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Earth

di AA.VV.
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  • Mirage
  • Land Of Other Order
  • The Dire And Ever Circling Wolves
  • Left InTthe Desert
  • Lens Of Unrectified Night
  • An Inquest Concerning Teeth
  • Raiford (The Felon Wind)
  • The Dry Lake
  • Tethered To The Polestar

Hex: Or Printing in the Infernal Method (Southern Lord / Wide, 20 settembre 2005)

di Michele Saran

Anno dei ritorni, grandi e piccoli, questo 2005. Alla fine è tornato pure lui, ‘Sua Drone-ità’ Dylan Carlson, dopo le varie avvisaglie in forma di (scarsissime) registrazioni live. Si cianciava piuttosto del penultimo Pentastar (SubPop, 1996), quel suo istillare dubbi circa il possibile proseguo creativo degli Earth, ma pure caparbio nello spostare i registri - tramite ponti mobili verso generi collegati - nella direzione del fascino atmosferico, più che nei magmi monolitici di suoni scavanti.

La smentita/conferma di tali dubbi è dunque arrivata con il suo ultimo parto, Hex e relativo sottotitolo (già da qui qualche affinità col predecessore), secondo tributo sui generis da parte del chitarrista-compositore. Diciamolo subito, perché la storia è palese: se Pentastar era un permeato dal pensiero della psichedelia acid/stoner-derivata, Hex si rifugia in atmosfere desertico-sergioleonesche, texarcane, vagamente hard-southern. Accanto al duo portante chitarra (ovviamente Carlson, anche al banjo)-batteria (di nuovo Adrienne Davies), anche basso (John Schuller), pedal steel, trombone e campane tubolari (Steve Moore) fanno la loro parte.

Questa filologia roots sfoggia tutta la sua solennità all’ascolto delle quattro dilatazioni strumentali di media durata (7 minuti e rotti a testa), in cui fraseggi melodici di chitarra scurissima sono plasmati come dal vento che soffia in lande desolate (The Dire And Ever Circling Wolves), suddivisi in sorta di strofa e chorus (Lens Of Unrectified Night, Land Of Other Order), o parti d’inizio-chiusa e variazione centrale, insieme a visioni Gelb-iane spartite con buon equilibrio tra gli strumenti di corredo (An Inquest Concerning Teeth).

E poi i quadri di breve durata. Mirage, l’incipit, attacca ampio tra colpi solenni di chitarra e vento tutt’intorno, The Dry Lake, il più ambizioso, è un’oasi color pece di musique concrete ambientale, in cui sembrano far comparsa indefinita fantasmi antichi (invocazioni acute, note sparse, nitriti in lontananza). In Left In the Desert, altro intermezzo ventoso, fa apparire il miraggio dello stesso Carlson - quello del tempo che fu - attraverso un esile feedback e sbatacchiamenti di campanacci.

Come dei Bardo Pond a imitare i Calexico, passando per il vaglio Sabbath-iano, e con la direzione artistica dei Codeine. E’ il disco (il quinto) più esplicito di Carlson, e non il più diretto: forme ben salde, un po’ telefonate, crosta melodica (arida nel migliore dei casi) insistita fino ai fasti della pura scenografia, anche se d’innegabile buon gusto, e con un tatto western drammatizzato che evita qualche luogo comune di troppo. L’artwork - centrato - è a cura di Stephen O’Malley. (6.2/10)

CD
  • Ouroboros is Broken
  • Coda Maestoso in F (Flat) Minor
  • Miami Morning Coming Down
  • A Plague Of Angels
DVD
  • Within The Drone

Hibernaculum (Southern Lord / Wide, aprile 2007)

di Antonello Comunale

Dylan Carlson è un bellissimo esemplare di uomo yankee e basterebbero già solo quei magnifici baffoni sergioleoneschi a consegnarlo al mito. Difficile trovare qualcuno che incarni il physique du role meglio di lui. L’americanitudine dell’uomo che viene dai boschi di Seattle e che un giorno ha imbracciato una chitarra per lanciare un drone verso l’eternità. Se non lo avesse fatto adesso probabilmente starebbe in qualche bettola ad arrostire bistecche in formato offerta speciale per la finale del SuperBowl. Ma lui la chitarra quel giorno l’ha imbracciata e con la forza granitica di un dinosauro del Giurassico ha scolpito a caratteri cubitali la parola EARTH nella storia dell’heavy rock anni ’90.

