomaco”, primordiale, di ricerca sonora del suono perfetto, quello capace di sostenere da solo un brano intero.

L’improvvisazione ha qualche ruolo nella vostra musica?

Davide: Per ora no, siamo troppo vincolati dai visual dal vivo per improvvisare, e poi non siamo ancora in grado di gestire una cosa del genere. Prima dovremmo trovare qualcuno che lavora sui nostri visual dal vivo, e poi suonare molto di più insieme per arrivare ad un livello di coesione sufficientemente alto per lasciarci andare all’improvvisazione. È un modo di suonare molto difficile, più di quanto si creda.

Avete idea di quale possa essere il vostro pubblico?

Davide: Mi piacerebbe che fosse molto eterogeneo, significherebbe che la nostra proposta disegna un tracciato trasversale.

Molti hanno definito la vostra musica estrema. È un aggettivo in cui vi riconoscete?

Davide: Assolutamente no. Come ho già ribadito, corriamo nella direzione opposta.

Grazie per la disponibilità e complimenti per la chiarezza di idee e la determinazione. A presto.

Davide: Grazie a te per l’intervista! Ti aspettiamo dal vivo. Ti voglio sotto il palco a prendermi quando faccio stage diving!!

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Self Titled (Ebria - Smallvoices / Wide, dicembre 2005)

di Daniele Follero

Non è facile per un progetto di musica elettronica “radicale” riuscire ad essere coinvolgente. Anzi, forse il coinvolgimento emotivo mal si associa a una musica fredda, “oggettiva”, distaccata. Eppure ci sono alcune band (e tra queste ci inserisco gli imprescindibili Double Leopards) che riescono nell’intento di trasformare quelle atmosfere terribilmente “dissociate” in un mantello (freddo, per carità) avvolgente e travolgente.

Il ritorno sulle scene di Davide Del Col, già noto per i suoi numerosi progetti dark-ambient con il nome di Ornament, è firmato assieme al connazionale Fabio Volpi (voce e programming). Progetto tutto italiano, dunque, anche se non sembrerebbe al primo ascolto. La voce in perfetto francese di Volpi che commenta con caldi sussurri i suoni elettronici, spiazza da subito l’ascoltatore non informato sulla provenienza dei due.

Non mi piace affibbiare etichette, men che meno proporle. Ma nel caso degli Echran mi sembra non solo sensato, ma anche opportuno (la discussione è ufficialmente aperta) parlare di post-techno.

Il sound del duo italiano, misto di elementi industrial, elettronica al limite del rumorismo e andamento ripetitivo e minimale, sembra decomporre e ricostruire i materiali sonori della techno più oltranzista e dell’ambient più inquietante per spogliarli di tutti gli elementi di ballabilità, esaltando il lato più ipnotico del ripetitivismo. In questo senso, post-techno vuole indicare il superamento, attraverso l’estremizzazione e la sottrazione, degli elementi di base della techno, quali la stratificazione e la ripetizione continua. Niente beats, dunque, ma tappeti sonori elettronici fatti di suoni glitch, fruscii, suoni singoli reiterati all’infinito e assoluta assenza di melodia, che potrebbero richiamare alla mente i migliori Panasonic / Pan Sonic. Nonostante queste caratteristiche, la musica riesce a mantenere un’incredibile tensione, evitando magistralmente il rischio incombente della noia, che solo in alcuni casi isolati si affaccia all’orizzonte, per poi dissolversi sotto i colpi del synth di Davide Dal Col e la voce di Volpi, che recita versi francofoni come se fosse un poeta.

Nato dalla collaborazione tra la Ebria Records e la Small Voices, l’esordio di Echran chiude il 2005 e apre il nuovo anno aggiungendo un’altra grande produzione al panorama della musica indipendente nostrana. Un lavoro sopra le righe, sopra la media, che per una volta riesce a far entusiasmare con convinzione anche chi va cauto per principio nei riguardi delle novità. (8.5/10)

Live: Echran – Vicolo Bolognetti, Bologna (8 giugno 2007)

di Daniele Follero

Storia di un concerto totalmente fuori luogo. O di un non-concerto. Si potrebbe definire così la performance degli Echran al Vicolo Bolognetti di Bologna dell'8 giugno scorso. L'atmosfera irreale che ha accompagnato la prima esibizione in territorio bolognese di Davide Dal Col e Fabio Volpi, dopo l'uscita del bellissimo esordio discografico, è risultata un elemento determinante ai fini della ricezione di un genere musicale già di per sé molto ostico. Il chiacchiericcio da bar della maggior parte dei presenti, capitati lì per caso (il concerto era gratuito) e tutt'altro che interessati al concerto (ma forse qualcuno non si era nemmeno reso conto che di si trattava di un live), ha fatto da sfondo costante alle trame elettroniche del duo milanese (in realtà un trio, con Fabio Volpi a recitare i testi in francese), che nonostante il fastidioso brusìo (difficile trovare la concentrazione adatta per chi ricerca, come loro, sottigliezze musicali non da poco), si è esibito come se si trovasse in un teatro vuoto, senza fare una piega.

Si facciano pure i fatti loro, ma che almeno non chiacchierino”. Devono aver pensato questo i musicisti quando, nel finale di concerto hanno inserito un'improvvisazione tiratissima, al limite del noise estremo. Uno schiaffo sonante e fastidioso, a chi beveva tranquillamente la sua birra seduto a tavolino, incurante di loro. Una trovata divertente, un macigno piombato improvvisamente sulla testa dell'astante non-pubblico, oltre ad uno dei migliori momenti della serata, proseguita a suon di revival dark-wave anni '80. Era quello che tutti aspettavano, ma qualcuno era arrivato troppo presto, incappando in quel fastidioso rumore di fondo, che ha osteggiato a più riprese la loro conversazione. Ora, che ballino pure...