Carlson è altresì uno che vuole molto bene ai suoi fan, uno che li riempie di cose tra un disco vero e l’altro. Così dopo il gran rientro dall’oblio di due anni fa, adesso tampona il vuoto con un EP e un DVD, riuniti sotto il nome di Hibernaculum. L’EP è poca cosa. In pratica lui insieme ai comprimari con cui ha fatto risorgere gli Earth (Adrienne Davis alla batteria, Jonas Haskins al basso e Steve Moore alle tastiere) rilegge con il taglio southern-doom di Hex tre classici del loro repertorio, più una rarità (A Plague Of Angels) reperibile fino ad oggi solo in un 12 pollici condiviso con i Sunn O))). Da quest’ultimi, per l’occasione, arriva Greg Anderson a dare una mano in due dei quattro brani. Tutto ampiamente evitabile in attesa di sentire un vero disco nuovo. Ma il pezzo forte di questo Hibernaculum  sta nel DVD contenente il documentario Within The Drone. Diretto da Seldom Hunt il film raccoglie interviste e spezzoni di concerti risalenti al tour europeo dell’anno scorso fatto con i Sunn O))).

C’è qualcosa di profondamente appagante nel sentire Carlson pronunciare la parola “drone”, anche perché lui parla così come suona: lento, lentissimo, drooonico. Ad un certo punto si vedono lui e O’Malley, seduti uno a fianco all’altro, nella roulotte che li scarrozza avanti e indietro. Il primo intento a parlare e a fumare, il secondo con un notebook mentre cerca di attaccare qualche presa usb o ethernet. Sembrano padre e figlio. (6.5/10)

  • Omens and Portents I: The Driver 
  • Rise to Glory 
  • Miami Morning Coming Down II (Shine) 
  • Engine of Ruin  
  • Omens and Portents II: Carrion Crow  
  • Hung from the Moon  
  • The Bees Made Honey in the Lion's Skull

The Bee Made Honey In The Lion’s Skull (Southern Lord, 11 febbraio 2008)

di Antonello Comunale

Gli Earth si danno al gospel per loro stessa ammissione. Ovviamente è un gospel alla maniera degli Earth: per niente salvifico, in primis per loro stessi. Sesto disco e secondogenito (non contando l’ep Hibernaculum) nella nuova fase della loro carriera, The Bee Made Honey In The Lion’s Skull lascia parecchio interdetti e dice di un Dylan Carlson deciso ancora una volta a spostarsi un po’ più in là. Gli Earth stanno cercando di variare registro ancora una volta pur all’interno di una evidente continuità con Hex ed è per questo che probabilmente fra qualche tempo lo ricorderemo come un lavoro di passaggio. La prima parte di Omens and Portents, posta in apertura, regala subito una panoramica vasta e di insieme. Il mood è southern ed epico come conviene al successore di Hex, ma il suono è più denso e omogeneo. Contribuisce alla causa il super veterano Bill Frisell che qui veste i panni dell’ospite di lusso. Torna ovviamente anche nella seconda parte del brano, ma il contributo maggiore lo dà su Engine Of Ruin con un magnifico assolo dalle qualità epico gilmouriane. Il difetto di questo lavoro è però l’eccessiva monotonia dell’insieme. I ritmi lentissimi di Adrianne Davis e il rifferama ripetitivo non aiutano come in passato. Per variare un po’ i Nostri ricorrono agli arrangiamenti: l’hammond western di Miami Morning Coming Down II (Shine) che tira un po’ via quell’aria catatonica oppure il sitar psichedelico che serpeggia tra le trame della title track. Probabilmente è a questo aspetto del disco che fa riferimento Southern Lord quando parla di “harder, more rock, american Gospel and impovisitory direction framed by truly psychedelic production and blazing guitar sounds”, ma il tutto sembra più un abile utilizzo di studio che un approdo stilistico saldo. Il titolo fa riferimento alla storia di Dalila e Sansone. Speriamo a questo punto che insieme ai baffoni, Dylan non abbia perso anche la capacità di reinventarsi con creatività e instancabile genio. (6.5/10)